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Carlo Carini, 54 anni, presidente della sezione umbra dell’Associazione nazionale costruttori edili e vicepresidente dell’Assindustria di Perugia è stato arrestato alle 5 di stamani e scortato dalla squadra mobile fino al carcere di Capanne. Assieme a lui anche quattro imprenditori (Massimo Lupini direttore tecnico della Seas, Gino Mariotti amministratore della società Appalti Lazio, Dino Bico amministratore della ditta Ediltevere), e quattro funzionari della provincia di Perugia (Adriano Maraziti direttore dell’area viabilità, Maria Anotonietta Barbieri dell’ufficio appalti, Fabio Patumi responsabile del servizio affari generali e Lucio Gervasi, direttore dell’area territorio ambiente). Altre 23 persone sarebbero agli arresti domiciliari. Scene già viste a Reggio Calabria, Napoli, Catanzaro, Palermo. Ma questa è Perugia città medioevale, pacata, ricca di chiese, verde pubblico e sagre paesane, che ancora deve riprendersi dallo choc dell’omicidio di Meredith, e che si trova oggi proiettata in una piccola tangentopoli.
La raffica di arresti che hanno colpito alcuni vertici dell’industria locale, è il risultato di un’inchiesta sugli appalti nell’ambito della quale gli inquirenti hanno messo sotto la lente una lista di lavori pubblici che la Provincia di Perugia avrebbe concesso a condizioni agevolate a società o imprenditori “amici”. Nel frattempo i vertici delle istituzioni tacciono.
Parafrasando una canzone di Francesco de Gregori “a noi cafoni ci han sempre chiamato” e qui non ci trattano da signori. Stiamo parlando degli abitanti della Valle dell’Ufita, quel pezzo dell’Irpinia ai confini con la Puglia che dopo aver subito massicce ondate di emigrazione (oggi i 21 comuni della comunità montana contano 67mila abitanti, ed erano più di 100mila negli anni ’70) e il terremoto del 1980, dopo essere stati dimenticati dalla politiche di sviluppo industriale di quasi tutti i Governi, ora, come si trattano i veri cafoni, vengono ricordati e chiamati a prendendosi quasi tutta l’immondizia di Napoli.
È proprio in mezzo a queste incontaminate colline dell’Appennino, dove le uniche risorse sono il vento, la terra, l’aria buona e i racconti degli anziani, che il Commissario straordinario sull’emergenza sta pensando di dislocare una mega discarica situata tra i comuni di Vallata e Bisaccia in grado di contenere tra i 2 e i 4 milioni di metricubi di immondizia (compreso l’amianto, i rifiuti ospedalieri e quelli delle concerie), da aggiungersi alle due in corso di realizzazione a Sant’Antarcangelo a Trimonte (Benevento) e a Svignano Irpino (Avellino), e al tanto contestato buco di Difesa Grande.
I cafoni però dicono no. E lo fanno attraverso la voce di Giuseppe Solimine, sindaco di Trevico uno dei comuni più suggestivi dell’Ufita, di impronta longobarda, situato a 1.092 metri d’altezza, dove è nato Ettore Scola.
Perché dite no alle discariche?
La provincia di Avellino da due anni ha introdotto la raccolta differenziata raggiungendo punte dell’80% nei comuni di Vallata e Trevico. I rifiuti per noi sono addirittura diventati una risorsa e rivendiamo i materiali ferrosi alle aziende interessate. E il buon comportamento deve essere premiato e non disincentivato.
Ma questa è una emergenza e bisogna fare appello al buon senso di tutti.
Quando c’è stato bisogno di riaprire la discarica di Difesa che già contiene più di un milione di metricubi di rifiuti, le amministrazioni locali hanno stretto i denti e, in via del tutto
eccezionale, accolto per 20 giorni l’immondizia napoletana. Consapevoli del problema poi abbiamo realizzato assieme alle altre istituzioni locali un progetto sul territorio (mettendo sul piatto risorse pubbliche per 12milioni di euro) che prevede un centro di stoccaggio e un termovalorizzatore in grado di smaltire non solo i rifiuti delle nostra provincia ma che possa sostenere anche una “quota emergenza Napoli” equamente ripartita con le altre province campane.
In pratica lei dice: aiutiamo Napoli ma non solo noi…
Forse perché questo è il territorio meno popolato della provincia o forse perché è il più distante dai centri napoletani del potere, fatto sta il Commissario sta decidendo di inviarci i rifiuti utilizzando una soluzione, quella delle discariche, espressamente vietata dai regolamenti comunitari. Dimenticandosi tra l’altro che sotto ai nostri piedi si trovano le falde che alimentano gli acquedotti dei versanti tirrenico e adriatico, sulle nostre colline crescono i vitigni di tre vini insigniti dell’etichetta Docg (Taurasi, Fiano e Greco di Tufo) e gli uliveti dell’olio di Ravece.
Ma forse l’enogastronomia non è una ragione sufficiente per rispedire
i rifiuti al mittente.
Queste sono le uniche risorse che abbiamo per tentare di rilanciare un territorio che per anni è stato dimenticato dalle istituzioni centrali. Qui non ci sono industrie, non c’è lavoro, i giovani emigrano e i paesi restano popolati dagli anziani. Se vengono meno la qualità dell’aria e i prodotti della nostra terra, firmiamo la nostra condanna a morte. Non diciamo no per partito preso: abbiamo accolto diverse migliaia di pale eoliche (impianti che arrivano a una capacità di tre Megawatt per 130 metri d’altezza) pur ricevendo in
cambio benefici dimensionati. Diciamo sì ai termovalorizzatori ma basta discariche.
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Il risarcimento per i danni da fumo è ormai solo un ricordo lontano. L’orientamento dei giudici si sta facendo sempre più chiaro: siccome esiste una consapevolezza diffusa e incontestabile dei rischi che derivano dal fumo di sigaretta, i parenti delle vittime da tabacco non possono pretendere un risarcimento per danni morali. Anzi, chi sta pensando di intraprendere una causa contro i produttori di sigarette, ci pensi bene, perché oltre a restare a bocca asciutta rischia pure l’addebito delle spese processuali.
Lo conferma la sentenza numero 23877/2007 del tribunale di Roma che ha rispedito al mittente le richieste avanzate dagli eredi di un fumatore morto a causa del suo maledetto vizio, all’Ente nazionale Tabacchi (Eti) oggi inglobato nella British American Tobacco (Bat). Nel 2005 dopo che la Corte d’appello di Roma condannò l’Eti a pagare 200mila euro ai familiari di un altro fumatore morto, molti parenti di vittime del tabacco, associazioni dei consumatori e altrettanti avvocati, speravano di giocarsi la carta del risarcimento contro i produttori di sigarette. Ma quella sentenza, in cui si supponeva che la vendita del tabacco potesse considerarsi un’attività pericolosa, è rimasta isolata.
Negli ultimi tre anni i tribunali di Roma (8067/05), Brescia (3900/05) e Napoli (12729/04) hanno ribadito la notorietà pubblica dei rischi del fumo risalente addirittura al fascismo. Eppure al contrario di quanto si creda, l’orientamento dei giudici italiani sarebbe in linea con le corti d’Appello americane. “Non dimentichiamoci”, dice Francesca Rolla, legale dello studio Lovells che ha difeso Bat in quest’ultimo procedimento, “che in secondo grado i giudici degli Stati Uniti d’America tendono sempre a ribaltare il verdetto della giuria popolare di primo grado. Le sentenze risarcitorie quindi si bloccano in primo grado”. E ai poveri fumatori, non resta che prendersela con se stessi.

Non esulteranno i camionisti che hanno fretta, ma neanche gli imprenditori che per distribuire i loro prodotti nel più breve tempo possibile scommettono sul trasporto su gomma. Ma ora un giudice lo ha detto chiaro e tondo: il divieto di sorpasso dei Tir in autostrada salva le vite umane e quindi è più che legittimo che una società autostradale (nella fattispecie: Autobrennero) vieti determinate manovre ai camion, nei tratti in cui il percorso si fa pericoloso.
Tutto ha inizio lo scorso maggio quando Autobrennero, presieduta da Silvano Grisenti, emana un’ordinanza in cui vieta i sorpassi in tutto l’asse autostradale altoatesino: dal Brennero fino a Bolzano (85 chilometri) ai Tir con più di 7,5 tonnellate, da Bolzano fino all’innesto con l’A1 all’altezza di Modena (230 chilometri circa) a quelli con oltre 12 tonnellate. Una vera e propria rivoluzione che mette mano a una serie di divieti precedenti, del 1999 e del 2001, che interessavano le tratte in prossimità dei valichi o di lunghe gallerie. La società rilevò che dopo aver costretto i conducenti dei Tir a starsene sulla corsia di destra, si era registrato una diminuzione del 66% del numero di morti negli incidenti (da 27 a 11), senza andare minimamente a intaccare la fluidità del traffico. “Ci siamo accorti” ha spiegato allora Grisenti “che il numero di morti nel tratto con il divieto di sorpasso è la metà rispetto a quello dove non esiste, ed è addirittura di un terzo per il numero di feriti. Si tratta quindi di un obbligo morale e di un atto urgente, dovuto”.
Peccato che Conftrasporto e Fai (Federazione italiana autotrasportatori), due associazioni di categoria degli autotrasportatori, non hanno gradito i divieti e hanno risposto con un ricorso al Tar del Lazio, che il giudice ha appena respinto. Quasi a voler lanciare un appello anche alle altre società autostradali invitandole a prendere la stessa iniziativa.

Mentre le istituzioni dell’Umbria e delle Marche si preparano a festeggiare la fine della ricostruzione a dieci anni esatti dal sisma, la Basilica di San Francesco d’Assisi sbarca su Second life. Come se alla chiesa più famosa al mondo non bastasse la restaurazione post terremoto: ora istituzioni e frati conventuali vogliono renderla immortale aprendo le porte del suo doppio virtuale sull’isola di Assisi Second Life. Il lancio nel pianeta delle seconde vite è scattato alle 18 di giovedì 20 settembre, alle coordinate 1090 e 1200. Il progetto è stato realizzato da tre società di Information tecnology (la Wedoit sas di Assisi, la Metafuturing Sl di Madrid ed Euromedia Italia di Terni) che hanno riprodotto in scala, su planimetrie originali, tutta la Basilica, dando la possibilità ai visitatori di ammirare nei dettagli le opere di Giotto, Cimabue, Pietro Lorenzetti. A disposizione del pubblico anche note esplicative degli affreschi riprodotte sia in italiano sia in inglese. Tramite un sistema denominato hud, poi, il navigatore potrà costantemente mettere a confronto l’ambiente virtuale della Basilica con le immagini reali.
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![[i]3 ottobre 1997[/i] - Una donna si ripara dal freddo con una coperta davanti alle macerie della sua casa danneggiata ulteriormente dalle scosse che si susseguirono dopo il 26 settembre.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/terremoto-umbria/normal_terremoto-umbria01.jpg)
- Tags: Assisi, Caritas, Colfiorito, Donatello-Tinti, Foligno, Gualdo-Tadino, Marche, Nocera-Umbra, ricostruzione, terremoto, Umbria, Vittorio-Nozza
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[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/terremoto-umbria/normal_terremoto-umbria19.jpg)
dopo il terremoto
Il ventisei settembre del 1997 alle 2.34 la terra nel centro dell’Italia trema. Poche ore più tardi, alle 11.42, la terra trema un’altra volta. Da allora per oltre un anno, altre 300 scosse di assestamento.
Gli abitanti di Umbria e Marche si apprestano a rivivere gli eventi catastrofici che 10 anni fa hanno messo in ginocchio Nocera Umbra, Colfiorito (comune di Foligno), Gualdo Tadino, Assisi, le province di Camerino e Urbino.
Undici morti, 22mila sfollati e danni ingenti al patrimonio artistico umbro-marchigiano a cominciare dal crollo della Basilica superiore di San Francesco d’Assisi, (in cui morirono due esponenti della soprintendenza e due frati francescani rimasti schiacciati dalle macerie proprio mentre verificavano i danni di una delle scosse precedenti) come rivelano queste immagini a cui è impossibile abituarsi.
Oggi la Basilica più famosa al mondo è tornata al suo antico splendore, continua ad attrarre turisti migliaia di turisti ogni giorno, ma fu riaperta al pubblico già nel 2000 . Mentre esperti restauratori ricostruivano pezzo per pezzo i 130 metri quadri di affreschi di Giotto crollati, gli sfollati lasciavano i container: chi ritornando nelle vecchie case ristrutturate, chi prendendo nuovi alloggi. “Sono soddisfatto dei risultati” commenta Donatello Tinti, sindaco di Nocera, uno dei comuni più colpiti dal terremoto. “Il nostro paese è stato evacuato per il 90% (8mila persone). Oggi il 78% della popolazione ha già un proprio alloggio e la torre simbolo è stata recuperata. Resta da ristrutturare una parte del centro storico, ma nei container per fortuna da anni non c’è più nessuno”. Secondo Tinti, la ricostruzione non ha innescato una moltiplicazione dei costi: 8 erano i miliardi di euro assegnati all’Umbria (altri 4 miliardi sono andati alle Marche), e a tanto si è fermato l’ammontare delle spese.
Un grande aiuto, soprattutto morale, all’indomani del sisma, è arrivato dalle organizzazioni no profit: mentre la protezione civile allestiva gli alloggi di fortuna e la Croce rossa si occupava dell’assistenza sanitaria, la Caritas assieme a 20 mila volontari, è intervenuta costruendo centri di aggregazione (sale per il gioco, per la messa e per le assemblee) e attivando gruppi ricreativi (teatro, pittura e altre attività) che hanno aiutato a ridare il sorriso ai senza tetto. “Da quella bella esperienza”, spiega Vittorio Nozza, il direttore della Caritas italiana che allora era il delegato della Lombardia nel campo di Colfiorito, “in Umbria sono nate delle case di carità permanenti destinate ad accogliere gli sfollati di tutto il mondo: dai tossicodipendenti, alle persone di strada, ai rifugiati del Kosovo”. Il lavoro svolto dai delegati della Caritas che in alcuni casi si è protratto fino al 2002, verrà ripercorso in occasione di un convegno che si terrà sabato 22 settembre proprio a Nocera Umbra.
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dopo la ricostruzione

Chiesa e Fisco. Parla in esclusiva con Panorama.it, Francesco Tesauro, presidente della Commissione di studio nominata dal Ministro Tommaso Padoa Schioppa, incaricata di studiare i casi in cui si applica l’esenzione Ici. Questa commissione entro qualche mese dovrebbe presentare una relazione al Governo in cui si evidenziano le problematiche di applicazione dell’esenzione. È composta da una rappresentanza dei comuni e degli enti ecclesiastici, esperti del settore non profit ed esponenti dell’ufficio legislativo del Ministero.
Il fiscalista, che è anche ordinario di diritto tributario alla Bicocca di Milano, prova a far luce sul polverone politico sollevatosi dopo la richiesta di informazioni della Commissione europea al Governo su “alcuni vantaggi fiscali” concessi alla Chiesa, in particolare quelli legati all’imposta comunale sugli immobili. La Ue, che si è mossa dopo una segnalazione fatta da alcuni esponenti del partito radicale, sta decidendo in questi giorni se aprire o meno un’inchiesta formale. Nei fatti una legge del Governo Berlusconi aveva quasi azzerato l’Ici per gli enti ecclesiastici; il decreto Bersani del 2006 l’ha reintrodotta, ma un cavillo contenuto nell’articolo 39 (disposizioni finali) sembrerebbe alleggerirla, con l’assunto che l’esenzione è valida per attività che “non abbiano esclusivamente natura commerciale”.
Sulle agevolazioni fiscali alla Chiesa è stato scritto e detto di tutto.
Nelle polemiche di questi giorni ci sono molti equivoci e alcuni punti da chiarire. Innanzitutto l’esenzione non riguarda solo gli enti ecclesiastici ma tutti gli enti non commerciali, sia pubblici sia privati. Questi enti, detti anche non profit o del Terzo settore, comprendono le onlus, le associazioni di volontariato, gli ospedali, le università, gli enti lirici e gli enti di previdenza etc. Poi va detto che quando si parla di enti ecclesiastici dobbiamo pensare a tutte le chiese, non solo a quella cattolica.
Tutti gli immobili di questi enti sono quindi esenti dall’Ici? Anche quelli finalizzati alle attività commerciali?
No. La legge fissa delle condizioni precise. Gli immobili esenti devono essere usati per otto determinate attività: quelle assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive. Sono attività considerate socialmente meritevoli, che hanno sempre goduto di agevolazioni fiscali. Debbo aggiungere che l’immobile deve essere usato esclusivamente per una di queste attività. Se è usato anche in parte per un’attività commerciale non ha diritto all’esenzione. Un albergo che ha una chiesa al suo interno deve pagare l’Ici per intero, tanto per capirci. Invece, in questi giorni, ho sentito dire l’esatto contrario.
E allora perché è intervenuto il Commissario europeo alla concorrenza?
Nel 2005 l’esenzione fu estesa alle attività commerciali, ma poi questa estensione è stata eliminata dal decreto Bersani. Non vedo problemi di applicazione dell’esenzione per le attività socialmente meritevoli, specie se si tratta di settori favoriti anche da norme comunitarie. Però di fatto possono esserci degli abusi. Ma il difetto non è legislativo. L’Ici è un’imposta comunale e sono i Comuni che devono controllare.
Ma quella frase “per attività non esclusivamente commerciale”?
L’avverbio “esclusivamente” a mio avviso significa poco. Un’attività o è commerciale o non lo è. Probabilmente la sua introduzione è legata al fatto che in alcuni casi, si pensi ai centri di accoglienza per pellegrini gestiti dalle suore, il servizio sociale non è del tutto gratuito. D’altronde anche nelle residenze protette socio sanitarie delle asl, dove vengono seguiti anziani o malati di mente, l’ospite paga la sua retta pur essendo una struttura senza fini di lucro.
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Siamo nel cuore verde dell’Umbria, nella terra di San Francesco. E non poteva tenersi che qui, nel Santuario dell’amore misericordioso a due passi da Todi in provincia di Perugia, l’incontro nazionale delle vergini consacrate. Avvocatesse, ingegneri, medici o catechiste che hanno scelto di consacrarsi a Dio facendo voto di castità. Eppure aggirandosi per il complesso religioso stranamente non ci si sente proiettate nel medioevo: dipenderà dall’architettura contemporanea del santuario, ma soprattutto dal fatto che è pieno di donne vestite alla moda, che si incontrano, si salutano, si abbracciano, ridono.
Quasi tutte giovani perché è vero che l’ordine delle vergini esiste dall’età paleocristiana, ma solo da un decennio sta tornando in auge. Tra liturgie, lavori di gruppo, convegni con sociologi e teologi, nel santuario si aggirano circa 200 persone: cento sono consacrate, una cinquantina alla ricerca di una scelta religiosa alternativa, altri sono uomini di chiesa, professori universitari o missionari. Che siano catechiste o professioniste di rango, tutte raccontano di aver sentito il bisogno di unirsi a Dio tra i 20 e i 30 anni, ma nessuna voleva entrare in convento e rinunciare così alla propria vita nel mondo. La loro volontà di dare amore agli altri sarebbe stata frenata dal matrimonio e dalle quattro mura del convento. Per qualcuna la scelta della castità è stata combattuta e non sempre condivisa da familiari e amici. Nessuna però si è tirata indietro di fronte agli impegni sociali: lavorano tutte a tempo pieno, hanno uno stipendio e si pagano l’affitto, il mutuo o la rata della macchina in totale autonomia. “La diocesi non interviene economicamente come avverrebbe per il sostentamento di una suora”, spiega Maria Luisa Tiberini, 40 anni psicologa di Perugia. “Se abbiamo bisogno ci aiutiamo l’una con l’altra, e magari in occasione del Natale o dei compleanni ci regaliamo un po’ di soldi che posso servire a pagare un debito”.
Come si fa a vivere in castità con il bombardamento di icone sessuali dei mass media e nel contatto costante con colleghi e amici? “Prima o poi le persone che ci stanno intorno, chi più chi meno, capiscono la nostra scelta e la rispettano” dice Maddalena Mazzeschi responsabile di marketing e comunicazione per numerosi vini tra cui Fazi Battaglia e Terre de’ Trinci. Continuano a coltivare interessi e amicizie. “Bisogna ricordarsi di essere delle donne e fragili” aggiunge Emanuela Buccioni, un ingegnere di Terni che è anche teologa. “Non è vero che non ci capitano mai momenti di debolezza. Ma per mantenere la promessa di castità, è importante vivere una vita piena sotto il profilo affettivo ed evitare la solitudine”. “Le donne che si danno a Dio” continua Emanuela Buccioni “rischiano di chiudersi in se stesse e per colmare il vuoto dei rapporti umani potrebbero eccedere nel cibo o nell’alcol”.
Mazzeschi e Buccioni confessano di sentirsi al pari delle donne sposate: non sono immuni dall’attrazione fisica verso gli altri ma con un po’ di prudenza e attenzione non è difficile tener fede alla verginità. “Se si escludono le preghiere all’alba e al vespro e qualche incontro in diocesi dopo cena, la nostra giornata tipo è scandita dagli impegni di lavoro: orari da rispettare, compiti da svolgere, superiori a cui rendere conto e appuntamenti vari” dice Roberta Mei, impiegata bancaria della Cassa di risparmio di Fano. Tanto è vero che gli abiti monacali sono banditi. Anche una vergine laica che fa la Pr deve avere un guardaroba all’altezza delle aspettative sociali.
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