Archivio per il tag “Palermo”
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Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.
È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.
Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.
Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità ’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.
Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà , ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità , solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.
Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:
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Per affrontare l’emergenza rifiuti a Palermo, da giorni invasa da cumuli di spazzatura che non viene ritirata per un’agitazione dei netturbini, Comune, Prefettura e Regione hanno chiesto l’intervento di Esercito e Protezione civile.
Quindi in città , ecco arrivare Guido Berolaso, 59enne sottosegratario per l’emergenza rifiuti in Campania e, di fatto, per tutte le altre emergenze nazionali. Per adesso, il nuovo vertice alla presenza del sottosegretario terrà “un esame congiunto della situazione determinata dalla mancata raccolta dei rifiuti e l’individuazione degli interventi necessari a fronteggiare l’emergenza”.
Emergenza che sta montando di volume per le strade del capoluogo sicilano: i roghi di cassonetti hanno bruciato per tutta la notte, impegnando i vigili del fuoco in più di 50 interventi per domare gli incendi dei cumuli di pattume che invadono la città da venerdì scorso. Due giovani sono stati arrestati dai carabinieri nel quartiere Pallavicino, mentre buttavano il contenuto di bottiglia piena di liquido infiammabile su un grosso cumulo di rifiuti accatastati all’interno e nei pressi dei raccoglitori della spazzatura.
La raccolta dei rifiuti non avviene regolarmente da circa un settimana; da quando cioè i lavoratori dell’Amia si sono messi in agitazione: temono, dicono i sindacati, per il pagamento degli stipendi ma anche per il loro futuro. L’azienda municipale dell’igiene ambientale è, infatti, in grave crisi finanziaria e presenta un deficit di 150 milioni di euro benchè l’anno scorso l’amministrazione comunale guidata dal sindaco del Pdl Diego Cammarata abbia raddoppiato la Tarsu. In consiglio comunale il dibattito è quasi finito in rissa, con le opposizioni decisamente contrarie ad un ulteriore rincaro Tarsu del 35%. Alla fine il centrodestra ha dovuto arrendersi all´ostruzionismo dell’opposizione che aveva presentato 1.200 emendamenti.
Cosa potrà fare, in questa ingarbugliata situazione, Bertolaso, si vedrà ; intanto i sindacati del gruppo Amia hanno confermato lo sciopero bianco del personale che rispetta in maniera rigorosa il regolamento che prevede la dotazione di particolari dispositivi di sicurezza. Secondo i sindacati al momento questi dispositivi non sarebbero garantiti per tutte le maestranze, per cui chi non è nelle condizioni di lavorare rimane a disposizione dell’azienda senza però espletare il servizio. Sono 2.700 i lavoratori del gruppo (1.800 Amia e 900 Amia Essemme), tra operatori ecologici, addetti alla raccolta dei rifiuti, autisti e personale in servizio nei mezzi di movimento nella discarica di Bellolampo.
Mentre Cammarata giudica “indecente” la situazione (”Credo che la cosa che dovrebbe preoccuparci tutti”, dice il sindaco “è la situazione igienica della città che continua a essere invasa, in modo intollerabile e indecente, dai rifiuti. E invece assisto da parte dei sindacati e dei lavoratori alla scelta di astenersi dal lavoro assumendo una posizione di grave irresponsabilità , e da parte delle opposizioni alla strumentalizzazione di una crisi economica e gestionale di Amia e di altre realtà del sistema delle partecipate del Comune le cui ragioni, legate a un eccessivo peso del costo del personale, sono da tempo a tutti ben chiare e note”), i sindacati confermano che solo chi sarà nelle condizioni di operare, e la verifica sarà fatta giorno per giorno, svolgerà le mansioni previste; gli altri rimarranno a disposizione in azienda. Dunque non è in programma nessuno sciopero né il blocco degli straordinari, ma solo il rispetto rigoroso delle norme di sicurezza che prevedono la dotazione di scarpe, tute, guanti, scope, mezzi meccanici e vari dispositivi a tutela degli operatori; ma l’azienda, secondo i sindacati Fp-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Fiadel, Ugl e Confisal, non sarebbe nelle condizioni di garantire il materiale. Il rispetto rigoroso del regolamento sta causando rallentamenti nel servizio di raccolta e di pulizia, con la conseguenza che in ogni angolo di strada ci sono cumuli di spazzatura. In molte zone della città i cassonetti sono stracolmi di rifiuti, con sacchetti e materiale di scarto che viene lasciato sui marciapiedi.
Ma l’emergenza rifiuti a Palermo sta acuendo anche l’attrito tra il presidente della Regione Sicilia e il Pdl. Per Raffaele Lombardo “A Palermo c’è una situazione delle aziende, comepresa quella che si occupa della raccolta dei rifiuti, che è totalmente insostenibile. Non so quante centinaia di assunzioni ha fatto quell’amministrazione alla vigilia di varie elezioni. Credo che ci sia un eccesso di personale, ma posso sbagliarmi”. Quindi, dice il governatore “se non si riforma il sistema della raccolta di rifiuti, rischiamo grosso. Sei mesi fa il governo” ha aggiunto Lombardo “ha consegnato all’Assemblea regionale siciliana un disegno di legge che aspetta di essere approvato. Mi auguro che, anche a seguito di questa emergenza palermitana, il primo punto da trattare in assemblea, piuttosto che giochicchiare con le mozioni di censura nei confronti delle persone che lavorano sodo e che non vanno a giocare a poker, sia quello di approvare il disegno di legge”.
Abusi su bambini e ragazzini, da parte di coetanei o di adulti. Da Taranto, a Verona, fino a Palermo storie diverse tra loro, ma con un denominatore comune: le vittime indifese. Le violenze avvenute in Puglia sono maturate nel contesto familiare. Due uomini conviventi, di 39 e 58 anni, di Taranto, il primo dei quali è lo zio delle vittime, avrebbero narcotizzato e costretto per oltre dieci anni quattro minorenni a subire abusi sessuali. Per questo sono stati arrestati dai carabinieri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale jonico Patrizia Todisco su richiesta del pm Filomena Di Tursi.
Il trentanovenne è stato arrestato questa mattina, all’altro indagato il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere dove l’uomo sconta una pena di due anni e sei mesi per abusi sessuali compiuti nei confronti del figlio. Le vittime dei nuovi abusi sono un ragazzo di 21 anni, una ragazza di 19 anni, e due gemelli (maschio e femmina) di 16 anni. L’inchiesta è stata avviata nel novembre del 2008 dopo la denuncia da parte della madre delle vittime, che poi hanno confermato le accuse nel corso di un incidente probatorio. Le violenze - secondo l’accusa - si sarebbero protratte da quando i due gemelli avevano cinque anni e fino al 2007. Le vittime vivono in una casa famiglia, ma per più di dieci anni hanno trascorso i fine settimana con il padre ed il suo convivente. Le violenze si sarebbero consumate in una casa di campagna e nell’abitazione del trentanovenne.
La moglie dell’uomo di 58 anni cui è stata notificata in carcere l’ordinanza di custodia cautelare per abusi sessuali si suicidò nel 1991 dopo aver scoperto che suo marito aveva violentato il loro figlio minorenne. Il cinquantottenne è tornato in carcere nel febbraio scorso dopo che la sentenza di condanna alla pena di due anni e sei mesi di reclusione per la violenza sessuale ai danni del figlio era diventata definitiva.
“Mettevano qualcosa nel latte o nel succo di frutta e poi ci costringevano a bere. Dopo qualche minuto non capivamo più niente”: è una delle dichiarazioni rilasciate dai minorenni nel corso dell’incidente probatorio durante il quale la magistratura tarantina ha ritenuto di aver raccolto prove a carico dei due uomini accusati di aver narcotizzato e violentato per circa dieci anni quattro ragazzi. L’uomo di 39 anni aveva in affidamento i nipoti nel fine settimana poiché i genitori dei piccoli non si occupavano dei figli da quando questi alloggiavano in una casa famiglia.
La vittime delle violenze sessuali di Verona invece è una ragazzina che all’epoca dei fatti aveva 12 anni o oggi ne ha 13. Tre minorenni tra i 14 e i 16 anni sono stati arrestati dalla squadra mobile. I provvedimenti sono stati emessi dal tribunale dei minori di Venezia. L’indagine, coordinata dal procuratore capo del tribunale dei minori Gaspare Larosa, è iniziata alcuni mesi fa, dopo la segnalazione alla polizia da parte di un’insegnante, che aveva notato un cambiamento nel comportamento della ragazza, rispetto ad un anno prima.
La docente è riuscita a scoprire che nell’estate 2008 l’adolescente, mentre stava andando ad un campo scolastico, è stata accerchiata e trascinata in una stradina dai tre coetanei, che le hanno poi usato violenza sessuale. La sezione specializzata tutela minori della squadra mobile scaligera è riuscita ad accertare le reponsabilità dei tre ragazzi, il più grande dei quali è già noto alle forze dell’ordine per essere il capo di una baby gang. Per tutti l’accusa è di violenza sessuale di gruppo.
Quella condotta dalla mobile di Verona è stata un’indagine difficile anche per l’omertà degli amici dei tre minori poi arrestati. Gli investigatori non escludono che l’atteggiamento tenuto dagli amici possa essere dovuto alla paura per la possibile reazione del più grande dei tre, ritenuto il capetto di una baby gang, più volte denunciato e al centro di varie indagini su episodi di bullismo. I tre indagati sono di origine albanese, integrati e ben inseriti anche a scuola.
La violenza, come accertato dalle indagini, è avvenuta un pomeriggio di un giorno d’estate 2008. La ragazzina stava andando al campo estivo quando ha incontrato i tre che conosceva di vista. Una volta avvicinata i tre l’hanno portata in una stradina e stuprata. Da quel momento la vita della ragazza, allora dodicenne, non è stata più la stessa e del suo cambiamento si sono accorti sia i genitori sia un’insegnate. I primi si sono affidati ad una psicologa, la seconda invece ha avviato un rapporto fiduciario con la piccola che è proseguito e approfondito con personale specializzato del Tribunale dei minori di Venezia. Sulla base degli accertamenti svolti il pm dei minori Rossella Salvati ha chiesto e ottenuto dal gip Marina Ventura gli arresti per i tre: il sedicenne è finito nel carcere minorile di Treviso, gli altri due invece in una comunità di collocamento.
Sono accusati di violenza sessuale di gruppo, oltre che di detenzione e trasmissione di materiale pedopornografico, tre minorenni che avrebbero fatto sesso con una 13enne e poi avrebbero ripreso i fatti col telefonino per inviare le immagini da un cellulare all’altro. I protagonisti sono due studenti e una studentessa di una scuola media ed uno che frequenta un liceo del centro di Palermo, tutti di età compresa tra i 13 ed i 15 anni. A scoprire il sesso di gruppo è stato un professore che ha denunciato il caso. Un’inchiesta è stata aperta dalla Procura del tribunale dei minorenni che ha indagato i tre studenti. Le indagini, condotte nel massimo riserbo, come scrive oggi il Giornale di Sicilia, sono coordinate dal pm Maria Grazia Puliatti.
L’ambiente è quello della scuola media, frequentata da tre dei quattro protagonisti. Gli atti sessuali sarebbero stati compiuti da due ragazzi insieme ad una loro coetanea. Le immagini sarebbero state riprese con il telefonino da un’altra ragazza. La polizia ha effettuato perquisizioni e sequestrato alcuni cellulari e computer alla ricerca di prove e del video incriminato.

Forse credeva di violare i registratori di cassa come Ibrahimovic viola le porte avversarie. Aveva messo a segno tante rapine quasi quanti i gol dello svedese in campionato: diciotto, però in soli tre mesi (ma secondo gli investigatori il numero potrebbe essere più alto). Danilo De Rosalia, rapinatore 24enne palermitano, in comune con il suo idolo calcistico aveva i colori sociali: una tuta nerazzurra dell’Inter, che indossava spesso, quando si intorduceva nei negozi con il suo complice Michele Manzo, 26 anni, pregiudicato come lui. Svaligiavano di tutto. Supermercati, tabaccherie, farmacie. Armati di coltelli, minacciavano i commessi e si facevano consegnare l’incasso.
Diciotto colpi accertati, ma i carabinieri sospettano che l’attività andasse avanti da più tempo. A tradire i due rapinatori, però, è stata la passione calcistica di De Rosalia: la stessa tuta dell’Inter che aveva indossato più volte in occasione delle sue azioni criminali l’aveva addosso quando si accingeva a rapinare un supermarket. Prima di essere bloccato dai carabinieri, che hanno messo fine alla sua carriera.

Un volo dal balcone. Dal settimo piano. Quello della casa in cui aveva vissuto con il fratello Stefano, scomparso da 17 mesi. Uno stabile in via G. Arimondi, zona residenziale di Palermo. Così si è tolto la vita ieri sera Marco Maiorana, 22 anni, il figlio minore dell’imprenditore siciliano Antonio e fratello di Stefano, spariti nel nulla. Il giovane soffriva di crisi depressive ed era stato visitato da poco da uno psichiatra.
Al momento del lancio, in casa c’erano i nonni paterni. Il suo corpo è stato trovato nel cortile, che si trova all’interno di un commissariato di polizia. Sul luogo del suicidio sono arrivati i Pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, alla ricerca anche di eventuali messaggi che potessero spiegare il gesto del giovane e, forse, fare luce su una vicenda che presenta ancora molti punti oscuri. Il 3 agosto del 2007, l’imprenditore Antonio e lo studente Stefano Maiorana lasciarono il cantiere edile di Isola delle Vergini in cui stavano lavorando a bordo della loro Smart. Per “andare a prendere un caffè” dissero. E non tornarono più. La loro auto fu trovata chiusa nel parcheggio dell’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo. Ma i loro nomi non erano sulle liste dei passeggeri, né vennero inquadrati dalle telecamere. Si pensò a un rapimento o a un caso di lupara bianca. Ma le perquisizioni nei dintorni non hanno dato piste agli investigatori. Un’altra ipotesi sarebbe quella della fuga volontaria, magari attraverso un finto rapimento inscenato. Dieci giorni prima di sparire Antonio Maiorana aveva intestato il 50 per cento della Calliope Immobiliare alla sua compagna argentina, Karina Andre Gabriela. Una donna di dieci anni più giovane che aveva conosciuto in vacanza nel marzo 2006 e con cui conviveva da una anno. La situazione finanziaria non era delle migliori.
Poi, circa un mese fa, il 2 dicembre 2008, il colpo di scena: secondo segnalazioni giunte alla trasmissione “Chi l’ha visto?“, che si era occupata del caso mostrando foto dei due scomparsi, l’imprenditore e il figlio erano in ottima salute e facevano i turisti a Barcellona, in Spagna. Erano stati avvistati alla discoteca Pachà , tra la fine di giugno e i primi di luglio. Gli investigatori italiani, grazie a una rogatoria internazionale, si sono recati in Spagna, dove avevano interrogato il personale della discoteca, che dalle foto aveva riconosciuto i due imprenditori. Le ricerche successive, però, non avevano dato ulteriori tracce. Ora l’ultimo tragico capitolo, forse semplicemente dettato dallo sconforto. Ma gli inquirenti vogliono vederci chiaro e hanno disposto il sequestro del computer del ragazzo: sperano di trovare lì la chiave per trovare suo padre e suo fratello.
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Si è suicidato il boss Gaetano Lo Presti, fermato martedì dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Perseo” che ha portato in cella più di 90 persone. L’uomo, già condannato in passato per mafia, è stato trovato impiccato nel carcere di Pagliarelli a Palermo. La notizia è stata confermata da ambienti del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria i quali precisano che il suicida ha usato una cintura.
Gaetano Lo Presti, 52 anni, si era opposto alla ricostituzione della nuova Cupola mafiosa. Capomandamento di ‘Porta nuova’, era uno dei più importanti boss dell’inchiesta.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Lo Presti, che si è impiccato con la sua cintura, probabilmente, dopo avere letto l’ordinanza che lo ha portato dietro le sbarre “ha assunto consapevolezza” di avere irritato il boss Totò Riina opponendosi alla ricostituzione di Cosa nostra, che tanto stava a cuore al capomafia arrestato nel gennaio del ‘93. La procura ha isposto l’autopsia.
Era proprio Lo Presti che aveva riunito il suoi “fedelissimi”, tra cui Massimo Mulé e Salvatore Milano, in una chiesa per opporsi a quanto deciso dagli avversari. Lo Presti era stato intercettato a lungo e le sue dichiarazioni sono contenute nel provvedimento di fermo che gli era stato notificato. L’uomo racconta, come si legge nelle intercettazioni, molti retroscena che riguardano la creazione della nuova commissione di Cosa Nostra e inconsapevolmente rivela agli investigatori i nomi degli altri boss coinvolti e le strategie che stavano portando avanti.
Cosa Nostra aveva messo le mani anche sulla grande distribuzione della città di Palermo. Nei supermercati del gruppo Ce.Di.Sisa Sicilia Spa, l’amministratore delegato e presidente del CdA , l’imprenditore Paolo Sgroi avrebbe riciclato il denaro sporco della mafia. A tradire Sgroi, morto due mesi fa, è stata una telefonata intercettata dal Gico della Guardia di Finanza di Palermo dove parlava con suo fratello, di uno dei “pizzini” che lui stesso aveva scritto a Provenzano e che era stato ritrovato dalla polizia nel covo di Montagna di cavalli nel momento dell’irruzione. Nella telefonata parla anche di Matteo Messina Denaro, il capomafia di Trapani ancora latitante e di un pacco che avrebbe dovuto consegnare il giorno successivo. Così sono scattati i controlli dei finanzieri che dopo averlo pedinato e fermato lo hanno trovato in possesso di un borsone con all’interno 450 mila euro che dovevano essere depositati su un conto corrente di una banca di Lugano, in Svizzera. Da questo sequestro sono iniziati gli accertamenti bancari che hanno permesso alle fiamme gialle di ricostruire l’enorme flusso di denaro; i soldi ripuliti, raggiungevano gli istituti di credito elvetici attraverso la banca di Carini (Palermo), la Banca Popolare di Lodi e “spalloni” che partivano dal capoluogo siciliano alla volta di Lugano. Nel corso dell’operazione denominata “Goldmine”, coordinata dalla Dda di Palermo e dai sostituti procuratori Roberto Scarpinato, Gaetano Paci e Nico Gozzo, sono stati sequestri di beni per un valore di oltre 250 milioni di euro. Dall’inizio del 2008, nella lotta alla criminalità economica organizzata a livello nazionale, la Guardia di Finanza ha confiscato beni e immobili per 370 milioni di euro e sequestrato patrimoni per un valore di un miliardo e 660 milioni di euro. Questo sequestro è stato possibile grazie alla recente legge inserita nel pacchetto sicurezza che permette di sequestrare beni anche agli eredi della persona indagata.

La scomparsa di Majorana, per ora, pare possa restare solo un classico di Leonardo Sciascia. Perché i Maiorana - l’imprenditore edile Antonio Maiorana, 48 anni, e il figlio Stefano, di 23, scomparsi da Palermo nell’agosto del 2007 - sono vivi e sono stati avvistati in Spagna. Sulla scomparsa di padre e figlio avevano avviato indagini i carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, perché si temeva che potessero essere stati uccisi: un caso di “lupara bianca”.
Adesso invece, a distanza di 16 mesi, si sa che sono stati visti e riconosciuti a Barcellona da due turisti italiani, grazie alle immagini della trasmissione Chi l’ha visto? e da alcune foto diffuse da un settimanale. Alla testimonianza dei turisti sono seguiti i riscontri “positivi” degli investigatori italiani, che si sono recati in Spagna.
Quel 3 agosto padre e figlio avevano lasciato un cantiere edile di Isola delle Femmine, nel palermitano, dove avevano fatto la solita visita di routine; da quel momento di loro non si sono più avute notizie. L’ultima traccia fu il ritrovamento della loro Smart parcheggiata all’aeroporto Falcone-Borsellino di Punta Raisi e chiusa a chiave. Maiorana e il figlio, studente universitario, si erano allontanati dal cantiere di via del Levriere, dicendo agli operai che sarebbero tornati di lì a poco.
La Dda di Palermo, a cui è stata girata la segnalazione dei due turisti (che al loro ritorno in Italia si erano rivolti a un posto di polizia), aveva aperto un’inchiesta sulla scomparsa. I due testimoni hanno riconosciuto padre e figlio alla discoteca Pascià di Barcellona, dove si trovavano tra la fine di giugno e i primi di luglio. Gli investigatori italiani, grazie a una rogatoria internazionale, si sono recati in Spagna, dove hanno interrogato il personale della discoteca, che dalle foto ha riconosciuto i due imprenditori.
Ulteriori indagini sono state avviate in Spagna per rintracciare Stefano e Antonio Maiorana. Da quanto si apprende, anche altri tre spagnoli avrebbero riconosciuto dalle foto i due imprenditori. L’ex moglie di Antonio Maiorana, Rossella Accardo, non aveva mai creduto nella morte del marito e del figlio, anche quando sembrava certo che fossero stati inghiottiti dalla lupara bianca. La donna propendeva per l’ipotesi del sequestro, e insieme ad altri parenti, due mesi dopo la scomparsa ha organizzato una fiaccolata per le vie di Palermo, e prima dello scorso Natale ha fatto affiggere duemila manifesti per “non dimenticare” sui muri della città .
Il pentito di mafia, Gaspare Pulizzi, uomo di fiducia dei boss Lo Piccolo, secondo quanto detto ai pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, che coordinano le indagini, aveva fatto risalire la scomparsa dei Maiorana a contrasti sorti sul cantiere di Isola delle Femmine in cui stavano realizzando 50 villette a schiera, insieme ad altre due ditte.
Dopo l’accelerazione dell’indagine in questi giorni, i carabinieri si apprestano a nuova missione a Barcellona. Gli inquirenti intendono soprattutto verificare in quali circostanze e per quali ragioni l’imprenditore e il figlio si siano allontanati da Palermo. Facendo perdere le loro tracce.
Anche la moglie ora vuole sapere: “Sono felice perché mio figlio è vivo. Tutto avrei potuto immaginare tranne che fossero fuggiti insieme, che Stefano avesse potuto seguire il mio ex marito. Ora mi auguro che torni ad essere quel bambino che ho partorito e abbandoni quella strada maledetta che percorreva con suo padre”, ha detto Rossella Accardo.
Studenti universitari
Quanti diciottenni vorrebbero studiare in un paesino di 3.330 anime sulle Madonie, perso a 1.100 metri d’altezza e abitato per metà da ultracinquantenni? Tanti, si sono risposti gli insigni cattedratici dell’ateneo di Palermo riuniti attorno a un tavolo per decidere dove dislocare nuove sedi. E Petralia Sottana, uno dei posti più suggestivi e ameni dell’isola, sembrò a tutti una scelta azzeccatissima. Ritirati in un convento a qualche chilometro dall’abitato, frotte di neodiplomati avrebbero frequentato la facoltà di Scienze e tecnologie dei beni culturali.
Invece le previsioni si rivelarono inesatte: dopo cinque anni, gli iscritti sono appena 35. Pochi e votati al sacrificio: frequentano i laboratori a Palermo, per specializzarsi dovranno andare ad Agrigento e non sanno ancora quando comincerà quest’anno accademico. Giovani ammirevoli, come gli sforzi economici che il minuscolo comune delle Madonie ha sostenuto per la sua miniuniversità : 141.037 euro, che hanno cospicuamente contribuito al dissesto finanziario dell’amministrazione.
Un’iniziativa tutt’altro che sporadica: i tre atenei statali siciliani, quelli di Palermo, Messina e Catania, hanno 36 sedi distaccate. Non esiste ormai angolo dell’isola in cui la bulimia decentrativa non abbia colpito. Ci sono corsi in città d’arte come Cefalù e Noto. In paesi dell’entroterra come Nicosia e Piazza Armerina. In maleodoranti centri industriali come Priolo e Gela. I risultati sono disastrosi: manipoli di iscritti, enti locali sepolti dai debiti ed eccezionale morìa di facoltà . Con inverosimili casi limite, come quello delle due Petralie.
Considerando insoddisfacente l’offerta formativa a valle, nel 2006 l’Università di Palermo pensò infatti di estendersi a monte: una laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente e il turismo a Petralia Soprana. Un ciclo di studi sperimentale, con un innovativo metodo telematico. Non funzionò: i pochi pretendenti fecero desistere dalle intenzioni. Non andò meglio a Pantelleria, dove si ebbe la stessa idea e uguale scarsità di aspiranti.
Migliore sorte ha avuto invece Valorizzazione della Biodiversità a Castelbuono, 9 mila abitanti: attiva dal 2001, ha una cinquantina di studenti. Che però, assicurano in segreteria, «vengono un po’ da tutto il mondo». Facoltà di nicchia, quelle disseminate sulle Madonie: così tanto da raccogliere lo 0,2 per cento degli iscritti dell’ateneo.
Percentuale non risollevata neppure dalla vicina Termini Imerese, dove vivacchia Scienze geologiche per la protezione civile: 19 iscritti. Dopo attenta riflessione si è deciso, nei mesi scorsi, di non riattivare il primo anno. La laurea forma personale specializzato a intervenire nel caso di frane ed eruzioni vulcaniche. Bandite però le esercitazioni sul territorio, dato che la città è bagnata dal Tirreno.
Più attinente alle risorse locali è quindi l’Università del mare, nata nel 2004 a Campobello di Mazara, paesetto a qualche chilometro dalla costa. Dipende dal polo decentrato di Trapani: è una sede distaccata della sede distaccata. Esempio di devoluzione accademica all’ennesima potenza, piuttosto diffuso nell’isola. Le cose, però, promette il nuovo rettore di Palermo, Roberto Lagalla, dovranno cambiare: «Rivedere il sistema sarà uno dei miei primi atti» assicura «Ci sono modelli buoni, ma altri pessimi, molto costosi e senza alcuna vocazione territoriale».
Proposito di razionalizzazione condiviso anche dal magnifico rettore di Messina, Franco Tomasello, a capo di un ateneo che ha fatto dell’espansione territoriale uno dei suoi marchi distintivi. Perché limitarsi ai confini regionali, si sono chiesti a Messina? È seguito dunque lo sbarco in continente: non solo a Reggio Calabria, ma anche Locri, un centinaio di chilometri a nord dello stretto.
Notevole pure l’attività di colonizzazione a sud, che ha permesso di spingersi fino a Priolo, nel siracusano. In verità , non sono state disdegnate nemmeno le città più vicine, come Barcellona Pozzo di Gotto, che dista 37 chilometri: ha due corsi e circa 200 studenti. Una sede per cui si spese (e spese) nientemeno che il Parlamento, approvando nel 2003 una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Non si trattò di quisquilie, ma di ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario fu il senatore del Popolo delle Libertà , Domenico Nania. Un aiuto disinteressato? Non proprio: il politico è di Barcellona, dove è sindaco il cugino Candeloro Nania. Unico requisito per avere il finanziamento: creare indirizzi particolarmente innovativi. E l’estro non mancò: nacquero così Mediazione culturale per l’integrazione multietnica e Scienze sociali per la cooperazione e lo sviluppo.
Nei corridoi della bella sede barcellonese una ventina di studenti attende l’inizio delle lezioni in Storia delle Dottrine politiche. Il professore, Dario Caroniti, insegna a Messina. Prima di infilare l’aula, spiega: «Il decentramento selvaggio è una delle cause del crollo delle università : serve solo ad aumentare cattedre e poltrone» sostiene. «Si assumono docenti a contratto: impiegati, assistenti sociali e insegnanti delle superiori. Mentre quelli di ruolo viaggiano malvolentieri: ci sono corsi che non partono per la mancanza di professori».
A Patti, 28 chilometri più a ovest, si rischia la stessa fine. Qui c’è Scienze giuridiche, foraggiata da curia e comune. I professori raccontano di non essere pagati da due anni per le difficoltà finanziarie dell’amministrazione. «Né le spese per le trasferte e nemmeno il costo della supplenza» specifica Emilia Calabrò, che insegna Diritto del lavoro. La raggiunge la collega a cui ha chiesto un passaggio per tornare nel capoluogo: ordinario a Messina, chiede l’anonimato: «Gli enti locali si stanno dissanguando. I sindaci promettono: “Daremo una laurea ai vostri figli! E le università , spinte da manie di grandezza, acconsentono. Ma le sedi distaccate costano». Si sistema i capelli biondi e, sarcastica, chiosa: «Converrebbe affittare due pulmann ogni giorno e portare i ragazzi avanti e indietro da Messina».
Un paradosso, ma solo fino a un certo punto. Sono molti i comuni siciliani che si sono svenati pur di garantire una facoltà sotto casa. Promesse che si sono rivelate onerosissime. Per questo il rettore della Kore di Enna, Salvo Andò, giura e spergiura che non delocalizzerà : «È un sistema che ha prodotto effetti perversi. Ci sono città che si sono indebitate all’inverosimile pur di fregiarsi di un corso» sostiene «Con i loro soldi si fa cassa e vengono banditi posti per docenti. Tutto a discapito della qualità ».
Pure il consorzio degli enti locali ennesi che finanzia la Kore è finito però nel tritacarne del dare e avere. L’ateneo di Catania lo ha citato in giudizio, chiedendo 20 milioni di euro di arretrati. Il problema è che il decentramento si paga, e pure tanto. Circa 5 milioni e mezzo di euro sono costate all’università etnea i due corsi di laurea in Scienze dell’amministrazione e quella in Economia aziendale attivate a Modica, nel ragusano. Il comune, che doveva farsi carico della spesa, per adesso ha pagato solo 378 mila euro.
A Comiso, dove tre anni fa è nato un corso in Informatica applicata, le cittadine del circondario si erano impegnate solennemente: i soldi li metteremo noi. E chi li ha visti? Catania ora reclama un milione di euro, e va avanti a decreti ingiuntivi. Ne valeva la pena? Forse no, visti i 113 iscritti. E a Caltagirone è stato fruttifero Progettazione e gestione di aree a verde, parchi e giardini? Inaugurato nel 2002 con la sponsorizzazione di provincia e comune, arranca vistosamente. Ha 74 studenti e 830 mila euro di passivo: 11 mila per ogni potenziale agronomo.
Un’espansione forsennata, guidata con mano ferma dall’ex rettore Ferdinando Latteri, in carica fino al 2006, poi deputato del Partito democratico e, a seguire, del Movimento per l’autonomia. I conti adesso li sta facendo il suo successore, Antonino Recca: «Quest’anno non attiveremo il primo anno in quattro sedi. Il decentramento è servito solo ad accontentare la politica locale e a distogliere fondi. Si sono giocate intere campagne elettorali su queste promesse. Il risultato, per noi, sono 40 milioni di debiti».
A dire il vero, non è l’unico lascito. L’università , negli anni passati, ha bandito decine di cattedre in corsi ora a rischio: 23 docenti di ruolo a Modica, 7 a Piazza Armerina, 5 a Comiso. Tutti professori che potrebbero dover rientrare a Catania.
La spesa per il personale, del resto, in alcuni casi è a dir poco scriteriata. Fortunatissimi, ad esempio, gli studenti di Scienze agrarie tropicali e subtropicali a Ragusa. Oltre a una stupefacente sede su un’altura della città , possono contare su insegnamenti quasi personalizzati. Per dirne una: le lezioni di Protezione delle colture tropicali e subtropicali le seguono in cinque. Non c’è da stupirsi: in tutto ci sono 220 iscritti. E i professori? Tra supplenti, a contratto e di ruolo si arriva a 62: ognuno segue in media 3,5 allievi. Meglio di una classe di recupero.
Insuperabile però la ventura dei 66 iscritti a Economia e gestione delle imprese agroalimentari: hanno 39 docenti che devono occuparsi di meno di due studenti a testa. E dove si trova questo meraviglioso esempio di decentramento a misura di giovane? A Nicosia: 15 mila abitanti, entroterra più profondo dell’isola. Un posto da lupi, eletto nel 2001 a splendido luogo di studio. L’Università di Catania ci ha già rimesso 1,3 milioni di euro. Eppure a questo affaccio accademico sui Nebrodi non riesce a rinunciare.
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Assolto Calogero Mannino - ex ministro, oggi onorevole Udc - dall’accusa di concorso in associazione mafiosa davanti alla Corte d’Appello di Palermo. Il pg Vittorio Teresi, lo stesso magistrato che ha rappresentato l’accusa nel primo grado, aveva chiesto la condanna a otto anni di carcere. Condannato invece il Comune di Palermo, che si era presentato quale parte civile al processo, a pagare le spese del giudizio. Alla lettura della sentenza l’imputato non era in aula, ma ha comunque commentato: “Giustizia è fatta. Ho atteso con pazienza e fiducia questa sentenza che ha confermato il verdetto di primo grado”.
L’ex ministro, assistito dall’avvocato Grazia Volo, era accusato di avere intrecciato rapporti con la mafia, traendo profitto dall’appoggio di alcuni boss. L’inchiesta fu avviata oltre 14 anni fa, nel febbraio 1994, quando i pm della procura di Palermo gli notificarono un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa.
L’anno successivo Mannino venne arrestato e rimase in carcere per 23 mesi. Da allora è stato un susseguirsi di processi e sentenze (ben quattro tra primo, secondo grado, Cassazione, e nuovo rinvio alla Corte d’appello, che ha dovuto anche sospendere il dibattimento in attesa di una pronuncia della Corte Costituzionale).
Il primo processo a Mannino, aperto il 28 novembre 1995, è stato uno dei più lunghi per mafia a Palermo: oltre 300 udienze, 400 testimoni citati, dei quali 250 dall’accusa e 150 dalla difesa, decine di pentiti, da Tommaso Buscetta a Gioacchino Pennino. L’ex ministro venne assolto in primo grado, mentre in appello fu condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere nel maggio del 2004.
La sentenza è stata poi annullata dalla Cassazione nel luglio 2005 per ”difetto di motivazione” e rinviata ad altra sezione della Corte di Appello. Ma il dibattimento di secondo grado venne sospeso, nel maggio 2006, dopo che era stata sollevata la questione di legittimità costituzionale della norma sulla inappellabilita’ delle sentenze di proscioglimento in primo grado.
I giudici, accogliendo l’istanza del sostituto procuratore generale Vittorio Teresi, inviarono gli atti del dibattimento alla Corte Costituzionale, disponendo la sospensione del processo fino alla decisione della Consulta che ha dato nuovamente il via libera al processo.
Una lunga vicenda giudiziaria per un politico di lungo corso: Mannino fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1976 nelle file della Dc. In diversi governi ha ricoperto incarichi ministeriali, da ultimo nel 1991 nel settimo governo Andreotti dove ricoprì la carica di ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno. Dopo la bufera giudiziaria che lo ha coinvolto Mannino è tornato sulla scena politica nel 2006 nelle fila dell’Udc. Alle ultime elezioni politiche è stato eletto alla Camera per il partito guidato da Pierferdinando Casini.
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