Archivio per autore: » antonio.carnevale

Family day, cercasi laico urgentemente

Ma dove sono finiti i laici Ds? E i liberal del centro destra? Sul Family day le posizioni sono tutte morbide, tutte possibiliste. Fuori dal fronte di Piazza Navona (dove si terrà la contromanifestazione Coraggio laico) si ode solo qualche sporadico “Io non ci vado”, ma non si leva nessuna voce che dica nettamente “l’appuntamento di piazza San Giovanni è sbagliato”. Nel centrodestra, gli storici difensori della laicità dello Stato tacciono. Nel centrosinistra si cova il progetto dei Dico, ma non ci si oppone alla mobilitazione che proprio a quel progetto vuole sbarrare la strada. Possibile che i laici siano improvvisamente spariti tutti?

La prima risposta arriva da Franco Grillini, che a Panorama.it dice: “Ai miei interventi sulla laicità, durante i congressi Ds, i palazzetti dello sport rimbombavano di applausi. Adesso invece nessuno fiata. All’ultimo congresso ho detto a Fassino: ‘Di’ qualcosa di laico’. Lui non solo non l’ha detto, ma ha affermato che tutte le leggi, nel nuovo Pd, dovranno essere condivise, un eufemismo per dire che si è prigionieri degli integralisti religiosi”. Insomma, stando a Grillini, sinistra e laicità nel Pd non vanno più d’accordo. “Non si può sposare una forza storicamente laica con un partito confessionale: quello tra Ds e Dl è un matrimonio contro natura. Pur di fare l’unione con la Margherita, i Ds hanno accettato di svendere non solo la questione sulle coppie di fatto, ma tutta la questione della laicità, dalla legge 40, al divorzio breve, alla liberalizzazione delle droghe leggere”. Così l’ex storico leader dell’Arcigay esce dai Ds. E al al Partito democratico preferisce Cecchi Paone, col quale si appresta a fondare un nuovo soggetto politico.
Nel frattempo, chi resta con Fassino sopporta in religioso silenzio la nuova svolta. Unica eccezione, Vittoria Franco, la sola ad aver contestato la scelta del ministro Rosy Bindi di escludere le associazioni gay dalla Conferenza nazionale sulla famiglia. Intervistata da Panorama.it non se la sente di dire che il Family day sarebbe da evitare. “Siamo in democrazia” dice la deputata “e non si può impedire a nessuno di fare una manifestazione”. Ma poi chiarisce: “Quello che non mi piace del Family day non è la mobilitazione, ma il suo ordine del giorno, che è ideologico e non politico. Si stanno saldando sempre più chiesa e politica, un binomio che andrebbe smontato”.
Il binomio andrebbe smontato anche per Alfredo Biondi, Presidente del Consiglio Nazionale di Forza Italia, che non si allinea alle posizioni del suo leader di partito. Berlusconi non andrà al Family day pur sostenendone le ragioni. Biondi invece non ci andrà perché lo considera “un appuntamento senza senso”. “Gli organizzatori dicono che sarà una manifestazione per difendere la famiglia della Costituzione, dunque un’iniziativa laica” osserva Biondi “Ma questi signori confondono laicità con elettoralità. La verità è che hanno paura di mettere in discussione i dictat della Chiesa. La fede smuove le montagne” conclude Biondi “e smuove anche molti voti”.
Altra mosca bianca nel centro destra è Benedetto Della Vedova, ex radicale approdato a Forza Italia, che dice: “Non soltanto non ci andrò, ma considero la mobilitazione un errore ideologico. Non si può mettere in contrapposizione la difesa della famiglia con il sostegno alle unioni omosessuali. Il centrodestra italiano” dice “dovrebbe cogliere la lezione francese, dove i Pacs convivono con un’ottima politica per la famiglia”. E domanda: “Quando ci sarà un Sarkozy italiano col coraggio di dire che la posizione della Chiesa sull’omosessualità fa orrore?”

n

n

Potendo, dove andreste sabato 12 maggio?

Pezzotta, la voce del Family day: la visione cattolica non c’entra

Savino Pezzotta
Dai lavoratori alla famiglia. Savino Pezzotta (qui il Forum a cui partecipa), uscito dalla Cisl prima della scadenza del suo mandato da segretario, torna sulla scena pubblica in veste di portavoce del Family day. “Ma sia chiaro che non me l’hanno chiesto i vescovi” precisa a Panorama.it “sono stato invitato dalle associazioni laicali e dai movimenti d’ispirazione cristiana, altrimenti non avrei accettato”.

Fa differenza?
Certo che la fa. Per me la famiglia è innanzitutto quella definita dalla Costituzione: fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Poi ho anche una visione cattolica, che però tengo distinta, e riguarda ad esempio l’indissolubilità del matrimonio. Ma non vogliamo imporre a nessuno il matrimonio in chiesa. In Piazza San Giovanni ci sarà una manifestazione laica e civile, non religiosa.

Sarà anche una manifestazione laica, ma al Family day ci saranno quasi soltanto cattolici…
No. Ci saranno tutti i laici cristiani. La famiglia è di tutto il Paese, non soltanto della Chiesa.

Laici ma contro i Dico. Nel manifesto di convocazione l’avversione è molto chiara.
Non vogliamo i Dico. Ma non vogliamo nemmeno discriminazioni. Chiediamo una distinzione tra matrimonio e altri tipi di unione. Vogliamo, ad esempio, che agli omosessuali sia riconosciuta la libertà di persone, ma non accetteremo mai che alle coppie gay sia riconosciuto uno status matrimoniale.

Perché?
Perché noi crediamo nel diritto naturale.

Esiste un diritto naturale?
Bè, noi crediamo di sì. Naturalmente questa è una delle differenze di fondo tra noi e quelli che saranno alla contromanifestazione di Piazza Navona. Non può esserci soltanto il diritto positivo. Una società non può reggere quando la norma civile diventa la semplice e pura regolamentazione di ciò che esiste. Se si prendesse atto che c’è la poligamia, lo Stato dovrebbe forse regolarla civilmente? Sarebbe un’assurdità.

La poligamia è un paradosso, ma le coppie di fatto esistono. Sarebbe un’assurdità riconoscere loro i diritti fondamentali?
Il vero problema è che oggi bisogna scegliere fra diritti dei singoli e crescita della società. Secondo noi è quest’ultima che va premiata. In Italia c’è un individualismo libertario che avanza richieste egoisticamente, e c’è poi un personalismo societario che domanda diritti per la crescita di tutta la società. Noi dobbiamo andare in questa seconda direzione.

Come?
Chiedendo alla politica di smetterla con l’indifferenza. Ci vuole una legge organica che protegga la famiglia. Bisogna invertire il calo demografico. Senza figli non c’è nemmeno società e dunque non c’è futuro.

Una polemica nei confronti di questo governo?
No. La nostra è una battaglia civile che però chiede aiuto alla politica.

Cosa si dovrebbe fare nell’immediato?
Ad esempio destinare il tesoretto alle famiglie, visto che si tratta di soldi in eccedenza che arrivano soprattutto da lì.

Non è che fra un po’ la vedremo in politica?
Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato.

Perché?
Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe.

Piazza San Giovanni è la prima tappa per una nuova avventura politica?
No. Avrei altre possibilità. Il Family day è solo un appuntamento civile e repubblicano.

Questo governo ha un ministero della famiglia. Sia sincero: se un domani dovessero proporglielo, rifiuterebbe anche quello?
Questo governo ha un ministero della famiglia e ha già anche un ministro.
Rosy Bindi e Savino Pezzotta

Le famiglie numerose: “Al Family day perché lo Stato ci ha messo in serie B”


Un’immagine della storica serie tv “La famiglia Bradford”

Prendete 32 mila coppie, elevatele all’ennesima potenza, e avrete la popolazione totale (in continua crescita) delle “famiglie numerose italiane”. Sono un esercito con prole al seguito, riunito in un’associazione con sedi sparse in tutto il Paese. Sul loro sito ci si scambia pareri su politica, spiritualità cattolica, tasse e figli. E proprio dal loro sito parte la chiamata alle armi per il Family day. Il 12 maggio, i soci (chi con quattro, chi con 15 figli) si metteranno tutti in viaggio per Roma. Panorama.it ha incontrato il presidente dell’associazione, Mario Sberna, che subito chiarisce il senso della loro mobilitazione: “L’obiettivo dovrà essere uno solo. Difendere la famiglia tradizionale dai continui attacchi che cercano di farne un’istituzione di serie B”. Sberna non nasconde il proprio rancore: “Sono almeno vent’anni che la politica italiana punisce chi mette al mondo i figli e avvantaggia chi sceglie di vivere fuori dal matrimonio”. Gli esempi di tale discriminazione, per Sberna, non mancano. “Perché” chiede “noi che siamo magari in sette con un solo contatore elettrico, dobbiamo pagare più di sette single o più di tre coppie e un single, che di contatori ne hanno rispettivamente sette e quattro? E perché devo pagare l’Ici come se vivessi in una reggia quando basta una divisione per comprendere che i metri quadri a disposizione di ogni singolo componente della mia famiglia sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli disponibili individualmente per le coppie di gay o dei single o dei pensionati?”. L’elenco dei perché continua a lungo, finché trova una sponda nell’appuntamento romano: “Finalmente un’occasione per chiedere al governo di invertire questa tendenza assurda”.

Due persone che vivono insieme, come i gay o i pensionati del suo esempio, non sono una famiglia?
“Famiglia significa un papà e una mamma che si amano e che fanno dei bambini. Senza figli non c’è società e dunque non c’è futuro per l’Italia”.

E le coppie di fatto con figli, quelle con un papà e una mamma, non sono famiglie?
“Per lo Stato lo sono anche più delle nostre, visto che concede loro agevolazioni fiscali a non finire: un’ingiustizia! Si dovrebbe privilegiare la famiglia così com’è intesa dalla nostra Costituzione, una società naturale fondata sul matrimonio”.

I vostri figli non sono tutti naturali…
“Alcuni sono naturali, altri adottivi, altri in affido…”

Se una coppia gay potesse adottare dei figli sarebbe una famiglia?
“Non è possibile: è la natura che lo impedisce. Chieda a qualunque psicologo, le risponderà che un bambino ha bisogno di una mamma e un papà”.

Lei quanti figli ha?
“Io e mia moglie ne abbiamo cinque”

Sarete tutti e sette a Roma?
“Tutti”

Sarete lì per difendere la famiglia o per contrastare i Dico?
“Fare una scelta di campo significa automaticamente escluderne un’altra. Se chiedi più famiglia, dici meno qualcos’altro”.

Nell’associazione siete tutti d’accordo? Tutti contro i Dico?
“L’associazione ha preso una posizione unitaria”

La posizione sarà anche unitaria, ma nel forum sul Family day, sul vostro sito, il dibattito è tutt’altro che monocorde. Un tale Romolo scrive: “Non condivido l’iniziativa della Chiesa italiana, assolutamente spropositata rispetto alla proposta Dico, che mi sembra invece ragionevole e giusta. Peraltro anche la nostra Chiesa, anzi tutti noi cattolici, dovremmo fare un bel po’ di autocritica. Eravamo la massima agenzia educativa fino a vent’anni fa, forse qualche responsabilità sulla attuale situazione sociale del Paese l’abbiamo anche noi. Non mi è piaciuta la chiamata alle armi: simili appelli e toni nell’associazione andrebbero evitati. E lo dico innanzi tutto da cattolico”. Non è l’unico intervento di questo tipo. Lei cosa pensa di simili posizioni?
“Il bello è che da noi ognuno può esprimere la propria opinione. Ma le ripeto, la posizione ufficiale dell’Associazione è già stata presa: saremo al Family day per difendere la famiglia tradizionale, punto e basta”.

Convivere con gli immigrati: bastano le regole?

La questione cinese porta addirittura il governo a Milano. Enrico Letta, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, e Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico, si sono messi in viaggio questa mattina presto per raggiungere Letizia Moratti, Roberto Formigoni e Filippo Penati. Un incontro già stabilito da giorni, per discutere dei lavori del Tavolo per Milano, ma che inevitabilmente sarà occupato dalle polemiche sul quartiere di via Paolo Sarpi. Perché se dopo i tafferugli nella cosiddetta Chinatown milanese sembra essere tornata la tranquillità, il dibattito è ancora molto caldo.
A destra come a sinistra si sentono opinioni stranamente unanimi. L’accusa di xenofobia da parte dell’ambasciatore cinese in Italia è respinta in blocco. E il problema - dicono molti - non è il razzismo, ma le regole.

Una dopo l’altra, piovono le dichiarazioni in linea con le parole pronunciate, nel giorno della protesta, dal sindaco di Milano: “Non intendiamo tollerare zone franche in città. Vogliamo fare rispettare le regole che non venivano fatte rispettare”. Alla Moratti fa eco Ignazio La Russa: “Il nostro governo si faccia rispettare, e imponga il rispetto delle leggi del nostro Paese. I cinesi in Italia” ha detto l’esponente di An “in troppi casi violano decine di norme”. Simili le posizioni di Formigoni. E anche Emma Bonino, ministro per le Politiche comunitarie, dice che il punto è “ristabilire diritti e doveri”. A sinistra, tra gli altri, parlano di rispetto delle regole anche Di Pietro e il presidente della Provincia Filippo Penati.

Tutti d’accordo, insomma. Ma è sufficiente il rispetto delle norme per garantire la convivenza tra diverse culture? Panorama.it lo ha chiesto a Don Virginio Colmegna, ex direttore della Caritas Ambrosiana, che sulla gestione delle questioni sociali e sul rispetto delle regole ha fondato la sua Casa della Carità. Lì, chiunque viva situazioni di disagio è accolto. Ma niente buonismo né assistenzialismo: chi non sta ai patti se ne va. Come è successo ai 24 rom “insofferenti verso gli impegni di pacifica convivenza” che don Virginio ha rispedito ieri in Romania a spese della stessa associazione.

Ma le regole di cui tutti parlano bastano a scongiurare la conflittualità sociale?
“Assolutamente no” risponde Don Colmegna “occorrono investimenti economici, un grande lavoro culturale sulle resistenze di molte persone che si percepiscono minacciate dagli immigrati. Ma serve anche molta onestà. Non si può pensare che non nascano contraddizioni dalla convivenza tra culture diverse” continua don Virginio “e dunque bisogna assumersi la responsabilità dei propri limiti sociali. Per superarli” dice “occorrono nuove strategie economiche ed urbanistiche”.

“Bisogna creare sviluppo” conclude don Colmegna “e per fare questo occorrono investimenti nella città, una riqualificazione che metta a disposizione tutte le risorse possibili come le tante aree dismesse e inutilizzate”. Dunque regole ma anche ridefinizione degli spazi cittadini? “L’urbanistica è fondamentale, perché è lo spazio pubblico quello su cui nascono gli attriti. È lì che entriamo in contatto con i nostri vicini. Ed è lì che può nascere la sensazione di condividerlo o al contrario di esserne deprivati”.

Insomma, da una parte c’è chi punta tutto sul rispetto delle regole e dall’altra c’è chi prospetta nuove strategie più complesse per l’accoglienza degli stranieri. Ma non si può trascurare anche un’altro registro su cui vibra il dibattito. È il repertorio di argomentazioni che si ripete nelle strade, nei bar, nei forum e nei commenti agli articoli in rete, in cui, molto spesso, l’immigrazione è percepita soltanto come una minaccia.

Cinesi, slavi, nordafricani, milanesi: un melting flop?

La manifestazione dei cinesi a Milano
“Basta discriminazione! Siamo milanesi anche noi!”. Il giorno dopo i tafferugli nel quartiere di via Paolo Sarpi (guarda il video), l’unica anomalia è lo slogan di questo cartello, sulla vetrina di un negozio cinese.
A Milano, gli scontri tra stranieri e residenti sono sistematici. Con gruppi di cittadini che si mobilitano contro le comunità straniere. Generando semplificazioni del tipo “milanesi razzisti” e “stranieri confinati nei ghetti”.

Semplificazioni, appunto. Perché per cogliere le sfaccettature della città bisognerebbe poterci volare sopra, fotografando dall’alto tutte le sue zone critiche. È quello che hanno fatto i ricercatori di Multiplicity lab, un laboratorio promosso dal Politecnico di Milano e da Unidea-UniCredit Foundation. Che ha raccolto l’esperienza di molti studiosi e che ha analizzato per diversi anni le zone critiche della città. Il risultato è nel volume Milano, cronache dell’abitare, a cura di Stefano Boeri. Dove si parte da oltre 400 fatti di cronaca accaduti negli ultimi 5 anni, per individuare i principali modi di abitare gli spazi urbani.
Una parte di questo immenso lavoro è on line. Una città vista dal satellite, dove si può cliccare sui vari quartieri, dalla stazione centrale a Chinatown, e leggere le testimonianze di chi ci ha lavorato, guardare le immagini e i video della realtà quotidiana, accedere ai siti delle associazioni che ogni giorno si battono per migliorare la vita di chi ci abita.

Questo zoom mostra ad esempio che “a Milano non ci sono ghetti”, come spiega a Panorama.it Christian Novak, tra gli autori del libro e docente di Urbanistica al Politecnico di Milano con un corso di analisi della città e del territorio. “In tutta la città non c’è un solo caso in cui chi ha potere relega in un ghetto chi è povero e indesiderato. Nella cosiddetta Chinatown, la maggior parte dei residenti è italiana. Sono i negozi ad essere in maggioranza cinesi. Ma il quartiere è cinese solo visto dal piano terra, e questo è molto significativo, perché dimostra che i conflitti nascono proprio sull’utilizzo dello spazio pubblico”.

E generalizzando che fotografia emerge di Milano? “Ci sono continui processi di riqualificazione urbana e commerciale, che producono scossoni sociali. La maggior parte degli attriti, le cosiddette reazioni di intolleranza, nascono proprio dal modo in cui cambia la città. I quartieri poveri” spiega Novak “diventano ciclicamente chic, si popolano di ricchi e allontanano i pensionati e il ceto medio che non sa più stare al passo con gli affitti. E che si trova davanti a una città sempre più chiusa, che li costringe a ripiegare sulla provincia e produce malessere. Allo stesso tempo, di fianco alla borghesia convivono gli immigrati più poveri che vivono forzatamente in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene. Questo mix produce conflittualità tra le diverse anime della città”.

Non c’è anche una Milano felice? “Ci sono altri due scenari a Milano” conclude il ricercatore “quella temporanea, degli studenti, della nuova migrazione dal sud e dei pendolari che usano la città ma non ci abitano; e poi c’è quella aperta e plurale di cui per ora ci sono pochi esempi ma che speriamo prevalga”. Da cosa dipende? “Dalle politiche sulla casa, dal modo in cui le amministrazioni locali decideranno di gestire gli spazi pubblici, ma anche dalla costruzione di case popolari e da scelte immobiliari legate alla città anziché alle speculazioni, come quella che a suo tempo ha favorito Chinatown”.

Sta solo alla politica decidere se produrre convivenza oppure intolleranza? “No. Anche i cittadini devono scegliere: se costituire comitati di protesta contro grossisti cinesi e campi rom oppure invece cominciare a dialogare con loro”. Per ora sembra prevalere la prima opzione.
LEGGI ANCHE:
Cronaca di un anno di conflitti - Un milanese su dieci non è italiano - Il VIDEO - Il FORUM

Una banca dati per i giornalisti free lance

Nasce la prima banca dati italiana ed europea per giornalisti free lance. Un luogo in cui tutti possono mettere in comune le proprie fonti, per far circolare notizie e comunicati. L’iniziativa è di Mediadata, la società del Gruppo Eco della Stampa, che da 15 anni lavora nel mondo della comunicazione in collaborazione con gli editori.

La banca dati per i free lance si aggiunge agli altri servizi di Mediadat.it. Come Mediaddress il data base che conta sei mila redazioni di media e 50mila nominativi di giornalisti. E WindPress: un servizio per i comunicati stampa al quale sono accreditati oltre mille operatori che ricevono le comunicazioni via e-mail suddivise per argomenti.

Gli universitari: “Berti_not_in my name” e “D’Alema go home”

Un muro dell'università La Sapienza di Roma, con manifesti che contestano la guerra e criticano Bertinotti.<br> (Credits: Ansa)

Bertinotti contestato all’università Roma, D’Alema a quella di Firenze. La politica estera del governo Prodi è sotto il fuoco di polemiche che si levano da destra e da sinistra. In attesa del banco di prova, oggi, con il voto al Senato per rifinanziare le missioni all’estero.
“Buffone sarai tu, chiedimi scusa”: Bertinotti era furente. La contestazione di una cinquantina di studenti, ieri, alla Sapienza di Roma ha bucato il suo orgoglio, ed è finita sulle prime pagine dei giornali, perché erano almeno trent’anni che la sinistra universitaria non se la prendeva così con la sinistra di Palazzo. “Guerrafondaio”. “Buffone”. “Assassino”. “Berti Not in my name”. La mobilitazione era stata preparata in Rete, nel blog del Coordinamento collettivi della Sapienza. Dalle pagine on line il volantino annunciava “Non possiamo non contestare un governo che ha fatto della PACE un semplice spot preelettorale”. Il sito Informationguerrillia dà manforte agli studenti. E mentre Prodi annuncia alle agenzie di stampa la sua solidarietà per il presidente della Camera, in Rete la discussione continua. Anche a destra dove Bertinotti è assolto pur con un’accusa di doppiezza. E in molti blog, dove la questione più dibattuta è quella che approda oggi al Senato: come si concilia la vera non violenza con il via libera alle missioni di guerra?

Sulla politica estera è stato contestato ieri anche Massimo D’Alema. Arrivato all’università Cesare Alfieri di Firenze per una lezione sul Medio Oriente, il ministro degli Esteri si è trovato davanti una trentina di ragazzi di Azione Universitaria (An) che sventolava uno striscione con la scritta “Dalemullah go home”. Il riferimento era più esplicito in un banchetto degli Studenti per la Libertà (FI), che esponeva una foto del ministro con una frase pronunciata alla vigilia della scorsa votazione sul rifinanziamento della missione italiana: “Se non c’è maggioranza, si va a casa”. Dentro l’aula, altre contestazioni. Questa volta da sinistra: striscioni contro “L’imperialismo” e voci che gridano “Guerrafondaio”. D’Alema non se ne va infastidito come Bertinotti. Se la cava con qualche artificio retorico. E s’infila in macchina compiaciuto della sua vittoria dialettica. Ma la vera battaglia, per lui come per Bertinotti, è oggi, a Roma.

Leggi anche: Università, la contestazione a colpi di blog

Bici pubbliche, se non se le fregano

Ridurre traffico e smog a Milano? Negli uffici del Comune ci si spreme le meningi in attesa dell’idea illuminante. Nel frattempo, fuori da Palazzo Marino, c’è chi azzarda qualche proposta concreta. È la Fondazione Cariplo, che ha puntato gli occhi su un campione dei 200mila studenti ogni giorno in movimento per Milano. Dalle loro interviste è emerso un quadro agghiacciante. Nessuno fa più di 300 metri a piedi. Il 30 per cento si muove in auto. E il 50 per cento prende i mezzi pubblici, ritenuti però da terzo mondo e con costi eccessivi (soltanto la metropolitana sfiora la sufficienza).
E allora che fare? Un’idea tra le tante è il bikesharing: biciclette in condivisione, disponibili gratuitamente in qualunque momento, nei luoghi strategici della città e in tutte le università (magari con la costruzione di piste ciclabili che sollevino i ciclisti dall’incubo dell’arrotamento).
Soluzioni simili sono già state collaudate con successo in mezza Europa. E il paragone con l’Italia fa impallidire: il comune di Lione ha distribuito 3000 biciclette in 250 punti della città; l’università di Roma invece ne ha messe a disposizione fin’ora soltanto tre (sempre che nel frattempo non le abbiano rubate, come era accaduto all’esperimento milanese del sindaco Pillitteri).
Per assistere alla presentazione dell’indagine, l’appuntamento è il 20 marzo al Centro Congressi di via Romagnosi a Milano. Le informazioni sono sul sito Fondazionecariplo.it. Il documento in pdf è qui.

Critical mass invade Milano, con buona pace degli automobilisti. Nel video di Youtube

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101