Dal 23 maggio 2000 a oggi tanti sono stati i casi legati all’eutanasia finiti in prima pagina o nei titoli dei tg: Welby, Sglaro, Crisafulli… In quel maggio lontano, invece, il protagonista di una morte cercata era Stefano, giovane studente universitario gravemente malato di cuore. Quando il suo corpo viene trovato, in un bosco, si scopre che a ucciderlo è stata una dose massiccia di insulina. Stefano aveva chiesto al suo migliore amico di iniettargliela.
Panorama ha cercato quell’amico di Stefano. Oggi ha 34 anni e ha accettato per la prima volta di raccontare quei momenti, a patto di rimanere protetto dall’anonimato, lui che ha già scelto di cambiare città per allontanare quei ricordi. Per quel gesto ha scontato la pena di 3 anni inflittagli in Cassazione per omicidio di consenziente, convertita poi in affidamento ai servizi sociali.
Quando vi siete conosciuti lei e Stefano?
La nostra amicizia è nata ai tempi della scuola superiore. Ci vedevamo soprattutto nell’intervallo: avevamo diversi interessi in comune, la musica, l’hi-fi, la filosofia… L’anno dopo cambiai scuola, ci perdemmo di vista, poi casualmente ci trovammo a un compleanno di un’amica comune. Quella sera lui era arrivato in autostop perché era rimasto senza benzina. Ridemmo e scherzammo e fu un po’ l’occasione per rinsaldare la nostra amicizia.
Vi frequentavate abitualmente?
Finite le superiori, tutti e due abbiamo scelto la facoltà di filosofia. Passavamo la domenica quasi sempre insieme, a casa mia o a casa sua. I suoi genitori mi avevano voluto conoscere: una sera eravamo stati a sentire suonare un gruppo vicino a casa sua, Stefano mi disse: “I miei genitori sono curiosi di vedere questo tipo di cui parlo sempre e che conoscono solo per telefono”.
Che tipo di amicizia avevate?
Fraterna. È per questo che mi ha chiesto di aiutarlo e ha insistito così tanto: io avevo vissuto tutta la malattia con lui e sapeva che capivo la sua sofferenza.
Come stava Stefano negli ultimi tempi?
Quando si è ammalato, aveva 23 anni: allora suonava la chitarra, studiava all’università, andava in motocicletta, faceva tantissimo sport. La malattia lo ha demolito levandogli tutto quello che amava e voleva fare. Negli ultimi tempi aveva avuto un tracollo fisico: passava le giornate steso a letto o sul divano. Non riusciva neanche più a suonare la chitarra. Un giorno mi disse: “Trova qualcuno che vuole le mie chitarre, non sopporto più di vederle davanti e di non poterle suonare”.
Come è arrivato alla decisione di aiutarlo a morire?
Capivo la sua sofferenza e il suo desiderio di morire. Ma mi dicevo: questo non si fa. Non ero d’accordo con quel che mi chiedeva. Purtroppo, la mia capacità analitica a un certo punto è venuta meno. Fino ad allora avevo pensato: questo non si fa perché faccio del male, violo una legge, non è consentito, noccio a lui, a me, alla mia famiglia e alla sua. Tutto questo, all’ultimo, è venuto meno.
Ha capito perché?
Quel giorno sono caduto in uno stato di prostrazione emotiva tale che non ho più potuto oppormi. Probabilmente anche per la sua insistenza: Stefano era determinatissimo a farlo. Se mi vedo con gli occhi di oggi compiere un’azione del genere, mi sembra di vedere un film, non un mio ricordo.
Da quanto tempo Stefano aveva deciso di morire?
Non so da quanto pensasse a uscire di scena, è difficile dirlo: credo più o meno che l’idea sia maturata fra l’inverno e l’inizio dell’anno. Mi diceva sempre più spesso che stava male.
Si ricorda quando le ha detto esplicitamente che voleva morire?
Eravamo al telefono, era l’inizio dell’anno e si era sentito male per l’ennesima volta e sconfortato mi disse: “Va a finire che lascio baracca e burattini”. Gli chiesi: “In che senso?”. E lui mi rispose: “La faccio finita”. Ne parlammo un po’ e alla fine mi fece giurare di non dirlo a nessuno. Mi spaventai moltissimo, naturalmente. Da allora in poi Stefano riprendeva l’argomento, chiedendo un mio aiuto.
Cosa è successo quell’ultimo giorno?
Stefano mi aveva detto che avrebbe voluto stare per qualche giorno da solo, allontanarsi per un po’ da tutti. Lo avevo accompagnato. Non era una cosa inusuale, spesso andavamo a fare delle passeggiate nei boschi. Ma una volta arrivati, al casolare abbandonato dove sarebbe dovuto stare, le sue richieste si sono fatte sempre più pressanti: ha preparato le siringhe con l’insulina, me le ha messe in mano e mi ha detto: “Fallo!”.
Perché lo ha chiesto a lei invece di farlo da solo?
Non lo so. Me lo sono sempre domandato, ma una risposta precisa non ce l’ho. Credo non avesse la forza interiore per riuscirci.
All’epoca i giornali parlarono di un patto fra voi due, per cui lei non avrebbe dovuto rivelare cosa era successo e dove si trovava il corpo.
Lui voleva così. Lo aveva ripetuto più volte e a più persone: “La mia volontà è quella di andarmene lontano da tutti. Scompaio e nessuno mi deve veder soffrire. Voglio morire nella massima riservatezza possibile”. Era una sorta di testamento spirituale e in un primo momento ho creduto di poterlo accontentare. Poi però non ce l’ho più fatta. Sapevo che i suoi genitori soffrivano e lo cercavano. Dopo i 3 giorni più terribili della mia vita, ho capito che dovevo parlare e l’ho detto ai carabinieri.
Terribili perché?
Ero nel caos più completo, ero sotto shock. Per di più casa mia era assediata da giornalisti e fotografi. Finimmo per staccare il telefono. Vivevamo con le finestre chiuse e mangiavamo perché la vicina ci passava un sacchetto dalla finestra.
Ha mai pensato alle conseguenze, penali e non?
Uno dei freni era proprio il pensiero delle conseguenze. Subito dopo il fatto, per diverso tempo, mi è stato impossibile decidere qualsiasi cosa. Persino se bere un bicchiere d’acqua.
Se fosse stato al posto di Stefano, anche lei avrebbe chiesto al suo amico di intervenire?
Non so, dovrei trovarmici per saper rispondere. Capisco che a un essere umano si può chiedere di sopportare tanto, ma a tutto c’è un limite. La sofferenza spesso va oltre questo limite. Per lui forse è stato troppo.
Perché crede che Stefano le abbia chiesto di aiutarlo a morire nonostante i problemi che avrebbe potuto crearle?
È stato per disperazione. Oltre una certa soglia di dolore, scatta la disperazione. Ai suoi occhi non c’era più alcuna convenienza nel continuare a vivere. Anche il trapianto di cuore, che rifiutava categoricamente, non gli avrebbe reso la sua vita e le sue passioni.
Poteva esserci un’altra fine?
Se non lo avessi fatto io, avrebbe prima o poi trovato qualcun altro. Lui era irremovibile sulla decisione di lasciare.
Frequentava casa sua e conosceva i suoi genitori. Ha avuto modo di parlare con loro dopo la morte di Stefano?
Sono tornato a casa loro: l’ultima volta che c’ero stato Stefano era vivo, quando ci sono tornato lui era morto. Ed era morto perché lo avevo aiutato io. Si può solo provare a immaginare cosa ho provato. Quando ho avuto modo di riparlare con la madre di Stefano, mi disse: “Ho capito, tu lo hai fatto perché eri veramente suo amico”. Anche il padre una volta, credo in un’intervista, disse che il mio era stato un atto d’amore. Non li sento da molto tempo… inevitabile. Avrei voluto richiamarli, ma so che quando vedono me vedono la persona che ha fatto morire il loro figlio.
Come definirebbe quello che ha fatto? Suicidio assistito, eutanasia, omicidio?
Omicidio del consenziente, come indica l’articolo 579 del Codice penale. Anche se forse la definizione più adatta è quella data dal mio avvocato: omicidio del richiedente.
Come si esce da una vicenda così grave?
Esiste un prima e un dopo nella mia vita. Quello che è successo è stato un terremoto. In questi anni ho fatto un percorso, non ancora concluso. Ho maturato la convinzione di aver fatto qualcosa di sbagliato. Il trovarmi a spiegarlo al magistrato, ai miei genitori, ai genitori di Stefano alla fine mi ha aiutato. Mi ha aiutato anche il provvedimento legale: il viverlo, saggiarlo e arrivare al punto di ammettere che me lo meritavo. Tutto ciò, sommato al volontariato che facevo, ma che ho intensificato, mi ha dato la sensazione di rendere alla società qualcosa che gli avevo tolto.
Prova sensi di colpa?
I sensi di colpa naturalmente ci sono stati e ci sono. Anche se so che chi ha sofferto per causa mia, come i miei genitori e quelli di Stefano, mi hanno perdonato. Quel gesto non è figlio della mia indole cattiva, però lo stesso devo fare i conti con la mia coscienza.
Come ha reagito la sua famiglia?
L’aiuto dei miei genitori è stato fondamentale: non credo mi potesse capitare una famiglia migliore. Non mi hanno mai addebitato alcuna colpa, hanno sempre cercato di capire. Posso solo immaginare il loro dolore quando, ignari di tutto, si sono trovati alla porta di casa un maresciallo dei carabinieri che gli raccontò quello che era successo. Per quello che ne sapevano Stefano si era allontanato da casa e io ero andato a cercarlo. Non sospettavano niente e credo che non avrebbero mai potuto immaginarlo.
Parla mai di questa storia?
Con alcune persone mi sono aperto di più, ho conosciuto nuovi amici e con loro non ne abbiamo mai parlato, forse nemmeno lo sanno. È una cosa di cui chiaramente io non parlo volentieri. Paragono tutta questa storia a un capitolo di un libro. Un capitolo dopo averlo letto… si volta pagina e si continua. Non si strappano le pagine, ma neanche si rileggono in continuazione.
Qual è la sua vita?
Lavoro in un’attività commerciale. Ho molte passioni: musica, fotografia e continuo a studiare, mi mancano alcuni esami alla laurea. C’è poi il volontariato, che mi ha dato molto: oggi capisco di più gli altri. Ho imparato ad ascoltare di più, sono più disponibile, e più consapevole che nel darsi agli altri e nel mettersi a disposizione degli altri esistono dei limiti.
Cosa pensa oggi dell’eutanasia e degli ultimi episodi che hanno riportato alla ribalta il tema?
Capisco la difficoltà ad affrontare la sofferenza, sia fisica sia interiore. E capisco ancora di più il dolore di chi vede soffrire una persona che gli è cara. Ma arrivare a legiferare su questioni così delicate, dove ogni situazione è un caso a sé, credo sia difficile. Basta guardare tre casi: il mio, quello di Piergiorgio Welby e quello di Eluana Englaro. Come si possono confrontare? Sono così differenti. Quale legge potrebbe andar bene?
Il suo parere è cambiato dal prima a dopo la morte di Stefano?
Negli ultimi anni c’è stato un grande cambiamento di mentalità.
Pensa mai a Stefano? Che posto ha nella sua vita?
Porto questo orologio. Me lo ha regalato lui. È chiaro che è un pensiero costante. I primi tempi, quando passavo in macchina davanti al bivio che porta al casolare fatidico, stavo male. La presenza di Stefano c’è sempre: c’è il ricordo di una bella amicizia, di tanti bei momenti, ma anche di qualcosa di drammatico. Se chiudo gli occhi, vedo io e lui che parliamo. Parlavamo tanto, sempre.
Aiuterebbe ancora Stefano a morire?
Non lo rifarei in nessun caso, perché ho capito che c’è un limite a tutto e ho capito che non è una soluzione. E se per lui lo è stata, ha creato sofferenza alle persone che gli volevano bene, a quelle che ne vogliono a me. Oggi cercherei di affrontare la cosa diversamente, anche se quando ci si trova di fronte a persone così decise a morire, come Stefano, è difficile trovare la strada per riattaccarle alla vita. Ma aiutarlo oggi mi sembrerebbe una resa.
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Petto in fuori, pancia in dentro, l’inno cantanto dall’inizio alla fine e sul podio, postura perfetta, quasi sull’attenti: si riconosco anche così la maggiorparte dei vincitori italiani della XXIX edizione dei Giochi Olimpici. Sono infatti gli atleti che appartengono ai Gruppi sportivi militari e ai Corpi dello Stato e che dividono le loro giornate far divisa e palestra, ad aver fatto incetta di medaglie.
Appena chiuso il sipario su Pechino 2008, è subito tempo di bilanci: grazie anche ai colpi messi a segno nell’ultimo giorno di gare dal peso massimo Roberto Cammarelle, l’Italia sorpassa la Francia nel medagliere per numero di ori (8) e si assesta al nono posto. Piazzamento questo che mantiene anche per il numero totale di medaglie vinte arrivando a quota 28, subito dietro il Giappone e davanti all’Ucraina.
Nel conteggio fra oro, argento e bronzo, se il titolo di disciplina regina se lo dividono la scherma e il pugilato (3 medaglie a testa), si delinea invece come vincitore incontrastato il gruppo degli atleti militari.
Polizia penitenziaria o di Stato, Guardia di Finanza o Forestale, il podio è quasi sempre loro: su 43 atleti che hanno vinto una medaglia (fra discipline individuali e a squadre) 33 vestono la divisa.
A contendersi lo scettro del corpo più sportivo, si giocano il testa a testa Polizia, Aeronauica e Guardia di Finanza: per questa edizione dei Giochi però nessuno riesce a superare l’altro e il conteggio definitivo segna quota sette medaglie a testa per le tre formazioni. Si fermano invece a sei medaglie i Carabinieri e ne portano a casa due la Forestale e la Polizia Penitenziaria, una sola invece per l’Esercito.
Diverso il conto se si guarda ai piazzamenti: sul gradino più alto del podio sono andati tre volte gli atleti della Polizia di Stato (Valentina Vezzali, Andra Minguzzi e Roberto Cammarelle), una la Forestale (Chiara Cainero), l’Aeronautica (Matteto Tagliariol), Carabinieri (Alex Schwazer) e Guardia di Finanza (Giulia Qunitavalle).
Per numeri di atleti qualificati per le Olimpiadi, a fare la parte del leone, era stata la Guardia di Finanza, sbarcata a Pechino con un drappello di 42 atleti, seguito dall’Arma dei Carabinieri con 28 atleti, l’Aeronautica (25), il Corpo Forestale (23), l’Esercito (20), la Polizia di Stato (19), quella penitenziaria (18) e ultima la Marina Militare (9).
Un “esercito”, di nome e di fatto, con 177 militari su 348 atleti totali.
Tutto ha inizio in un bar di Tusa, comune sulla costa nord-orientale della Sicilia. Ora di pranzo: la fame comincia a farsi sentire. Alcuni turisti entrano in un bar: “Tre panini e da bere”, ordinano. Si siedono e mangiano. Poi arriva il momento di pagare. Occhi fuori dalle orbite “Forse c’è un errore” pensano, ma no. Il conto è giusto e il proprietario del bar segna 43 euro, di cui 30 per i soli panini.
Il sandwich resta sullo stomaco e, da parte di due inglesi di origini siciliane, e residenti in Germania e di un torinese, scatta la denuncia alla guardia di Finanza.
Il tam tam corre veloce per l’isola. Il sindaco di Tusa, Angelo Tudisca, corre ai ripari e si scusa: “Prenderò informazioni e farò un atto di censura verso l’esercente prendendo provvedimenti. I prezzi a Tusa non sono per niente alti. Solo un bar vicino al mare e’ un po’ piu’ caro ma un panino non costa certo 10 euro”.
Intanto cresce il fermento e risale rapidamente lo stivale, tanto che la Coldiretti scende in campo e conteggia il costo di un panino. “Non più di un euro” è il verdetto finale “basta sommare i 30 centesimi del panino ai 50 centesimi del prosciutto (20 grammi) e i 20 centesimi del formaggio (20 grammi), con il banale risultato di un solo euro per uno spuntino di tutto rispetto”.
Ma il proprietario del bar di Tusa non ci sta. Resiste fino a metà pomeriggio poi esplode: “Ho sbagliato, dovevano pagare di più” dice Mauro Sambataro. “Se questi signori torneranno chiederò loro altri soldi: non è vero che hanno mangiato tre panini, erano in otto e si sono divisi tre filoni, ognuno dei quali corrisponde a tre porzioni.”
I turisti restano fermi nella loro versione: panini, non filoni. “Ho fatto presente” spiega uno dei turisti “che erano panini con salumi, non certo con caviale o salmone ma avendo notato che si era creato tensione abbiamo deciso di pagare e andare via” .
Adesso toccherà alla Guardia di Finanza di Santo Stefano di Camastra, capire fra pomodoro, mozzarella, pane e prosciutto se qualcuno ha voluto fare il furbo.
È una vera e propria epopea quella che quest’anno ha investito gli amanti del rito del naso all’insù alla ricerca di stelle cadenti per San Lorenzo. Niente di fatto per chi nella notte fra domenica 10 agosto e lunedì 11 si era preparato la lista dei desideri: tutto rimandato alla notte successiva. Secondo gli astronomi, solo allora infatti, sarebbe dovuta essere visibile una tempesta di stelle.
Ma fra lunedì e martedì, se meglio è andata nel centro-sud, nel nord-ovest invece si è messo di mezzo il brutto tempo.
Ma non basta. A remare contro sembra proprio l’universo: il picco massimo per la caduta dei detriti cosmici è stato infatti in un orario poco adatto all’osservazione della volta celeste, tra le 13.30 e le 16 del pomeriggio di martedì.
Tutto perduto? No, anzi il desiderio di qualcuno pare essere stato ascoltato. Il cielo sembra offrire infatti una seconda chance. Stanotte, secondo l’Istituto nazionale di astrofisica, lo spettacolo si ripeterà e saranno circa 70 le stelle cadenti ogni ora, alcune dotate di una luminosità anche molto intensa.
Gli speranzosi saranno pronti quindi a sfidare anche questa sera il torcicollo del giorno dopo nella ricerca della realizzazione dei desideri. Secondo una ricerca condotta dall’Associazione Donne e Qualità della Vita, un italiano su due (il 49%), fra quelli che hanno puntato o punteranno gli occhi al cielo, lo farà per chiedere un amore duraturo. Sistemato il lato affettivo, le stelle saranno usate anche per aggiustare la situazione “portafogli”: gli italiani che sognano la ricchezza sarebbero infatti il 32%. Pronti a sprecare la propria buona stella per il successo, nello studio, nel lavoro o nello sport, il 27%. Un 22% alla vista del bagliore chiederà invece di tramutarsi in velina, calciatore o tronista.
Mezzanotte. Il telefono che squilla e al classico “Pronto”, dall’altro capo solo silenzio intervallato da sospiri. Così per due mesi. Poi, a mettere il punto a questa relazione notturna e telefonica, ci pensa una denuncia contro ignoti.
Tutto più o meno secondo il classico copione di un normale caso di stalking, se non fosse che a fare le telefonate sarebbe stata una giovane 24enne campana, di professione fotomodella, tanto bella da posare per gli spot dei cosmetici sulle principali riviste femminili, mentre a riceverle sarebbe stato un 60enne, facoltoso e sposato imprenditore della Capitale.
Scocciata e preoccupata, per scrivere la parola “fine” a questa “Attrazione fatale” all’amatriciana scende in campo la moglie del costruttore edile, convincendolo a sporgere denuncia contro ignoti.
Le indagini dei Carabinieri svelano il mistero: le telefonate dirette al telefono dell’imprenditore partivano a qualsiasi ora del giorno e della notte dal cellulare della giovane modella.
I due si sarebbero conosciuti nel 2005: all’epoca fra i due nasce una relazione clandestina, ma poi il 60enne decide di archiviare la storia. Ancora alcune settimane ed ecco che iniziano le lunghe telefonate mute.
Assolutamente infondate le accuse, secondo l’avvocato romano Gianluca Arrighi, difensore della giovane modella: “I due nemmeno si conoscevano e non hanno avuto nessuna relazione. In assenza di altri riscontri non si può addebitare la condotta criminosa semplicemente al titolare dell’utenza poiché le chiamate moleste potrebbero essere state effettuate anche da un altro soggetto. La prova dei tabulati telefonici non è sufficiente e non credo che l’accusa supererà il dibattimento”. Secondo Arrighi l’assoluzione è quindi scontata. “La denuncia” spiega il legale romano “è stata fatta contro ignoti e sono certo che l’imprenditore, che ancora oggi non è stato ascoltato, una volta davanti al giudice dichiarerà a sua volta di non conoscere la mia cliente. In virtù di quanto stabilito dalla Cassazione, inoltre non è possibile condannare qualcuno per molestia telefonica solo sulla base di una corrispondenza di numeri. Sono necessari ulteriori riscontri. Le telefonate oltretutto sono mute, non si è nemmeno in grado di stabilire se a chiamare fosse un uomo o una donna. Siamo di fronte a un impianto accusatorio che non regge” conclude il legale “è troppo debole”.
Il pm della procura di Roma, Francesco Polino, non è stato però dello stesso avviso e dopo aver chiuso l’indagine ha disposto la citazione diretta a giudizio nei confronti della giovane, che dovrà presentarsi al banco degli imputati del Tribunale penale di Roma a marzo 2009.

Dite addio alle ambientazioni alla Lilly e il Vagabondo, dimenticatevi i chiari di luna di Pongo e Peggy. L’atmosfera è piuttosto quella fumosa di Crudelia Demon: gli italiani d’estate diventano cattivi, cattivissimi, senza cuore. Almeno stando alle statistiche del Ministero della Salute sull’abbandono dei cani. Basta contare fino a 120: è appena stato abbandonato un cane. Uno ogni due minuti è il bilancio dell’estate, periodo in cui voglia di tintarella e tramonti in spiaggia fanno dimenticare l’amico dell’uomo su una strada, sperso in un bosco o vicino a un canile.
Se durante l’anno i cani abbandonati sono complessivamente circa 100mila, giugno, luglio e agosto sono i mesi in cui il numero schizza fino a quota 60mila: 20.000mila, 650 al giorno. Numeri a cui vanno aggiunti i gatti, altri 35mila quattro zampe lasciati a sé stessi.
Per la Lav (la Lega Antivivisezione) un rimedio al fenomeno può venire dalla sterilizzazione: “In sei anni i discendenti di un gatto o un cane possono arrivare ad essere anche 70mila. La sterilizzazione può evitarlo. Dei 135mila cani e gatti abbandonati circa l’80% muore per incidenti, malattia o stenti, mentre 600mila cani vivono rinchiusi in gabbie o da randagi, insieme a oltre due milioni e mezzo di gatti”. “I nostri canili sono già al limite” dicono alla Lega Nazionale per la difesa del cane. “L’unico elemento positivo che abbiamo notato in questo ultimo anno è la diminuzione degli abbandoni in autostrada: sempre più spesso infatti gli animali vengono lasciati in prossimità di rifugi e canili. Forse gli italiani sono diventati più buoni”.
Di diverso avviso all’Enpa (Ente Protezione Animali): “Gli italiani si sono fatti più furbi, i cani non sono più abbandonati in autostrada perché sono luoghi troppo controllati, adesso il migliore amico dell’uomo è sempre più spesso lasciato in campagna o in strade isolate. Anche per questo è difficile parlare di numeri o statistiche”. L’Ente protezione animali parla inoltre di una nuova tendenza: a rimanere a casa, abbandonati da ex padroni, non sono più solo cani e gatti, ma anche e soprattutto pesci rossi e da acquario, canarini e animali esotici. “L’impennata di vendite dei pesci rossi lascia pochi dubbi sulla sorte che tocca a questi animali a inizio estate e fa capire come questo tipo di animale sia avvertito come una sorta di usa e getta: all’inizio dell’estate si butta, in autunno si ricompra. Per non parlare degli animali esotici: capita che ci si debba occupare di iguane o che al parco si vedano sgattaiolare le bisce di terra. Con buona pace dei genitori che vi portano i bambini”.
Il video dell’inviata di Panorama Stella Pende sulla condizione degli animali abbandonati. Se qualcuno fosse davvero interessato all’adozione di uno dei due cuccioli nel video può scrivere alla redazione di Panorama, specificando nell’oggetto della mail “adozione Pallino” e fornendo un recapito telefonico.