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Politici: abbiamo la casta più ricca d’Europa

L'aula del parlamento (Ansa)

L'aula del parlamento (Ansa)

Leggi l’intervista a Alessandra Mussolino e Emanuele Fiano
Cara, carissima casta. Addirittura la più pagata di tutta l’Unione Europea. È il primato che spetta ai parlamentari italiani. Pur con l’ultima sforbiciata di tre mesi fa, gli stipendi di deputati e senatori restano i più alti dei 27 paesi europei. E, ciliegina sulla torta, sebbene la popolazione sia meno numerosa di quella tedesca, francese e inglese, la nostra casta resta anche la più abbondante.
Panorama ha effettuato un confronto sui dati raccolti dai parlamenti nazionali (riferiti a fine 2010): il quadro non lascia dubbi. Solo restando all’indennità di base, ovvero lo stipendio annuo lordo corrisposto agli eletti per 12 mensilità, i deputati italiani portano a casa 140.444 euro. Contro i 91.764 dei tedeschi, gli 85.202 dei francesi, i 76.913 degli inglesi e gli appena 43.771 euro degli spagnoli. Ma, anche guardando al ricco Nord Europa, olandesi e danesi intascano sempre di meno dei nostri «eletti» (in tutti i sensi). Continua

EROI. Il 2009 del coraggio


EROI. Il 2009 del coraggio

I vigili del fuoco a Viareggio. Lo stormo aereo di Ciampino, che ogni notte salva la vita a chi aspetta un trapianto. Ma anche il rugbista aquilano che ha giocato contro il terremoto, il milanese che combatte l’usura, l’immigrato clandestino che ha fermato un suicida… Così, in un anno difficile, alcune persone del tutto normali sono state capaci di gesti straordinari. Continua

Rotte clandestine: ecco dove passa lo straniero

Percorsi clandestini

L’immigrazione clandestina verso i paesi Ue mostra una battuta d’arresto nei primi 4 mesi del 2009.
Stando ai dati raccolti dall’agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, il calo è di circa il 16 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Forse anche per effetto della crisi. “Ci sono molti fattori alla base di questa tendenza” dice a Panorama Gil Arias Fernandez, vicedirettore esecutivo di Frontex, “ma la crisi fa senz’altro da deterrente. Al momento ci sono meno aspettative di trovare lavoro nei paesi Ue e quindi la disponibilità a tentare un viaggio della speranza è più bassa”. Non durerà a lungo. “In estate la pressione cresce sempre significativamente, soprattutto ai confini marittimi” prevede lo stesso Arias Fernandez. “Anche quest’anno ci aspettiamo un aumento dei tentativi di raggiungere le coste europee”.
Alla Frontex sperano, però, che non si ripeta quanto accaduto nel 2008. Il bilancio conclusivo dello scorso anno, tirato in questi giorni, è impressionante: 24 per cento in più di ingressi clandestini rispetto al 2007; e 15 per cento in più di persone che soggiornavano illegalmente nella Ue.

All’Italia tocca il primo posto per gli ingressi via mare: 37 mila gli sbarchi accertati, il 41 per cento del totale Ue. I barconi dalla costa africana si sono presentati anzitutto all’isola di Lampedusa (approdi raddoppiati a 31.300 rispetto all’anno precedente), poi in Sicilia (3.300), Sardegna (1.600) e nel resto della Penisola (800). In aumento anche i boat people nella vicina Malta: da 1.700 a 2.800.
E così nel Mediterraneo orientale. I casi di quanti hanno varcato illecitamente i confini marittimi dalla Turchia verso la Grecia sono raddoppiati, toccando quota 29.100. Bersagliate le sei isole più vicine alla costa turca: Lesvos, Chios, Samos, Patmos, Leros e Kos. Meno forte il flusso nel Mediterraneo occidentale: 16.200 i clandestini arrivati dal mare in Spagna, con un sensibile calo alle Canarie e alle Baleari, in seguito al muro alzato dal governo Zapatero.
Che cosa sta succedendo nel Mediterraneo ora, dopo l’accordo siglato fra Italia e Libia? “Il numero dei clandestini in rotta verso l’Italia è sceso in misura marcata” registra il vicedirettore di Frontex. “Il confine, ovunque sia, è controllato da due parti. Se queste non collaborano, gestirlo diventa difficile. Ecco perché il rafforzamento della cooperazione con i paesi terzi è sempre un fattore decisivo contro l’immigrazione clandestina. E non dimentichiamo che prevenire le partenze dalla costa libica alla sponda europea significa anche salvare molte vite umane, visto che i viaggi sono spesso intrapresi in condizioni di mare pessime”.
Nessuno esclude che i trafficanti di uomini (4.565 quelli fermati l’anno scorso nella Ue) possano riorganizzarsi cambiando rotte, secondo quello che in gergo viene chiamato “effetto spostamento”. “Ma è difficile prevedere dove avverrà nell’immediato futuro” avverte il responsabile di Frontex. “Le rotte non cambiano spesso perché prima di iniziare un nuovo itinerario i trafficanti fanno una prova per sondare la capacità di reazione nel contrasto: solo se questa è bassa inaugurano il tragitto. Il nostro centro d’attenzione resta il bacino mediterraneo, lungo i confini greco-turco e spagnolo”.
Via terra il numero massimo di clandestini, 38.600, è stato accertato fra Grecia e Albania. Si tratta per lo più di albanesi che, pur essendo riportati immediatamente indietro, in virtù di un trattato di riammissione fra i due paesi, provano subito a riattraversare il confine.
La rotta seguita da turchi e iracheni dalla Turchia alla Grecia, invece, ha registrato 14.500 ingressi clandestini. Al terzo posto la frontiera fra il Marocco e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla (7.500 casi). Mentre al confine terrestre orientale che corre dalla Finlandia alla Romania, meta di moldovi, bielorussi e ucraini, gli arrivi sono stati 6.200.
Circa 140 mila i rifiuti di ingresso: 60 mila ai confini terrestri, 65 mila negli aeroporti, solo 6.700 in mare. Il record spetta alla Spagna con 400 mila rifiuti opposti solo al confine marocchino (un caso unico nella Ue), altri 13.600 negli aeroporti iberici. Al primo posto per i rifiuti aerei c’è, però, il Regno Unito: 17.600 i passeggeri arrivati con voli extra Ue o interni all’area Schengen non lasciati passare.
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Francia e Spagna sono i paesi che hanno denunciato più casi di soggiorni illegali: rispettivamente, 81.200 e 77 mila. Seguono Italia e Grecia, che hanno segnalato circa 50 mila clandestini ciascuno nei rispettivi territori nazionali.
Nella Unione Europea resta sempre preponderante, infatti, il numero dei cosiddetti overstayer: coloro che arrivano, per lo più via aerea, con regolare visto turistico o permesso di soggiorno temporaneo senza fare ritorno a casa, una volta scaduto: restano cioè illegalmente sul territorio europeo, magari spostandosi da un paese all’altro dell’area Schengen. Di fatto, però, non esiste una stima affidabile di quanti siano realmente i clandestini che vivono nel Continente.

Il nuovo Europarlamento: ora cominciano le guerre fredde

La composizione dell'Europarlamento 2009

Le trattative sono appena cominciate e la partita si annuncia tutt’altro che facile.
Dopo la vittoria del centrodestra in Europa, la riconferma del popolare José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea appare più facile. Ma nel vertice europeo del 18-19 giugno l’ex premier portoghese potrebbe incassare dai 27 leader Ue solo una fiducia politica, senza una designazione formale.
L’incertezza è legata al secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona, ormai quasi certo per ottobre: se approvato, comporterebbe un secondo voto sulla Commissione europea da parte dell’Europarlamento. Senza contare, a quel punto, l’intreccio con le nuove cariche di presidente europeo e ministro degli Esteri della Ue.
L’avvio dei lavori parlamentari è fissato per il 29 giugno, quando inizieranno le prime sedute ufficiali dei 736 neoeletti in vista della sessione inaugurale del 14 luglio. Ma già da questa settimana gli eurodeputati si incontrano per sciogliere alcuni nodi. Primo fra tutti la costituzione dei gruppi. Regola vuole che per formarne uno occorrano almeno 25 parlamentari di sette differenti paesi Ue.

La novità potrebbe essere il debutto di un nuovo gruppo destinato a raccogliere un consistente blocco di antieuropeisti. Soprattutto si attende di sapere cosa faranno i 27 conservatori britannici, che hanno annunciato di staccarsi dal Partito popolare europeo (Ppe).
Nella sessione costitutiva di luglio saranno eletti presidente, vicepresidenti e questori, poi le commissioni parlamentari. Un’assegnazione calibrata su base proporzionale secondo una sorta di manuale Cencelli, che in Europa si chiama metodo d’Hondt, e per la quale i giochi sono appena cominciati.
I popolari, usciti vincitori dal voto con 264 seggi, voteranno il 23 giugno il presidente di gruppo. L’uscente Joseph Daul, francese alsaziano, punta a essere riconfermato. E qui si innesca la partita italiana per la poltrona più alta dell’Europarlamento.
I candidati del Ppe alla presidenza sono due: l’ex premier polacco Jerzy Buzek e l’italiano Mario Mauro.
In assenza di un accordo, il Ppe sceglierà un nome con un voto interno nella riunione di gruppo prevista ad Atene il 29 giugno. Buzek fa pesare la sua provenienza, visto che la Polonia è uno dei nuovi partner dell’Ue, e il fatto di essere protestante, elemento spendibile per conquistare un più ampio consenso dell’aula che dovrà poi votare il gradimento. Mauro è alla terza legislatura a Strasburgo, è già stato vicepresidente dell’Europarlamento, ha un record di presenze e produttività, oltre a essere più giovane (a luglio Buzek compirà 70 anni, Mauro 48). Soprattutto, l’Italia è l’unico grande paese fondatore senza la presidenza dal 1979. E ha avuto un’affluenza del 67 per cento di elettori contro appena il 24,5 della Polonia.
I popolari dovranno decidere il futuro asse politico, scegliendo se seguire la consuetudine di dividere i cinque anni di presidenza con il secondo maggiore gruppo, cioè una staffetta con il candidato socialista Martin Schulz, o appoggiare un tandem con i liberali di Graham Watson, come avvenne già nel 1999 fra Nicole Fontaine e Patrick Cox. E questo anche in ragione delle priorità di questa legislatura che vedono al primo posto i temi economici, come pure la strategica questione ambientale, con l’accordo post Kyoto.

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Eurofannulloni ancora salvi

Ora il nuovo Parlamento europeo

Anche nella prossima legislatura gli eurodeputati fannulloni saranno salvi, almeno a metà. È quanto paventa il radicale (eurodeputato uscente) Marco Cappato.
Oggi il computo delle presenze viene fatto solo sui dati delle sessioni plenarie a Strasburgo (una al mese) disponibili presso l’ufficio registro del Parlamento europeo.

Non vengono invece conteggiate le presenze nelle commissioni, che si riuniscono praticamente ogni settimana a Bruxelles e sono altrettanto importanti ai fini del lavoro parlamentare.
La proposta di mettere su internet tutti i documenti degli eurodeputati e le relative presenze (relatore lo stesso Cappato), pur raccogliendo il consenso della stragrande maggioranza dell’aula, è slittata. Di fronte al dissenso di alcuni, il bureau del Parlamento europeo ha preso atto e ha rinviato la questione.

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L'europarlamento di Strasburgo

Sono pagati meglio dei loro colleghi a Strasburgo ma disertano gli scranni, non conoscono le lingue, sono incapaci di fare lobby e, appena possono, tornano a casa.

È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalista Alessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo: Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani.
Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio.
Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni.
La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati).
A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”.
Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”.
Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972.
Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti.
“Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”.
Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”.

I NUMERI
Busta paga e rimborsi dell’eurodeputato (tratti dal libro).
140.436 euro l’anno, pari a 11.703 euro al mese, è l’indennità annua di base degli eurodeputati italiani (cifre lorde).
287 euro al giorno, forfettari, di presenza alle sedute di aula o in commissione.
15.496 euro al mese per reclutare uno o più assistenti parlamentari.
4.052 euro al mese di spese generali (segreteria e gestione di ufficio).
8.153 euro mensili lordi percepiscono ogni mese gli austriaci, al secondo posto in classifica dopo gli italiani.
7.339 euro mensili prendono i tedeschi, al terzo posto. Ancora meno guadagnano i francesi (6.952 euro), gli inglesi (6.336) e gli spagnoli (3.126).

Quanto inquina il politico. E l’avvocato, il manager, lo studente…

Ass. Terra a Padova

C’è chi, come Paolo Cirino Pomicino, per amore dell’ambiente si è ridotto al lumicino. Deputato di lungo corso fin dai tempi della Prima repubblica e per anni europarlamentare a Strasburgo, fa subito ammissione di colpa: “Chi svolge attività politica, manageriale o commerciale, per forza di cose, produce più emissioni di anidride carbonica perché viaggia moltissimo. Io, per esempio, ho fatto tutta la vita avanti e indietro fra Roma e Napoli in auto”. Ma, tiene a precisare, i conti li pareggia in casa: “Ho una compagna molto più giovane di me, Lucia, che è sensibilissima sul tema. Usa gli elettrodomestici con parsimonia e l’elettricità con il contagocce. Al punto che mi sono autoregalato una pila elettrica per girare in casa” racconta Pomicino un po’ divertito.
Anche più spartana la sua collega Emma Bonino, che negli anni ha percorso più chilometri in cielo che in terra, essendo stata parlamentare a Roma e a Strasburgo, commissario europeo a Bruxelles, due volte ministro e ora senatore. “Avendo una casa con le mura spesse 50 centimetri, non accendo quasi mai il riscaldamento” racconta Bonino. “Da anni ho messo i doppi vetri e uso solo lampadine a basso consumo”.
Anche i politici hanno una coscienza verde, eppure i risultati di una ricerca effettuata da Borsa Italiana del CO2 e Studio Bartucci, che Panorama pubblica in esclusiva, inchiodano proprio i politici sul podio dei mestieri più inquinanti. Seguiti da manager, liberi professionisti e agenti di commercio. Mentre al fondo della classifica figurano casalinghe, studenti e pensionati. Vediamo perché.
Lo studio ha misurato la quantità di CO2 pro capite, quello che in gergo si chiama “carbon footprint”, per la prima volta in base allo stile di vita di 12 professioni: impiegato, casalinga, libero professionista, insegnante, medico, agente di commercio, manager, politico, artigiano, giornalista, studente e pensionato. Non sono state prese in considerazione attività che producono direttamente emissioni di CO2, come il pilota d’aereo o l’operaio metalmeccanico. Di ciascun mestiere sono state stimate le emissioni dirette e indirette legate alla vita quotidiana, sulla base di un identikit tipo.
In sintesi, la stima di quanta anidride carbonica è prodotta dall’uso di gas per il riscaldamento o il raffreddamento di abitazione e ufficio, l’uso di elettricità per elettrodomestici e apparecchi tecnologici in casa e al lavoro, l’illuminazione, l’uso di mezzi di trasporto pubblici o privati, il consumo di alimenti.
“Gli stili di vita sono stati definiti e uniformati su parametri standard da dati Istat o altre fonti” spiega Giovanni Bartucci, dell’omonimo studio di analisi e consulenza ambientale. “Abbiamo dovuto fissare stereotipi perché reddito, capacità di spesa, consumi e abitudini sono molto diversi anche fra chi svolge la stessa professione” spiega l’ingegnere. “Abbiamo poi elaborato una stima delle emissioni per unità funzionali comparabili: il metro quadrato per gli edifici, il chilowattora per l’energia, i grammi per chilometro per i trasporti”.
Per misurare la quantità di anidride carbonica prodotta da caloriferi e condizionatori d’aria è stata assegnata una classe energetica pari a 200 chilowattora per metro cubo l’anno, che corrisponde alla media nazionale. Per l’illuminazione è stata calcolata una media di 4 ore al giorno su un quarto della casa, in pratica la luce accesa in una o due stanze. Mentre per il lavoro è stata applicata un’illuminazione maggiore ma con più efficienza energetica: in questo caso, le ore variano dalle 2 dell’agente di commercio alle 12 del libero professionista.
La ricerca ha considerato anche 31 diversi elettrodomestici di uguale potenza, assumendo cioè che tutti usino lo stesso modello. La frequenza e il tempo di utilizzo cambiano, invece, da professione a professione, a eccezione di frigo e congelatore uguali per tutti. Calcolati anche computer, stampante, modem-fax secondo le diverse modalità di uso. Quanto agli alimenti, il calcolo delle emissioni ha tenuto conto dei dati di consumo medio in Italia fra verdura, formaggi, carne, pesce, uova, riso, frutta, grano e legumi sommando un certo numero di pasti consumati fuori casa, a seconda delle professioni.
Quali i risultati? “I calcoli dimostrano che diversi stili di vita possono portare a differenze molto ampie” dice Pietro Valaguzza, managing director della Borsa italiana del CO2. “In estrema sintesi, più si conduce una vita dinamica, ricca di spostamenti, con maggiore capacità di spesa e consumi, più aumenta il nostro livello di emissioni. Da queste elaborazioni, ciascuno può farsi un’idea di quanto è il suo impatto”. Ogni italiano emette, in media, 8 tonnellate annue di CO2. Ma nel caso dei politici si arriva a più del quadruplo: 36.422 chili di CO2 all’anno. Più di 20 mila chili sono prodotti solo dagli spostamenti in auto o aereo.
Anche i manager e i liberi professionisti superano abbondantemente la media: la quantità di emissioni è per i primi di 27.194 chili annui pro capite, per i secondi di 22.719. Facile se si considera che, oltre ai frequenti viaggi, spesso c’è anche l’impatto di più di una casa di proprietà. Il manager, infatti, vince la classifica delle emissioni di CO2 da gas domestico: 7.992 chili all’anno.
“Non sono certo un parsimonioso nella mia vita, anzi. Però, ho sempre evitato gli sprechi e non ho mai lasciato le luci accese: è prima di tutto una questione di educazione civica che ho trasmesso anche alle mie figlie” racconta l’imprenditore romano Giovanni Malagò. “Comunque, appena posso, scappo a Sabaudia per lasciare l’auto a casa e andare a piedi”.
Alto il carico delle emissioni dovute ai trasporti anche per avvocati, commercialisti, notai. “Oltre metà dei miei clienti è internazionale e quindi viaggio di continuo all’estero” precisa Andrea Carta Mantiglia, partner dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo. “Per lo stesso motivo sono costretto a consumare molti pasti fuori casa”. Ma qualcosa sta cambiando. “Giro in tutto il mondo e, onestamente, negli ultimi 5 anni noto il cambiamento: ovunque, nelle grandi aziende o nelle multinazionali, sono comparsi avvisi per ricordare ai dipendenti il risparmio di energia. E ormai tutte le più grandi catene alberghiere invitano i clienti a riutilizzare i teli da bagno”.
Qualcuno lascia l’auto nel box. “Io e mia moglie, che è insegnante alle scuole medie, andiamo al lavoro in bici e usiamo l’auto solo nel finesettimana per recarci nella casa in montagna con le nostre bambine” racconta Lorenzo Parola, avvocato nella sede milanese dello studio legale internazionale Allen & Overy. “Ma prendo l’aereo per andare a Roma o Londra almeno una volta a settimana, mai di meno, spesso di più. E mi rendo conto che con un solo viaggio ho azzerato tutto il mio risparmio quotidiano”. Non solo, “mentre il nostro studio londinese è interamente fotovoltaico, qui siamo in un palazzo antico dove non si può fare l’impossibile, anche se abbiamo buone pratiche di risparmio energetico come l’obbligo di spegnere il pc o l’uso di lampadine a basso consumo”.
Al quarto posto, con 16.350 chili di C02 all’anno, si piazzano gli agenti di commercio. Una categoria che percorre molti chilometri di asfalto ogni giorno per lavoro: almeno 45 mila all’anno. “Più visite si fanno, più affari si concludono” sottolinea Adalberto Corsi, presidente della Federazione nazionale associazioni agenti e rappresentanti di commercio. “L’auto è un po’ il nostro ufficio: io mi sono fatto 6 o 7 ore quotidiane al volante per anni”.
Corsi sostiene però che non è più come una volta: oggi, le auto si cambiano in media ogni 3 anni, il 40 per cento sono a gpl e tutte di nuova generazione Euro 4. “Lo abbiamo fatto prima per risparmiare, ora per l’ambiente”.
Sopra la media anche i giornalisti, 13.656 chili di CO2 all’anno, dati sia da viaggi frequenti sia da un uso piuttosto elevato di prodotti elettronici e di alta tecnologia. La sensibilità dei singoli fa la differenza. “Da anni nella mia campagna a Fiesole abbiamo sostituito il gasolio con un riscaldamento da biomasse” racconta Cesara Buonamici, anchorwoman del Tg5. “Utilizziamo lo scarto della lavorazione delle olive del nostro frantoio, la parte legnosa, per fare il carburante. Questo per dire che ciascuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa per l’ambiente. Certo, io sono fortunata perché l’amministrazione comunale fiesolana è sempre stata molto sensibile ai temi ambientali”.
E sul lavoro? “Per mia abitudine non lascerei mai il computer o la luce accesa uscendo dalla redazione, ma qui c’è ancora molto da fare” ammette Buonamici.
Più vicini alla media degli italiani i medici, con 10.076 chili di CO2 all’anno. Perfettamente in linea con la media nazionale gli impiegati, che ne producono poco più di 8 tonnellate a testa. Chi non raggiunge neppure la media nazionale sono gli insegnanti, che emettono 5.687 chili di CO2 all’anno. E la casalinga di Voghera? Stando al conteggio, esce a testa alta: a suo carico solo 4.404 chili di emissioni. Mentre studenti e pensionati non arrivano neppure alla metà della media nazionale. Come dire: i più giovani e i più anziani sono anche i più ecologici.

Smog a Milano

EMISSIONI CATEGORIA PER CATEGORIA
Politico: 36.422 Kg/co2 anno. Vive in una casa di 300 mq che condivide con il coniuge (inclusa la seconda casa che molti parlamentari hanno per lavoro a Roma); ha uno studio di 100 mq (fra spazi istituzionali e privati). Per motivi di lavoro viaggia molto, soprattutto in aereo. Per gli spostamenti in auto guida una berlina a benzina.

Manager: 36.422 Kg/co2 anno. Single,
vive in un appartamento i 200 mq. Ha molti elettrodomestici, computer e altri strumenti tecnologici con elevate prestazioni che lo portano ad avere i più alti consumi energetici. In ufficio dispone di uno spazio di 50 mq. Per spostarsi guida una coupé a benzina, ma fa uso anche di treno e aereo sia per lavoro sia nel tempo libero.

Libero professionista: 22.719 Kg/co2 anno
Abita in un appartamento di 150 mq in condizione agiata e con consumi energetici elevati. Per lavoro dispone di uno studio di 50 mq. Guida un suv per gli spostamenti di lavoro, si muove in aereo per le vacanze.

Giornalista: 13.656 Kg/co2 anno
Vive in un appartamento di 80 mq, ha a disposizione uno spazio di 20 mq per lavoro. Conduce uno stile di vita medio e per i suoi frequenti spostamenti guida una city car a benzina.

Agente di commercio: 16.350 Kg/co2 anno
Trascorre la maggior parte della giornata in auto per motivi di lavoro e percorre in media 60.000 km all’anno, usa un modello station wagon 1.7 tdci. Vive in un appartamento di 80 mq, con un discreto utilizzo di elettrodomestici e utensili elettrici.

Artigiano: 13.253 Kg/co2 anno
Ha una casa di 120 mq, il suo nucleo familiare è di quattro persone. Ha un laboratorio di 50 mq con varie macchine utensili che consumano parecchia energia. La sua è una vita semplice, con pochi svaghi ricreativi, ha un veicolo commerciale sia per il lavoro sia per uso privato.

Insenante: 5.687 Kg/co2 anno
L’insegnante vive in una casa di 100 mq con la famiglia composta di quattro persone. Per andare al lavoro guida un’utilitaria 1.6 tdci oppure usa i mezzi pubblici. Lavora in uno spazio di 80 mq che condivide con gli studenti. In generale ha un basso tenore di vita.

Impiegato: 8.087 Kg/co2 anno
Basso stipendio, ridotta capacità di spesa. Vive in un appartamento di 120 mq con la sua famiglia (quattro persone). Al lavoro condivide l’ufficio con altre 2 persone e dispone quindi di uno spazio di 33 mq.

Medico: 10.076 Kg/co2 anno
Abita in un moderno appartamento di 200 mq, la famiglia è composta da quattro persone. Lavora e riceve i suoi pazienti in uno studio di 30 mq e alcune volte si reca presso le loro abitazioni. Per questi spostamenti usa una monovolume a benzina. Nel tempo libero viaggia in auto o in aereo per i tragitti più lunghi. Ha un’alimentazione sana con un equilibrato consumo di carne.

Studente: 3.958 Kg/co2 anno
Lo studente vive in un appartamento di 100 mq condiviso con altri quattro studenti con esigenze e consumi simili. Si sposta con mezzi pubblici (treno e autobus). Inoltre ha più tempo libero per le vacanze e compie viaggi a lunga percorrenza in treno. Consuma cibi economici e preparati in casa. Anche i consumi per apparecchiature elettriche sono piuttosto ridotti.

Pensionato: 3.574 Kg/co2 anno
Se il pensionato ha un reddito modesto, conduce una vita austera. Abita in un appartamento di 50 mq. I suoi consumi sia energetici sia alimentari sono molto ridotti dal momento che non può permettersi di più per questioni di reddito. Si sposta prevalentemente in autobus e alcune volte in treno.

Casalnga: 4.404 Kg/co2 anno
La casalinga non percepisce propriamente uno stipendio, provvede comunque durante la giornata alla gestione della casa. Vive con il marito e due figli. I suoi consumi riguardano prevalentemente l’uso di elettrodomestici e utensili. Gli spostamenti, ridotti, vengono compiuti con un’auto piccola.

Rimpatri, è ancora risiko a livello europeo

Un clandestino al cpt

L’immigrazione tornerà sul tavolo dell’Unione europea fra poche settimane, quando approderà a Strasburgo la direttiva “rimpatri” (il dibattito in aula è fissato al 16 giugno). Un provvedimento, presentato nel 2005 dall’ex commissario europeo Franco Frattini, che ha l’obiettivo di rendere omogenee le disposizioni per il rimpatrio dei clandestini e le condizioni di detenzione nei centri d’accoglienza in tutti i 27 paesi Ue. La presidenza slovena, che guida il semestre fino al 30 giugno quando passerà la mano ai francesi, ha messo a punto un compromesso. Ma ci sono molte riserve.
Stando al testo, la decisione di espulsione deve avvenire entro 30 giorni al massimo (durante i quali il clandestino può decidere di tornare volontariamente nel suo paese d’origine). Per Repubblica ceca e Ungheria questo periodo è troppo lungo. In caso di mancata collaborazione, l’irregolare può essere riportato nel Paese di transito da cui è partito. Ma il cittadino oggetto di espulsione ha diritto a fare appello alla decisione con l’assistenza gratuita dello Stato se non ha risorse. Germania, Austria, Grecia, Lettonia e Malta, però, si oppongono perché non vogliono pagarne i costi.
Altro punto critico: la detenzione amministrativa degli irregolari fino a un massimo di sei mesi, estendibili a 18 qualora il clandestino rifiuti di identificarsi o il Paese di origine non collabori. Anche se non esiste in nessuno Stato il reato d’immigrazione (penale), nove Paesi hanno stabilito di poter trattenere gli extracomunitari clandestini anche senza limite di tempo (Finlandia, Svezia, Olanda, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Grecia, Estonia e Malta). In Lettonia per 20 mesi, in Germania per 18, in Ungheria e Polonia un anno. Nessuno se la sente di abbassare troppo la guardia. Previsto anche un fondo per i rimpatri. Quando il testo sarà approvato, si sbloccheranno 676 milioni di euro da utilizzare allo scopo: solo per il 2008, all’Italia ne toccherebbero circa 5 milioni.
I gruppi politici sono pronti a darsi battaglia. “È un provvedimento che armonizza le diverse norme oggi esistenti e può fare da vettore per costruire una vera politica europea, che resta l’unica soluzione possibile per l’immigrazione”, spiega il popolare Stefano Zappalà. Tiepidi invece socialisti e verdi, inizialmente propensi ma ora convinti che la proposta va corretta perché troppo sbilanciata sul lato repressivo. Critica l’ala radicale. “Siamo assolutamente contrari”, sintetizza per la Sinistra unitaria europea, Giusto Catania. “Non si possono armonizzare solo le regole di rimpatri ed espulsioni senza dare prima quelle per entrare legalmente nell’Ue”.
Dal punto di vista politico, diventa rilevante anche l’avvicinarsi del semestre di presidenza francese. Jean-Pierre Jouyet, segretario di Stato francese incaricato degli Affari europei, ha anticipato che il suo governo auspica un patto europeo per l’immigrazione e l’asilo. Ma bisognerà attendere i prossimi mesi per saperne di più.
L’Europa non ha, come noto, una politica comune in materia. Eppure, ne avrebbe bisogno. Sembra, infatti, paradossale non gestire in comune la frontiera esterna di un’area che prevede, quasi ovunque, la libera circolazione all’interno. Ma i governi nazionali si sono sempre opposti a qualsiasi tentativo in tal senso. A più riprese, il fronte mediterraneo (Italia in testa) ha cercato una strada comune scontrandosi sempre con gli altri partner. Innanzitutto perché ciascuno rivendica azioni diverse per la differente posizione geografica e tradizione storica. I Paesi scandinavi sono sempre stati riottosi a condividere i pesanti costi dei controlli lungo migliaia di chilometri di confini marittimi e terrestri. Germania e Gran Bretagna si sono avviate verso una politica che favorisce per lo più gli immigrati con alte qualifiche professionali. Su tutto c’è, poi, la gelosia di mantenere saldamente il controllo di un tema molto sensibile, anche per il consenso elettorale.
Il risultato è che ciascuno attua la sua politica ma i Paesi del Sud hanno spesso il compito più difficile, almeno per la gestione dei flussi. E, come un sistema di vasi comunicanti, qualsiasi giro di vite in un punto travasa in un altro. Come è accaduto quando la Spagna ha chiuso l’accesso alle Canarie e il terminale delle partenze si è spostato dal Marocco alla Libia, direzionando le rotte su Malta e Italia.
Va detto che, in realtà, la percentuale dei clandestini che arriva sulle coste o entra illegalmente rappresenta appena il 7 per cento del totale. Nel 2003, per esempio, le richieste di regolarizzazione presentate in Italia furono 700 mila: solo il 10 per cento era arrivato clandestinamente. Un altro 15 per cento aveva documenti falsi. Il 75 per cento era arrivato con regolare visto (turistico o altro): oltre mezzo milione di persone che non è mai tornato indietro una volta scaduto. E il problema riguarda tutti i Paesi.

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