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L’inversione di tendenza non è nei numeri: l’Italia resta un Paese da 1,4 figli per donna. Certo, già un piccolo incremento rispetto a quanto raccontato qualche anno fa dalla regista Silvia Ferreri nel suo documentario Uno virgola due. Ma niente che faccia pensare, almeno per la statistica, a un nuovo boom demografico.
I segnali, però, arrivano dal costume. Famiglie in vista, famose, nelle quali 3, 4 o 5 figli diventano quasi uno status symbol. Come quella della stilista milanese Luisa Beccaria, cinque pargoli dai 23 ai 7 anni. O di Marco Benatti e Marina Salamon, ex imprenditrice rampante convertita alla maternità. O la coppia formata da Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto, quattro eredi. Quota cinque per Giulia Clavarino e Carlo Puri Negri, mentre aspettano il terzo bebè Paolo Bonolis e Sonia. Oltreoceano la divina Cate Blanchett, incinta del terzo erede, ha recentemente dichiarato “Meglio cinque figli che l’Oscar”.
Insomma accanto alla tendenza childfree, sdoganata in Italia anche grazie a un seminario dell’Università di Padova, torna la voglia di famiglia vecchio stile, con tanti figli in scala che riempono la casa. E pare che aiuti sul lavoro (se non altro gli uomini): un manager dotato di prole numerosa appare più affidabile e meno incline ai colpi di testa di un single. Vale anche per gli sportivi: recentemente l’allenatore del Real Madrid Bernd Schuster ha dichiarato che per lui, il calciatore ideale è coniugato con tanti eredi.

Ma, vip a parte, è davvero possibile conciliare lavoro, stipendi magri e orari degli asili che non coincidono con quelli dell’ufficio con una famiglia numerosa? Dipende, sostiene la sociologa Marina Piazza: “Solitamente, molti figli si osservano in due casi: come coronamento dell’idea di perfezione di genitori abbienti e ben posizionati, che chiudono il cerchio benessere economico, bel lavoro, molti figli. E magari suggeriscono un’idea di continuità con l’attività di famiglia. Oppure, indipendentemente dai soldi, come progetto ideologico, di matrice cattolica. Al di fuori di questi due casi, continuo a vedere persone che vorrebbero il secondo figlio, ma alla fine rinunciano per problemi economici e organizzativi”.
Conferma la matrice cattolica Mario Sberna, presidente dell’Associazione nazionale famiglie numerose: “La nostra realtà, che conta circa 4.000 famiglie con almeno quattro figli, è composta prevalentemente da cattolici. Vogliamo testimoniare la bellezza dell’accoglienza, ma anche ottenere benefici pratici, come sgravi fiscali e aiuti sulle utenze domestiche e sui costi dei trasporti pubblici”. Anche se il sogno neanche tanto segreto è di ottenere “un voto per ogni figlio”. Voto a parte, alcune richieste sono già state recepite dal disegno di legge che prevede la creazione di una card per chi ha più di tre figli che permetterà di ottenere sconti e riduzioni tariffarie, oltre a riordinare le norme in materia di congedi parentali.
Ma quante sono le famiglie numerose in Italia? Secondo i dati di Sberna, elaborati sulle cifre Istat del 2006, intorno a 189.000. E quali problemi affrontano? “Si possono immaginare” spiega Emanuela Quarantotto, membro dell’Associazione e genitrice, con Lucio, di ben sette pargoli: “Una grande fatica per gestire la casa, poco tempo per sé e una vita molto sobria: si accettano in regalo abiti, carrozzine, giochi, tagliando il superfluo. È necessario l’aiuto della famiglia allargata, di parenti e amici. Organizzare weekend o vacanze diventa un’impresa militare e spesso avverti sguardi infastiditi entrando in pizzeria (la domanda tipica è: “Non saranno mica tutti vostri?”) e sopporti battute sarcastiche da parte di colleghi e conoscenti. Ma la gioia di una casa che trabocca di bambini fa superare tutto”.
Mentre Sberna aggiunge che il blocco psicologico da superare è fra il secondo e il terzo pargolo. Fatto il terzo, arrivare a 5, 6 o 7 è semplice. Dice lui
La Famiglia Bradford: otto figli nello storico serial tv
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Sono in tanti ad avere ridacchiato seguendo gli sketch di Colorado Cafè. Quelli, per intenderci in cui Enrique Balbontin, Fabrizio Casalino e Andrea Ceccon, comici liguri Doc, ironizzavano sulla scarsa accoglienza e disponibilità di albergatori e ristoratori liguri nei confronti dei turisti. Orari impossibili, menu ridotti all’osso, risposte sgarbate, soprattutto se confrontate con quelle degli omologhi romagnoli o sardi. Che è poi quello che da anni lamentano molti turisti lombardi e piemontesi, specializzati nell’arte del weekend mordi e fuggi. La Liguria? Bellissima, certo. Ma ottenere un buongiorno al ristorante sembra un’impresa impossibile. Così il tormentone della torta di riso finita, per ironia della sorte un piatto che non fa parte della tradizione ligure, ha tenuto banco per mesi, sui media tradizionali e sui blog. Creando una situazione imbarazzante per l’assessorato al turismo della regione. Superato cavalcando l’onda: “Anziché nasconderci, abbiamo deciso di uscire allo scoperto organizzando quattro serate, una per provincia, con gli stessi tre comici, aperte a tutti gli operatori turistici. Per sottolineare che la torta di riso non è finita”, spiega l’assessore Margherita Bozzano. Obiettivo? Formare gli operatori turistici della regione migliorando l’accoglienza e scrollandosi di dosso la nomea di regione scorbutica, votata al mugugno. E raccogliere sul sito web segnalazioni e richieste di albergatori e ristoratori.

Tutto bene? No, perché l’iniziativa ha avuto anche una coda polemica e alcuni detrattori. In primis per il costo: circa 20.000 euro a serata. “Che senso ha spendere dei soldi per promuovere il turismo ligure dentro i confini regionali?”, si chiede Davide Ghiglione, consigliere comunale di Forza Italia ad Imperia. “Sarebbe stato molto meglio investirli per migliorare l’immagine della Liguria in Piemonte e Lombardia, ad esempio. E poi cosa significa: secondo l’assessorato gli operatori liguri sono dei bifolchi da educare? Altro che comici, ci sarebbe da piangere”, aggiunge, sottolineando che a suo parere la freddezza dell’accoglienza ligure è solo un luogo comune.
“Il turismo è fatto in primo luogo di persone; abbiamo in calendario decine di eventi e roadshow per far conoscere la nostra splendida regione in tutta Italia, certo. Ma ancora prima è necessario riqualificare le strutture ricettive, ripensare il modello di accoglienza sulle esigenze dei turisti di oggi e diffondere una cultura del sorriso che, quella sì, a volte manca davvero”, ribatte Bozzano.
In attesa di vedere i primi risultati, magari la prossima estate, meglio accantonare la torta di riso e ripiegare su un classico piatto di trenette al pesto. Sperando ce ne siano ancora.

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La torta di riso è finita
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La gioia di un cucciolo che entra in casa, magari pagato a caro prezzo e scelto dopo aver comparato le caratteristiche delle razze. E dopo pochi mesi, la sgradita sorpresa di una patologia congenita che costringe l’animale e la sua famiglia adottiva a cure lunghe, difficili, dispendiose. Sempre che le condizioni di salute non siano talmente gravi da veder morire l’animale a cui ci si è appena affezionati. Succede più spesso di quanto non s’immagini, e non solo nel caso di veri e propri crimini, come l’importazione illegale di cani dall’Est scoperta dalla Guardia di Finanza di Bologna.
Capita a causa di incroci fra consanguinei, screening poco accurati o mai eseguiti, ma anche sfortuna, visto che molte patologie non sono riscontrabili prima dell’anno di età, o alcuni cuccioli le sviluppano pur provenendo da genitori sani. Ettore Degli Esposti, portavoce dell’Enpa di Milano, ha la sua teoria: “Noi partiamo ovviamente da una posizione diversa; gli animali non si comprano, si adottano. E solo dopo aver pensato a lungo all’impegno e le cure che un cucciolo in casa richiede, magari dando un’occhiata alla nostra documentazione”.
“Se però una famiglia preferisce un cane o un gatto di razza” continua “deve procedere all’acquisto senza leggerezza o imprudenza. Quando compriamo un televisore, ad esempio, controlliamo offerta e garanzie decine di volte. Nel caso di un animale, invece, ci facciamo trasportare dall’entusiasmo. E dimentichiamo che l’allevatore è un commerciante; ci sta vendendo un bene”. Per cui i consigli di Degli Esposti sono di rivolgersi sempre all’allevatore, possibilmente attivo da anni e ben conosciuto, e mai a un negozio; di visitare l’allevamento per rendersi conto delle condizioni degli animali; di informarsi da un veterinario sull’esistenza e l’incidenza, per quella razza, di patologie genetiche e pretendere pedigree, certificati di vaccinazione e ricevuta del pagamento. “Cardiopatie, displasia dell’anca, cimurro, parvovirosi per i cani; panleucopenia, rinotracheite, rene policistico per i gatti e cardiopatie per entrambi. Sono tra le più comuni affezioni, genetiche e non, che un nuovo padrone potrebbe affrontare. Il problema è che molti di loro non ne sanno nulla; acquistano l’animale ammaliati dalla bellezza e sono impreparati davanti a un’eventualità del genere”, spiega Salvatore Avenia, veterinario Enpa.

E a quel punto, cosa si può fare? “Bisogna inviare una raccomandata all’allevatore per comunicare il problema, entro 8 giorni dalla sua scoperta. Purtroppo il codice civile tutela l’acquirente solo entro l’anno di acquisto. E in ogni caso, non stiamo parlando di un elettrodomestico; sostituire un animale o offrire ad esempio uno sconto su un nuovo esemplare non lenisce certo il dolore per la brutta esperienza. Noi offriamo un servizio di consulenza e assistenza legale, ma non possiamo rifondere il danno morale “, spiega Degli Esposti.
Inoltre, conviene verificare che l’allevatore sia affiliato all’Enci, Ente nazionale della cinofilia italiana per i cani e all’Anfi, Associazione nazionale felina italiana per i gatti. Eventualmente si possono chiedere informazioni proprio a queste due associazioni. “Consiglio anche di non avere fretta; il mio Cavalier l’ho aspettato un anno per avere il pedigree giusto. E ricordo che le parentele si possono anche controllare online sul nostro sito“, spiega Fabrizio Crivellari, Direttore generale dell’Enci.
“Entro tre, cinque giorni al massimo portare il cucciolo dal veterinario per un controllo completo; farsi consegnare istruzioni dettagliate per la dieta e la cura e diffidare da chi non lo fa” suggerisce Cristina Kowalczuk, presidente Anfi. “E per tutelarsi in futuro, visto che molte patologie si notano solo dopo parecchi mesi di vita, stabilire un accordo scritto con l’allevatore che preveda un rimborso delle spese o un altro animale gratis in caso di problemi genetici riconducibili all’allevamento. Certo, dovrebbe stare alla coscienza dell’allevatore venire incontro a chi ha acquistato sfortunatamente un esemplare malato”. Ma siccome non tutti sono uguali, conviene stabilirlo a priori al momento del pagamento.
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Gli animali di razza? Spesso si trovano anche al canile, abbandonati dai padroni.

Altro che Winx, videogames o Gormiti. È il cellulare la vera coperta di Linus dei bambini: l’84% ne possiede uno ma, sorpresa, la maggior parte lo ritiene utile soprattutto per essere sempre rintracciabile dai genitori.
Da strumento di perdizione avversato dagli educatori (ma acquistato in massa da mamme e papà) a prezioso strumento di controllo parentale, quindi? Così sembrerebbe, secondo i dati presentati oggi a Milano, che emergono da Baby Consumers, rapporto su consumi e minori, a cura del Dipartimento Junior del Movimento Difesa del Cittadino. Elaborato da un questionario di 35 domande a 2.693 studenti di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. Un’indagine che prende in esame i consumi mediatici e le nuove tecnologie, affrontando anche il rapporto dei minori con le nuove tecnologie (pc, web, Ipod, videogiochi).
La funzione di controllo, che spesso porta i genitori a cedere sull’acquisto del cellulare anche per il piccolo di casa, è evidente dai numeri: dopo gli amici, i ragazzi chiamano più spesso i genitori (34,3%) e ricevono da loro più di un terzo delle telefonate.
Nonostante le polemiche fra i banchi di scuola, pare sappiano perfettamente quando è il caso di mettere il silenziatore al loro nuovo compagno di giochi; il 71% ritiene opportuno spegnerlo in aula e il 68% in chiesa. I ragazzini non sfuggono, com’era immaginabile, alle regole del marketing; la maggior parte sceglie il modello seguendo la pubblicità o copiando quello visto in mano all’amico. Però per fortuna dei genitori, sembrano morigerati con la bolletta. Più della metà non supera i 10 euro al mese, anche perché imperversano gli Sms, più rapidi ed economici.
Ma anche la modalità degli “squillini” utilizzati dal 50% per farsi richiamare quando a corto di credito e dal 21,3%, più romanticamente, per dire “Ti sto pensando” senza bruciarsi la scheda prepagata. Tra i ragazzi, però, imperversa l’effetto You Tube: quasi la metà di loro (48%) pensa non ci sia nulla di male nel fotografare o filmare con il cellulare una persona senza chiederle il permesso. Probabilmente con la riapertura delle scuole dovremmo attenderci un’altra ondata di filmini più o meno osé girati in classe.

Figli pronti a rispondere alle telefonate di mamme ansiose e utilizzatori modello delle nuove tecnologie di comunicazione, quindi? Sì, ma c’è anche il rovescio della medaglia, come spiega Antonio Longo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino: “Il quadro che emerge dall’indagine da una parte ci tranquillizza sull’uso che i nostri ragazzi fanno del cellulare, dall’altra evidenzia una sempre più crescente solitudine dei bambini, che vengono dotati di cellulare senza che si guardi all’uso che ne fanno. Dobbiamo recuperare la dimensione della presenza fisica dei genitori, dei nonni, dei fratelli, senza demonizzare le nuove tecnologie ma senza usarle come babysitter”.
Anche perché spesso i genitori non sono in grado di comprendere cosa il loro cucciolo stia realmente combinando: “Emerge chiaramente un Paese a due velocità: da una parte l’analfabetismo informatico e dall’altro il secondo posto in Europa per possesso di telefoni cellulari, con figli che governano e controllano i mezzi tecnologici meglio dei genitori, non sempre in grado di esercitare un controllo adeguato”, ricorda Lucia Moreschi, responsabile del Dipartimento Junior di MDC.
Divertenti infine i desideri degli adolescenti per il telefonino di domani; futuristici, ma non troppo. Lo vorrebbero con la Playstation, con credito illimitato e che prendesse ovunque. Ma anche dotato di una tecnologia che permetta di “vedere attraverso i vestiti”.
Alla fine, hi-tech o meno, i ruspanti occhiali a raggi X dei fumetti che hanno fatto sognare le passate generazioni di teenager sono ancora un frutto proibito.
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L’estate astronomica è iniziata solo da pochi giorni ma già si affronta l’emergenza del grande caldo. Soprattutto al sud, dove l’afa ha causato le prime vittime, la chiusura di alcune aziende e i black out di energia. A farne le spese sono soprattutto gli over 65 che insieme ai bambini soffrono più degli altri temperature tropicali, afa e umidità alle stelle. Come tutti gli anni l’Onlus Auser ha messo online uno speciale dedicato all’emergenza caldo per aiutarli a superare una torrida estate in città, quando i figli si allontano per le vacanze e anche le piccole esigenze quotidiane diventano un problema. Possono bastare semplici accorgimenti di stile di vita e alimentazione, come sintetizzato nel decalogo dell’associazione. “Online c’è una guida scaricabile gratuitamente con i suggerimenti per affrontare il caldo; in più abbiamo potenziato il numero verde Filo d’argento 800.99.59.88, senza scatto alla risposta, per combattere la solitudine e offrire servizi fondamentali” spiega Giusy Colmo, portavoce Auser. Sì, perché se alcuni, con i figli in ferie, possono contare su badanti o spesa online (Esselunga, Volendo, Coop, Basko e altri consegnano a domicilio con un sovrapprezzo tra i 5 e gli 8 euro, ma spesso gratis per i disabili e gli anziani), secondo Auser l’identikit di chi corre i rischi maggiori è quello di “una persona anziana che vive sola, in un appartamento piccolo ai piani alti, privo di condizionamento, con un basso livello socio-economico”.
In questi casi con una chiamata al numero verde 800.99.59.88 (attivo tutti i giorni dalle 8 alle 20 e in Lombardia 24 ore su 24) gli anziani rimasti soli in città potranno chiedere la consegna a casa di spesa e medicinali, il trasporto verso strutture sanitarie nel caso di visite o terapie e avere informazioni su iniziative di svago e intrattenimento vicino a loro. Ma anche fare due chiacchiere perché, insieme all’afa, il problema dell’estate si chiama solitudine ed emarginazione. Proprio per questo i volontari Auser monitorano i servizi per gli anziani offerti dai Comuni di tutta Italia, come ad esempio quelli dell’Associazione Nonna Roma nella capitale, e li raggruppano sul sito, aggiornandoli quotidianamente.
Un altro numero da tenere a portata di mano è il 1500, call center del Ministero della Salute attivo tutti i giorni fino al 31 agosto dalle 8 alle 20. Fornisce consulenza telefonica e orientamento ai servizi socio sanitari aperti per ferie; l’estate scorsa le chiamate sono state più di 6.000. Inoltre il Ministero ha messo online una guida per prevenire e limitare i problemi di salute e suggerisce di tenere d’occhio la segnalazione delle ondate di calore a cura della Protezione Civile, che può prevedere l’innalzamento della colonnina di mercurio fino a 72 ore prima in 17 città italiane (Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Pescara, Roma, Torino, Trieste, Venezia e Verona).
Il 118 resta infine il numero fondamentale da digitare per le emergenze, gli incidenti, la richiesta di ambulanze, il reperimento del Medico della Continuità Assistenziale (la vecchia Guardia Medica) e anche per conoscere le farmacie di turno.
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Dieci consigli per tenere corrette abitudini alimentari, validi sempre e per tutti, ma in particolare con il caldo e per le persone anziane o affette da particolari patologie, come diabete o ipertensione.
- Bere anche se non se ne sente la necessità e fare spuntini freschi e leggeri aiuta a evitare gli agguati del solleone e in particolare la disidratazione e i suoi effetti deleteri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica in almeno 10 bicchieri la dose ideale giornaliera;
- Sì a frullati, centrifugati, succhi di frutta e latte, sempre però senza esagerare;
- Consumare molta frutta e verdura, importanti perché contengono anche fino all’80% di liquidi, sono ricchissimi di sali minerali, vitamine, antiossidanti e fibre;
- Fare sempre almeno tre pasti al giorno: colazione e cena sono essenziali quanto il pranzo;
- Fare pasti leggeri, non troppo elaborati o piccanti;
- Preferire il pesce alla carne, perché ricco di elementi che proteggono dalle malattie degenerative tipiche dell’anziano;
- Evitare bevande e cibi troppo caldi o troppo freddi;
- Limitare l’assunzione di bevande gassate, alcolici e caffè;
- Si ai gelati, ma preferibilmente alla frutta;
- Assumere integratori salini solo previo consulto medico.
Dalla guida Emergenza Estate di Auser.
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Quasi trenta artisti si alterneranno su un palcoscenico molto particolare. Quello ricavato all’interno delle carceri milanesi di San Vittore e Bollate. Succede grazie alla terza edizione di Sing sing, festival di musica e cabaret patrocinato dalla Provincia di Milano per portare lo spettacolo dietro le sbarre. Il 18 giugno si esibiranno 13 artisti per i circa 1000 detenuti di San Vittore, mentre il 20 sarà la volta di Bollate: per la prima volta il festival andrà in tour, fuori dal carcere cittadino. “Riunire i detenuti al campo sportivo per assistere al live è allo stesso tempo una prova di fiducia e l’occasione per passare un pomeriggio insieme, all’aperto” commenta Lucia Castellano, direttore della casa circondariale di Bollate. Uniti dalla musica, “elemento di aggregazione naturale e spontaneo” aggiunge Gloria Manzelli, direttore di San Vittore. I nomi sono di sicura presa: dai cabarettisti Ale e Franz e Geppi Cucciari agli Almamegretta e Mondo Marcio, fino al trionfatore di Sanremo Simone Cristicchi e all’autore del tormentone dell’estate, Daniele Silvestri. Chissà come sarà accolta all’interno delle mura la sua ironica storia di fughe e latitanze? I Vip saranno affiancati da gruppi molto particolari, come gli Aria Dura e i Suoni Sonori & The Reggae Band, creati dai detenuti di Bollate, i Vlp Sound, band di San Vittore, e i Francobranco, gruppo musicale di agenti penitenziari.
Data la particolare location, i concerti non sono aperti al pubblico ma possono essere seguiti su Radio Popolare che trasmetterà uno speciale il 23 giugno dalle 11:30 e sul canale tv All Music che metterà in onda la registrazione la prima settimana di luglio.

Quattro anni in attesa di un figlio. Trascorsi tra corsi di preparazione, esami psicologici e false speranze aspettando una telefonata. È il calvario che spesso devono affrontare gli aspiranti genitori adottivi in Italia. E può anche succedere che, all’improvviso, tutto si blocchi. Perché il Paese scelto ha chiuso o contingentato le adozioni. O perché l’associazione certificata alla quale la coppia si è rivolta ha avuto dei problemi durante l’iter. Come nel caso di Dario Di Lorenzo, palermitano, che scrive a Panorama.it segnalando la sua storia: “Dopo aver ottenuto il decreto internazionale da parte del Tribunale dei minori abbiamo dato il mandato all’associazione Chiara onlus di Roma. Dopo quattro anni di attesa mi viene riferito che la Cai Commissione Adozioni Internazionali, ha revocato il mandato all’associazione lasciandoci al punto di prima. E non sono il solo: ci sono 600 coppie sparse in tutta Italia ad avere subito questa ingiustizia”. La Cai ha revocato il mandato per precedenti problemi insorti con la Federazione Russa e anche perché l’associazione aveva preso in carico un numero di coppie decisamente superiore a quello che poteva gestire (si parla di più di 700), condannandole di fatto ad attese eterne. “Non sono d’accordo” aggiunge Dario Di Lorenzo – “Chiara onlus è stata a torto accusata di accettare troppe coppie anche per soldi; ma io grazie a loro ho già adottato una bimba, Olga, che oggi ha 10 anni. Se non li avessi giudicati più che corretti, non credo che sarei tornato da loro per una seconda adozione”. Molte famiglie si sono riunite in un comitato, Le coppie di Chiara. Paolo Bertoletti, uno dei suoi portavoce, spiega: “Quelle della Cai sono motivazioni sensate, ma non risolvono la nostra situazione. Alcune coppie, quelle per cui l’abbinamento con il bambino era già avvenuto, sono state seguite dalla Commissione stessa, che si sta occupando delle pratiche. Le altre verranno reindirizzate verso associazioni diverse, ma ciò significa finire in coda a tutte le liste e allungare ancora lo stillicidio dell’attesa. Intanto, mentre parliamo, i bambini restano in istituto. Perché, e a dimenticarselo spesso sono anche le coppie in attesa, l’adozione sancisce i diritto del bambino ad avere una famiglia e non viceversa”. Chiara Onlus si è rivolta al Tar del Lazio che proprio in questi giorni ha emesso una sentenza favorevole: cancellata la revoca, l’associazione potrà continuare a operare nel campo delle adozioni internazionali. Ma ciò non risolverà i problemi delle famiglie, secondo il gabinetto del Ministero per le politiche della famiglia, che con il recente decreto oggi sovrintende alla Cai.
“Chiariamo una cosa: la vicenda di Chiara Onlus non si limita al parere negativo della Cai. Precedentemente era già stata revocata l’autorizzazione a procedere da parte della Federazione Russa, a causa adozioni considerate irregolari. Anche alla luce della sentenza del Tar, ricordiamo che l’onlus ha una lista d’attesa praticamente impossibile da smaltire, visto che ogni associazione che opera in Ucraina ha oggi può trattare meno di 30 pratiche all’anno”. Il consiglio istituzionale è di rivolgersi presso altre associazioni. Magari cambiando il Paese di provenienza del figlio adottivo, come spiega Salvatore Bianca, dell’ufficio stampa Cai: “Capiamo perfettamente la frustrazione delle famiglie, che sono i vasi di coccio della situazione, ma evitare di concentrarsi solo sull’Ucraina al momento sarebbe la scelta migliore: molti Paesi hanno liste d’attesa decisamente inferiori. Certo, da parte degli aspiranti genitori c’è anche la preoccupazione per le spese sostenute finora”. Già, le spese: l’intero iter per adottare si aggira tra i 10 e i 15 mila euro. Prezzi che hanno fatto dell’adozione internazionale un vero business, sulla pelle dei genitori e soprattutto dei bambini che aspettano una famiglia.
L’adozione internazionale è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi 20 anni. Nel 1982 infatti, secondo i dati Istat, riguardava meno di 300 minori. Oggi si parla di circa 3.000 ingressi all’anno. Con la legge 476/1998 l’Italia ha aderito alla convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993 sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale. I principi base indicano l’adozione come ultima strada percorribile (si privilegia la possibilità di far crescere il bambino nel suo Paese di origine), sconfiggere le adozioni fai da te e il traffico di minori. Con la nuova legge non si fa più domanda di adozione, ma si dichiara la disponibilità ad accogliere un bambino, presso la cancelleria del Tribunale per i minorenni competente per la loro residenza. Il modello è fornito dalla stessa cancelleria, così come l’elenco dei certificati necessari. Per molti di questi documenti è accettata l’autocertificazione: su Moduli.it si scaricano gratuitamente. Per presentare domanda è necessario essere sposati da almeno tre anni (o dimostrare la convivenza continuativa), non avere in corso alcun procedimento di separazione ed essere idonei a educare, istruire e mantenere i minori che si intendono accogliere. Ma esistono anche requisiti anagrafici: la differenza minima di età fra genitore e figlio è di 18 anni, quella massima è di 45 anni per uno dei coniugi e di 55 per l’altro. Il Tribunale esamina la dichiarazione di disponibilità all’adozione e i certificati ricevuti. Entro 15 giorni (sulla carta: nella realtà a causa del sovraccarico di lavoro degli uffici, i tempi si dilatano) incarica i servizi socio-assistenziali del Centro Adozioni della zona di residenza di effettuare un’indagine psico-sociale sulla coppia e scrivere una relazione per valutare le risorse e le potenzialità della stessa a educare un figlio. Terminata la fase delle indagini la relazione viene inviata al Tribunale. I giudici hanno due mesi per valutare la domanda e decidere se concedere il decreto di idoneità. Chi non è considerato idoneo può presentare ricorso entro 10 giorni presso la Sezione per i minorenni della Corte d’Appello: il 5,3% delle coppie ha ottenuto l’idoneità mediante ricorso. Dopo il decreto di idoneità si sceglie un’associazione autorizzata (l’elenco si trova nell’albo della Cai, anche online) che si occuperà di individuare il bambino da abbinare alla coppia e sbrigare la burocrazia. C’è un anno di tempo per sceglierla: si può dare l’incarico a un solo ente per volta, ma entro l’anno di validità del decreto di idoneità è possibile comunque revocare il mandato all’ente e incaricare un altro. Conviene comunque scegliere enti che trattano con più paesi, per evitare di trovarsi spiazzati in caso un Paese chiudesse improvvisamente le adozioni. Dal momento della scelte dell’ente, inizia un nuovo periodo di attesa da uno fino a quattro anni (e oltre).
Risorse online
Ass.ne Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie
Adozione Minori
Adozione Internazionale
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