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Forleo assolta dal Csm per le intercettazioni del caso Unipol

Clementina Forleo
Il gip di Milano Clementina Forleo è stata assolta dalla sezione disciplinare del Csm dall’accusa di aver violato i suoi doveri per i contenuti dell’ordinanza con la quale, nel luglio del 2007, chiese alle Camere l’autorizzazione all’uso di intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari nell’ambito della vicenda Unipol. La decisione è stata presa dopo due ore di camera di consiglio. Il rappresentante della Procura generale della Cassazione, Federico Sorrentino, aveva invece chiesto la condanna di Forleo alla censura e al trasferimento d’ufficio. ”Il fatto non costituisce illecito disciplinare”, è stata la motivazione della sezione disciplinare del Csm. Nei confronti del Gip Forleo, però, pende ancora una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, che le è stata avviata dalla Prima commissione del Csm. Ora il plenum di Palazzo dei Marescialli dovrà decidere, forse già la prossima settimana, se procedere al trasferimento o archiviare il caso.A carico del Gip c’è inoltre un’altra azione disciplinare promossa dalla Procura generale della Cassazione: riguarda la vicenda dei contrasti con la Procura di Milano sul processo a Farida Bentiwaa, la prima donna in Italia a finire in un’inchiesta sul terrorismo islamico.

Bnl-Unipol: così si bloccò l’inchiesta sui 700 milioni di euro


di Gianluigi Nuzzi
“Le plusvalenze ottenute dalla vendita dei titoli Bnl a Bnp Paribas costituiscono profitto di reato e appare verosimile che quantomeno parte delle medesime siano state versate o vengano versate al Consorte che tale concerto su Bnl aveva preordinato, tanto più che notizie di stampa riportano la costituzione ad opera del predetto di una merchant bank, l’Intermedia Spa, nella quale egli e gli altri soci dovrebbero versare 200 milioni quale aumento di capitale”.

È con queste parole che un anno fa il gip Clementina Forleo ancora disponeva intercettazioni su una trentina di utenze per dare la caccia al tesoro che Consorte & C. avrebbero messo da parte con la cessione delle quote Bnl. Ma fu una ricerca vana. La nuova inchiesta naufragò quando si scoprì che gli indagati sapevano addirittura di avere i telefoni sotto controllo. È quanto emerge dagli atti depositati proprio dal Pm Luigi Orsi in vista della richiesta di rinvio a giudizio per aggiotaggio nella fallita scalata a Bnl e che Panorama.it pubblica in anteprima. Tanto che i magistrati ritennero inutile proseguire nelle intercettazioni. Ma chi li aveva avvisati? È clamorosa una intercettazione telefonica del 30 gennaio 2007 quando Ivano Sacchetti ex braccio destro di Consorte chiama Dino Artese a Intermedia, la nuova merchant bank di Consorte. Ed è proprio quest’ultimo che invita Sacchetti a non utilizzare più il telefonino:
Artesi: Senti….volevo dirti…sul cellulari…non lo usare più!—-perché…
Sacchetti: Chi io?…Figurati?
Artesi: Ehm…no…no…non
Sacchetti: Senz’altro far così….
Artesi.: No…no…ma è ….c’è la conferma….non è solo un dubbio
Sacchetti: …Non abbiamo mai avuto dei dubbi che fosse così….quindi bene….
Artesi: Va bene….quindi parliamoci sempre possibilmente con i fissi!
Sacchetti: Sì.
Da altre intercettazioni, le utenze monitorate per un paio di mesi un anno fa, si evince che Consorte intestava i telefonini ad amiche e per l’accusa persino alla figlia della propria domestica.

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Bnl-Unipol: tutte le carte dell’inchiesta. E quei 700 milioni di euro…

Giovanni Consorte si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006, all'indomani della fallita opa sulla Bnl.
di Gianluigi Nuzzi

Chiusa l’inchiesta, depositati gli atti. Ecco tutte le carte, gli interrogatori, le intercettazioni e i documenti della Guardia di Finanza sulla scalata a Bnl compiuta nella primavera del 2005 dall’Unipol di Giovanni Consorte e da una cordata di cooperative. Panorama.it anticipa ai propri lettori tutte le accuse della procura di Milano. A iniziare dai 66 verbali dei testimoni che hanno riempito centinaia di pagine per spiegare ai pm retroscena e dettagli delle operazioni finanziarie di Consorte & soci. Con nomi eccellenti che vanno da Giovanni Perissinotto a Luigi Abete, da Claudio Sposito del fondo Clessidra a Pierluigi Stefanini, Divo Gronchi, Giorgio Cirla di Sopaf, Giuseppe Garofano e Gianpietro Nattino.

Intercettato di nuovo Giovanni Consorte, la figlia, l’addetto stampa, persino la colf che risulta esser stata intestataria di utenze mobili “di copertura” utilizzate dall’ex numero uno di Unipol: la procura di Milano per quattro mesi tra gennaio e maggio del 2007 ha piazzato microspie ovunque (dalla casa di Consorte ai portapane sui tavoli dell’hotel Principe di Savoia di Milano frequentato dall’ingegnere) pur di individuare che fine avessero fatto le plusvalenze incassate con la vendita delle azioni Bnl dopo la fallita scalata dell’estate del 2005. E di arrivare a fare luce sul ruolo di Intermedia, nuova banca d’affari di Consorte.
È questo il filone inedito dell’inchiesta. La procura e il gip Clementina Forleo hanno dato la caccia alle plusvalenze incassate dalla vendita delle azioni Bnl a Bpn Paribas. Pur fallendo la scalata”Consorte e i suoi sodali” sostengono la Procura di Milano e la Forleo, avrebbero incassato “plusvalenze per 700 milioni di euro”.

“La Bnl è stata in realtà acquisita da Bnp Paribas – scrive il Pm Luigi Orsi, titolare del procedimento - il quale ha lanciato una Opa a 2,92 euro. Ciò significa che i sodali di Giovanni Consorte hanno realizzato una plusvalenza di 0,22 euro per azione.
Se l’acquisto a 2,70 euro è in ipotesi parte del programma criminoso di Giovanni Consorte finalizzato ad acquisire il controllo della Bnl, la plusvalenza realizzata dai suoi sodali presenta oggi un duplice rilievo. Per un verso potrebbe costituire provento/profitto del reato per cui si procede con quanto consegue sul piano cautelare.
Per altro verso è indispensabile accertare se questa plusvalenza (che i beneficiari hanno
conseguito su iniziativa ed impulso di Consorte) torni parzialmente in mano a quest’ultimo. Le cronache giornalistiche raccontano, senza smentita dell’indagato, che Giovanni Consorte ha costituito una merchant bank (InterMedia Spa) nella quale i soci - cioè anche lui dovrebbero versare ben 200 milioni di euro quale aumento di capitale. È inevitabile collegare la ricca plusvalenza che i sodali di Giovanni Consorte hanno realizzato (a 0,22 euro per azione si tratterebbe di almeno 700 milioni di euro) con la rilevantissima disponibilità economica che Consorte sembra ancora oggi avere. L’accertamento dei flussi di queste plusvalenze generatesi in favore dei sodali di Consorte è indagine complementare per la prova del reato per cui si procede. Se emergesse che parte delle plusvalenze sono state o stanno per essere investite in iniziative delle quali è partecipe Consorte, ciò costituirebbe ulteriore elemento indiziario del reato per cui si procede”.

LEGGI I VERBALI DEI TESTIMONI

Attacco tv a Fort Mastella. Prodi non vede ma boccia De Magistris e Forleo


”Ho letto i resoconti sulla trasmissione Anno Zero. Mi sembra che non vi si possa riscontrare nulla della serietà, della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la giustizia”. Lo afferma il presidente del Consiglio, Romano Prodi, a proposito della puntata dedicata alla vicenda De Magistris. Fin qui l’Ansa. Che dire? Quanto meno che appare singolare come ci si possa sbilanciare in giudizi tanto severi, impegnativi e definitivi sulla base di “resoconti”. Tanto più da parte di chi ha la responsabilità del governo.

Forse se Prodi avesse visto la puntata del programma di Michele Santoro - ma soprattutto se avesse ascoltato dal vivo le testimonianze di Luigi De Magistris e Clementina Forleo - oggi qualche dubbio in più ce l’avrebbe. O forse quei dubbi se li terrebbe paludandoli egualmente di certezze pro-Mastella. Perché il problema è tutto qui: non la professionalità o l’imparzialità (non è quella la caratteristica di Santoro) di un programma televisivo, non la situazione della giustizia, ma la questione Mastella.

Il Guardasigilli è da tempo finito nel tritatutto mediatico-televisivo. Forse, anzi probabilmente, senza troppe colpe dirette. Magari ha peccato di ingenuità per essersi prestato al gioco, ma neppure questo è il punto. Il punto è che Mastella è decisivo per la sopravvivenza del governo, e dunque Prodi lo difende a priori. Così come, sempre a priori, rassicura Antonio Di Pietro che vorrebbe far fuori Vincenzo Visco, o Lamberto Dini che farebbe a fette l’estrema sinistra e i sindacati. Salvo poi ripetere lo stesso copione, con le battute al rovescio, con Visco, sindacati ed estrema sinistra.
Clementina Forleo durante la puntata di Anno Zero di Michele Santoro, su rai Due, dedicata alla giustizia
Non con i magistrati, però. Quelli sembrano improvvisamente diventati figli di nessuno. Non stanno a cuore al governo e alla maggioranza di sinistra, dal momento che indagano su alcuni pezzi grossi dell’Unione , così come fino a poco tempo fa si erano dedicati al centrodestra. E infatti i De Magistis e le Forleo, non stanno a cuore neppure all’opposizione, in nome del garantismo. Perfino il Csm, organo lottizzato di autogoverno della magistratura, sembra non sapere più che pesci prendere: lunedì dovrebbe decidere se togliere o meno a De Magistris l’indagine sulle collusioni tra toghe, politici e business in Basilicata e Calabria. Ma il Csm guidato da Nicola Mancino, ex maggiorente della Dc, ha già detto che magari dovrà prendersi un rinvio.

Non si può certamente stabilire ora se De Magistris stia facendo il suo lavoro o se si sia anche lui ammalato di protagonismo come altri suoi colleghi. Così come è evidente che nei programmi di Santoro c’è un sovrappiù di partigianeria e antipolitica, a cominciare dalle lettere di Marco Travaglio. Ma in quest’ultimo caso siamo nel campo delle opinioni, discutibili quanto si vuole; nel primo caso - i magistrati - siamo invece nel minatissimo campo della separazione dei poteri. Ed è singolare che appena la Forleo approfondisce l’indagine sull’Unipol la Camera alzi le barricate intorno a Massimo D’Alema, mentre appena De Magistis sfiora Prodi e Mastella piombino gli ispettori.
Non vogliamo che la magistratura torni ed essere arbitra della politica e del Paese, come negli anni Novanta? Si desidera combattere il grillismo e il populismo? Il modo migliore sarebbe lasciar fare ai magistrati il loro lavoro, e lasciare che i politici eventualmente coinvolti si difendano nelle sedi proprie: non gli mancano certo mezzi e strumenti. Diversamente non sapremo mai se De Magistris è una vittima o un mitomane. Soprattutto non sapremo se i D’Alema, i Mastella, i Prodi, i Fassino, come ieri i Berlusconi ed i Previti, si sono davvero macchiati di qualche reato, oppure sono esposti ad una indebita “gogna mediatica”. “Comportamento illegittimo ma non illecito” ha del resto stabilito la Procura di Roma a proposito di Visco nell’affaire del generale Speciale. Bel modo di fare chiarezza e rispondere all’opinione pubblica.

Questo, preso da YouTube, è l’intervento di Clementina Forleo a Anno Zero:

Di Pietro: contro l’inciucio giudiziario resto ministro di lotta e di governo

Antonio Di Pietro durante un'udienza. (credits: Ansa)

Quindici anni fa indossava la toga. Oggi litiga, da ministro a ministro, con il Guardasigilli che con le toghe se la prende. “Il problema non è il quotidiano ritornello sulla lite tra me e il ministro Mastella. È solo che sono profondamente deluso, e disilluso, dalla politica giudiziaria del centrosinistra tutto e del governo. Per i cinque anni che abbiamo passato all’opposizione abbiamo costruito un progetto di discontinuità con il precedente governo Berlusconi, l’abbiamo messo nero su bianco nel programma dell’Unione. E invece…”
Invece, ministro Di Pietro?
Invece siamo tornati indietro, al ‘94. All’attacco nei confronti dei magistrati che fanno il loro mestiere e ribadiscono la loro sacra indipendenza dal potere politico. Li si vuole, oggi come allora, delegittimare, affermando che vanno oltre i loro compiti, le loro prerogative. Si vuole, oggi come allora prestare orecchio e favore agli inquisiti e non all’accertamento della verità giudiziaria dei fatti.
Forse anche perché, oggi come allora, c’è un presidente del Consiglio sotto inchiesta?
Ecco l’equivoco che tiene in piedi tutto. Essere indagati non è essere colpevoli. Quindi il giudice che indaga va tenuto libero nella sua azione investigativa. Nello specifico, so per certo che Prodi si difenderà dalle accuse della procura di Catanzaro, nel caso ce ne siano. Dovrà cioè dare giustificazioni nel merito delle cose e non fare di tutto per impedire ai giudici di fare il proprio mestiere, come accadde allora.

Poliziotto di formazione, magistrato di estrazione, il ministro Antonio Di Pietro, responsabile del dicastero delle Infrastrutture, sa da che parte stare. Sulla vicenda Forleo-Ds, sulle pesanti critiche di Mastella e dell’onorevole Luciano Violante alla procura milanese, sull’indagine del pm De Magistris nei confronti del premier Romano Prodi, non ha la minima esitazione: “Mi piacerebbe che la si smettesse di considerare il magistrato come un avversario politico. Atteggiamento che ritrovo sia a destra che a sinistra”.
Allora, che fa al Governo?
Se uno non condivide le coltellate, non può mica rispondere con le pistolettate…
Ma non si sente in imbarazzo in un esecutivo il cui premier è sotto inchiesta, un viceministro (Vincenzo Visco) è indagato, il ministro degli Esteri e il leader del partito più votato della sinistra sono definiti “complici consapevoli” di Consorte & Co da un giudice di Milano?
Se dovessi trarne le conseguenze, andrei a casa, certo. Ma ripeto: è la politica giudiziaria di tutto il governo che non mi convince e voglio restare per combatterla. Ho dalla mia la gente comune e gli elettori. E a chi mi chiede che c’azzecco io con questi, rispondo che ho l’ambizione di portare sulla retta via coloro che fanno politica attiva e sbagliano nell’attaccare i giudici. Non sto al governo per farlo cadere, sto al governo per mandare a casa quelli che non rispettano il programma dell’Unione.
Destra e sinistra soffrono quindi della stessa questione morale?
Ci sono onesti sia a destra che a sinistra. E ci sono furbi a destra e a sinistra. E poi lo vedono tutti che su alcuni provvedimenti (come per l’indulto) si sono registrate maggioranze politiche diverse da quelle parlamentari.
A chi si riferisce, ministro?
Nomi non ne faccio: ci metto tutti quelli che stanno con gli inquisiti.
Ci risiamo: è in scena un altro atto del conflitto tra politici e giudici?
Per fare un conflitto bisogna essere in due. Qui l’attacco viene solo da una parte, quella politica. Se qualcuno pesta i piedi ai magistrati, questi avranno o no diritto di protestare? È successo con la legge Castelli, è successo con la riforma Mastella, una legge sulla falsa riga di quella della CdL, che non ho esitato a definire “inciucio giudiziario”.
Il presidente Napolitano ha di nuovo invitato i poli all’ascolto reciproco. Ha poi ribadito, a proposito delle scalate Unipol-Bnl, che non c’è il clima del ‘92.
Vero, non è lo stesso clima. Anche perché nel ‘92 tutti - politici compresi - avevano fiducia nella magistratura. Dal ‘94 in poi il sistema di illegalità è diventato più sofisticato e, quindi, più pericoloso. Mentre si è ridotta ai minimi termini la solidarietà nei confronti dei giudici.
Sarebbe meglio se il Parlamento dicesse sì all’acquisizione delle intercettazioni sul caso Unipol?
Assolutamente sì. Io e l’Italia dei Valori, voteremo perché succeda. Ma mi augurerei che gli stessi chiamati in causa chiedano ai loro colleghi di non stracciare quelle carte. Per amore di verità; perché è nel loro stesso interesse; per permettere alla giustizia di fare il suo corso e per non lasciare che sul Parlamento aleggi un alone di impunità che lo discrediterebbe. Ovvio - fa una pausa - che per fare un discorso del genere bisogna essere innocenti.

Affaire Bnl-Ds: la solidarietà di Romano, i timori di Walter

Massimo D'Alema, leader Ds, vicepremier e Ministro degli Esteri del governo Prodi
Ma alla fine che cosa capiscono gli elettori, soprattutto quelli di sinistra, e in particolare chi crede nel Partito democratico, della baruffa tra esponenti diessini ed il gip Clementina Forleo? La gente comune, è noto, è portata a diffidare dei politici e della loro onestà. Almeno, della loro buona fede. Certo, non è un buon motivo per assecondare questa tendenza, per cavalcare il cosiddetto giustizialismo di ritorno, né per strumentalizzare le (eventuali) disavventure giudiziarie di questo e quello.

Ma non è neppure un buon motivo, da parte di Massimo D’Alema e dintorni, per trincerarsi in una difesa d’ufficio di se stessi e di quella che da molti viene ormai identificata come una casta. Si parla di ispettori (spediti alla procura di Milano da Clemente Mastella), di invasioni di campo, di prerogative istituzionali, di proibire l’uso delle intercettazioni. Soprattutto, ne parla molto D’Alema, di polverone. Ma non ci si rende conto che il polverone sta soprattutto in queste ambiguità. Chi è coinvolto nelle intercettazioni dovrebbe invece spiegare. Con parole chiare, dire come mai davano e ricevevano da Consorte informazioni finanziarie che dovrebbero restare riservate. In che modo utilizzavano, se le utilizzavano, quelle informazioni. Stessa cosa ovviamente per i tre esponenti del centrodestra che tenevano i rapporti tra l’ex governatore Fazio e Gianpiero Fiorani.

Quanto a Romano Prodi, che si precipita a d offrire solidarietà agli esponenti diessini, e ne fa comunicati ufficiali, sarebbe il caso che come presidente del Consiglio si occupasse di altro. Anche perché la sua solidarietà appare inevitabilmente pelosa.

Infine Walter Veltroni. Si è proposto come leader di un partito nuovo suscitando interesse e speranze: ma se la diffidenza investe da subito il Pd e i suoi fondatori, non avrà migliore sorte. Anche Walter dovrebbe chiedere e dare spiegazioni; e, anche se l’affaire Unipol non lo riguarda, dire per esempio in che modo il Partito democratico intende finanziarsi. Non sarebbe un contributo alla trasparenza e un buon argomento contro l’ondata montante di antipolitica?

I partiti della Seconda repubblica sono nati sulle macerie di Tangentopoli, con tutti gli strascichi e i problemi che ne sono seguiti. E con tutte le imbarazzanti inversioni di ruolo. Volete un paio di prove? “La politica deve occuparsi di creare le condizioni perché tutti i cittadini siano ugualmente rispettati davanti ai tribunali e perché i magistrati siano realmente indipendenti da ogni altro potere. Questo è il punto. Questo spetta alla Costituzione, tutto il resto compete invece alla quotidianità e alle leggi ordinarie”: parole di Luciano Violante, anno 1998. Ancora: “Sconsiglio al premier di scrivere di suo pugno la legge sulle intercettazioni telefoniche, il Parlamento ha tutta la competenza e la professionalità per occuparsene. Ho il timore che il governo voglia usarla per bloccare la magistratura”: parole di Piero Fassino, anno 2005, e il premier era Silvio Berlusconi.

Scalate & politica: indignazione bipartisan, danni solo a sinistra

Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, a Roma
Prima Unipol, Consorte ed i “furbetti del Botteghino”. Poi Antonveneta e Rcs, con l’arrivo alla ribalta (straripante, com’è nel suo stile) di Stefano Ricucci. Imbarazzi che dai ds si propagano al centrodestra, visto che vengono tirati in ballo personaggi come Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Pier Ferdinando Casini. Segue indignazione bipartisan: un po’ il mutuo soccorso evocato alcuni giorni fa.
C’è da dire che alle intercettazioni si sono aggiunti i verbali degli interrogatori (di Ricucci), e ai verbali le interviste, le precisazioni, le marce indietro, sempre dello stesso immobiliarista romano. Insomma, sinceramente il quadro non è chiaro, i politici - sinistra e destra - sospettano che dietro l’ondata di rivelazioni ci sia una strategia mediatica, ovviamente ordita da quelli che dovevano essere i bersagli delle scalate di due estati fa: poteri forti industriali ed editoriali.
Ma queste sono interpretazioni, anche legittime, che solo la conclusione delle indagini potrà confermare o smentire. Nel frattempo nel campo politico si fanno i conti di chi esce ammaccato, chi indenne, chi addirittura rafforzato. Perché in realtà, dietro la compatta levata scudi dei partiti, c’è anche un bel po’ di cinismo.
Cominciamo dall’Unione. L’epicentro restano i Ds, dove i sospetti di Massimo D’Alema e dei suoi sono sempre più puntati su Walter Veltroni. Il sindaco di Roma non nasconde più di voler scendere in campo, intanto per la leadership del Partito democratico, dopo per l’investitura a candidato premier. Ma se si tenessero le primarie a tempi brevi, Veltroni non potrebbe parteciparvi perché dovrebbe lasciare il suo super-panoramico ufficio al Campidoglio. In questo caso il favorito resterebbe, nonostante tutto, Romano Prodi. Terzo nome, Francesco Rutelli. Non ha chances di guidare il Pd (gli mancano i voti e il potere), potrebbe però costituire un tandem con Veltroni. E dunque: Veltroni e Rutelli su, D’Alema e Fassino giù, Prodi stazionario.
Ma in subbuglio c’è tutta la sinistra massimalista. Da lì vengono parole gravi contro la commistione tra politica e finanza che emerge dal gossip giudiziario di questi giorni. Siccome questo gossip non risparmia Prodi ed il suo stretto collaboratore Angelo Rovati (finito nell’occhio del ciclone per lo scontro con Tronchetti Provera sul dossier Telecom), Rifondazione e dintorni ne approfittano per prendere le distanze pure dal premier. Può essere un motivo in più per sganciarsi dal governo, una tentazione sempre più forte nella sinistra radicale.
Ed il centrodestra? Silvio Berlusconi e Gianni Letta vengono tirati in ballo da Ricucci, che prima dice poi smentisce. Il coinvolgimento per la verità è minimo: solo qualche generico incoraggiamento ad andare avanti nella scalata alla Rcs. Il Cavaliere e il suo fedele braccio destro negano tutto, Ricucci fa marcia indietro, su loro come su Casini. Evidentemente i sospetti restano. Se i ds danno la sensazione di aver fiancheggiato attivamente l’assalto di Unipol alla Bnl, il centrodestra pare solo interessato ad avere al Corriere della Sera azionisti più malleabili, mentre le due scalate appaiono collegate. Così come interesse verrebbe manifestato da Prodi e Rovati.
Gli effetti collaterali sono minori. Per quanto riguarda Prodi, c’è il dato inoppugnabile che un anno fa, a scalata sventata, il Corriere si schierò con Prodi, una decisione che fece molto discutere ma solo sul piano politico-editoriale. Quanto al Cavaliere e ai suoi, l’elettorato di centrodestra non si è mai mostrato particolarmente sensibile alle eventuali commistioni tra politica e affari. Se Berlusconi ad un certo punto ha dato a Ricucci una pacca sulle spalle, rispetto al conflitto d’interessi si tratta pur sempre di un bruscolino.
Dunque, per ora e salvo sorprese future, i problemi restano quasi tutti nel campo della sinistra. Anche se per D’Alema, Berlusconi continua ad avere un occhio di riguardo.

Ecco il VIDEO servizio:

Caso Unipol-Ds: tira aria di mutuo soccorso

Photo by Massimo Di Vita
C’è aria di mutuo soccorso intorno all’affaire Unipol. Il centrodestra, e Silvio Berlusconi in particolare, non sembrano voler strumentalizzare le telefonate tra Giovanni Consorte ed i dirigenti Ds. Anzi: si moltiplicano i segnali di distensione, anche minimi, tra il Cavaliere ed i leader diessini. Ieri Berlusconi all’Assemblea della Confartigianato che fischiava l’intervento di Pier Luigi Bersani, è andato a sedersi accanto a Piero Fassino e, al termine, ha stretto la mano al ministro delle Attività produttive «per il coraggio mostrato».

Da parte Ds, e soprattutto da parte di Massimo D’Alema, il primo tentativo di reazione è diretto più contro i magistrati, e soprattutto contro gli alleati «tiepidi», che non all’opposizione. «Da Berlusconi, come anche da Fini e Casini, sono arrivate parole molto misurate» ha detto D’Alema in una lunga intervista al Tg5.

Più sbrigativo il giudizio su Prodi: «Credo che abbia usato parole chiare». Aggiungendo: «D’altra parte questo grado di solidarietà è anche legato al rilievo dell’attacco, e io credo che non ritenga una grande solidarietà, ma una certa preoccupazione sì».

Parole neppure troppo criptate. I Ds si sentono da giorni nel fortino assediato, ma la cavalleria non arriva, né quella di Prodi né quella di Francesco Rutelli. Il loro margine di manovra politica si è considerevolmente ridotto, e sono convinti che Prodi, Rutelli e anche la sinistra massimalista ci marcino.

Da qui il mutuo soccorso, dietro al quale è fin troppo evidente il tentativo di una svolta politica. Il centrodestra sa che nonostante le visite al Quirinale ed i tentativi di spallata parlamentare, sarà difficile far cadere il governo al Senato o nelle piazze. Berlusconi dice: «Ci vorrebbe un regicidio». Ovvero: ci vorrebbe che qualcuno della maggioranza uccidesse il sovrano. Se questo accadesse, come più volte ha ripetuto il Cavaliere, la Cdl non si opporrebbe ad un esecutivo transitorio «anche della sinistra» che portasse il Paese alle urne. Niente governo istituzionale o di salute pubblica dunque, «perché lì dovremmo starci anche noi ed invece i nostri elettori ci vogliono all’opposizione».

Questo è l’obiettivo della Cdl, o almeno di Berlusconi. Qualcosa che ricorda molto da vicino il vecchio asse con D’Alema nel 1998, ai tempi della Bicamerale. Un’operazione dalla quale la Cdl avrebbe molto da guadagnare e nulla da perdere: la crisi a sinistra verrebbe allo scoperto, il centrodestra non si sporcherebbe le mani e andrebbe in carrozza alle prossime elezioni.

Ma i Ds o chi per loro che vantaggio avrebbero dal mutuo soccorso e dal regicidio? Intanto romperebbero un assedio giudiziario politico che rischia di farsi pericoloso. E soprattutto si libererebbero di Prodi, che nel giudizio di molti rischia di trascinarli a picco con l’impopolarità del governo. Ma per la Quercia è un gioco ad altissimo rischio. Dovrebbero sacrificare il progetto di Partito democratico, e forse anche la segreteria Fassino, giudicata troppo debole. Romperebbero per sempre l’unità a sinistra. Di fatto, parteciperebbero ad una seconda defenestrazione di Prodi dopo quella del 1998. E soprattutto avrebbero molte cose da spiegare ai loro elettori, già non precisamente soddisfatti.

Il ds Latorre: non mi butterete giù con una telefonata

Nicola Latorre, senatore diessino e dalemiano doc
Dal suo sito: Nicola Latorre è nato a Fasano (Br) il 14 settembre 1955. Avvocato, sposato, due figli. Vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato e componente della IV commissione - Difesa. Membro della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra (Ds) dal 2005. Eletto nel collegio senatoriale di Bari-Bitonto alle elezioni suppletive del 2005 e nel 2006 nella lista dei Democratici di sinistra al Senato. Nel 2000 ha fondato, insieme con Massimo D’Alema e Giuliano Amato, l’Associazione Futura. Capo della segreteria del presidente del Consiglio durante il governo D’Alema dal 1998 al 2000.
Latorre, piange il telefono. Nulla di penalmente rilevante, ma molto di simbolicamente imbarazzante.
Nessun imbarazzo, io credo che la politica non si debba disinteressare di queste questioni. Semmai sarebbe sbagliato se intervenisse per alterare il mercato, o peggio per trarre dei benefici personali. Cosa di cui non c’è traccia.
Ma allora non era meglio giocare alla luce del sole, invece che fare le verginelle che nulla sanno o vogliono sapere?
Nelle poche volte in cui sono stato chiamato a esprimermi l’ho fatto. Le ripeto, la politica ha tutto il diritto di interessarsi a ciò che succede in economia e in finanza.
E il compagno Ricucci che vuol prendere la tessera del partito?
Ho ricevuto una telefonata da Stefano Ricucci: tono e contenuti la dicono lunga sulla natura insignificante di quella conversazione.
Allora non è andato al suo matrimonio con Anna Falchi…
Ma scherza? Fra l’altro alle nozze non sono neanche stato invitato. Quella di Santo Stefano a cui mi invitava era una festa cittadina che viene sponsorizzata da lui, dove di solito chiama varie autorità.
Al di là del compagno, dal tono delle conversazioni sembrava che tra lei e Ricucci ci fosse una certa familiarità.
Ma no, era il periodo in cui alcuni giornali l’avevano definito compagno, dunque si accreditava avesse rapporti con il nostro partito.
Era quando Massimo D’Alema fece quella intervista in cui disse che Ricucci in fondo non aveva la rogna?
No, credo fosse dopo. Ma non mi faccia domande da pubblico ministero.
Beh, sono mestieri un po’ simili. Anche i giornalisti, nel loro piccolo, indagano. E Piero Fassino che non ci capisce nulla?
L’ho detto per tagliare corto, non era assolutamente irriverente. Anzi, era un modo per proteggere il mio segretario, per dire che non c’entrava niente con queste operazioni finanziarie.
Ammetta almeno che il “Facci sognare” di D’Alema a Giovanni Consorte è un po’ eccessivo.
Lei conosce D’Alema e sa benissimo che lui è uno che fa del sarcasmo la forma retorica del suo discorso. Dunque è così che bisogna leggere quell’esortazione. Del resto tutto il tono della conversazione era ironico. Lo so perché io vi ho assistito per intero, visto che D’Alema l’ha fatta col mio telefono. E le giuro che invece era molto serio nel dire che bisognava rispettare le regole e le domande poste dagli organi di controllo.
E gli amici milanesi di cui il presidente dei Ds fa menzione con Consorte chi sono?
Visto che c’ero le traduco il senso di quella frase. D’Alema voleva dire: adesso l’operazione Unipol su Bnl incontra resistenze, ma se andrà in porto alla fine sarà accettata anche da quegli ambienti finanziari milanesi che ora sono scettici verso chi è considerato un parvenu della grande finanza. Tutto qua.
E l’”Attento alle comunicazioni” con cui avverte Consorte di essere intercettato?
Questa è fantastica, peccato manchi un pezzo che lei potrà trovare leggendo tutta l’intercettazione. D’Alema dice: “Attento alle comunicazioni agli organi di controllo”, non si riferisce alle comunicazioni telefoniche intercettate. È un invito al rigore. E poi le pare uno così ingenuo da dire una cosa simile se avesse saputo che la conversazione era intercettata?

Il mirabolante rapporto dei Ds con le banche

Massimo D'Alema, presidente Ds
Diciamo la verità: facili battute sul collateralismo di Unipol e compagnia a parte, il Pci, poi Pds, poi Ds, sulle banche non ci ha mai campato, anzi. Come dice Nicola Latorre parlando di Piero Fassino, il suo segretario, non ci ha mai capito nulla. E quelle poche volte che ha deciso di capirci qualcosa si è mosso tra goffaggini, titubanze e ingenuità. Una per tutte: ma si può permettere, simpatizzando il partito per la scalata della Olivetti alla Telecom, che nell’azionariato della lussemburghese Bell di Roberto Colaninno, Chicco Gnutti e soci ci fosse un fondo di nome Oak, Quercia, su cui si sarebbero scatenate le facili insinuazioni di molti? E pensare che persino Giuliano Tavaroli e la security-spectre della Pirelli, che sull’Oak hanno cercato fino alla morte tracce di tesoretti diessini, alla fine si sono dovuti arrendere al nulla che emergeva.
Al confronto, i democristiani erano dei marziani, gente che si muoveva con stratosferica perizia, specie quando si doveva decidere di nomine e finanziamenti nelle famose nottate spese dai notabili bivaccando a Palazzo Chigi per sistemare nomi e caselle.
Tant’è che la Dc ha dato al mondo bancario fior di dirigenti, mentre i Ds sono rimasti a bocc’asciutta. L’elenco scudocrociato è lungo, va da Giuseppe Guzzetti a Roberto Mazzotta, da Gianni Zandano a Fabrizio Palenzona, solo per citare gli ultimi.
E i Ds? La lista dei banchieri di riferimento è sempre stata piuttosto scarna: il massiccio Giuseppe Zadra, poi finito alla direzione generale dell’Abi. Il pensoso Alfonso Iozzo, che ora sta alla Cassa depositi e prestiti. Il tenace Silvano Andriani, che fu presidio al Montepaschi, che però, più che la banca comunista per eccellenza, è sempre stata la banca dove le correnti del partito, anche quando vigeva la ferrea regola del centralismo democratico, si facevano la guerra.
Last but not least, Pietro Modiano, il direttore generale dell’Intesa Sanpaolo, il quale deve la nomea diessina forse più al fatto di essere sposato con il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini che non per intima vocazione. Leggenda vuole, comunque, che Massimo D’Alema lo sponsorizzi ogniqualvolta si libera qualche poltrona di rango, di recente quella di Matteo Arpe quando ancora la Capitalia non si era promessa in sposa all’Unicredito. Leggenda vuole, ma non è vero, che D’Alema abbia cercato di spingere Modiano anche in un recente colloquio milanese con Giovanni Bazoli.
Andando indietro nel tempo (non poi tanto) il banchiere diessino per eccellenza è stato Angelo De Mattia, ex sindacalista della Cgil, famoso responsabile della sezione credito del partito, arguto corsivista del Manifesto con lo pseudonimo di Galapagos, ora commentatore con nome e cognome sulle pagine dell’Unità. Una breve militanza, la sua, prima di essere folgorato sulla via del pio Antonio Fazio, che seguì come un’ombra nei suoi anni di governatorato alla Banca d’Italia.
Il Botteghino, la sede romana dei Ds
Tutto qui, e francamente è un po’ poco per parlare di presenza nel mondo delle banche. Persino il tanto biasimato rapporto con Giovanni Consorte e la sua Unipol alla fine si riduce a un blando collateralismo dove i diessini guardano dal buco della serratura le mirabolanti mosse del capo delle cooperative, perfettamente a suo agio tra le alchimie della finanza. Il quale ha buon gioco nel dire, con un certo sarcasmo simildalemiano, che erano i diessini a informarsi da lui, non lui a cercare loro per farsi dettare la linea.
Alla base di questa estraneità quasi antropologica al mondo del credito ci sono almeno due buone ragioni.
La prima: i comunisti hanno sempre pensato che fossero altri i settori della società da privilegiare. Per esempio il sindacato e la cultura, cui hanno infatti fornito fior di uomini e idee.
La seconda, di fatto quella pregiudiziale: come Bertolt Brecht, avevano sempre pensato che reato non fosse svaligiare una banca, ma fondarla. Perché ci fu un tempo in cui il denaro era sterco del demonio e l’ideologia non consentiva il ben che minimo immerdamento. E quando lo consentiva, era sempre stato difficile andare d’accordo sulla spartizione della torta e del territorio.
Abbiamo detto del Montepaschi, per antonomasia l’unica banca dove i comunisti potevano fare il bello e il cattivo tempo. Quando il fu sindaco Pierluigi Piccini, inviso a Botteghe Oscure, cercò di diventare presidente della fondazione che controllava la banca, l’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco firmò dal giorno alla notte un decreto (questo sì davvero speciale) che gli sbarrava la strada.
Piccini, che prima di fare il sindaco lavorava al Monte, avrebbe dunque dovuto ritornarsene al suo modesto incarico da 35 mila euro lordi l’anno. Invece, “promoveatur ut amoveatur”, fu mandato a capo dell’ufficio parigino della banca per il modico stipendio di 442 mila euro, più casa, più una quarantina di voli business pagati nel caso gli fosse venuta con una certa frequenza la nostalgia di rivedere Siena.
Giovanni Consorte, ex presidente Unipol
Segno, inequivocabile, che il denaro non era più sterco del demonio. Una consapevolezza arrivata però troppo tardi per influenzare il grande risiko bancario che stava per iniziare. E se Massimo D’Alema ha governato due anni senza che nessun matrimonio epocale venisse celebrato, Romano Prodi ci ha messo sei mesi a benedire quello tra Intesa e Sanpaolo. E altri sei per l’ultimo, tra Unicredito e Capitalia, celebrato alla velocità della luce, su cui i Ds hanno cercato di mettere il cappello nel tentativo di bilanciare l’attivismo prodiano in materia.
Leggenda vuole che D’Alema abbia insistito con Cesare Geronzi perché acconsentisse alle nozze, ma non è vero. Che tra il banchiere di Marino e il presidente diessino ci siano buoni rapporti è cosa nota, altro però è pensare che il bianco Cesare sia uno che si fa suggerire le mosse. Lui le mosse non se le fa suggerire da nessuno e i politici, semmai, sono quello che erano per la buon’anima di Enrico Mattei: dei taxi buoni a farci un pezzo di strada. Nel caso dei Ds, poi, nemmeno tanto lungo.

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