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Chi l’ha detto che la questione meridionale è anacronistica? Le valigie non saranno più di cartone, al loro posto ci sono quelle con le rotelle, eppure continuano ad accompagnare i loro padroni lungo gli stessi “viaggi della speranza”.
Nel terzo millennio prosegue, infatti, indisturbato l’esodo dal Sud Italia verso le regioni più ricche del Nord. Lo rileva il “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno 2009″, presentato oggi da Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) a Palazzo Alteri, presso la sede dell’Abi.
Sono 700 mila le persone che fra il 1997 ed il 2008 hanno lasciato il proprio paese natale al Sud per raggiungere le città più ricche del Nord Italia. Solo nel 2008 il Meridione avrebbe perso 122 mila residenti: a fare la valigia più grande sono stati gli abitanti di Sicilia, Campania e Puglia, a fronte di un rientro di circa 60 mila persone.
“Caso unico in Europa” sottolinea il rapporto “l’Italia continua a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni”. Alla base di questo esodo vi sarebbero ancora le difficili condizioni del mercato del lavoro, sia per il numero esiguo dei posti di lavoro rispetto agli occupati, sia per la carenza di figure di livello medio-alto
Quando non emigrano, viaggiano: sono i cosiddetti pendolari a lungo raggio i nuovi migranti degli ultimi anni. Nel 2008 sono stati infatti 173 mila gli occupati residenti a Sud con un posto di lavoro al Centro-nord o all’estero. Sono 23 mila in più del 2007 (+15,3%). “Cittadini a termine” come li chiama il rapporto Svimez, che rientrano a casa per il week-end o un paio di volte al mese. Sono giovani e con un livello di istruzione medio-alta. Spesso sono maschi, single, dipendenti full-time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro.
E non smette di crescere neanche la percentuale di cervelli in fuga: preferiscono rischiare piuttosto che accontentarsi. Sono, infatti, i laureati eccellenti a dire no a un futuro di incertezze economiche e ad abbandonare per primi la loro Terra: se nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti, tre anni più tardi la percentuale è arrivata al 38%.
“La mobilità geografica Sud-Nord - sottolinea il rapporto - permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-Nord vanno infatti incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto”.
La crisi non aiuta: gli effetti sono stati particolarmente pesanti nel settore industriale che al Sud ha visto un calo del Pil del 3,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo di oltre il 6%. La fotografia è quella di un Meridione “in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra ad oggi” scrivono i ricercatori dello Svimez. “Un’area sempre più periferica, dunque, da cui si continua ad emigrare, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realtà economiche eccellenti ma non si trasformano in sistema né si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri”. E nonostante complessivamente nel 2008 il Pil al Sud abbia registrato un calo dell’1,1%, con una minima percentuale di differenza rispetto al Centro Nord (-1%), è il Pil per abitante a segnare lo stacco: è pari a 17.971 euro, il 59% del Centro-Nord (30.681 euro), con una riduzione del divario di oltre 2 punti percentuali dal 2000. Che però è dovuta solo alla riduzione relativa della popolazione. Ma a dare l’idea dell’immobilità del Sud è un altro indicatore: nel 1951 nel Mezzogiorno veniva prodotto il 23,9% del Pil nazionale. Sessant’anni dopo, nel 2008, la quota è rimasta sostanzialmente immutata (23,8%). Secondo il rapporto Svimez, a livello regionale la Campania mostra una diminuzione del Pil particolarmente elevata (-2,8%), mentre le altre regioni meridionali presentano perdite più contenute. Meno colpita dalla crisi la Puglia (-0,2%). Positiva è stata invece la performance della Basilicata, con una crescita del Pil nel 2008 rispetto al 2007 di ben il 24%
Amarezza è quella espressa dal capo dello Stato Giorgio Napolitano davanti alla lettura dei dati del Rapporto: “Deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra Nord e Sud deve essere corretto”, scrive Napolitano in un messaggio inviato al Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, Nino Novacco. Il capo dello Stato inserisce il tema del Mezzogiorno all’interno dell’attuale crisi economica. “La crisi economica” continua Napolitano “rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese. Il fatto che le politiche di riequilibrio territoriale messe in atto in passato abbiano conseguito risultati insufficienti rende certamente indispensabile un forte impegno di efficienza e di innovazione da parte delle istituzioni meridionali; ma questo impegno non sarebbe sufficiente senza il supporto di una strategia di politica economica nazionale mirata al superamento dei divari in termini di dotazione di infrastrutture, di investimento in capitale umano, di rendimento delle amministrazioni pubbliche e di qualità dei servizi pubblici”.
Deve essere, quindi, la politica a trovare nuove soluzioni, a far disfare le valigie ai cittadini italiani, e a offrire loro nuove opportunità. Sarà (anche) per questo che sta nascendo una Lega del Sud?
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La Sardegna ha deciso di cambiare e “tornare a sorridere” risponde il nuovo governatore Ugo Cappellacci, che usa ancora una volta le parole dello slogan elettorale del Pdl per affermare la sua vittoria. Con 1.658 sezioni scrutinate (liste regionali) su 1.812 è infatti lui il presidente della Regione. La forbice è di 9,1 punti. Per le liste circoscrizionale sono invece 1.477 le sezioni scrutinate (il 92 per cento). L’8 per cento dei seggi mancanti è dovuto al fatto che molte sezioni hanno chiuso in ritardo (dopo le 15 del pomeriggi di ieri) prima di iniziare lo scrutinio delle schede. La proclamazione ufficiale sarà quindi entro 15 giorni. Ma nonostante i dati mancanti, è netta la sconfitta per Renato Soru che già a metà spoglio era stato staccato dal suo principale avversario di sette punti.
Con il 51,9 per cento e 457.676 voti Cappellacci manda a casa il governatore uscente che si ferma al 42,8 per cento (378.246 preferenze). Supera lo sbarramento del 3 per cento Gavino Sale, che con Irs (Indipendèntzia repùbrica de Sardigna) prende ben 27.118 voti; si ferma invece all’1,5 per cento il socialista Peppino Balia (13.812) e allo 0,5 per cento Gianfranco Sollai (4.887 voti) con Unidade indipendentista.
Dopo l’una di notte è Soru a confermare la sconfitta davanti alle telecamere: “è stata una bella campagna elettorale, fatta con impegno. Ringrazio tutti quelli che ci hanno sostenuto” commenta, e ammette “sono deluso dal risultato delle elezioni. I sardi hanno deciso diversamente”, ma nonostante l’amarezza è lui a chiamare Cappellacci, “l’ho chiamato per fargli gli auguri di buon lavoro e faccio gli auguri a questa bellissima e amatissima regione”. È ormai lontano quel 12 giugno del 2004 quando il patron di Tiscali diventò presidente della regione con il 50, 2 per cento dei voti, a discapito del candidato di Forza Italia Mauro Pili.
La sconfitta oggi è anche per la coalizione: le liste si sono fermate al 38,6 per cento a favore di Soru (24,42 Per cento il Pd) e hanno invece registrato un 56,7 per Cappellacci (30,53 per cento il Pdl). Non ha funzionato quindi lo spauracchio del “Cavaliere colonizzatore” e allo slogan “Meglio Soru”, i sardi hanno preferito una presidenza filo-governativa: “Io e Berlusconi siamo soddisfatti” ha commentato il neo presidente, “non mi aspettavo un successo di queste proporzioni” e prima di rivelare i suoi primi passi da governatore aggiunge: “Ha vinto la Sardegna reale contro una Sardegna virtuale che qualcuno voleva imporci. Ora il mio primo pensiero va alle misure per le emergenze come il provvedimento per la disoccupazione” commenta.
La disaffezione dei sardi verso la politica è comunque evidente: sono 15 mila le schede annullate, 5 mila quelle bianche, 4.746 le nulle, circa 3 mila quelle annullate volontariamente. Su 1.473.180 elettori e un’affluenza alle urne del 67,58 per cento, la Sardegna registra un calo rispetto alle precedenti elezioni regionali che era stato del 71 per cento.
Un risultato che se conferma la luna di miele tra Berlusconi e il Paese, mette in discussione ancora una volta la leadership di Walter Veltroni e la crisi del Pd a livello regionale e nazionale.
La soddisfazione del centrodestra e del suo leader trapela anche dalle parole del portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone: “Soru e il Pd hanno sbagliato due volte: prima a demonizzare Berlusconi, sgradevolmente descritto come ‘colonizzatore’, e poi a sottovalutare Cappellacci”. Soddisfatti per il risultato anche i centristi dell’Udc, che hanno appoggiato il candidato di Berlusconi. “Le elezioni sarde”, sottolinea il segretario Lorenzo Cesa, “dimostrano che l’Udc cresce, che è determinante e che senza l’Udc non si vince”. La decisione di aderire allo schieramento di centrodestra, è stata presa, spiega Cesa, “in coerenza con l’opposizione condotta alla giunta Soru”. Fortunata anche l’alleanza del Psd’az che per la prima volta si è candidato a fianco del centro destra registrando all’interno della coalizione un 4,39 per cento e 28.949 voti, contro i Rosso mori (l’ala secessionista) che staccandosi dal partito hanno preferito la coalizione di Soru. Che però non si è rivelata propizia: 2,31 per cento, 815.215 preferenze.
Brucia invece la sconfitta del Psi, “quando il centro sinistra si presenta diviso perde” commenta il candidato socialista Balia.
Il VIDEO servizio:

Sarà una lunga notte elettorale quella che darà alla regione sarda il suo nuovo presidente. Alle 21 su 1.812 sezioni solo 295 erano state scrutinate. E se sino alle 20.30 si parlava di un testa a testa, che vedeva uno scarto dello 0,6 per cento tra i due principali candidati, con il governatore uscente in vantaggio, dopo le 21 il sorpasso di Ugo Cappellacci ha visto il candidato del centro destra passare in testa con il 51,02 per cento (78.359 voti) contro Renato Soru (68.410, 44,5 per cento delle preferenze).
Dato confermato anche dopo la mezzanotte, quando 885 sezioni sono state scrutinate riaffermando il risultato positivo per il centro destra: 50,06 per cento in favore di Cappellacci (222.431 preferenze) contro un 44,68 per cento registrato a favore di Soru (198.497 voti).
Ancor più netto sembra il distacco a livello circoscrizionale dove la coalizione del Pdl è in testa con circa il 10 per cento di vantaggio. Anche a Fonni, Dorgali, Oliena, Orosei e Siniscola, Irgoli. Loculi, Sindia e Oniferi è in vantaggio il centro destra, un dato significativo visto che questi comuni del nuorese sono feudo del centro sinistra.
Il candidato presidente del Pdl Ugo Cappellacci davanti al sorpasso ha manifestato prudenza: “Prima di esultare occorre attendere almeno l’esito di 500 sezioni” ha risposto a chi voleva già una dichiarazione da presidente. Per avere infatti dati definitivi si dovrà aspettare le prime ore del mattino. Ma dopo le 500 sezioni scrutinate, Cappellacci si è lasciato andare a una dichiarazione da quasi neo presidente: “Siamo molto contenti, il risultato si sta consolidando e il finale appare scontato” ha dichiarato in diretta su Videolina.
Meno ottimista il presidente uscente Soru che, dopo un iniziale ritrosia a rilasciare dichiarazioni, davanti alle telecamere ha detto: “In questi anni ho servito la Sardegna al meglio delle mie capacità” e quasi a conferma dell’imminente sconfitta ha aggiunto “Faccio i migliori auguri al nuovo presidente della Sardegna, chiunque egli sia”.
Negativo per ora e non destinato a migliorare sembra il risultato del partito socialista che con il candidato Peppino Balia ha registrato solo l’1,71 per cento dei voti (7.594), sorpassato dalla lista indipendentista di Gavino Sale (Irs) che ha finora registrato il 2,98 per cento dei voti (13.261). Ultimo è Gianfranco Sollai che con il suo partito Unidade indipendentista si è fermato allo 0,56 per cento (2.488).

Sarà una campagna elettorale breve e intensa. In vista delle elezioni regionali anticipate del 15 e 16 febbraio, la Sardegna vedrà salire e scendere dai palchi elettorali e dalle tribune politiche e mediatiche Renato Soru, presidente uscente in quota Pd e Ugo Cappellacci, coordinatore regionale di Forza Italia e assessore comunale a Cagliari alle Finanze. Ma sul “palco” è già salito anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che per sostenere il candidato del Pdl, parteciperà personalmente a otto (uno per ogni provincia dell’Isola) incontri con i sardi.
La presenza di Berlusconi ha così fatto pensare a uno scontro Soru-Berlusconi per interposta persona. Una preview su un possibile scenario che vedrebbe i due imprenditori, in un futuro prossimo, duellare per la premiership nazionale. Due one man show a confronto? Per il presidente emerito Francesco Cossiga, “Soru e Berlusconi sono espressione dello stesso mondo e della stessa casta”.
Perché, secondo lei, presidente Cossiga, in un periodo segnato dalla crisi economica troviamo due tra gli imprenditori più importanti degli ultimi 15 anni a fare i politici? È un brutto o un buon segno?
Il grande banchiere Cuccia un giorno mi disse che sia Soru sia Berlusconi erano i due unici imprenditori innovativi del dopoguerra. Il fatto che oggi entrambi facciano politica in Sardegna non è né un brutto né un buon segno. È solo il segno che sono venuti meno gli strumenti di selezione e di formazione della classe dirigente politica e cioè i partiti, intesi nel senso euro-continentale del termine. Oggi la gente guarda a chi si è formato nell’ambiente imprenditoriale. Negli Stati Uniti la presenza di banchieri, finanzieri e imprenditori o comunque di appartenenti anche solo per motivi familiari a questi ambienti è la regola. Barak Obama certo non lo è, ma quasi tutto il suo staff, che poi sarà quella che comanderà, lo è certamente.
Soru si presenta ai sardi con una cornice di giovani, modello Berlusconi; Berlusconi scende in Sardegna chiamandola la “nostra Isola”. Due one man show a confronto. Chi la spunterà?
Soru e Berlusconi sono espressione dello stesso mondo e della stessa “casta”. Nella Prima Repubblica molto probabilmente avrebbero militato o comunque avrebbero votato per lo stesso partito. Chi la spunterà dei due? Non è facile, così come a New York sarebbe difficile dire quale di due musical che esordiscono contemporaneamente a Broadway avrà più successo.
Di che cosa avrebbero bisogno i sardi?
Non di essere guidati da due one man show, ma da propri leader politici quali furono Efisio Corrias, Giuseppe Brotzu, Mario Melis, Paolo Dettori, Nino Giagu De Martini, Pietrino Soddu.
In Sardegna i socialisti corrono da soli, il dialogo tra Ps e Centrosinistra sembra definitivamente chiuso. Sono destinati a una sparizione lenta e graduale?
L’unica prospettiva per i socialisti è che il Partito Democratico diventi la grande casa comune del socialismo riformista europeo.
Il Psd’Az con il Pdl, a parte una coalizione di “dissidenti”, i Rossomori, che vanno con il Pd. La scissione con la minoranza dei sardisti, porterà a una lenta sparizione anche del partito dei Quattro mori?
Non è in via di sparizione il partito dei Quattro Mori, non è in via di sparizione soltanto il “sardismo” di Bellieni, Lussu, Mastino, Contu, Melis ma anche lo stesso “senso identitario” dei sardi. Quanti sardi conoscono la storia della Sardegna? Catalogna, Galizia e País Vasco sono riusciti a riscoprire una loro lingua nazionale unitaria, la Sardegna no. Sono più numerosi i bambini piemontesi e liguri a cui nelle scuole elementari viene insegnato il franco-provenzale o l’occitano, che non i bambini sardi che capiscono una delle tante parlate sarde.
Il “ritorno” dell’Udc nel Centrodestra sardo dopo lo strappo delle elezioni politiche potrebbe essere il primo passo per un avvicinamento a livello nazionale?
L’Udc è un partito marginalista che va dove ritiene di poter essere marginale, nel senso dell’economia classica, cioè dove può fare la differenza. E come in economia anche in politica la redditività delle quantità marginali è altissima.
Soru ha accusato Berlusconi di voler fare il colonizzatore. La Sardegna si sente ancora colonizzata?
Non mi sembra che si possa ormai parlare di “sardità” o di colonizzazione della politica sarda, dato che forse non si può parlare neanche più di sardità della Sardegna.
In quindici anni la destra nell’Isola ha perso due regionali su tre. È arrivata l’ora della rivincita?
Non ho il dono della profezia. Certo, il Pd sardo ha un vantaggio: è l’erede del partito che era il più radicato territorialmente in Sardegna, la Democrazia Cristiana.
La regola proposta da Soru della non ricandidatura per quanti sono al secondo mandato servirà a riabilitare il centrosinistra, dopo la questione morale che ha interessato soprattutto il Sud?
I ladri e gli incapaci rimangono ladri e incapaci anche se hanno soltanto una legislatura alle spalle, e gli onesti e i capaci anche se ne hanno tre, quattro o cinque. Si tratta di una furbata di Renato Soru che in questo modo spera di far fuori i suoi avversari nel Pd sardo.
Per Soru i partiti “hanno smesso di essere radicati, presenti nella società, e si sono ridotti a club di capi e capetti”. Per questo l’ex governatore vuole tornare a “segnare un confine tra partiti e istituzioni”. Lei è d’accordo?
Non credo ad una democrazia senza partiti e che le istituzioni democratiche e perciò rappresentative possano non essere legate ai partiti.
In un’intervista all’Espresso Soru descrive il Pd come “una strada difficile, ma è un percorso senza ritorno. Una traversata nel deserto, come quella di Mosè. Durante la quale è necessario un leader riconosciuto che trascini il popolo smarrito”. Chi sarà il Mosè per i sardi. E per il Pd?
Non leggo l’Espresso e per principio non credo o non do importanza a ciò che pubblica. E poi, se devo leggere un periodico svizzero, ne trovo di migliori. Renato Soru novello Mosè del Pd? Forse amministratore unico.
In tasca aveva quattro piccoli animali in plastica. Un alce, una giraffa, una rondine e un leone. I suoi compagni di viaggio sono stati ritrovati insieme alle spiegazioni su come agganciarsi sotto ai camion e a un taccuino di pensieri e poesie. Parole che Zaher Rezai, 13 o forse 17 anni (la radiografia dello scheletro lascia un margine di incertezza), si era portato con sé dall’Afghanistan per affrontare il suo viaggio della speranza.
Cercava una vita migliore, ma in Italia ha trovato la morte sotto le ruote di un tir al quale si era attaccato per sfuggire ai controlli nel porto di Venezia. E ora, che Zaher non c’è più, sono le sue parole a raccontare la tragedia di un bambino che scappava dalla guerra e dalla povertà: “Non so ancora quale suono mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai si spenga questa mia primavera”, i suoi timori Zaher li esorcizzava scrivendo le frasi degli antichi poeti del suo Paese. “La storia di Zaher può essere eletta a icona del migrante afghano” spiega Francesca Grisot, mediatrice culturale che ha tradotto i versi. “Rappresenta la storia di una diaspora silenziosa, alla quale Zaher dà finalmente una voce. Una voce dolcissima”. Secondo le prime ricostruzioni, Zaher aveva lasciato la sua città Mazar-i Sharif per andare in Iran, dove per un anno aveva lavorato come saldatore. Da qui, dopo aver guadagnato qualche soldo, era ripartito alla ricerca di un futuro migliore. “Ogni anno sono oltre 260 i minori che arrivano a Venezia” racconta Rosanna Marcato, responsabile del Servizio pronto intervento sociale per minori non residenti del Comune di Venezia “il 60 per cento sono afghani, che dall’Iran attraversano la Turchia e la Grecia. Qui poi si imbarcano verso l’Italia sui traghetti della speranza”.
Un viaggio che può durare anni, come quello di Zaher. Il suo taccuino è scritto in una calligrafia che rivela un grado di istruzione molto basso, segnale che Zaher non ha mai avuto la possibilità di studiare. “Gli afghani usano la poesia come consolazione, tutti, anche quelli poco istruiti, conoscono i poeti antichi, li citano e usano le loro metafore per esprimere i propri sentimenti” spiega Marcato. In questo caso le parole che Zaher scriveva sono state premonitrici: “Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendersi il mio corpo, chi si occuperà della mia sepoltura? In un luogo alto sia deposta la mia bara, così che il vento restituisca alla mia patria il mio profumo”. Per ora il corpo di Zaher giace in uno dei dodici frigoriferi del cimitero di Mestre e il desiderio di essere sepolto in patria sembra difficile da realizzare. Hamed Mohamad Karim è il mediatore che ha avuto il compito di telefonare ai familiari di Zaher in Afghanistan. “Dopo essermi presentato il padre mi ha chiesto se e come sapevo che Zaher si trovava in Italia. Gli ho raccontato della sua morte e il padre ha immediatamente riattaccato la cornetta. Il giorno dopo mi ha ricontattato, mi ha chiesto di descrivergli il ragazzo in modo da essere certo che fosse proprio lui. Ci siamo risentiti e mi ha chiesto se poteva riavere il corpo. Gli ho detto che servivano molti soldi, circa 8-10mila euro, e gli ho promesso che mi sarei attivato. Mi ha detto “fa quel che puoi, senza perdere la dignità, cioè senza elemosinare a nessuno”.
Per riportare il corpo di Zaher in patria, il Comune di Venezia ha lanciato un appello a tutti i cittadini per contribuire con una colletta. “Dobbiamo pensare a Zaher e a questi ragazzi sfortunati come se fossero nostri figli” dice Luana Zanella, assessore comunale al Centro Pace di Venezia. Chi volesse aderire si può rivolgere al Comune, Direzione politiche sociali, partecipative e dell’accoglienza (tel. 041.2747463). Inoltre le associazioni veneziane impegnate nell’ambito dell’immigrazione si sono riunite nel coordinamento “Tutti i diritti umani per tutti”, promuovendo un presidio che inizierà oggi, sabato 20 dicembre, alle ore 10,30 al Porto.
Antonello Cabras è stato presidente della Regione Sardegna dal 1991 al 1994. Oggi senatore del Pd è tornato in Parlamento, dove dal 1994 è stato due volte sottosegretario, nella segreteria Ds con Fassino. Con Renato Soru si è incontrato nelle fila del Pd e scontrato nelle primarie per la segreteria regionale del partito, vincendo. Oggi assiste alle dimissioni del suo “ex avversario” dopo la bocciatura in Consiglio regionale di un emendamento della Giunta alla legge urbanistica.
Non c’è più la fiducia della maggioranza e Soru lascia. Ma Cabras non crede che il problema sia dovuto solo al voto contrario: “La discussione che ha portato alle dimissioni non era su un emendamento che consentiva di edificare chilometri di costa. L’oggetto della discussione era su quale ruolo doveva svolgere il Consiglio e quale la Giunta nella gestione del piano paesistico. Ovviamente il presidente tendeva a trasferire più poteri in capo alla Giunta e il Consiglio voleva uguale competenza. Come se affermassimo che la prima difende il territorio e il secondo invece lo distrugge. C’è stato un appesantimento su una questione di normale amministrazione ed è stata fuorviata la vera questione”.
Qual è?
Il presidente ha colto la palla al balzo e si è dimesso perché voleva certificare una difficoltà nei rapporti politici con la maggioranza. Che in realtà dura almeno da un anno. Questi rapporti si sono complicati con la discussione che si è aperta all’interno del Pd regionale per le primarie di un anno fa. Quando Soru si mise in corsa per diventare segretario regionale del Pd, trasformando il presidente della Regione, che di solito è una figura sostenuta da tutti, di sintesi, in una figura che si metteva come parte in competizione con altri. E questo non è piaciuto a molti.
Neanche a lei, visto che in quelle primarie del 14 ottobre 2007 si era candidato alla segreteria in competizione con Soru.
Vinsi con oltre tre mila voti in più. Mi trovai dentro una competizione per via della sua determinazione a voler fare il segretario. All’interno del Pd vollero candidarmi per contendere a lui la funzione. Non era ammissibile che il presidente della Regione fosse anche il leader del partito.
Quella mancata elezione ha causato una spaccatura nel Pd?
Soru diventò un presidente che aveva perso le primarie dentro il suo partito, quindi questo ha introdotto nella vita interna del partito delle frizioni. Che io ho provato a superare, da ottobre a luglio, poi alla fine ho preso atto delle difficoltà e mi sono dimesso dal ruolo di segretario. E la situazione si è ulteriormente complicata. L’attuale segretaria Francesca Barracciu fu eletta a fine luglio solo da una minoranza dei delegati con una elezione contestata. Fu poi la commissione di garanzia nazionale a interpretare la norma statutaria dicendo che anche se non aveva preso la maggioranza dei voti poteva essere considerata eletta. Un partito che per eleggere un segretario chiama a raccolta oltre 110 mila elettori, poi non può risolvere così. Oggi c’è una segretaria che non rappresenta la maggioranza del partito.
E alla Regione una maggioranza che non ha fiducia nel suo presidente? È tutta colpa dei dalemiani?
Non c’entrano niente. Queste dimissioni sono frutto di una sua autonoma valutazione rispetto alla difficoltà politica. Anche l’investitura a fare il nuovo leader della coalizione del centrosinistra comporta forti discussioni.
Questa crisi quanto inciderà sulle prospettive economiche? Il Consiglio regionale avrebbe dovuto iniziare la discussione della legge finanziaria e del bilancio 2009.
Se il presidente non ritirerà le dimissioni, noi avremo uno dei periodi più lunghi di esercizio provvisorio nella storia dell’autonomia regionale. Anche se in Sardegna è più una norma l’esercizio provvisorio che l’approvazione del bilancio nei termini. Ma con le elezioni anticipate a febbraio i tempi sarebbero ancora più lunghi e considerata la crisi finanziaria e la recessione economica, ciò aggrava la situazione. Per questo il presidente dovrebbe valutare con più attenzione le sue dimissioni. Fa malissimo a interrompere la legislatura in questo momento, per quanto possa avere delle giustificazioni, dovrebbe arrivare a fare la finanziaria e aspettare le elezioni a maggio. Altrimenti la Regione sarebbe vincolata alla programmazione dell’anno precedente.
Se prima delle elezioni regionali il Pd facesse le primarie per decidere il leader, si candiderebbe ancora una volta in competizione con Soru?
Non è all’ordine del giorno, anche se in politica non si sa mai cosa può succedere.
Con le primarie non si rischia di creare una ulteriore frattura all’interno del Pd regionale?
Un partito che ha nel suo statuto come elemento fondamentale le primarie e si sgretola nel momento in cui le fa, allora forse dovrebbe cambiare la sua ragione di vita. Se siamo in questa situazione difficile è proprio perché Soru è sempre stato contrario all’ipotesi delle primarie, pensava che siccome c’era un presidente uscente che si voleva ricandidare non c’era bisogno di farle.
Allora come scrive Il Sole 24 Ore Soru è davvero “one man show”, e il suo modo di parlare ha il suono e la forma della “prima persona imprenditoriale”?
Non so se dobbiamo scomodare le categorie dell’imprenditorialità, ma di fatto è così. Alle origini delle difficoltà che il Pd sta attraversando ci sono due motivi fondamentali intorno ai quali ruota non solo la crisi del partito ma dell’intera maggioranza: che Soru abbia deciso prima di candidarsi come segretario del partito essendo ancora presidente della Regione, e poi di mostrare la sua indisponibilità a fare le primarie per decidere democraticamente il leader.
Si arriverà al tanto temuto commissariamento del partito? Un intervento romano come soluzione per risolvere le frizioni interne?
Il commissariamento è purtroppo una medicina che viene somministrata quando il partito non trova una sua composizione per funzionare e ora l’elezione del segretario attuale fatta in quel modo non ha risolto i problemi e lascia il partito per aria. Se è possibile che ci saranno le elezioni a febbraio, è altrettanto possibile che a livello nazionale il partito decida di assumere un provvedimento straordinario per garantire un governo del partito riconosciuto da tutti. Perché andare alle elezioni così vorrebbe dire perdere la battaglia contro il centrodestra.

“Se noi riusciremo, con le nostre parole, a rompere silenzi storici, liberando noi stesse dai nostri problemi, questo sarà già un nuovo modo di agire” così scriveva nel 1975 la scrittrice e poeta femminista Adrienne Cecile Rich in Donne e onore: brevi note sul mentire. Le sue parole sono diventate oggi il manifesto delle donne che il 25 novembre scendono in piazza per la Giornata internazionale contro la violenza,voluta nel 1999 dall’Onu per ricordare, a partire dalle sorelle Mirabal, tutte le donne che nel mondo ogni giorno vengono picchiate, stuprate, massacrate, umiliate, uccise.
“Di fronte all’ennesimo femminicidio, abbiamo deciso di dire basta”, così Pina Nuzzo, presidente nazionale dell’Unione donne in Italia (Udi) racconta come le continue notizie di “donne ammazzate per amore”, abbiano spinto l’associazione a fare qualcosa che andasse oltre una giornata di protesta. “Attraverseremo l’Italia per un intero anno per dire a tutti che questi atti di guerra contro le donne devono finire”, commenta Nuzzo.
Sarà una “Staffetta di donne contro la violenza sulle donne” quella che partirà da Niscemi il 25 novembre 2008 e attraverserà il Paese sino ad arrivare il 25 novembre 2009 a Brescia. “Abbiamo scelto Niscemi perché è qui che Lorena Cultraro è stata violentata e gettata in un pozzo il 13 maggio scorso. E Brescia perché è qui che Hiina Saleem, una giovane pakistana, fu assassinata l’11 agosto 2006, “colpevole di voler vivere all’occidentale”. Il testimone che le donne si passeranno di mano in mano sarà un’anfora, “cercavamo un simbolo nel quale tutte si riconoscessero e l’anfora richiama il corpo femminile, ne rappresenta la fragilità e nella simbologia del vaso di Pandora anche la pericolosità”. In tutte le regioni le portastaffetta leggeranno alcune frasi di Adrienne Rich, si incontreranno e si racconteranno (sul sito dell’Udi il calendario delle tappe della Staffetta e le informazioni su come aderire all’iniziativa). In palestra, in piazza, nelle scuole o nelle librerie ricorderanno quanto la violenza sulle donne sia un problema ancora irrisolto.
Per le donne di età compresa tra i 15 e 44 anni, è una delle maggiori cause di morte e disabilità, prima ancora del cancro. Secondo l’ultima indagine Istat in Italia sono sei milioni e 743 mila le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. La quasi totalità dei casi non è però denunciato: un sommerso che arriva al 96% per le violenze subite da un non partner e il 93% da un partner. “Un femminicidio senza fine e a perpetrarlo in genere sono fidanzati, mariti o ex, ma anche padri, fratelli, conoscenti, qualche volta estranei” spiega il presidente dell’Udi. Davanti ai dati che raccontano come solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale in famiglia consideri questa violenza un reato, il 44% qualcosa di sbagliato e il 36% solo qualcosa che è accaduto, Nuzzo commenta: “Dobbiamo uscire allo scoperto, aiutare queste donne a non sentirsi sole” e critica la società, “quando le donne decidono di denunciare la violenza non trovano le strutture adeguate, dalla caserma all’ospedale mancano i luoghi adatti per l’accoglienza. Non si possono denunciare certi reati e poi tornare a casa da sole, con un foglio in mano e le botte addosso”. Dopo la denuncia però arriva anche l’autodenuncia: “Per combattere la violenza non occorre solo la condanna degli episodi più efferati. E certamente non servono leggi penali più severe, come alcuni vorrebbero. Occorre soprattutto che prendiamo più fiducia in noi stesse e nel nostro genere, che si moltiplichino ovunque, in Italia come in ogni angolo del mondo, le occasioni per parlare di questo e per far sì che le donne non siano né sole né isolate”. Un monito e un invito è infine rivolto all’altro sesso: “Mi aspetto da un paese civile che anche gli uomini prendano coscienza delle loro responsabilità, reali e simboliche, perché la tenacia con cui tengon fuori le donne da tutti i luoghi decisionali immiserisce anche il genere maschile e li rende tutti complici dei gesti violenti e perversi di alcuni”.

Bevono più alcolici che succhi di frutta, il loro peggior incubo è quello di essere rapiti e giocano con videogiochi pericolosi. Irrequieti ma anche più sensibili, considerano l’omosessualità un comportamento normale e fanno amicizia con i coetanei stranieri. Sono così i bambini e gli adolescenti di oggi, protagonisti del nono Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza che Eurispes e Telefono Azzurro hanno presentato oggi a Roma.
Dalle due diverse analisi (fatte per età tra 7-11 anni e 12-19) emerge una generazione di “tecnoager”, ragazzi alla ricerca di un equilibrio non facile visto che soltanto uno su due crede al futuro e ogni giorno si confronta con problemi da adulti.
Primo fra tutti l’alcol: il 45 per cento inizia a bere prima dei 15 anni e il 18 per cento non ne ha ancora compiuto 11 quando alza il primo bicchiere. Oltre la metà dei ragazzi tra i 12 e i 19 anni beve, il 7,8 per cento lo fa “spesso”, mentre il 38,8 per cento racconta di non aver mai toccato un goccio di alcol. Tra chi dice di bere solo “occasionalmente”, l’1,3 per cento, sono più numerose le ragazze: il 55 per cento dichiara infatti di farlo qualche volta, a fronte del 47,2 per cento dei ragazzi.
Per sentirsi più grandi o per socializzare, qualsiasi sia il motivo, sono i maschi a bere più spesso (l’8,3 per cento contro il 7,4 per cento delle femmine) o addirittura tutti i giorni (il 2,4 per cento contro lo 0,4 per cento).
I più “sobri” sono i giovani del Nord-Est, il 55,8 per cento di loro non tocca mai un bicchiere di alcol. Al contrario, il 57,2 per cento dei ragazzi del Nord-Ovest dichiara di consumare bevande alcoliche solo qualche volta. È invece al Sud che Bacco attira più adolescenti: il 10,8 per cento bevono spesso e il 2,3 per cento lo fanno tutti i giorni.
Per il 49,6 per cento degli adolescenti sono le feste a offrire l’occasione migliore o la compagnia di altre persone (27,9 per cento). Bevono perché ne hanno voglia o durante i pasti rispettivamente il 16,3 per cento e il 3,9 per cento del campione.
Hanno abitudini da grandi, ma sono ancora dominati dalle paure: essere rapiti è un vero e proprio incubo per il 22,6 per cento dei bambini. Tra i ragazzi compresi tra 12 e 19 anni, il timore di essere oggetto di una violenza sessuale (17 per cento) affligge il 22,6 per cento delle ragazze e il 10,9 per cento dei maschi. Dopo lo stupro, segue la paura di essere importunati da sconosciuti, che riguarda l’11 per cento degli adolescenti (13,1 per cento per le ragazze e 8,4 per cento per i maschi). Essere picchiati da altri coetanei non è invece una paura ricorrente: l’84,3 per cento degli adolescenti italiani non è infatti mai stato aggredito da un coetaneo, rispetto al 10,5 per cento che ammette di esserlo stato, seppur raramente, e il 3,5 per cento che dichiara di essere stato vittima di aggressioni da parte di altri ragazzi solo qualche volta. Ancora più insolite sono le aggressioni da parte di sconosciuti: il 92 per cento non è mai stato aggredito da parte di persone fuori dal proprio circolo di conoscenze.
E nonostante più della metà dei piccoli intervistati (il 56,7 per cento) sostenga di non essersi mai sentito in pericolo, il 38,3 per cento di essi confessa di essere stato protagonista di una situazione in cui si è sentito messo a rischio o ha dovuto fronteggiare una situazione di emergenza. Il 39,2 per cento dei bambini dichiara di non essersi sentito al sicuro andando in giro per la città, il 23,8 per cento restando a casa, il 14,5 per cento non sa o preferisce non rispondere, il 10,1 per cento a scuola, il 7,6% ha risposto “altro” (in vacanza, al mare, al supermercato). Il 4,8 per cento si è invece sentito in pericolo navigando in Internet.
Secondo quanto emerso dall’indagine fatta da Eurispes e Telefono Azzurro, le città avvertite come più pericolose da parte dei bambini (46,7 per cento) sono quelle del Centro. Le percentuali di bambini che vivono in altre regioni e che hanno avuto paura all’interno della propria città riguardano, in ordine: il 40,2 per cento del Sud, il 39,4 per cento delle Isole, il 36,6 per cento del Nord-Ovest ed il 34,2 per cento del Nord-Est, dove si registra il numero più alto di bambini che si sono sentiti in pericolo a casa (34,2 per cento).
Le scuole meno sicure, secondo il 24 per cento dei ragazzi che hanno partecipato all’indagine, sembrano essere quelle delle Isole, che non reggono il paragone con gli istituti delle altre aree geografiche, all’interno dei quali si è sentito in pericolo: il 9,6 per cento dei bimbi al Nord-Est, il 9,3 per cento al Centro, il 7,8 per cento al Sud ed il 6,9 per cento al Nord-Ovest.
Davanti alla paura, il primo pensiero rassicurante è sempre quello dei genitori, che restano il principali punti di riferimento: il 42 per cento dei bambini ha risposto di essersi rivolto a loro o comunque ad una figura adulta degna di fiducia, il 14 per cento ha conservato il segreto, decidendo di non parlarne con nessuno, il 9,5 per cento ha preferito contare sulle proprie forze, difendendosi da solo, il 6,9 per cento ha confidato l’accaduto ad un amico ed un’esigua minoranza (il 3,2per cento) ha chiamato un numero di emergenza.
La scuola non fa però solo paura, ma è anche occasione per socializzare: il 54,8 per cento degli alunni italiani dichiara di aver fatto amicizia con i suoi coetanei stranieri, molti parlano invece di una semplice simpatia (12,6 per cento) o interesse (2,5 per cento). Ma ci sono anche casi in cui il processo di integrazione non è così avanzato: il 3,4 per cento dei bambini intervistati si dimostra indifferente nei confronti dei compagni stranieri, oppure prova fastidio (1,3 per cento), paura o antipatia (1 per cento). Complice dell’integrazione è la percentuale di classi nelle quali è iscritto almeno un bambino straniero: 61,6 per cento, solo nel 35,6 per cento delle classi non è invece presente alcun bambino di nazionalità diversa da quella italiana.
Quasi metà dei ragazzi è favorevole ai matrimoni gay. L’omosessualità diventa così per le nuove generazioni un comportamento normale. Secondo il rapporto Eurispes-Telefono Azzurro, infatti, per il 35,6 per cento dei ragazzi compresi tra i 12 e i 19 anni, si tratta di una scelta che non va criticata, mentre il 24,9 per cento è indifferente all’argomento. Uno su cinque (20 per cento) la considera una forma d’amore. Solo per l’11,6 per cento dei ragazzi si tratta di una cosa “immorale e contro natura”, mentre l’1,9 per cento afferma addirittura che andrebbe perseguita.
Infine per quasi la metà dei ragazzi (47,6 per cento) le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi col rito civile, una scelta condivisa dal 53,5 per cento delle ragazze contro il 40,4 per cento dei maschi.
Bambini o adolescenti tutti giocano con i videogiochi, anche quelli non adatti alla loro età. Se tv, telefonino, consolle, lettore mp3 e internet fanno ormai parte della dotazione hitech di base delle nuove generazioni, a essere più sensibili alla tecnologia “pericolosa” sono i ragazzi: se quasi la metà dei bambini italiani ha avuto tra le mani un videogioco proibito, il 64,2 per cento di loro è un maschio, contro il 31,6 per cento delle femmine. Il 38,5 per cento è consapevole del fatto che i videogiochi violenti non sono adatti per loro, mentre il 22,4 per cento li reputa divertenti. Un bambino su cinque (20,9 per cento) afferma che giocare con videogiochi violenti porta a comportarsi in modo violento. Segue il gruppo di quanti sostengono che i videogiochi violenti servano per scaricare la rabbia (8,5 per cento) mentre il 4,8 per cento ritiene che facciano provare un senso di forza e potenza.
Videogiochi o televisione, la violenza infastidisce, anche se il 59,8 per cento è poco (20,6 per cento) o per nulla (39,2 per cento) turbato se vede immagini di zombie e mostri sullo schermo. Il 53,8 per cento dei bambini si dice poco (17,4 per cento ) o per nulla (36,4 per cento) spaventato da immagini di guerra e il 49,7 per cento del campione dice di mostrare poco (17,2 per cento) o nessun (32,5 per cento) fastidio nei confronti di immagini di sangue e ferite.
Le scene di morte sono però quelle che fanno sempre paura: il 46,8 per cento del campione si dice molto (31,9 per cento) e abbastanza (14,9 per cento) infastidito, soprattutto le bambine.
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La discussione sul FORUM: Rave party e droghe: i ragazzi sono solo “vittime”?