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Luigi de Magistris (la d minuscola indica origini aristocratiche) è il politico del momento. Alle ultime elezioni europee, dove era candidato con l’Italia dei valori, ha conquistato 415.646 preferenze, 19 mila in più del leader del suo partito, Antonio Di Pietro. A Catanzaro, dove vive con la moglie e due figli maschi, ha preso più voti persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Ma chi è questo emergente della politica, che ha trasformato il suo lavoro di magistrato in una rampa di lancio? De Magistris, 42 anni con la faccia pulita, una dichiarazione dei redditi da 77 mila euro (la consorte, Maria Teresa, avvocato e direttrice d’asilo, ne denuncia 12 mila) e un bilocale di proprietà a pochi metri dal mare, è certamente un caso unico: poco stimato dai colleghi (ricambiati), è invece visto dai suoi elettori come l’antidoto alla casta. Ma come è stato possibile? Ecco la prima radiografia completa del fenomeno de Magistris. Per capire chi sia e dove voglia arrivare. (qui il suo curriculum dal sito dell’Idv, in .pdf e qui l’intervista sul canale Klauscondicio)
La famiglia e le origini
I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso.
Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità .
Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: “Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto”. Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica.
Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità , il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode.
Il concorso
L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da 15 anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.
Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: “Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti”.
Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.
Inchieste ed errori
Il sostituto procuratore de Magistris sbarca a Catanzaro nel 1996. La sua prima grande operazione arriva un anno dopo ed è la cosiddetta indagine Shock, sulla casa di cura Villa Nuccia, in cui finirono in manette 21 medici e paramedici, in seguito tutti assolti. Antonino Bonura, psichiatra e direttore sanitario della struttura, arrestato due volte da de Magistris, è stato risarcito dallo Stato con 50 mila euro. Oggi dice: “Dopo la prima di sette assoluzioni sono stato colpito da un infarto e oggi i miei figli non vogliono più mettere piede in Calabria e si sono trasferiti al Nord”. Bonura ricorda il primo interrogatorio in carcere con il magistrato: “Mi guardava dall’alto in basso con disprezzo, non dimenticherò mai quell’espressione”.
Ma il pm napoletano non ha messo sotto inchiesta solo la sanità privata. Negli anni ha indagato anche il presidente della regione Agazio Loiero (assolto l’anno scorso) e ha ottenuto il sequestro dell’ospedale Ciaccio Pugliese. Un mese dopo il tribunale del riesame dispose la revoca. De Magistris non fece ricorso contro la decisione.
Da pm non ha esitato a disporre migliaia di iscrizioni sul registro degli indagati, richieste di sequestri e di perquisizioni monstre (lo strumento più usato, svincolato dal controllo dei gip), anche se spesso dal contenuto vago. Lo scorso maggio il gup Camillo Falvo ha rispedito in procura l’ultimo avviso di chiusura indagini preparato da de Magistris prima di lasciare Catanzaro per “la genericità dei capi d’imputazione”, seppur descritti in ben 60 pagine.
Secondo i suoi detrattori, le inchieste sui colletti bianchi del sostituto procuratore sembrano votate più a rassicurare l’opinione pubblica che a ottenere rinvii a giudizio o condanne. Lui ribatte che bisognerebbe domandarsi perché ci siano tante assoluzioni quando si indaga sulla pubblica amministrazione. E annovera tra i suoi successi un fascicolo su un traffico di rifiuti tossici e quello su una presunta rete di spioni illegali. Ma nel palmarès resta poco altro.
Nel gennaio 2008 il Csm lo ha trasferito esecrando alcuni suoi provvedimenti “abnormi”, come diversi decreti di perquisizione o i fermi ordinati senza richiesta di convalida. Lo ha punito pure per non avere informato delle sue iniziative i diretti superiori. Di cui de Magistris, uomo dal carattere sospettoso, non si è mai fidato. Per esempio non anticipò al suo capo, il procuratore Mariano Lombardi, diverse iscrizioni sul registro degli indagati, da quella dell’allora premier Romano Prodi a quella del senatore Giancarlo Pittelli (nel suo caso il pm chiuse il registro in cassaforte).
Pittelli annuncia a Panorama una nuova puntata della saga di de Magistris: “Mi sono trovato inopinatamente sotto inchiesta con accuse gravissime. Ora aspetto la conclusione dell’attività d’indagine dopo di che racconterò io la sua vera storia”.
Why not e la svolta politica
Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. Il pm quando legge quelle pagine diventa impaziente: per lui il comitato è senza dubbio una loggia massonica. Nel documento si parla di Prodi e della Repubblica di San Marino. De Magistris chiede di incontrare subito la donna in un luogo segreto. Ma la signora rifiuta le accelerazioni.
Solo alcuni giorni dopo, il 26 marzo, viene redatto un verbale con la testimonianza di Merante. Per de Magistris al vertice di questo giro di denari ci sarebbe una nuova P2. Decolla l’inchiesta Why not (qui tutti gli articoli che Panorama h dedicato alla vicenda e qui un blog sull’inchiesta), anche grazie alle prime perquisizioni: il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti riceve la visita degli investigatori nel giorno dell’insediamento del nuovo comandante generale. Ma il botto deve ancora arrivare,
Il 13 luglio de Magistris iscrive Prodi sul registro degli indagati. Palazzo Chigi fibrilla, ma lui vola a Eurodisney con la famiglia. I giornali si accorgono di questo sostituto procuratore e gli dedicano pagine e copertine. Lui organizza conferenze stampa volanti in spiagge e giardini con alcuni giornalisti (uno ha scritto un libro con lui, un altro si è candidato alle europee nella stessa lista). Risultato: finisce sotto inchiesta per le fughe di notizie. L’accusa non gli è nuova e si smarca in fretta.
Non riescono a fare altrettanto i suoi collaboratori, accusati in passato persino con lettere anonime. Negli anni un capitano e un maggiore dei carabinieri sono stati trasferiti, diversi militari si sono trovati indagati. De Magistris procede senza rallentamenti, sostenuto nelle indagini da Gioacchino Genchi, consulente esperto di tabulati telefonici e poliziotto in aspettativa (oggi indagato dalla procura di Roma per il suo database). Il pm gli concede persino di condurre parte degli interrogatori. “Sono stato sentito come persona informata sui fatti, ma sono uscito con la mente devastata” ricorda l’assessore all’Ambiente di Catanzaro Lorenzo Costa. “Le domande? Sì, le poneva anche Genchi”.
L’avvocato generale Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta di de Magistris e lui si rivolge alla procura di Salerno da dove fa la guerra al suo vecchio ufficio, sequestri compresi (come ha appena riconosciuto la Corte di cassazione). Nel gennaio 2008 il Csm lo trasferisce al tribunale di Napoli come giudice del riesame. Termina qui la storia del pm moralizzatore (”interpreta il ruolo in modo distorto, in un’ottica missionaria” gli è stato contestato in un procedimento disciplinare) e inizia la sua seconda carriera.
Il futuro del de Magistris politico
De Magistris, oratore militante e applaudito già ai tempi delle assemblee delle toghe napoletane, non è il candidato dell’Italia dei valori, ma quello di un potentissimo network (che ha uno spazio molto visibile sul suo sito internet), composto dal blog di Beppe Grillo e dalla trasmissione Annozero. Il giudice, il comico e Michele Santoro, un altro recordman delle preferenze europee nel 2004 (la cognata è il gip che ha archiviato le accuse contro il pm di aver favorito fughe di notizie), da tempo guidano una campagna contro la casta politica e il berlusconismo, in cui salvano il solo Antonio Di Pietro. In attesa di affrancarsi da lui.
A portare in dote ad Annozero de Magistris sono stati Marco Travaglio, più volte avvistato a Catanzaro, e Sandro Ruotolo, che con il magistrato ha preparato la discesa in campo televisiva all’hotel Benny. Alla squadra bisogna aggiungere la rivista Micromega e Il Quotidiano della Calabria, oltre al salotto tv della calabrese Antonella Grippo. All’inizio lo hanno applaudito (per poi scaricarlo) anche diverse associazioni antimafia come Ammazzateci tutti e l’Osservatorio Falcone e Borsellino, anche se l’unico che nella famiglia de Magistris che si occupa di criminalità organizzata è il cognato, Sandro Dolce.
Luigi nel 2004 ha provato a sfiorare l’argomento, con poca soddisfazione: il risultato anche in questo caso è stata l’assoluzione, arrivata proprio alla vigilia delle elezioni europee, di tutti gli imputati famosi del cosiddetto caso Reggio.
Nonostante tutto questo il pm non ha dovuto fare affiggere neppure un manifesto per ottenere un plebiscito nelle urne. La sua elezione ha stravolto la grammatica della campagna elettorale vecchio stile. Ma il parroco del Vomero, don Salvatore, ha detto a Panorama: “Qui non lo conosciamo”. Nella parrocchia nessuno dei fedeli lo ha votato. Solo il pasticciere Riccardo e la signora Antonella hanno scritto il suo nome “perché è un cliente e quel ragazzo lo stanno mettendo in croce”.
Ma questa è la politica che avanza, il passaparola avviene sulla rete. Su Facebook ci sono una novantina di gruppi che sostengono il giudice-politico con migliaia di iscritti. Solo 150 frequentatori del social network osano contestarlo (tra essi le “vittime di de Magistris”).
Insomma un successo annunciato. Resta da capire sino a quando il trio de Magistris-Grillo-Santoro avrà bisogno di Di Pietro.
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E adesso, passata “la sbronza” dei dati, dei flussi e delle analisi, è scoccata l’ora delle promozioni e delle bocciature eccellenti; dei ritorni in pista dei vecchi cavalli di razza che avevano saltato un giro; delle new entry che a suon di voti mettono a tacere gli scettici o chi pensava che la loro fosse soltanto una candidatura di bandiera.
Insomma: chi è riuscito a fare il salto verso Strasburgo? Chi salirà a bordo dell’aereo per l’Europarlamento?
Tra i 72 che occuperanno i seggi spettanti all’Italia ci sono: Ciriaco De Mita e Clemente Mastella; Barbara Matera e Debora Serracchiani; Luigi De Magistris e David Sassoli; mentre resteranno a terra il principe Emanuele Filiberto e Rosaria Capacchione.
Altri dovranno attendere il gioco delle opzioni dei candidati eletti in più circoscrizioni per sapere se riusciranno a rappresentare l’Italia nel consesso europeo, mentre per alcuni si tratterà soltanto di aspettare ancora qualche giorno, per dare modo agli eletti che decideranno di restare in Italia di formalizzare la loro scelta. Come nel caso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, risultato primo in tutte le 5 circoscrizioni dove guidava la lista per il Popolo della libertà , per complessivi 2 milioni 706mila 791 voti di preferenza (il premier fa quindi meglio del 2004, +365 mila).
Nel Pd il primo posto è del volto del Tg1 David Sassoli che mette insieme 400.502 preferenze, ma realizza l’impresa di raccoglierle tutte in una sola circoscrizione, il Centro; la piazza d’onore (dopo il Cavaliere) va invece all’ex pm e candidato con l’Italia dei Valori Luigi De Magistris: per lui hanno votato 415.646 elettori (ma in 5 circoscrizioni).
Big alla prova
Nel Pdl, subito dopo il premier, si colloca il ministro della Difesa Ignazio La Russa, secondo nella circoscrizione Nord-Ovest con 223.428 voti. Qui gli eletti del Pdl saranno quindi, nell’ordine: Mario Mauro, 48enne indicato da Berlusconi come più ch eprobablie candidato italiano per la presidenza dell’Europarlamento; l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini; Vito Bonsignore, che si piazza tra Laura Comi (coordinatrice di FI in Lombardia, per i giovani) e Licia Ronzulli (con loro anche Barbara Matera da Lucera ha ripagato la fiducia del premier Silvio Berlusconi che aveva, non senza sucitare polemiche, scommesso sulla loro freschezza, giovinezza e competenza).
Nel Nord-Est, sempre dopo il premier, il Pdl elegge Elisabetta Gardini, Sergio Berlato, Lia Sartori e Antonio Canciani. Per Bossi invece c’è un quinto posto nella top ten generale con 334.444 preferenze, anche per lui in tutte le circoscrizioni. Antonio Di Pietro si deve accontentare di un quarto posto con 396.641 voti (5 circoscrizioni).
New entry: l’exploit friulano di Debora
Ottima la performance per la novità targata Pd Debora Serracchiani: con le sue quasi 74mila preferenze, la giovane avvocato (che El Paìs aveva ribattezzato la Obama italiana, all’indomani del suo intervento critico, scaricato migliaia di volte da YouTube, contro i leader del Pd durante un’assemblea dei circoli friulani del partito) fa tirare un sospiro di sollievo a Franceschini. La 38enne, vice capogruppo nel Consiglio provinciale di Udine, numero tre della lista Pd nella circoscrizione Italia Nord Orientale, supera nella sua regione - il Friuli - anche i voti del capolista Pdl Silvio Berlusconi (64.286). “Mi sveglio, un occhio ai dati e… in Friuli Venezia Giulia Debora batte ‘papi’ 73.910 a 64.286″ si legge sulla pagina di Facebook della candidata. Notevole il distacco, sempre su scala regionale, anche con il capolista Pd Luigi Berlinguer, fermo a 11.244 preferenze.
Il Nord premia anche il leghista Matteo Salvini (70.021) e Mario Borghezio (48.290).
Tv e sport
Seggio a Strasburgo quindi per il giornalista Sassoli, che così segue una tradizione ormai consolidata (Santoro, Gruber, Badaloni e Marrazzo insegnano). Mentre l’ex signorina buonasera Barbara Matera si piazza al secondo posto nella circoscrizione Sud subito dopo Berlusconi con oltre 130mila preferenze.
Ex sindaci
Lasciano la politica nazionale per quella europea Leonardo Domenici, che si deve accontentare di un terzo posto con 102mila preferenze, e Sergio Cofferati che, nonostante le polemiche che hanno accompagnato la sua candidatura, ottiene invece più di 200mila voti. Ce la fa anche l’ex primo cittadino di Milano Gabriele Albertini (Pdl): si deve però accontentare di 66.930 preferenza.
Grandi firme
Resta fuori Rosaria Capacchione, cronista del Mattino, sotto scorta per le minacce ricevute dopo le sue numerose indagini sulla criminalità organizzata e candidata nelle liste del Pd. Niente da fare anche per Sergio Staino, il padre di Bobo e firma storica dell’Unità , che si era presentato con Sinistra e Libertà . Arriva invece in Europa Magdi Cristiano Allam, candidato per l’Udc e firma del Corsera per molto tempo: a lui 39.637 preferenze.
Chi non ce la fa e chi dice addio
Restano fuori tutti i candidati dei “piccoli”. Tra gli esclusi anche l’erede dei Savoia Emanuele Filiberto (Udc), l’ex senatore Nino Strano (Pdl) che la scorsa legislatura divenne celebre per aver festeggiato la caduta del governo Prodi mangiando una fetta di mortadella nell’Aula di Palazzo Madama. Al momento non rientra (ma potrebbe farcela considerando le rinunce) nella lista degli eletti Gianni Vattimo, che quest’anno ha smesso di insegnare all’Università di Torino e si è candidato nelle liste dell’Idv. Esiguo però il gruzzolo del professore: 14.951 voti.
Le isole premiano la lotta antimafia
Per il Pd, nella circoscrizione insulare, il primo posto è di Rita Borsellino con 229.981 preferenze, seguita seppure a distanza (150.368) da Rosario Crocetta sindaco di Gela da sempre impegnato nella lotta alla Mafia.
Il gran ritorno degli ex dc
Ce la fa Ciriaco De Mita che nelle liste Udc si piazza al primo posto con 56.442 preferenze. E ce la fa anche l’ex Guardasigilli Clemente Mastella che può cantare 111.710 voti. L’ex Guardasigilli del governo Prodi, si troverà nell’euroemiciclo con l’ex pm De Magistris che lo mise sotto inchiesta. Come reagirà : “Non c’è il rancore nel mio dna, però qualche sassolino nelle scarpe m’è rimasto. Non credo che ci incontreremo a Bruxelles, saremo su banchi diversi. La partita comunque non è finita…”, ha fatto sapere, appena eletto eurodeputato nelle file del Popolo della libertà , al Corriere della Sera.
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Nell’archivio di Gioacchino Genchi, il consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris (sospeso in questi giorni dalla Polizia), i carabinieri del Ros avrebbero individuato 13 milioni di intestatari di utenze telefoniche, le cosiddette “anagrafiche”.
Tra il materiale sequestrato nel corso delle recenti perquisizioni disposte dalla procura di Roma nell’ufficio di Genchi a Palermo, attualmente al vaglio degli investigatori, anche dati relativi a un milione e 160 mila persone ricavati delle anagrafi di Palermo, di Mazara del Vallo e di alcuni comuni calabresi ancora in corso di identificazione che sarebbero state letteralmente copiate, forse per consentire al consulente di effettuare dei collegamenti con gli intestatari delle utenze telefoniche.
Il totale dei tabulati acquisiti da Genchi ammonterebbe, infine, a 350 milioni di righe di traffico telefonico, ognuna delle quali contiene un chiamante, un chiamato, data, ora, durata e ubicazione della cella telefonica.
Durante le inchieste Poseidone e Why Not condotte dalla procura di Catanzaro, Genchi avrebbe acquisito - secondo gli accertamenti del Ros, citati nella relazione del Copasir sui “rischi per i servizi segreti derivanti dall’acquisizione e mancata distruzione di dati sensibili” - le ‘anagrafiche’ di circa 392mila soggetti, sia persone fisiche che giuridiche: un numero che ora lievita addirittura a 13 milioni, dopo l’esame del materiale sequestrato dai carabinieri a Palermo.
Materiale, viene sottolineato da fonti investigative, che infatti non riguarda più solo le due indagini di Catanzaro, ma tutti i numerosi procedimenti penali di cui Genchi si è occupato come consulente.
“L’individuazione nell’archivio Genchi di 13 milioni di utenze telefoniche potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Ma al di là dei numeri impressionanti e della gravità dei fatti, restano altri aspetti inquietanti che vanno chiariti” afferma il senatore del Pdl Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Secondo Esposito, “sarebbe importante sapere se la banca dati di Tavaroli è la stessa di Genchi e quanti Genchi sono esistiti negli ultimi anni in Italia. Così come, ed è il livello più delicato dell’intera vicenda, sarebbe fondamentale capire chi, a livello istituzionale, ha protetto Genchi in questi 10 anni”.
“Oggi il cosiddetto superconsulente è sospeso dalla polizia, ma quello che vorremmo veramente sapere” conclude “è se sono cessati automaticamente anche tutti gli incarichi che la magistratura gli ha affidato. Domande più che legittime, quando sono in gioco la libertà e la sicurezza e dei cittadini”.
Il VIDEO servizio:
Le gole profonde si confidano ormai su internet. Un giudice di Filadelfia, negli Stati Uniti, rivela le sue incertezze su una sentenza durante la discussione in camera di consiglio: non ne parla al telefono, ma su Facebook. Ed è ormai abitudine per avvocati e giudici scrivere su twitter, un microblog che permette di tenersi in contatto con gruppi di amici. Il rapido successo dei social network rende più sfumato il confine tra pubblico e privato. Con conseguenze inattese.
Centinaia di fan hanno fondato gruppi in sostegno dei magistrati italiani su Facebook: è Luigi de Magistris a raccogliere il maggio numero di sostenitori online con 3mila persone riunite in “ex pm Luigi de Magistris” e “Sosteniamo Luigi de Magistris“. Ma il giudice del tribunale del riesame di Napoli (ora in aspettativa perché ha scelto l’attività politica con l’Italia dei valori) può consolarsi, dall’aver appreso di essere indagato nell’ambito della “guerra” tra le Procure di Salerno e Catanzaro relativa all’inchiesta “Why not”, con decine di gruppi affini: come “La società sparente”, nato da un libro che racconta le inchieste dell’ex pubblico ministero in Calabria, con la prefazione bipartisan del filosofo Gianni Vattimo e della parlamentare del Pdl Angela Napoli (qui il .pdf).
Non poteva mancare Henry John Woodcock, sostituto procuratore a Potenza, che ha portato avanti le inchieste su Vallettopoli. Ma anche altri protagonisti delle prime pagine dei quotidiani hanno raccolto consensi tra i gruppi di Facebook: circa mille persone sostengono Clementina Forleo, giudice per le indagini preliminari che si è occupata dei “furbetti del quartierino”. Ma il social network che appassiona gli italiani è soltanto uno tra gli spazi di internet dove il pubblico sostiene o critica i magistrati: centinaia di blog e video su Youtube rivelano una vasta audience che segue con attenzione l’attività dei pubblici ministeri e dei giudici.
“Una scelta di vita, non tornerò indietro”, dice l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris spiegando perché si candiderà per le prossime elezioni europee con l’Italia dei Valori. E mentre il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, commenta: “I magistrati che scelgono la politica non dovrebbero più tornare in magistratura”, è lungo l’elenco degli ex-magistrati che hanno scelto di fare il salto e in politica: sia a sinistra (molti) sia a destra (alcuni). Ricoprendo anche incarichi politici tra i più alti dello Stato.
Tra i più famosi Oscar Luigi Scalfaro, magistrato solo dal 1942 al 1946, che iniziò la sua carriera politica nel 1946 come membro dell’Assemblea Costituente, per poi essere eletto in Parlamento dal 1948 al 1992, anno in cui è prima presidente della Camera, per due mesi, e poi presidente della Repubblica.
Altri nomi eccellenti: Luciano Violante, magistrato fino al 1979 quando diventa deputato per il Pci e poi presidente della Camera; Franco Frattini, ex magistrato amministrativo diventato vicesegretario alla presidenza del Consiglio nel 1993 e poi ministro degli Esteri e commissario Ue; Antonio Di Pietro, ex pm di “Mani pulite”, che lasciò la toga nel 1994 in diretta tv per diventare poi ministro dei Lavori pubblici nel Governo Prodi, senatore dell’Ulivo e infine fondatore dell’Italia dei valori; Gerardo D’Ambrosio eletto per Ds quando era già in pensione, dopo una prestigiosa carriera giudiziaria che lo ha visto protagonista delle inchieste sulla strage di piazza Fontana, sul Banco Ambrosiano, fino al pool ‘mani pulite e all’incarico di procuratore capo di Milano.
Ma i nomi da citare sono tantissimi, dall’andreottiano Claudio Vitalone recentemente scomparso a Enrico Ferri, il ministro dei lavori pubblici famoso per il limite dei 110 all’ora e segretario Psdi; dal pretore d’assalto Gianfranco Amendola (eletto per i Verdi) a Ferdinando Imposimato (eletto in varie liste di sinistra); da Tiziana Parenti, passata dal pool di “Mani pulite” a Forza Italia e diventata presidente della commissione Antimafia, a Felice Casson, che dalle indagini su Gladio è passato alla candidatura a sindaco di Venezia e poi all’elezione in Parlamento nelle liste dei Ds prima e del Pd poi, ad Adriano Sansa, eletto sindaco di Genova e poi rientrato in magistratura.
L’elenco completo sarebbe troppo lungo, ma non si può fare a meno di nominare Francesco Nitto Palma, eletto in Forza Italia e sottosegretario all’Interno; Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd in Senato; Giuseppe Ayala, eletto senatore Ds e poi tornato in magistratura come consigliere alla Corte d’appello di L’Aquila; Alfredo Mantovano, parlamentare di An e sottosegretario all’Interno.

La porta in uscita è aperta. Ma potrebbe non esserlo per il rientro.
Se non si trattasse del vice presidente dell’autorevole organo di autogoverno della magistratura, si potrebbe semplificare così il parere con cui Nicola Mancino ha dato il via libera alla candidatura per le prossime elezioni europee dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, nelle liste dell’Idv di un altro ex pm, Antonio Di Pietro.
E infatti: i magistrati che scelgono la politica non dovrebbero più tornare in magistratura, dice Nicola Mancino.
Il vice presidente del Csm, prima di esprimere il suo voto favorevole al collocamento in aspettativa dell’attuale giudice del tribunale di Napoli, ha letto al Plenum la seguente dichiarazione: “L’esigenza che esprimo è che venga disciplinata l’ipotesi del parlamentare che vuole tornare a fare il magistrato. A mio avviso è preferibile che venga stabilito il divieto di rientrare nell’Ordine Giudiziario, e venga garantita, a domanda, la mobilità nella Pubblica Amministrazione, nella funzione e nel ruolo press’a poco corrispondenti a quelli di provenienza”.
“La candidatura del dott. Luigi De Magistris, ma non è non sarà la sola, pur legittima, chi può mai comprimere l’elettorato passivo? - ha detto ancora il vice presidente del Csm, Mancino - apre un dibattito (l’ennesimo) e una riflessione (vecchia)”. “Una volta candidato, il giudice ammette d’essere divenuto parte, non foss’altro perchè si è schierato con una forza politica, e non certo per un solo giorno” ha sottolineato “lo status di parlamentare è a termine, permane fino a quando gli elettori lo confermano. Può anche accadere che il parlamentare spontaneamente rinunci alla carica elettiva”. “La questione è tutta intorno al rientro nel ruolo di magistrato. È giusto che rientri? Ho sempre sostenuto di no” ha concluso “anche se non sono mai riuscito, quando ero in Parlamento, ad avere condivisione da molti colleghi parlamentari”.
A rassicurare il vicepresidente del Csm, ci pensa proprio l’interessato: “Per me questa è una scelta di vita. Ho passato da poco i 40 anni e finora ho fatto il magistrato. Ora, con questa scelta di candidarmi con l’Idv, seguirò un nuovo progetto di vita: la mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto”, fa sapere Luigi de Magistris, nel corso di una conferenza stampa. Sul perché lasci la toga, De Magistris risponde con gli stessi argomenti usati sul sito dell’onorevole Di Pietro: “La mia è una sorta di sconfitta della magistratura. Il mio sogno è sempre stato di fare il magistrato. La svolta c’è stata quando ho capito che non si voleva andare a fondo nelle inchieste. Ma da un’apparente sconfitta” ha sottolineato “ho capito di avere una grande opportunità . Candidandomi con l’Idv posso fare qualcosa per il mio paese, per il bene pubblico. Anche perché c’è un grave pericolo per noi tutti: stanno svuotando la Costituzione con leggi ordinarie e la stanno stravolgendo con la prassi e c’è bisogno di fare comprendere all’Europa come è a rischio la nostra democrazia dove ormai c’è la criminalizzazione del dissenso e si tende al pensiero unico. Siamo in una fase che precede una svolta autoritaristica”. E proprio nelle ore in cui si discute della sua candidatura, De Magistris è stato indagato a Roma per le ipotesi di reato di concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, in relazione all’inchiesta avviata lo scorso dicembre dalla procura generale di Catanzaro, che indagò per i medesimi reati anche sette pm della procura di Salerno, tra cui l’ex procuratore Luigi Apicella. Anche i sette magistrati salernitani sono indagati a Roma.
Poco prima era intervenuto anche Antonio Di Pietro, ad annunciare l’irreversibilità della scelta dellex pm di catanzaro: “De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Anche lui, come me, pensa che sia una strada senza ritorno una volta che da magistrato di passa alla politica”, ha affermato il leader dell’Italia dei Valori a Radio 24. “De Magistris” ha aggiunto Di Pietro “lascerà con l’amarezza nel cuore perché ha dato tutto se stesso e quando uno fa il proprio dovere ne paga le conseguenze. Alla fine la colpa è di chi scopre i delinquenti”. E a Clemente Mastella che ieri commentando la scelta dell’ex pm di catanzaro aveva commentato: “Ora capisco tante cose”, l’ex ministro Di Pietro replica: “Mastella offende la propria intelligenza se pensa che de Magistris l’anno scorso ha messo in piedi l’inchiesta Why not per poi candidarsi. A tutt’altro pensava, come a tutt’altro pensavo io, quando facevo il magistrato. Poi abbiamo lasciato la magistratura per colpa di un potere assurdo”.
Il VIDEO servizio:
“Il giudice che entra in politica non indossi più la toga”, dice Nicola Mancino vicepresidente del Csm, dando il via libera all’aspettativa dell’ex pm De Magistris che correrà alle Europee con l’Idv. Siete d’accordo?
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Dall’aula di tribunale a quella di Strasburgo. E la strada passa dall’Idv.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la politica: “correrà ” per le prossime elezioni europee con l’Italia dei Valori, “governata” da un altro ex pm, Antonio Di Pietro. “Lo farò come indipendente, insieme ad altri esponenti della società civile”, dice il magistrato che ha chiesto oggi al Csm l’aspettativa per potersi candidare. Il via libera potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente già domani dal plenum del Csm.
L’ex pm, sul sito di Antonio Di Pietro, presenta la sua scelta così: “Lascio un lavoro al quale ho dedicato quindici anni della vita e che è stato il mio sogno, come ha detto qualcuno, la missione di questi anni. Ritengo che non mi è stato consentito di esercitare le funzioni che amavo, in particolare quella di Pubblico Ministero, che mi consentivano di investigare, di accertare i fatti, di fare quello che ho sempre sognato nella mia vita. [...] Sono contento del progetto che mi è stato proposto da Antonio Di Pietro e dall’Italia dei Valori e dell’impegno richiestomi dalla società civile. Il mio è l’impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto”.
Titolare delle indagini “Why not”, “Poseidone” e “Toghe lucane” in cui inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati, De Magistris svolge ora il ruolo di magistrato giudicante presso il Tribunale di Napoli dopo il trasferimento da Catanzaro per “incompatibilità ” ordinato al termine di un’indaginie interna dal Csm. Un provvedimento che l’ex pm giudicò ingiusto e giustificato solo dalla volontà di allontanarlo da inchieste pericolose per il “potere”.
Sul suo trasferimento, i colleghi di Napoli avviarono un’indagine sulla Procura di Catanzaro a sua volta mobilitata a scoprire la legittimità dei provvedimenti della giustizia partenopea. Una guerra tra procure che si concluse con la sospensione del procuratore di Salerno Luigi Apicella, e il trasferimento d’ufficio di quattro toghe di Catanzaro e Salerno.
Voci su una sua candidatura alle europee circolavano da tempo. E in una recente intervista aveva detto di non poter escludere di scendere in politica, ma di non aver ancora deciso: “sono stato messo ingiustamente all’angolo, per non nuocere evidentemente. Continuano iniziative disciplinari assolutamente prive di fondamento e incredibili per certi aspetti, quindi io non escludo in questo momento nulla. Ma questo non significa che ho preso delle decisioni”.
E oggi la decisione è stata resa pubblica. Con questo VIDEO su YouTube:

Gioacchino Genchi, consulente del magistrato Luigi De Magistris per le inchieste Why not e Poseidon
Può lo Stato essere messo sotto controllo? Eccome se può. Il ministero degli Esteri, per esempio: due utenze sottoposte a monitoraggio del traffico. Attività produttive: un’utenza. Trasporti: un’utenza. Comunicazioni: un’utenza. Difesa: due utenze. Marina mercantile: un’utenza. Presidenza del Consiglio: sei utenze. Una decina per il ministero della Giustizia. Va peggio di tutti al regno della sicurezza, il Viminale: decine di utenze controllate. Non si salvano la presidenza della Camera e quella del Senato. La Guardia di finanza è auscultata in tutta Italia. Non sono sicuri i telefoni di Margherita, Udc, Ds, Forza Italia.
L’elenco bipartisan dei parlamentari senza privacy, presenti e passati, va da Clemente Mastella (Udeur) a Gianni Pittelli (Forza Italia), da Giovanni Kessler e Marco Minniti (Pd) a Beppe Pisanu (Forza Italia). Neppure i servizi segreti sfuggono al Grande fratello: sei utenze del Sismi osservate speciali, tra cui quelle del direttore Nicolò Pollari, del responsabile dei centri Sismi del Nord Italia Marco Mancini e del generale dei carabinieri (ora defunto) Gustavo Pignero. Non sfugge alla rete la Direzione nazionale antimafia: controllato il numero del procuratore nazionale Piero Grasso, come quelli dei magistrati Alberto Cisterna, Nicola Gratteri ed Emilio Ledonne. Tenuto d’occhio il sostituto procuratore Francesco Mollace. Ispezionato telefonicamente il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller. Nella categoria avvocati troviamo Massimo Dinoia. Naturalmente in questa galleria non può mancare l’Autorità del garante della privacy rappresentata dal vicepresidente Giuseppe Chiaravalloti. Ciliegina sulla torta di “Interceptor”, ecco spuntare il nome di Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza Telecom, e i numeri telefonici della Pirelli.
“Il più grande scandalo della storia della Repubblica” l’ha definito Silvio Berlusconi. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle istituzioni sotto controllo, di cui Panorama rivela alcuni dettagli, il presidente del Consiglio non ha tutti i torti. Anche Francesco Rutelli, presidente del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), è preoccupato. Le istituzioni scoprono di essere vulnerabili: politici, magistrati, alte cariche dello Stato, uomini dei servizi e della Guardia di finanza sono monitorati nei loro contatti telefonici, nei loro scambi per via elettronica e nei loro spostamenti. Al centro di tutta questa attività ci sono un uomo, Gioacchino Genchi, un magistrato, Luigi De Magistris, e un metodo investigativo che è dilagato al punto da assumere la forma sinistra di una ragnatela nella quale perfino lo Stato è impigliato.
Da Castelbuono alla Rete
Genchi Gioacchino da Castelbuono (Palermo) non è un investigatore di paese. Vicequestore in aspettativa sindacale alla questura di Palermo, 49 anni, uomo di grande sicurezza ed ego smisurato, è probabilmente il più abile e intelligente detective informatico d’Italia. Il suo pensiero è sofisticato, la sua conoscenza del software e dell’hardware sorprendente. Il suo talento micidiale ha cominciato a rivelarsi fin dagli anni Ottanta, quando “smanettava” sui primi pc in commercio. Nel 1985 entra in polizia e già dopo tre anni il capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, lo mette alla testa della direzione telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Carriera fulminante.
Nel 1996 diventa consulente tecnico dell’autorità giudiziaria. Su incarico del Csm tiene corsi di formazione e aggiornamento per magistrati e uditori giudiziari. In breve, Genchi diventa un punto di riferimento: “I risultati del mio lavoro sono consacrati in centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce alla Corte di cassazione” si vanta sul suo sito web. È vero, ma la sua attività vista in controluce ha più di una zona oscura. Tanto che già nel 1993 Ilda Boccassini, allora sostituto procuratore di Caltanissetta, drizza le antenne e si scontra con Genchi, che all’epoca è il tecnico del pool investigativo sulla strage di Capaci e vuole allargare l’indagine ai contatti telefonici privati e alle carte di credito di Giovanni Falcone. O me o lui, dice “Ilda la rossa”. E la spunta.
Questione di metodo
De Magistris, sostituto procuratore a Catanzaro, non si pone tutti questi dubbi e ricorre al “metodo Genchi” per le sue inchieste Why not e Poseidon. Così il lavoro dell’uomo venuto da Castelbuono esce dal cono d’ombra. Le indagini partono da presunti casi di malaffare locale e si allargano a macchia di leopardo fino a toccare le più alte istituzioni dello Stato.
Nel 2005 l’inchiesta Poseidon, nata su un uso illecito dei fondi europei, accende i fari su Walter Cretella-Lombardo, ufficiale della Guardia di finanza, consigliere dell’allora commissario europeo Franco Frattini, e tocca Lorenzo Cesa (segretario Udc) e Giuseppe Chiaravalloti, presidente della Regione Calabria e oggi commissario del garante della Privacy. Nel 2007 l’inchiesta Why not ha il colpo d’ala quando De Magistris, seguendo le tracce (informatiche e telefoniche) di Antonio Saladino, presidente della Compagnia delle opere in Calabria, arriva fino a Romano Prodi e Clemente Mastella (per entrambi è giunta l’archiviazione).
La pesca a strascico
È durante queste indagini che Genchi dispiega il suo metodo: la pesca a strascico per via elettronica. Una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel suo raggio d’azione. Genchi, su autorizzazione del magistrato, chiede ai gestori della telefonia italiana i dati anagrafici di migliaia di utenze e i tabulati del traffico in entrata e in uscita. Organizza il monitoraggio dei numeri sospetti e ricostruisce, attraverso un’analisi incrociata delle telefonate, i rapporti fra i titolari. Usa le connessioni telefoniche per consentire alla magistratura di fare connessioni investigative. Perché Genchi è più che un mero fornitore di tabulati: è l’eminenza grigia delle indagini.
Su autorizzazione del solo De Magistris, Genchi accumula 578 mila schede anagrafiche e 1.042 tabulati, controlla 390 mila persone e 1 milione di contatti telefonici. Non sappiamo quali dati abbia archiviato attraverso altre consulenze e soprattutto chi conservi oggi questi dati.
Genchi sostiene che non ci sono intercettazioni, soltanto analisi dei tabulati telefonici. Il problema è che i dati del traffico sono come un pedinamento: attraverso il sistema delle celle si è in grado di controllare non solo le chiamate in entrata e in uscita, ma gli spostamenti del titolare del telefonino e ovviamente gli sms e la posta elettronica. Lecito e illecito, mogli, mariti ed eventuali amanti, amici, affari, passioni, odi, gioia e dolore. Tutto finisce nel calderone elettronico. L’Italia, vale la pena di ricordarlo, è uno dei paesi con la massima diffusione di telefonini nel mondo. Ma c’è un orwelliano Grande fratello che tutto vede e tutto sa. Genchi non è il solo a svolgere quest’attività di pesca: i consulenti delle procure sono centinaia e a questi bisogna aggiungere i detective privati e i responsabili della sicurezza delle aziende in stile Tavaroli.
Chi controlla Interceptor?
Perfino i dati raccolti lecitamente sono a rischio. “Un consulente dell’autorità giudiziaria, secondo la legge, è equiparabile a un pubblico ufficiale e quindi è tenuto a rispettare gli stessi obblighi che vigono in un ufficio giudiziario” ricorda l’avvocato Giovanni Guerra, 43 anni, otto anni di lavoro all’Autorità sulla privacy, uno dei massimi esperti di nuove tecnologie, diritti della persona e comunicazioni elettroniche. Perfetto, ma, chiuso il rapporto di consulenza con i magistrati, siamo certi che i dati vengano conservati secondo quanto dispone la legge? O la tentazione di farsi un backup (salvataggio dei dati) illecito su un server delle Isole Cayman è troppo forte? Siamo certi che le informazioni delicate non finiscano nelle mani di qualche ricattatore o vengano utilizzate per fini illeciti? Guerra spiega che “per finalità di giustizia penale i dati devono essere conservati in strutture di massima sicurezza. Anche gli accessi ai dati da parte degli amministratori di sistema devono essere tracciati. In America c’è stato un adeguamento dopo l’11 settembre”. E in Italia? Le norme ci sono, ma sui controlli il dubbio è più che lecito.
Si è disquisito sulla differenza sostanziale tra intercettazioni e il semplice tracciamento dei dati. In realtà un tabulato senza conversazioni può fornire un sacco di notizie private e per niente neutre, soprattutto se consideriamo l’intestatario delle utenze, i suoi contatti e i suoi spostamenti. Secondo Guerra, intercettazioni e traffico dati “in sostanza sono equiparati: c’è una lesività maggiore nell’intercettazione, ma un’altrettanto grave lesione c’è quando si pongono sotto monitoraggio gli spostamenti telefonici. Esistono software in grado di ricostruire la tua posizione geografica mentre sei al telefono”. È sicuro un Paese dove i membri della Direzione nazionale antimafia possono essere localizzati quando e come si vuole? È sicuro un paese dove il Parlamento e il governo sono sotto scacco telefonico? È sicuro un Paese dove il direttore del servizio segreto non ha più un segreto? Semplicemente: è un Paese?
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Le inchieste “Why not” e “Poseidone” della procura di Catanzaro e di quella di Salerno su presunti illeciti legati alle inchieste del pm De Magistris proseguiranno nelle rispettive competenze della procura calabrese e di quella campana. L’impasse è stata sbloccata grazie ad un doppio dissequestro degli atti compiuto innanzitutto dalla procura generale di Catanzaro e successivamente da quella di Salerno, in seguito all’intesa raggiunta tra i responsabili dei due uffici giudiziari.
La complessa mediazione tra la procura generale di Catanzaro e la procura della Repubblica di Salerno, dopo l’intervento del procuratore generale della Cassazione per trovare una via d’uscita in linea con le indicazioni del capo dello Stato, è stata svolta per due giorni dal procuratore generale di Salerno Lucio di Pietro. Il procuratore generale ha convocato il procuratore di Salerno Luigi Apicella e un delegato del procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli. L’impasse giurisdizionale, che aveva bloccato entrambe le inchieste non consentiva alcuna scappatoia legale. A quanto si è appreso, la mediazione del procuratore generale di Pietro avrebbe convinto i vertici delle due procure in conflitto a trovare tale accordo. La procura di Salerno potrà quindi acquisire copia degli atti che interessano la propria indagine e quella di Catanzaro continuare gli accertamenti sulle inchieste Why Not e Poseidone.
I due uffici giudiziari hanno “consentito il ripristino, mediante idonee iniziative processuali, delle condizioni per il pieno esercizio della giurisdizione”. Lo sottolinea il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, in una nota trasmessa al presidente Giorgio Napolitano e i cui contenuti sono stati riferiti dal segretario della procura generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo. Esposito richiama l’”alto auspicio”, espresso nel comunicato del Quirinale del 4 dicembre a proposito dello scontro tra le Procure di Salerno e Catanzaro sull’inchiesta De Magistris, affinché “gli organi di vertice dell’ordine giudiziario volessero assumere specifiche iniziative dirette a superare la paralisi processuale”.
Il presidente Napolitano ha “vivamente apprezzato” la comunicazione dell’intesa tra le procure di Catanzaro e di Salerno: “La risoluzione, assunta dagli organi di vertice degli uffici giudiziari nell’esercizio delle attribuzioni previste dalle disposizioni vigenti, costituisce un significativo passo verso il superamento della grave situazione di paralisi delle rispettive funzioni processuali creatasi a seguito dell’aspro contrasto tra le due procure”, si legge in una nota del Quirinale.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, attualmente giudice del riesame di Napoli, ai cronisti che gli chiedevano un parere sul conflitto istituzionale tra le procure di Salerno e Catanzaro ha dichiarato che “è un momento delicato, un momento in cui è opportuno non esprimere alcuna dichiarazione, al momento opportuno anche io dirò la mia”.
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Nella guerra tra procure prende la parola anche il capo dello Stato, che è anche presidente del Csm. Con una richiesta al procuratore generale di Salerno, il presidente Napolitano chiede gli atti dell’indagine condotta dalla procura di Salerno sulle presunte illegalità commesse dagli uffici giudiziari di Catanzaro nel sottrarre all’ex pm De Magistris le indagini Why not e Poseidone.
Nella richiesta di Napolitano si evidenzia il “carattere di eccezionalità ” della vicenda con “rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale”. E l’intervento appare come una scelta dirompente in un clima già molto teso.
A due giorni dalle perquisizioni negli uffici giudiziari di Catanzaro, dopo le dichiarazioni del procuratore generale che giudicava l’indagine sui suoi uffici un vilipendio e dopo gli accertamenti ordinati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, è ormai guerra tra Procure: mentre Salerno indaga i colleghi di Catanzaro, il Pg calabrese risponde annunciando che sette magistrati di Salerno, tra cui il capo della Procura, sono inquisiti in merito alle perquisizioni e al sequestro ordinate ieri l’altro negli uffici calabresi.
Al momento non si sono apprese le ipotesi di accusa nei confronti dei magistrati campani. Oltre al sequestro degli atti delle due inchieste, i pm della Procura di Salerno hanno eseguito anche numerose perquisizioni nei confronti di magistrati della Procura generale e della Procura di Catanzaro. L’inchiesta della Procura di Salerno è scaturita dalle denunce fatte dall’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, circa l’avocazione dell’inchiesta Why Not da parte della Procura generale.
Secondo il capo dello Stato si tratta di una vicenda senza precedenti che ha gravi implicazioni istituzionali.
Questo il comunicato del Quirinale: “Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, su incarico del Presidente Giorgio Napolitano, ha oggi inviato al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno, dott. Lucio Di Pietro, la seguente lettera: ‘La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ha effettuato ieri perquisizioni e sequestri nei confronti di magistrati e uffici della Procura Generale presso la Corte di appello di Catanzaro e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di quella città . Tali atti di indagine, anche per le forme e modalità di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi di informazione, suscitando inquietanti interrogativi. Inoltre, in una lettera diretta al Capo dello Stato, il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto ‘Why Not’ pendente dinanzi a quell’ufficio, che ne ha provocato la interruzione. Tenendo conto di tutto ciò, il Presidente Napolitano mi ha dato incarico di richiederLe la urgente trasmissione di ogni notizia e - ove possibile - di ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che - prescindendo da qualsiasi profilo di merito - presenta aspetti di eccezionalità , con rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale, primo tra tutti quello di determinare la paralisi della funzione processuale cui consegue - come ha più volte ricordato la Corte costituzionale (tra le altre, con le sentenze e le ordinanze n. 10 del 1997, 393 del 1996, 46 del 1995) - la ‘compromissione del bene costituzionale dell’efficienza del processo, che è aspetto del principio di indefettibilità della giurisdizione’”.
Immediate le reazioni del mondo giudiziario e politico. “Non vorrei che su di me ci fosse l’ombra del sospetto”. Se un’eventualità del genere dovesse accadere “non esiterei ad andarmene”, ha detto il vice presidente del Csm Nicola Mancino, riferendosi a un’indiscrezione secondo la quale sarebbe coinvolto nell’inchiesta sul caso De Magistris.
“Sta accadendo quello che non poteva che accadere, e cioè che una volta entrata la politica nella magistratura questa finisce per intaccare e tagliare le radici della stessa magistratura”, ha commentato Gaetano Pecorella intervistato da Radio radicale parlando di “Una guerra per bande interna alla magistratura”.
“Con questo sistema per cui le informazioni di garanzia, le notizie sui giornali, le telefonate più o meno interessanti vengono pubblicate, si finisce per lasciare in mano a questo o quel magistrato delle forme di epurazione. In questo modo si colpisce l’intero Csm perché Mancino lo rappresenta”, ha aggiunto il deputato del Pdl. “Se dovesse dimettersi lui ci sarebbe da rivedere l’intero attuale Csm”, ha aggiunto. “Credo che sia un danno gravissimo per il Paese che comporta una perdita di fiducia” ha concluso Pecorella “il Paese non sa se a Catanzaro c’è una specie di associazione a delinquere fatta di magistrati con ramificazioni che arriverebbero addirittura al Csm oppure se c’è un gruppo di magistrati che ha sentito la necessità di scrivere 1700 pagine per fare una perquisizione con lo scopo evidentemente di diffondere dati e notizie, perché credo che sia la prima volta che per un decreto di perquisizione si occupano 1700 pagine”.
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