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Escono allo scoperto i ministri Renato Brunetta (titolare della Pubblica amministrazione) e Gianfranco Rotondi (responsabile dell’attuazione del Programma) sulla loro proposta di regolamentazione delle unioni civili. Escono allo scoperto e si prendono le prime bordate: colpiti da fuoco amico. Perché che abbia o meno costi per lo Stato ogni proposta di regolarizzazione delle coppie di fatto pare destinata a spaccare le maggioranze. Era accaduto al governo Prodi e ora tocca alla maggioranza di centrodestra.
Pomo della discordia questa volta il progetto a firma del “laico” Renato Brunetta e del cattolico Gianfranco Rotondi e i loro “Di.do.re”, ovvero “Diritti e Doveri di Reciprocità dei conviventi”. Per ora su quello che saranno i Didore si sa poco se non che dovrebbero essere a costo zero per lo Stato e che non dovrebbero prevedere welfare ma solo diritti individuali. Rassicurazioni che però non bastano alla Pdl, che, nel giro di poche ore, sul lavoro dei due ministri si spacca tra sostenitori e detrattori. Da Maurizio Gasparri ai teo-con, anche se non manca un gruppo di liberal favorevoli. Ma la maggioranza dei parlamentari tace in attesa del pronunciamento di Silvio Berlusconi. Il Pd per ora resta a guardare, anche se ci sono segnali di attenzione di qualche dirigente.
L’idea, ha spiegato Brunetta al Corriere della Sera, è quella di “un testo unico senza spese per lo Stato” che prevede “il diritto in caso di malattia, di visitare il convivente e di accudirlo, di designarlo come rappresentante per le decisioni in materia di salute, donazione degli organi, trattamento del corpo e celebrazioni funerarie. E doveri: ad esempio, gli alimenti”. Si rimarrebbe, integra Rotondi, nella sfera del diritto privato: “Non ci saranno registri, o celebrazione pubbliche”.
Insomma, non ci sarà un nuovo istituto, un “piccolo matrimonio” a carattere pubblicistico. “Nel diritto italiano” osserva ancora il ministro Dc “c’è la famiglia e il condominio, ma in mezzo non c’è nulla. Forse può valer la pena regolamentare questa area”.
La bocciatura alla coppia di ministri (post)socialista e (neo)democristiano arriva subito dalla loro destra: “Rotondi vigili sul programma di governo anziché divagare sulle coppie di fatto”, ingiunge Maurizio Gasparri, che guida la foltissima truppa di senatori del Pdl. “La regolamentazione delle unioni civili non è nel programma di governo”, tuonano le teo-con Isabella Bertolini e Laura Bianconi, il leghista Massimo Polledri, vicino ai cattolici tradizionalisti, e Arturo Iannaccone, dell’Mpa. E poi Carlo Giovanardi, ex Udc e oggi ministro della Famiglia, s’interroga: “Non si capisce perchè i due ministri debbano risollevare a freddo la questione”: cioè: la questione non è nel programma, perché tirarla fuori? “Non facciamo gli errori della sinistra”, chiosa Gabriella Carlucci. Ben sapendo che proprio su quel tema si incrinò il patto della maggioranza Prodi tra cattolici e sinistra.
Il problema di fondo lo sottolinea Alessandro Zan, presidente della Lega Italiana Nuove famiglie (Linfa), che si chiede: “Esiste davvero una maggioranza disposta ad approvare i DiDoRe o sarà l’ennesimo annuncio che rischia di creare false aspettative?”. Rotondi spiega che non sarà un’iniziativa del governo, e nemmeno della maggioranza: “Presenteremo il testo a tutti i gruppi parlamentari e cercheremo di costruire un consenso ampio. La mia intenzione è di portare a casa la legge”. Esattamente la stessa che fece qualche mese fa il Professore: tenere separata la questione dei Dico dall’azione dell’esecutivo, facendola diventare tema parlamentare.
I contrari ai DiDoRe nel centrodestra non si fanno pregare per dichiararlo, ma ci sono anche i favorevoli, i ‘liberal’ del Pdl, come Adolfo Urso, Mario Pepe, Benedetto Della Vedova, o i liberi pensatori, come Alessandra Mussolini. Poi c’è la responsabile giustizia della Lega Carolina Lussana, che apre al confronto, purchè non si ripercorra la strada dei Dico o dei Pacs. Oggi hanno espresso il loro appoggio ma non sembrano sufficienti da soli. C’è la grande maggioranza dei parlamentari del Pdl che attende la decisione di Berlusconi.
Quand’anche il Cavaliere concedesse la libertà di coscienza, servirebbe la sponda del Pd, che al momento sta a guardare e manda segnali contrastanti. Rosy Bindi mostra scetticismo e spiega che i DiDoRe “non sono la mia principale preoccupazione”. Parole di attenzione arrivano dalla senatrice Vittoria Franco, ministro ombra per le pari opportunità: “Siamo disponibili al confronto su proposte concrete”. Da Barbara Pollastrini che fu ”madre” dei Dico, giunge invece una chiusura perché la proposta Brunetta-Rotondi “è troppo riduttiva”. Critiche all’insegna del “è troppo poco” ci sono anche dalla sinistra extraparlamentare (Manuela Palermi del Pdci o Giovanni Russo Spena del Prc).
Dunque la via è stretta, con una maggioranza trasversale da trovare in Parlamento. “In Italia” osserva Urso “tutte le leggi che hanno riguardato l’avanzamento dei diritti civili sono nate in questo modo. Questo permette ai parlamentari di votare con coscienza, autonomia e responsabilità”. “Sono un democristiano” dice sornione Rotondi “e sono abituato a mediare. Noi della Dc abbiamo mandato avanti l’Italia per quaranta anni unendo e non dividendo”.
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Dal Papa, due affondi e un invito. Le critiche di Benedetto XVI si levano ancora contro le unioni di fatto e le coppie diverse dal matrimonio: “L’unione di vita e di amore, basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, che costituisce la famiglia, rappresenta un insostituibile bene per l’intera società, da non confondere né equiparare ad altri tipi di unione”, ha detto Ratzinger nel discorso rivolto ai partecipanti al Forum delle Associazioni Familiari (circa 200), ricevuti in Vaticano, in occasione dell’annuale celebrazione della Giornata Internazionale della Famiglia e all’indomani della presentazione di oltre un milione di firme al Quirinale per la petizione “Un fisco a misura di Famiglia”.
Il Papa ha così ricordato che quest’anno ricorre il 40esimo anniversario dell’Enciclica di Paolo VI Humanae vitae e il 25esimo di promulgazione della Carta dei diritti della Famiglia. “Il primo ribadisce con forza, andando coraggiosamente controcorrente rispetto alla cultura dominante, la qualità dell’amore degli sposi” ha osservato “non manipolato dall’egoismo e aperto alla vita, il secondo pone in evidenza quei diritti inalienabili che permettono alla famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, di essere la culla naturale della vita umana”.
L’invito del Papa è stato invece rivolto al governo perché promuova “una politica familiare che offra la possibilità concreta ai genitori di avere dei figli ed educarli in famiglia” e chiede a politici e istituzioni “l’impegno urgente di unire le forze per sostenere con ogni mezzo possibile, le famiglie dal punto di vista sociale ed economico, giuridico e spirituale”. Il Papa richiama “i governanti e l’opinione pubblica” al “ruolo centrale e insostituibile che svolge la famiglia nella nostra società” ed esorta a “un’azione politica che voglia guardare al futuro con lungimiranza” e a “porre la famiglia al centro della sua attenzione e della sua programmazione”.
“Ben sappiamo” sottolinea Benedetto XVI “quante sfide incontrino oggi le famiglie, quanto difficile sia realizzare, nelle moderne condizioni sociali, l’ideale della fedeltà e della solidità dell’amore coniugale, avere ed educare dei figli, conservare l’armonia del nucleo familiare”. Tuttavia, il Papa si dice preoccupato perchè “non mancano purtroppo, e sono addirittura in aumento, le crisi matrimoniali e familiari”. “Da tante famiglie, che versano in condizioni di preoccupante precarietà - osserva il Papa - si leva, talvolta persino inconsapevolmente, un grido, una richiesta di aiuto che interpella i responsabili delle pubbliche amministrazioni, delle comunità ecclesiali e delle diverse agenzie educative. Si rende pertanto sempre più urgente - conclude Benedetto XVI - l’impegno di unire le forze per sostenere, con ogni mezzo possibile, le famiglie dal punto di vista sociale ed economico, giuridico e spirituale”.
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L’hanno fatta traslocare dal Senato alla Camera, per il timore (inconfessato) che a Palazzo Madama potesse (in caso di vittoria veltroniana) far “danni” al governo e alla maggioranza, come successe nel dicembre scorso sulle norme antiomofobia: un suo voto contrario e Prodi andò sotto.
Ma i guai al Pd di Walter Veltroni, Paola Binetti è riuscita a crearli. E prima ancora delle elezioni. Tema? Un classico. I Dico (o Pacs o Cus) e i gay: “Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio, esiste una dimensione che io considero più legata alla sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell’amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale. Perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando”. Così ha parlato la senatrice rutelliana, ai microfoni di Ecotv. Lei ha poi cercato di smorzare i toni delle sue dichiarazioni: “Difendo le mie idee”, precisa ma, “le mie parole sono state strumentalizzate. Ho immediatamente diffidato gli autori della trasmissione dal mandarla in onda. Vedo addirittura le anticipazioni di quell’intervista da me non autorizzata e faziosamente presentate senza rivelare né la data né il contesto in cui essa si è svolta”.
Tardi: le sue affermazioni anti coppie gay sono state per tutto il giorno al centro di un’accesa polemica. Nel Partito Democratico ci pensa Paola Concia, paladina dei diritti omosessuali in Parlamento ad invitare la collega ad attenersi al programma: “Chi si è candidato per il Partito Democratico” sottolinea “ha condiviso il programma che su questo punto è chiaro: ci dovrà essere una legge sulle unioni civili”. Stesso richiamo arriva da Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità e promotrice, insieme con Rosy Bindi, di un disegno di legge sulle coppie di fatto mai arrivato in Aula e oggetto di divisioni all’interno dell’Unione.
Insomma, un coro di proteste. Ancor più forti rispetto alle dichiarazioni del Gen. Mauro Delvecchio sugli omosessuali inadatti alla divisa. Anche perché, Paola la pasionaria del cilicio, non è la prima volta che assume toni controcorrente sui gay. Come quella volta che disse, “da dottoressa”, che l’omosessualità “è una devianza”.
Esponente di punta dei teodem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro) - inflessibile sulle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa e molto vicina all’Opus Dei, Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute, sui temi etici. Anche sulla presenza dei radicali nelle liste del suo stesso partito: non pose l’aut aut (o io o loro) ma ammise di “pregare” perché l’accordo tra Veltroni e Bonino&Co non si facesse.
Una donna di ferro, ma dall’animo gentile e dotata di grande umanità, dice chi l’ha conosciuta da vicino. E capace di resistere alle bordate e di esprimere con convinzione le sue opinioni. Anche quando sa di toccare questioni che a sinsitra solleticano nervi scoperti. Perché infatti i colpi le sono spesso venuti più dagli (ex) alleati che dagli oppositori. Da Franco Grillini (candidato sindaco a Roma, per i socialisti), per esempio: “Nel Pd il re è nudo: mai leggi sulle unioni civili. La senatrice del cilicio Paola Binetti ha detto finalmente la verità sulle politiche del Pd sui diritti delle coppie di fatto e i diritti delle famiglie omosessuali”. Stessi toni da Titti de Simone e Vladimir Luxuria, esponenti di Rifondazione in prima linea per il riconoscimento dei diritti per gli omosessuali: “Le affermazioni della rappresentante nel Pd dell’Opus Dei gettano un’ombra inquietante sul futuro del Paese”.
Ma lei va avanti imperterrita, fino alla prossima esternazione, da candidata per un seggio alla Camera in Lombardia. Senza mai uscire (o farsi cacciare), come vorrebbero alcuni, dal Pd.

I single potranno avere il diritto di adottare un bambino e tutti gli Stati europei dovranno modificare le loro leggi nazionali per adattarle a questo principio. Tutto questo accadrà a maggio, quando il Consiglio d’Europa approverà il nuovo testo della Convenzione europea sull’adozione di minori. È quanto Maud de Boer-Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d’Europa, ha anticipato alla testata Vita.it Magazine. “La Convenzione attualmente in vigore” dice il testo del Consiglio “risale al 1967, dopo quarant’anni bisognava tener conto dei cambiamenti che si sono verificati all’interno della società. Per questo la nuova Convenzione estende la possibilità di adottare anche ai single e alle coppie eterosessuali non sposate”.
Il vice segretario parla in modo esplicito anche dell’obbligatorietà per gli Stati nazionali di recepire questa indicazione: “Quello dei single è un diritto pieno, e gli Stati saranno obbligati a modificare le loro leggi”.
L’Italia stessa sarà coinvolta da questo processo, visto che la legge che regola le adozioni, la 149 del 2001, consente l’adozione solo ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni.
Tra le novità in arrivo, anche l’apertura dell’adozione alle coppie di fatto e a quelle dello stesso sesso, che siano registrate o semplicemente conviventi. Su questo però la Convenzione non sarà prescrittiva: “La Convenzione apre questa possibilità, ma la lascia a discrezione del singolo Stato”, spiega la de Boer-Buquicchio. “D’altronde nelle scorse settimane c’è stata una importante sentenza della Corte europea per i diritti umani, che ha condannato la Francia per aver discriminato una donna per il suo orientamento sessuale. Non potevamo non tenerne conto”.

Per festeggiare il nuovo anno, dopo i patimenti in Parlamento, Romano Prodi ha deciso di dedicarsi allo sci. E con un nuovo look: via quel giaccone beige, tema lo scorso anno del dibattito mediatico perché considerato un po’ antiquato, ecco una tuta da sci tecnologica, verde - “ulivo”, ha precisato lui - e nera. Con quella addosso Prodi si è lanciato sulle piste di Campolongo (Belluno). La cosa può avere anche un significato simbolico: il Professore è tenace, non lo spaventano gli sforzi, né le difficoltà. Come ama definirsi, è un diesel: ad andatura costante gli è - finora - riuscito lo slalom tra i paletti degli alleati, zigzagando con il programma tra il centro e la sinistra. Capacità cui dovrà appellarsi anche in questo gelido gennaio. Insomma il premier non è da sottovalutare, anche se le possibilità di sopravvivenza del suo governo sembrano stavolta davvero ridotte al minimo.
Anche per prepararsi alle prove d’inizio anno, il premier ha scelto di scrivere una lettera all’Ansa per ribadire il primato italiano sulla Spagna. Le minacce per il governo, però, sono altre, e non provengono dall’esterno. Sono anzi tutte interne alla maggioranza. A cominciare dai sette punti che il senatore Lamberto Dini ha messo per iscritto e in base all’accettazione dei quali deciderà, insieme con la sua pattuglia, se continuare a sostenere l’esecutivo o invece sfiduciarlo. Per il 10 gennaio è previsto un vertice di maggioranza sulla legge elettorale (la cosiddetta verifica): non si sa però se si terrà o meno, date le divisioni nel centrosinistra. A chiederla a gran voce sono i ministri della Sinistra-Arcobaleno, Prodi vorrebbe evitarla. Dopo pochi giorni la decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum. Le previsioni sono che i giudici - vista anche la pioggia di indiscrezioni e sospetti per un eventuale “no” - diano un sostanziale via libera alla consultazione.

Se ciò accadesse la maggioranza non terrebbe un minuto: o si va al referendum, o si va a una nuova legge elettorale. Unica via d’uscita, appunto, le lezioni anticipate.Come se non bastasse ci sono gli strascichi del 2007. Il pacchetto sicurezza deve essere riapprovato, ora che è stato riscritto. La legge di riforma sulla Rai entra ed esce dal calendario. Il viceministro Vincenzo Visco non ha goduto dell’archiviazione chiesta dal pm sul caso Speciale: il gip di Roma ha disposto un supplemento d’indagine per possibile abuso di ufficio. Le misure economiche promesse per il prossimo anno, a cominciare dalla riduzione delle tasse, dovranno fare i conti con il rallentamento dell’economia e con la fine dei tesoretti. Incombono gli scioperi, a cominciare da quello generale del trasporto pubblico già indetto per fine gennaio. Incombe la decisione sulla vendita dell’Alitalia, con Padoa-Schioppa, che in qualità di ministro delle Finanze detentore della quota in vendita, che si è detto favorevole al piano Air France, mettendosi contro tutto l’asse del Nord. Ma soprattutto gli alleati hanno dato a Prodi l’ultimatum. Ai già citati senatori diniani che, approvata per spirito di responsabilità la Finanziaria, hanno annunciato la poltica delle mani libere, vanno aggiunti Domenico Fisichella, un ex di An finito nell’Unione, e, all’estrema sinistra, Franco Turigliatto. Voti che difficilmente potranno essere bilanciati dai senatori a vita.
Al punto che interi partiti, da quello di Mastella a Rifondazione, chiedono già di andare a votare nel 2008. Pare che della stessa opinione sia Walter Veltroni, il quale ovviamente non ha nulla da guadagnare da questo stato di cose. Su tutto vigila, sempre più critico (ma lo descrivono estremamente irritato), il presidente della Repubblica. Nel messaggio di fine anno, Giorgio Napolitano non ha potuto che insistere sulla necessità di fare riforme condivise. D’ora in avanti il premier potrebbe perdere la sua ciambella di salvataggio: la contrarietà di Napolitano ad un voto anticipato senza una nuova legge elettorale.

Un avvio 2008 terribile per il Professore. Tanto che, se nell’altro campo Silvio Berlusconi se ne fosse stato tranquillo ad attendere, senza perdersi in manovre e chiacchiere tutte intercettate sulla campagna acquisti in Parlamento, ora il centrodestra avrebbe già la vittoria in tasca.
Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il VIDEO servizio:

Non piacevano i Pacs (i Patti Civili di Solidarietà: leggi qui e qui), la prima ipotesi di regolamentazione delle coppie di fatto. Sgraditi anche i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), contro cui si era sollevata la crociata del popolo del Family day del 12 maggio scorso. Dispersi tra i faldoni delle proposte di legge del Parlamento anche i Cus, ovvero i contratti di unione solidale, secondo il testo presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sinistra Democratica), dovrebbero tornare alla ribalta nei primi mesi del 2008. Di fatto, finisce il 2007 e l’Italia ancora non riesce a dotarsi di una legge che regolamenti diritti e doveri delle coppie conviventi, non dello stesso sesso.
E non è detto che ci riesca nemmeno l’anno prossimo, almeno sentendo gli umori di maggioranza e opposizione, di cui si fa portavoce il ministro della Famiglia, Rosy Bindi: “I Cus, contratti di unione solidale, non troveranno la maggioranza in Parlamento, anche a causa di alcuni profili incostituzionali”. E non c’entra il risentimento della Bindi, che con la collega Barbara Pollastrini aveva buttato giù, l’8 febbraio scorso, il disegno di legge sui Dico ora sostituito dal testo Salvi. L’analisi è squisitamente politica: “Il Governo ha fatto il suo dovere, ma il Parlamento è sovrano”. Una lettura che non lascia scampo alle interpretazioni: da Palazzo Chigi il diktat è di “lavarsene le mani”, in modo che il disegno di legge (osteggiato dal Vaticano, dall’opposizione e da ampie fette cattoliche della maggioranza: i teodem confluiti nel Pd e i Mastellani del Campanile) non metta a repentaglio il già traballante esecutivo. Basta sentire il ministro della Giustizia, a proposito della clamorosa bocciatura al comune di Roma del registro per le unioni civili, per averne conferma: “La sinistra voleva dare uno schiaffo al Vaticano e pure ai cattolici ma non c’è riuscita. Erano in gioco dei valori, i nostri valori e dunque era necessario tenere il punto come abbiamo già fatto in Parlamento”.
Argomento buono per scaldare gli animi in campagna elettorale, i Cus (o Dico che dir si voglia) sono diventati un tema scomodo quando si è trattato di trovare maggioranze e convergenze attorno a una proposta in grado di superare gli attuali schieramenti parlamentari. Le ultime notizie che si hanno sulla proposta risalgono a inizio dicembre, quando i Cus di Salvi hanno superato lo scoglio del comitato ristretto della Commissione Giustizia e dei 1500 emendamenti. E nonostante le associazioni di omosessuali, i socialisti di Boselli, i radicali di Bonino, Sd, Rc, Pcdi, Verdi, una parte consistente del Pd abbiano già cantato vittoria, l’iter è ancora lungo e travagliato. Secondo lo stesso presidente Salvi: “È ragionevole prevedere che il Senato esaminerà i Cus all’inizio di febbraio”. E allora se ne vedranno delle belle: la maggioranza sui diritti dei conviventi rischia palesemente il divorzio. Esattamente come lo ha rischiato sui capitoli della Finanziaria, del pacchetto sicurezza e della riforma del welfare. Con la differenza che, arrivando in Aula dopo la verifica d’inizio anno chiesta a Prodi dalla Sinistra-Arcobaleno, e con la manciata di voti di vantaggio che il premier vanta a Palazzo Madama, il Prof. non potrà più lavarsene le mani e sperare nel senso di responsabilità degli alleati di sinistra.
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“Un governo si abbatte con un voto di sfiducia, non con le dichiarazioni. E per votare contro un governo occorrono (o meglio, occorrerebbero) delle motivazioni. E, vista l’opera di risanamento dei conti pubblici, queste motivazioni non ci sono. Per questo non capisco l’atteggiamento di Dini: siamo stati eletti con un mandato, una coalizione, un compito e questo il governo lo sta perseguendo”. Va all’attacco il presidente del Consiglio Romano Prodi nella consueta conferenza stampa di fine anno, a Villa Madama (qui il video dal sito del governo). Completo blu e cravatta regimental, il premier appare riposato e disteso. Il tono è pacato, incespica meno del solito, e si interrompe solo un paio di volte per bere un po’ d’acqua e schiarirsi la voce. Ma le unghie sono ben affilate e servono al premier per difendere il suo operato dagli ultimi affondi del senatore liberaldemocratico.
Anche perché, dice Prodi: “Il nostro è un Paese che si è rimesso a camminare ed è uscito dalle emergenze: lo dicono tutti i numeri e tutti i dati macroeconomici. Abbiamo ripristinato l’avanzo primario e il debito sta calando. Chiuderemo l’anno con un rapporto deficit/Pil molto più basso del previsto, e cioè intorno al 2%”. E poi: “Il tasso di disoccupazione in Italia è il più basso da 25 anni a questa parte e l’Italia vanta la migliore situazione in Europa”.
Il premier, tuttavia, ha confermato la preoccupazione per il fatto che l’azione di risanamento dei conti pubblici completata nel 2007 non ha rimosso “una mancanza di fiducia molto diffusa e un clima di insicurezza che appesantisce e non permette di alzare il passo, camminare spediti e alla fine di correre”.
Ed è proprio questa diffusa percezione di insicurezza - che resiste ad ogni cambiamento - a frenare il Paese e a oscurare i miglioramenti ottenuti dalla squadra dell’Unione in questi primi 589 giorni di governo. La preoccupazione di Prodi insomma non sembra quella che è sulla punta della lingua di tutti i cronisti che attendono il loro momento per rivolgergli una domanda, cioè come terrà a bada l’ex premier Dini e se pensa di avere ancora una maggioranza. A questo il premier risponde indirettamente, con una prolusione di numeri, percentuali e cifre tutta incentrata sul divario tra quel che il Paese, con qualche fondamento, percepisce dell’azione di governo e quel che ha fatto di positivo l’esecutivo nell’affrontare i problemi che attraversano le famiglie, i giovani, le imprese: oggi “abbiamo aggredito i debiti come si fa nelle buone famiglie e abbiamo speso meglio” ma l’incertezza verso il futuro, dice il presidente del Consiglio, è ancora alimentata dalla paura, dalla diffidenza verso lo straniero, dal degrado ambientale, dalla criminalità. “Noi ci siamo dati il compito di guardare in faccia questa emergenza e di affrontarla” assicura Prodi, ma il problema è ancora la “percezione”.

Prodi è deciso inoltre nel difendere l’impronta riformista dell’operato suo e del governo, come aveva fatto in passato. Per lui non si cambia il mondo in un solo giorno ma si misura il successo di un esecutivo sul metro del miglioramento: “Se prima eravamo il malato d’Europa stiamo superando la convalescenza”, rileva il presidente del Consiglio e se il 2007 è stato l’anno degli incendi e dei rifiuti, dell’antipolitica, della casta, di una crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche, il 2008 dovrà essere l’anno “in cui proiettiamo l’Italia nel futuro”.
L’asso nella manica per risollevare l’immagine del suo governo davanti all’opinione pubblica è ora restituire “in modo sostanziale” potere d’acquisto ai salari, a cominciare da quelli medio-bassi, attraverso l’abbattimento dell’imposizione fiscale sulle buste paga e poi indirizzare nuove risorse verso le famiglie con figli. Per quanto riguarda la precarietà nel lavoro Prodi punta al dispiegarsi durante il 2008 delle misure contenute nel protocollo sul Welfare e sull’ordine pubblico il premier conta sull’efficienza dimostrata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura con importanti risultati registrati nel contrasto alla criminalità organizzata, pensa a una riedizione del decreto sicurezza. Secondo Prodi le “erbe infestanti” che minacciano l’albero di 2500 anni che è il nostro Paese, per dirla con l’ambasciatore americano a Roma, esistono, ammette: malavita, criminalità diffusa, pubblica amministrazione e una giustizia che non funziona.
“Ma”, conclude il premier, più ottimista del solito: “pochi alberi resistono 2500 anni rigogliosi come l’Italia”, per la quale lui spera che ritrovi un ruolo di leadership nel mondo in tempi veramente brevi, “ma non illudendo i cittadini italiani”.

E infatti il primo a non illudersi è proprio il leader dei Liberal Democratici, che replica così: “Prodi ha fatto una serie di promesse, ma ne erano state fatte anche in passato. Vedremo se avrà la capacità di realizzarle. Servono fatti non annunci”.
Il VIDEO servizio:
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Walter Veltroni da premier ombra predica bene. Ma da sindaco di Roma razzola male. Una situazione esemplificata un po’ di tempo fa da Francesco Cossiga con un divertente aforisma irripetibile.
Il tema è quello delle unioni civili: Veltroni, alcune settimane fa durante la trasmissione di Giuliano Ferrara, Otto e Mezzo, aveva “rimproverato” il governo per essersi speso sul tema delle unioni civili con queste parole: “Il tema delle unioni civili è uno di quelli che dovrebbe essere discusso in Parlamento”.
Ma quando la situazione è toccata a lui… In questi giorni a Roma è in discussione in consiglio comunale una delibera sulle unioni civili. Per la precisione, una proposta di iniziativa popolare portata avanti dai Radicali e dalla Rosa nel Pugno che il consiglio comunale, a norma di regolamento capitolino, deve discutere per decidere se istituire un registro delle unioni civili presso il Campidoglio. Nelle settimane scorse il capogruppo del Pd, Pino Battaglia, si era detto a favore. Poi, Veltroni è andato oltre Tevere. In udienza dal cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato varicano. E tutto è cambiato.
È stato scritto da varie parti che i due non hanno parlato della comune passione juventina, ma al prelato Veltroni avrebbe dato assicurazione che delle unioni civili non se ne sarebbe fatto nulla. Affermazioni mai smentite dal Campidoglio. Sta di fatto che dopo la visita in Vaticano la linea del Pd capitolino è mutata completamente. Nei corridoi della politica romana si dice che anche l’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, sia sceso in campo per dire ai suoi nel consiglio comunale di frenare sulle unioni civili. La linea di Veltroni, per i suoi nemici, è pilatesca: vuole che la soluzione si trovi in Parlamento. Salvo avere bloccato il proprio consiglio comunale.
La posizione del sindaco è attaccata dal leader del Partito Socialista, Enrico Boselli, che a Panorama.it dice: “Il silenzio sulla delibera che riguarda le unioni civili a Roma, (proposta mesi fa dal consigliere socialista Gianluca Quadrana) è un’ulteriore prova del deficit di laicità del Partito democratico”. Per Boselli, Roma è in sedicesimo l’Italia: “La vicenda riflette in piccolo quanto sta avvenendo in Parlamento sul disegno di legge sulle coppie di fatto. Ancora una volta dobbiamo constatare che le pressioni dei cattolici integralisti e del Vaticano hanno la meglio sui diritti delle persone. Veltroni, pur disponendo di un’ampia maggioranza in Campidoglio, ha dismesso i suoi panni da sindaco per indossare quelli di segretario del Pd e di premier ombra, privilegiando alle richieste dei cittadini e al rispetto del programma, i colloqui con il cardinal Bertone. Restare muti di fronte alle grandi questioni che riguardano i diritti civili equivale a costruire un Partito democratico che guarda più oltretevere che oltreatlantico dove i democratici americani sono avanti anni luce sui temi fondamentali delle libertà civili”.

Come ultima mediazione si è arrivati alla bozza Lucio D’Ubaldo (un assessore capitolino Pd di provenienza margheritina) che prevede un registro delle solidarietà civili, nel quale sarebbe possibile iscrivere tutti i conviventi della famiglia anagrafica. Una cosa che il Campidoglio già riconosce dal 1990 e che serve per stilare numerose graduatorie comunali. Insomma, una mediazione al ribasso.
Sempre in questi giorni due avvenimenti hanno intanto puntato ancor più i riflettori sulla vicenda. I Radicali, che sulla vicenda hanno fatto le barricate, hanno organizzato una fiaccolata (modesta nelle presenze) in Campidoglio. E la commissione Gustizia di palazzo Madama ha adottato il testo base sui Contratti di solidarietà (Cus). Adozione che ha prodotto ancora un caso di strabismo nel partito dell’Ulivo-tricolore: la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro ha commentato parlando di “una legge seria”, mentre proprio Veltroni, in Senato per discutere di riforme, ha rilasciato un secco “no comment”.
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La foto, non perfettamente a fuoco, ha in primo piano un neonato, dolcemente addormentato. Sul polso, il braccialetto di riconoscimento usato negli ospedali. Sopra però non c’è scritto il nome, Antonio o Francesca, Jessica o Andrea, ma la parola “homosexual”.
Di fianco, lo slogan: “L’orientamento sessuale non è una scelta”. Un manifesto che presto comparirà negli spot televisivi, nelle pagine pubblicitarie, su cartoline e depliant da distribuire e su manifesti da affiggere sui muri dei pubblici.
Questa la campagna-shock, destinata a far discutere, scelta dalla Regione Toscana per combattere le discriminazioni per “orientamento sessuale e identità di genere”. La campagna è sostenuta da “Ready”, la nuova Rete di Comuni, Province e Regioni italiane, che parteciperà al Festival della Creatività, in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 25 al 28 ottobre prossimi.
Il manifesto è stato ceduto gratuitamente alla Regione Toscana dalla Fondazione canadese Emergence, che lo aveva utilizzato la scorsa primavera per la giornata mondiale contro l’omofobia, con il patrocinio del governo del Quebec, dell’agenzia di salute canadese e della città di Montreal.
“Si tratta di una campagna pulita, che rispetta la privacy e il buon gusto” spiega l’assessore toscano all’attuazione dello Statuto, Agostino Fragai, quasi a prevedere, e parare, le critiche. “Certo affronta con forza ed in modo efficace una delle questioni di fondo di un tema eticamente discusso, sottolineando come l’omosessualità non possa essere considerato un vizio, ma una delle tante espressioni della personalità di un individuo”.
In Italia la Toscana, ha voluto ricordare l’assessore, è da anni impegnata contro l’omofobia. La legislazione regionale è stata la prima a tutelare i cittadini contro le discriminazioni sessuali, nel 2004, e tra l’altro è stata anche la prima a predisporre una “carta prepagata” per agevolare la ricerca di un lavoro a favore di transessuali e transgender. Un impegno, quello della regione governata da Claudio Martini, riconosciuto anche da Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay: “La nuova campagna di comunicazione è assolutamente all’avanguardia nel panorama della difesa dei diritti lgbt. È ora che l’Italia si adegui alla Toscana”.
E infatti la campagna è patrocinata dal Ministero per le Pari Opportunità, retto da Barbara Pollastrini cofirmataria insieme alla collega Rosy Bindi del ddl sui Dico.
Una legge che ha diviso il Paese e la maggioranza di centro sinistra: sarà così anche per questo manifesto?
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Pensavano fosse amore. E invece erano atti osceni in luogo pubblico.
Ma non ieri sera, a Roma, dove è andata in scena la versione romantica, cicale e ponentino compresi, del gay pride.
A quattro giorni dal “fattaccio” dei due ragazzi fermati dai Carabinieri perché rei di un bacio troppo appassionato, un centinaio di omosessuali romani si è dato appuntamento per un manifestazione di solidarietà, per rivendicare l’orgoglio gay e il diritto a potersi scambiare tenerezze senza essere denunciati.
Nessuno prende in considerazione la versione dei militari e cioè che il bacio non fosse tale, ma qualcosa di più, qualcosa oltre il cosiddetto “comune senso del pudore”. “E invece no” - dicono i ragazzi di via San Giovanni in Laterano, la via dei locali come il Coming out, la strada con vista sul Foro Romano che in molti hanno già ribattezzato Gay street: “Quei Carabinieri erano nuovi della zona, inesperti, qui tutti conoscono la nostra comunità e sanno come ci comportiamo: mai oltre”.
Sotto la luna, all’ombra del Colosseo e alla luce dei flash si sono baciate una trentina di coppie. A fare da guardoni – invitati, però - dieci telecamere e un pattuglione di una ventina di cronisti, con fotografi al seguito. Tutti ad inseguire i baci, appassionati e poco naturali, che ragazzi, ma non ragazze, si sono dati a favore dell’obiettivo. “Una sera siamo stati aggrediti a Trastevere – raccontano Nico e Michelle – abbiamo chiamato il 112 e i Carabinieri sono arrivati dopo 50 minuti. Vi sembra giusto? Forse erano a caccia di coppiette”.
Al Colosseo sventolavano le bandiere del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ma non quelle dell’Arcigay che ha organizzato una manifestazione fotocopia per il 2 agosto.
I baci dividono, i baci uniscono; i baci, a volte, causano guai. Le conseguenze dell’amore.