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Tutti i nomi, i cognomi, gli arresti, gli appalti, le nomine: tutte le “carte”, con i dettagli dell’operazione Mastella, sono sul quotidiano on line Casertace.it. “Il terremoto che ha decapitato l’Udeur della Campania ce lo aspettavamo da tempo” dice a Panorama.it Gianluigi Guarino, direttore della testata giornalistica on line nata un mese e mezzo fa, e che ora sta raccontando in tempo reale fatti e retroscena della vicenda giudiziaria. “Si tratta dell’epilogo di una storia tipicamente campana e molto locale” spiega Guarino “che non avrebbe avuto questa eco mediatica se non avesse al centro il ministro della Giustizia. La gestione delle nomine nell’ambito della Sanità , come emerge dall’inchiesta, è un’abitudine che ha una lunga tradizione da queste parti. E ora finalmente vede la luce grazie al lavoro della magistratura”.
Un lavoro che voi state pubblicando alla lettera, con tanto di accuse, nomi e cognomi e indirizzi…
Si tratta di atti pubblici, dunque pubblicamente disponibili ad ogni cittadino.
Mastella è furente, anche per la fuga di notizie
Mastella sembra invece colui che ha più beneficiato di questa fuga di notizie. Tanto per cominciare ha avuto il tempo di scrivere un bel discorso commovente e di recitarlo in Parlamento prima che gli fosse formalizzato un atto d’accusa. E poi si registrano una serie di coincidenze che fanno insospettire come il fatto che Camilleri, consuocero di Mastella, si sia ricoverato appena due giorni prima che anche per lui scattasse la richiesta di arresti domiciliari…
Al di là delle coincidenze, vuol dire che Mastella sapeva in anticipo?
Già nella prima mattinata di ieri, la villa di Ceppaloni era presa d’assalto dai cronisti beneventani: un fatto che non si deve certo al fiuto di segugi dei tanti colleghi. La notizia era ampiamente circolata. Io faccio il giornalista da anni su questo territorio, sono stato direttore del Corriere di Caserta, conosco bene il modo in cui si diffondono le informazioni da queste parti.
Qual è ora la percezione generale da parte dell’opinione pubblica campana?
Per chi è attento ai particolari non c’è grande stupore. Se si vuole delimitare tutta la vicenda, la si può leggere compresa tra un fidanzamento e una separazione: quelli avvenuti tra Clemente Mastella e Sandro De Franciscis, attuale presidente della provincia di Caserta. Era stato eletto deputato nel 2001 con la Margherita, poi era passato con Mastella, e poi ha cambiato di nuovo alleanze, riavvicinatosi al Pd. La rottura ha scardinato gli equilibri nell’ambito della Sanità . Chi faceva le nomine in quota Mastella è passato a De Franciscis. Il bubbone è scoppiato per le nomine per l’ospedale di Caserta. Mariano Maffei, che guida la Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), è parente di De Franciscis. E l’inchiesta ora punta dritta verso Napoli. Insomma, una vicenda tutta campana, in perfetta tradizione.
I DOCUMENTI: on line le carte dell’inchiesta su Casertace.it

Raul Bova c’ha messo la faccia. L’attore si è prestato come testimonial alla Giornata Nazionale della Persona con Sindrome di Down, per regalarle un po’ di visibilità .
Il 14 ottobre ci saranno oltre 200 punti di incontro in 60 città italiane, con uno scopo preciso: rovesciare il pregiudizio sociale nei confronti delle persone con questa sindrome. E mostrare che “Un bambino che nasce con Sindrome di Down ha buone possibilità di diventare un adulto capace di prendersi cura di sé, di avere un’aspettativa di vita non necessariamente ai margini della società , di avere una vita affettiva e anche di trovare un lavoro“, spiega Letizia Pini, presidente dell’Agpd (l’Associazione Genitori e Persone Down, attiva da trent’anni sul territorio della provincia di Milano).
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Che quella dell’Agpd non sia soltanto una speranza lo conferma Umberto Formica, Primario Pediatra Emerito dell’Ospedale Vittore Buzzi di Milano e referente per gli aspetti medico-pediatrici dell’Agpd, che specifica: “Non bisogna generalizzare e non bisogna assumere atteggiamenti estremi” spiega “È sbagliato sia l’atteggiamento passivo del ‘tanto è tutto inutile’ sia l’enfatizzazione dei successi di alcuni come se fossero alla portata di tutti. È invece importante che ogni individuo possa esprimere al massimo le proprie potenzialità , in modo da raggiungere il più alto grado di autonomia possibile, che non di rado può condurre anche nel mondo del lavoro”. “Perché l’integrazione sia possibile, però” avverte il dottor Formica “è necessario che fin dai primi anni di vita si investa in tutte le energie del bambino, per aiutarlo a realizzare un programma di vita adeguato alle proprie capacità “.
La prassi auspicata da Formica purtroppo non è ancora la regola. In Italia ci sono circa 48mila individui con SD, ma sono quasi sempre invisibili, relegati ai confini da una società che preferisce la via dell’assistenzialismo (insegnanti di sostegno e assegni d’accompagnamento) a quella dell’integrazione (educatori specializzati e occupazione). Leggere, scrivere e avere una vita con un alto grado di indipendenza sono traguardi raggiungibili per un adulto con SD, eppure se si guardano i risultati di un censimento nella città di Roma, si scopre che il 25 per cento non ha nessun titolo di studio; l’88 per cento abita in famiglia e soltanto il 10 per cento ha un lavoro. “Sono numeri determinati non dalla SD in sé, ma dalla latitanza e dalla insufficienza delle istituzioni”, commenta Letizia Pini “mentre gli sforzi per ottenere l’integrazione e un programma di vita con una qualità più alta possibile sono soprattutto a carico dalle tante associazioni sparse in Italia”.
Con l’appuntamento del 14 ottobre, queste associazioni intendono spazzare via anche altri luoghi comuni, come il rapporto tra SD e le malattie. “È certamente vero che alcuni trisomici 21 (la sindrome di Down è anche detta trisomia 21, ndr), rispetto alla popolazione generale, possono presentare con più frequenza alcune patologie, ma ciò non significa che debbano essere considerati una potenziale categoria di malati. Queste patologie non sono specifiche della SD, e con controlli mirati possono essere prevenute e curate come in tutte le altre persone”.
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L’appuntamento di metà ottobre dovrebbe servire anche a riportare l’attenzione su un concetto tanto semplice quanto rimosso, e cioè sul fatto che la disabilità non è soltanto un accidente individuale, ma qualcosa che riguarda tutti noi: “Come la malattia” avverte Formica “anche l’handicap in generale è una condizione purtroppo molto democratica: può presentarsi, in misura più o meno grave, in qualunque momento nella vita di ciascuno, giovane o vecchio che sia. Dunque” conclude “se vogliamo vivere in una società solidale, sia i singoli sia le istituzioni devono farsi carico dell’handicap: fare leggi e promuovere una cultura che vada contro il pregiudizio, affinché anche i trattamenti, e non soltanto l’evento della possibile disabilità , diventino finalmente democratici“.
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Parlamentari o parlatori? Leggendo le dichiarazioni che deputati e senatori hanno rilasciato alle agenzie di stampa durante l’estate, sembra sia nata una gara a chi conia più neologismi. E non mancano gli esiti involontariamente comici, tanto che la politica spesso si confonde col cabaret. Enrico Bertolino, che gioca volentieri con le parole ed è sempre attento a come i politici comunicano, accetta di commentare con Panorama.it i termini più abusati del momento.
L’ultima in ordine di tempo è emergenza. Una parola che ormai compare nei contesti più svariati: emergenza smog, criminalità , incendi, addirittura emergenza scritte sui muri.
Ormai è diventata un suffisso usato solo per spaventare. E la usano soltanto i politici. Nemmeno sugli aerei si pronuncia in modo definitivo: le hostess dicono ‘in caso d’emergenza’. Quando ci dicono che c’è una vera emergenza, significa che stiamo già precipitando. Ma è possibile che l’Italia precipiti a causa delle scritte sui muri?
Dopo quella dei writer spunta l’emergenza lavavetri
Bè, anche voi giornalisti avete le vostre responsabilità . Qualche giorno fa, un quotidiano titolava ‘Sui lavavetri la sinistra si divide’. Un titolo così può significare solo che una parte della sinistra lava il parabrezza e l’altra il lunotto… Un altro esempio? ‘La Juventus vola però Zebinà picchia uno stewart’, quando l’ho letto ho pensato che al calciatore avessero rubato il bagaglio…. Ma la parola che mi fa più innervosire è tesoretto. Tutto è cominciato con quello del governo e adesso spunta quello delle imprese. Ma se c’è un tesoretto allora ci sono anche i piratini, che sono quelli che lo rubano. Tesoretto è una parola sbagliata, va bene per le favole non per la politica.
Come bisognerebbe chiamarlo?
Sono soldi pagati dai cittadini al fisco in misura maggiore delle aspettative del governo. Di questo si tratta: tasse pagate dalle persone, non soldini messi da un bambino nel salvadanaio. Per non parlare poi dello scalone. I più clementi hanno proposto lo scalino. È l’aumento dell’età pensionabile, ma il pensionato che cosa ne capisce? Se gli si dice che gli tolgono scalone e scalino pensa solo che se gli levano pure l’ascensore è fottuto! Un’altra parola assurda se l’è inventata Bersani per indicare il nuovo pacchetto di liberalizzazioni: lenzuolata.Una volta si diceva che la coperta era troppo corta. Adesso, siccome anche quella costa troppo, si è passati direttamente al lenzuolo.
Insomma troppe parole sbagliate…
No, su una si sono messi d’accordo tutti: fannulloni. Quando avete scritto ‘Licenziati gli insegnanti fannulloni’ c’è stato un consenso unanime tra politici e sindacati. Avranno pensato: se si accorgono che non facciamo niente dalla mattina alla sera mandano a casa pure noi.
Un linguaggio corretto da parte dei giornalisti basterebbe ad azzittire i politici?
No, quelli parlano sempre, soprattutto d’estate, quando il parlamento è chiuso e loro devono inventarsi qualcosa per avere visibilità .
Dunque nessun rimedio?
Un rimedio non so, ma un consiglio lo darei. Inviterei tutti i politici a leggere Plutarco.
Non è chiedere troppo?
C’è un suo libretto fondamentale che s’intitola L’arte di ascoltare. Plutarco dice: ‘la natura ci ha dato due orecchi ma una lingua sola’. Forse perché dovremmo più ascoltare che parlare. Se i politici fossero più impegnati a sentire le ragioni dei cittadini, avrebbero molto da fare. E forse non ci sarebbe più tempo per inventare parole nuove con cui nascondere la realtà .

Il voto a 16 anni? Panorama.it ha chiesto il parere di tre personaggi che i sedicenni conoscono bene: Beppe Grillo, Linus e Gene Gnocchi. Risultato, nell’ordine: un favorevole, un contrario e una bizzarra soluzione ai mali della politica italiana.
“Ho sei figli” dice Beppe Grillo “e certo la politica non parla la loro lingua. Io sono d’accordo con la proposta di Letta, ci vuole un ricambio generazionale, e del resto non saremmo i primi: in Austria succede già , e in Germania si vota addirittura a 14 anni con il consenso dei genitori” dice “Ma il problema non è l’età , è il linguaggio” spiega “I politici sono vecchi e usano parole vecchie. Mentre bisognerebbe introdurre anche nel vocabolario politico parole come Creative Commons, Copyleft, risparmio energetico, insegnare cioè alla condivisione, al rispetto. Invece” continua il comico e blogger “i politici continuano a parlare con parole del passato e non sanno immaginare il futuro”. È assolutamente contrario, invece, Linus, uno che parla ai sedicenni tutti i giorni dai microfoni di Radio Dj: “È semplicemente una sciocchezza” afferma “I giovani di oggi, come quelli di ieri, sono troppo manipolabili. Non credo abbiano la maturità per poter scegliere con cognizione di causa per chi votare. C’è un’età per ogni cosa, e nel nostro Paese 16 anni non è certo l’età giusta”. A ribaltare le carte è pronto però Gene Gnocchi, che sentenzia” Ben venga il voto a 16 anni. Solo così si può dare un po’ di senno alla classe politica. Mio figlio” spiega “ha 14 anni, e ha smesso di vedere il wrestling perché si accavallava con Oggi in Parlamento: ormai non si perde una puntata delle dirette da Montecitorio”. Conclusione? “A guardare Gustavo Selva o Roberto Calderoli, salta all’occhio che con la senilità si ritorna bambini. Per restituire alla politica un po’ di maturità , non resta che affidarsi alle scelte dei sedicenni. Anzi, facciamo pure dei dodicenni” rilancia Gnocchi: “sono più saggi”.
Il video di Corrado Guzzanti nei panni del “giovane” Lorenzo, alle prese con i misteri del voto

Chissà che cosa avrà pensato Riccardo Bossi. Forse non ne poteva più delle vacanze a Ponte di Legno, fra Borghezio, Calderoli e le partite a scopone scientifico. Forse la villa in Sardegna di Lele Mora lo attira di più per una vacanza a scrocco. Forse avrà pensato che se Corona può corteggiare l’alleato storico di suo padre, allora lui può corteggiare l’alleato storico di Corona. Insomma, qualsiasi cosa abbia pensato, Riccardo Bossi, figlio di Umberto Bossi, si era messo in testa di partecipare all’Isola dei Famosi. “Che cosa? Ma gli tiro un calcio nel sedere” è sbottato il Senatur. E visto che ormai ci si confessa gli affari privati soltanto a mezzo stampa, il botta e risposta tra padre e figlio sarà in edicola domani: sul settimanale Chi, che intervista Riccardo, e su Gente, che raccoglie lo sfogo del padre.
“Chiedo a mio padre con educazione e rispetto che mi lasci partecipare al reality di Simona Ventura” dice il piccolo Riccardo (27 anni suonati) intervistato da Chi. E confessa che suo padre, inizialmente, non sembrava contrario ai suoi sogni da naufrago. “Poi mi hanno riferito che ha parlato con il direttore di Raidue Antonio Marano e ha cambiato idea” dice. E meditabondo, borbotta: “non capisco cosa possa aver detto a mio padre da irritarlo così tanto da fargli mettere un veto sulla mia candidatura”.
Epperò il giovane Bossi non sembra aver messo da parte l’idea. Nell’intervista a Chi, manda al padre un messaggio in codice e rivendica “Ho rinunciato alla politica per suo volere, ma adesso non voglio che mi ostacoli in questa scelta”. Di fatto, in politica, Riccardo si era dovuto accontentare nel 2003, a soli 23 anni, del ruolo del tutto secondario di assistente dell’europarlamentare Speroni, a Strasburgo, per il magro emolumento di 12.750 euro euro mensili. In un’intervista al Corriere della Sera avvertiva però che erano “soldi tassati”. E alla domanda cosa vuoi fare da grande non aveva ancora una risposta pronta. Elencava soltanto: riprendere gli studi e poi “pensare”. “Ecco” diceva “questa è una materia che metterei a scuola: pensare. Sinceramente: manca”. Era il 2005. Deve averci pensato bene.

“I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte”. L’aveva detto Arturo Parisi poco più di un mese fa.
Era stata la sua risposta all’appello lanciato dal blog di Luca Sofri, che chiedeva l’inserimento di dieci “under 40″ tra i membri del Comitato per il Partito democratico. Nell’assoluta indifferenza del centrosinistra, il ministro della Difesa era partito in contropiede e aveva squarciato il velo: “Sono pronto a mettere a disposizione di Romano Prodi il posto a me attribuito”, aveva dichiarato. Anche prima di quell’appello, il ministro si era mostrato sensibile alla questione del ricambio generazionale. A metà maggio, riferendosi alla composizione del comitato dei 45 aveva ironizzato: “Sono vecchi, speriamo che siano almeno saggi”.
Nel frattempo, però, Parisi, prodiano doc, ci ha riflettuto su. E fatti i conti con scaloni, scalini e coefficienti pensionistici deve aver pensato che i suoi 67 anni, in fondo, non sono poi tanti per avanzare una candidatura alla guida del Pd, sfidando quindi - da saggio - il giovane Walter. Così: “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo”.
A Parisi non piace l’unanimismo. E fa sapere che se Enrico Letta continuerà a temporeggiare e Rosy Bindi non entrerà in gara, si vedrà costretto a farsi avanti. Insomma: il 27 maggio aveva annunciato genericamente di volersi fare da parte. Un mese dopo ha specificato da quale parte.
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“Non c’è da fare troppa teoria: il vero problema delle donne musulmane è il fondamentalismo”: Dounia Ettaib va dritto al sodo. “La condizione della donna non è determinata dal Corano, ma dalle assurde interpretazioni che ne fanno certi uomini. La religione non è un ostacolo alla civiltà , soltanto l’integralismo fanatico lo è” dice con voce delicata ma ferma a Panorama.it.
Non si arrende la vicepresidentessa dell’Acmid, l’associazione delle donne marocchine in Italia. Non molla nemmeno dopo l’aggressione subita per aver manifestato davanti al tribunale di Brescia in favore di Hina, la giovane pachistana uccisa dal padre. “Smettila di parlare di islamismo” le avevano intimato gli aggressori “Hina è un prostituta come te”. E stringendole il viso con le mani l’hanno avvertita: “Ricorda: la bellezza non dura a lungo”.
Ma Dounia continua la sua battaglia. Sua e di tutte le donne che come lei intendono ribellarsi. In soccorso è arrivata la solidarietà di molti personaggi del mondo politico e anche quella del presidente dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner. Dounia ha ottenuto in questi giorni la cittadinanza italiana, un riconoscimento che si aggiunge al suo coraggio e alla sua battaglia per la civiltà .
Solidarietà e riconoscimenti fanno piacere, ma le minacce spaventano e all’Acmid continuano ad arrivare da anni le richieste di aiuto da parte di donne musulmane che ogni giorno subiscono violenza tra le mura domestiche.
Allora che cosa bisogna fare concretamente per aiutarle? Insieme all’impegno quotidiano dell’Acmid occorre che si imponga l’idea che “Non è l’Islam il problema delle donne” sottolinea Dounia “come nessuna religione può essere un problema per gli esseri umani. È quando ci si sente in diritto di giudicare le fedi altrui che sorgono i problemi” precisa. E sul tanto invocato multiculturalismo afferma: “C’è una gran confusione su cosa si debba intendere con questa parola, eppure basterebbero due punti fermi per darle un senso preciso: la sacralità della vita umana e il rispetto dei diritti civili. Solo con queste due premesse fondamentali, condivise da tutti, si potrebbe parlare non soltanto di rispetto per la donna ma di reale convivenza delle civiltà ”.
Quella di Dounia non è soltanto una battaglia per le donne, ma una battaglia per la persona umana. “E il nemico è solo uno” conclude Dounia “cioè quello stesso fondamentalismo che uccide e perseguita i cristiani nelle terre arabe e, una volta importato in occidente, si rivolta contro i suoi figli”. Come è successo a Hina.
Voi cosa pensate del rapporto tra Islam, fondamentalismo e violenza sulle donne? Dite la vostra nel nostro FORUM, dove Dounia Ettaib risponde alle domande dei lettori.

Veltroni accetta di candidarsi alle primarie del nuovo Partito democratico. “Serve un partito del nuovo Millennio, che non nasca dal nulla, ma che nello stesso tempo sia tutto nuovo”. Il suo discorso al Lingotto di Torino si apre così, con l’invito a non buttare il passato e ad aprire al futuro. Un’ora e mezza di buone intenzioni che si chiudono con quel mix di retrò e di giovinezza: mentre sfumano le note dei Procol Harum (hit dell’anno 1967), Veltroni cita le parole di una ragazza di 15 anni, Giulia Songini, scomparsa prematuramente. La ragazza avrebbe dovuto partecipare a un viaggio in Malawi. Veltroni legge una lettera scritta ai genitori per Natale in cui la ragazza fa al padre a alla madre “un regalo spiazzante”: un’adozione a distanza. “Eccoli i nuovi italiani: sono così” dice “A loro abbiamo il dovere di consegnare un’Italia giusta e moderna”.
“Giusta e moderna”, per il sindaco di Roma, significa un Paese che “unisca culture e forze riformiste”; che giudichi “una follia” la guerra in Iraq; che guardi all’Europa senza scetticismo. Poi le quattro parole d’ordine: ambiente, patto tra generazioni, formazione e sicurezza. Cita la lotta alla precarietà invitando il sindacato a tutelare i giovani.

Auspica che “si riduca la pressione fiscale nei prossimi tre anni”. Sui diritti civili non nicchia: “il Partito Democratico sarà un partito nuovo solo se sarà composto almeno per metà da donne” dice. Ed “è giusto riconoscere diritti alle persone che si amano e convivono” con un invito a evitare lo scontro tra fede e laicità . Davanti a una platea attenta, Veltroni snocciola uno dopo l’altro i temi di una sinistra che “non sia il partito degli ex, ma una grande casa dei democratici e dei socialisti”. Ora “bisogna fare l’ultimo miglio, incrociare le nostre storie, aprirsi”, dice verso la conclusione del lungo discorso. Lui è pronto. Ma per l’Assemblea costituente del Pd auspica “più di una candidatura” e spera che sia rappresentata per “metà da donne”. Applausi. Commozione. E infine un invito all’ottimismo: “La politica” conclude “non è una passeggiata solitaria ma un meraviglioso viaggio collettivo e vorrei che questa volta lo facessimo in allegria”.
Qui il video integrale con il discorso di Veltroni