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Il pizzino del vice capogruppo del Pd, Nicola Latorre a Italo Bocchino del Pdl
Maledetti microfoni. La storia della chiacchierata informale tra politici non è nuova alle cronache parlamentari: da tempo, anzi da sempre, le parole in libertà hanno raggiunto i più inattesi destinatari. Ma da quando (ed è il destino della Seconda Repubblica) telecamere, microfoni, macchine fotografiche e telefonini si sono moltiplicati, per la fronda politica la vita si è fatta assai più dura. Continua

Massimo D'Alema
Presidente del consiglio, ministro degli esteri, segretario del principale partito di sinistra. La biografia di Massimo D’Alema è costellata di incarichi autorevoli, offici di alta responsabilità , mansioni di primissimo livello. Eppure. Continua

Il premier Silvio Berlusconi e il leader della Lega Umberto Bossi a Milano
In poche settimane, è diventato uno dei casi editoriali dell’anno. Ha generato discussioni infinite, ipotesi azzardate, scomodando persino politici e ministri, che si sono affrettati a commentarne il contenuto.
Ad accendere la miccia un pamphlet da poco stampato a Trieste, che il quotidiano on line Affari Italiani sta pubblicando in rete, a puntate. Il titolo del libro - Fratelli d’Italia? esperimento di libro on demand, ordinabile sul sito diretto da Angelo Maria Perrino – è noto, chi lo ha scritto invece no. Leggi l’intervista all’anonimo autore
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Un manifesto del Partito Democratico
Una volta erano le Botteghe Oscure: rigidi e fumosi rituali, dietro ai quali si avvolgevano macchinose procedure per nominare i direttivi del vecchio partito comunista. Oggi, invece, sono le Primarie. Continua

“Non escludo di candidarmi alla segreteria, molto dipende da quello che accade adesso”.In casa del Pd, i primi ormeggi sembrano ormai tirati. A dare la prima scossa, in un’intervista a Repubblica tv, ci ha pensato Anna Finocchiaro. In vista del congresso del Pd di ottobre, il capogruppo del partito a Palazzo Madama non ha affatto escluso una corsa in prima persona per l’assise d’inizio autunno.
E , dopo aver dichiarato di apprezzare “molto il modo in cui Franceschini sta reggendo il partito, un modo intelligente serio e rigoroso”, ha aggiunto che “è leggitimo che chiunque ritenga di potersi proporre come segretario si candidi a ottobre perchè ci sia una vera, vera competizione e un momento di dibattito su posizioni diverse, linee politiche, alleanze, quant’altro”.
Su quest’ultimo fronte, la Finocchiaro pare avere idee piuttosto chiare: premesso che le “alleanze si fanno tra quattro anni”, con l’Idv una convergenza sembrerebbe “naturale” “anche se bisogna verificare molte cose”.
E qui, quasi in sordina, arriva la prima stoccata per il partito di Di Pietro: “ci sono posizioni diverse tra noi e l’Idv, come quelle su testamento biologico e il caso Englaro, passarono da una posizione all’altra nel giro di due giorni. Anche sul referendum, Di Pietro lo appoggiò, ora accusa il Pd di essere alleato di Berlusconi. E’ un partito che agisce in modo piuttosto libero e flessibile, ma quando si fa un’alleanza con un grande partito come il Pd bisogna essere chiari, non dubito che un accordo si possa trovare ma si deve cercare”.
Come a dire: il Pd resta un partito a vocazione maggioritaria. Ergo, chi si vuole alleare si deve in qualchemodo adeguare. Parole come pietre, precedute dalle dichiarazioni del segretario Franceschini, che dopo mesi era tornato a parlare di “voto utile”, invitando a concentrare le preferenze sul Pd piuttosto che sulla formazione di Antonio Di Pietro.
Se non è un liberi tutti, poco ci manca. Tanto che la Finocchiaro non ha escluso neppure un’alleanza con l’Udc, partito che sfidò da avversario alle ultime elezioni siciliane (la coalizione capeggiata dal capogruppo Pd al Senato si fermò a poco più del 30%; quella di Raffaele Lombardo, appaoggiata anche dal partito di Salvatore Cuffaro, toccò quota 65%).
Resta da vedere cosa succederà alle elezioni europee ed amministrative di giugno. Da quell’esito, infatti, dipende molto del futuro dell’attuale classe dirigente democratica.

“Noi alleati con La Destra di Storace? Si parla di tutto e anche del contrario. Certo, noi un’alleanza la dobbiamo fare, perché, ahimè, da soli non arriviamo al 4%”.
Era il 14 marzo scorso. Così il governatore siciliano Raffaele Lombardo commentava la posssibilità di stringere un patto elettorale con il partito nato a destra del Pdl.
Sembrava una soluzione solo figurata, una di quelle che si formulano per fare tattica, magari in vista di un’intesa (auspicata) con un partito più grande, in questo caso il Pdl di Silvio Berlusconi. Epperò il recente congresso del Popolo della libertà (con tanto di dichiarazione esplicita del premier di puntare al 51%) ha impresso una evidente svolta bipartica al sistema, svolta che del resto era stata già sancita con l’accordo bipartisan (Pdl-Pd) che prevede lo sbarramento al 4% per le elezioni di Strasburgo.
Così, nelle ultime ore, la possibilità di un’allenza tra Movimento per l’Autonomia e Destra, più che una possibilità , è assurta a rango di decisione strategica. A sdoganare l’intesa, ci ha pensato poche ore fa Francesco Storace, che sul suo sito, senza troppi giri di parole ha battezzato il nuovo legame in vista di Strasburgo: “Alle europee” ha detto il leader della Destra “andremo con un’aggregazione ampia, in primis con l’Mpa di Raffaele Lombardo”.
Ma il piano storaciano non finisce qui. Ed infatti, “punteremo sin dalle prossime ore ad aggregare anche altri soggetti politici”. Nessuna prospettiva pessimista, dunque, anche perché “il consenso ricevuto lo scorso anno dai nostri movimenti può consentirci di superare l’ostacolo del 4 per cento, senza più il ricatto del voto utile e senza la tradizionale arma usata in quindici anni da Berlusconi: il presidente del Consiglio non ha più il nemico da battere, la sinistra, gli italiani potranno votare più liberamente. E gli italiani di destra potranno finalmente scegliere il movimento che non li ha traditi. Dalla prossima settimana” ha concluso “rinasce la speranza”.
Dal fronte dell’Mpa, nessuna dichiarazione, anche se nelle ore scorse, era stato lo stesso Lombardo ad accreditare sempre di più la pista Storace: “Dobbiamo ancora decidere” aveva detto il presidente della Regione Sicilia “ma dico con molta franchezza che siamo in fase avanzata per un’alleanza con La Destra e con altri movimenti che si uniscono per cercare di superare questo iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento”. Ma dalla direzione federale, riunita oggi a Roma alla presenza del segretario e del presidente nazionale del partito (Lombardo e Scotti), ecco uscire una nota che, sia pure indirettamente, spiega il perché della scelta: “L’iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento imposto anche alla competizione elettorale per il rinnovo della delegazione italiana al parlamento europeo rappresenta il sintomo di una involuzione del sistema politico italiano che, attraverso un bipartitismo forzato, estraneo alla cultura e alla tradizione del Paese, riduce gli spazi di rappresentanza democratica. Un elemento che contrasta in modo eclatante con l’auspicata riforma federalista che invece dovrebbe assicurare - nell’Europa delle Regioni - una rappresentanza autentica a quei partiti espressione forte del territorio”. Quindi, ecco perché il Movimento per le Autonomie, ha deciso di “offrirsi come ’strumento’ per l’incontro” delle “forze politiche, movimenti, associazioni radicate nel territorio” che “intendano mantenere la loro specificità culturale, valorizzino le autonomie a partire da quelle territoriali, rifiutando di omologarsi in indistinti aggregati dall’impossibile identificazione programmatica”.
In vero, la scelta di Lombardo pare nascere anche dal fatto che con l’altro alleato della maggioranza, la Lega Nord, le possibilità di una nuova unione, seppure finalizzata al traguardo europeo, diventava sempre più improbabile: “Non credo che la Lega oggi possa allearsi con nessuno, mentre il federalismo attende ancora l’ultimo passaggio al Senato” aveva precisato il governatore isolano. “In questo momento, una scelta del genere rischierebbe di nuocere alla causa del federalismo stesso. Al posto loro non mi alleerei con nessuno e per questo abbiamo deciso di non percorrere questa strada “.
Resta da capire quali saranno gli altri compagni di strada della “strana” coppia Lombardo - Storace. E se, con l’innesto di altri giocatori, la formazione per le europee riuscirà a portare a casa un risultato utile: qualche seggio a Strasburgo.

Accade ogni domenica, “in ogni chiesa, grande o piccola, bella o brutta, di città o di campagna”. Adirittura: “È scontato che c’è. Dopotutto, è duemila anni che funziona così.” Eppure, il rischio di una disaffezione - complici media, talk-show e ritmi frenetici - è sempre più alto. Visto che la modernità incalza, è dunque il caso che il prete si adegui, a cominciare dalla predica domenicale.
L’invito arriva dalla diocesi di Verona: don Mario Masina ha così pensato di scrivere un vero e proprio “manuale del predicatore” pubblicato sul sito della sua circoscrizione vescovile ad uso e consumo dei colleghi in abito talare. Punto cruciale, le letture.
Qui il nostro alterna consigli ad ironia e spiega serafico: “Qualcuno rimane convinto che basti aver frequentato i corsi di esegesi dell’antico e del nuovo testamento, con votazione di esame almeno superiore al venti, per commentare bene le letture domenicali. Qualche altro con meno dimestichezza di ermeneutica e dogmatica, fa affidamento all’imposizione delle mani del giorno della propria ordinazione che, ex opere operato, ha fatto di lui un buon predicatore. Altri, arrivati di corsa all’ultimo momento, si affidano allo Spirito, non avendo avuto il tempo di leggersi in anticipo nemmeno il vangelo. Altri vengono presi dal panico, perché parlare davanti all’assemblea non è mai facile.”
Certo, ci sono, come è ovvio, anche i sacerdoti che “affrontano serenamente il compito perché preparato con cura da tempo”, ma il rischio di prendere la missione alla leggera è sempre dietro l’angolo, anche perchè “i cristiani si aspettano alcune cose. In primo luogo di non addormentarsi perché sottoposti a un lungo, confuso e noioso monologo; in secondo luogo di non doversi sorbire l’ennesimo sfogo emotivo di uno che sembra ce l’abbia col mondo intero; infine, di portarsi a casa qualcosa che arricchisca spiritualmente la propria vita cristiana”.
“Vi pare poco?” aggiunge retoricamente il sacerdote, ribadendo poi che “prendere la parola davanti a un’assemblea è un’arte”. E se è pur vero che “artisti si nasce. È però altrettanto vero che artisti si diventa. Questo per dire che accanto ad innegabili predisposizioni congenite, come ogni arte, anche il prendere la parola in pubblico domanda un tirocinio di applicazione, di graduale acquisizione delle regole fondamentali, di paziente e umile riconoscimento di aver qualcosa da imparare”.
Occhio dunque ad “una buona base biblica”, ma soprattutto “alla vita reale e vissuta della gente”. Non va poi affatto trascurata la convinzione: “si intuisce subito se un prete crede a quello che dice o lo dice solo perché è un prete. Si avverte subito se è implicato nella riflessione, come discepolo tra discepoli, se la Parola la sente rivolta prima di tutto a sé o parla sempre e solo per gli altri”.
E qui arriva il tema, spinosissimo degli “elementi di carattere personale”. Ogni prete, infatti, “si pone di fronte alla propria gente in modo tutto originale, con il proprio carattere, la propria timidezza o sicurezza, umiltà od ostentazione. Molti disturbi della comunicazione nascono molto prima che la gente entri in chiesa. Se sono aggressivo e scorbutico nei rapporti quotidiani, se sono dispotico e poco aperto al dialogo, tutto questo giocherà un ruolo negativo nell’accoglienza dell’annuncio della Parola”.
Restano di importanza capitale sia la durata che il finale: se non si ha contezza della seconda, il rischio di annacquare contenuti e forma della prima è alto, se non altissimo. Anche perchè il buon senso - osserva Masina - suggerisce che in situazioni ordinarie la predica non duri più di dieci minuti.
Ce ne è abbastanza per un vademecum del buon pastore, da non sottovalutare e prendere sotto gamba, anche perchè “se gli altri curano fino all’ossessione i particolari di un discorso di tre minuti fatto alla TV - e spesso per dire solo scemenze – cosa non dovremmo fare noi che annunciamo nientemeno che Gesù Cristo?”

Cittadino onorario, cittadino contestato. La vicenda di Eluana Englaro non smette di creare polemiche e frizioni politiche. L’ultimo scontro coincide con il conferimento della cittadinanza al padre, Beppino, consegnata oggi dal consiglio comunale di Firenze.
Una scelta che già nei giorni scorsi aveva diviso il Pd, con il candidato a sindaco di Firenze Matteo Renzi, che aveva preso le distanze dalla delibera comunale. Oggi, durante la cerimonia, i consiglieri del Popolo delle Libertà hanno disertato l’aula, consegnando una lettera al “Gentile Signor Englaro”, in cui si spiegano le proprie scelte: “noi abbiamo rispetto per il dramma personale da Lei vissuto con grande sofferenza, ma non riteniamo che esso possa costituire titolo per l’ottenimento di una cittadinanza onoraria”.
“Una decisione” contuna la lettera “assunta a maggioranza”, e dunque “improvvida e improvvisa. Il consiglio le conferirà la cittadinanza sulla base di motivazioni non condivise dall’intera città compiendo una forzatura che non ha altra spiegazione se non forse quella di voler apportare con un atto simbolico il proprio irresponsabile contributo alla campagna di legittimazione dell’eutanasia”. “Ho il massimo rispetto per queste persone” ha replicato Englaro “sono problematiche molto difficili e serve un approfondimento. Io stesso ci ho messo molto tempo a capire. Non mi meraviglio, è l’argomento del fine vita che è tremendo e spacca le coscienze. Sarà il tempo a chiarire”.
Ma la polemica non si è limitata al Salone fiorentino de’ Dugento. Al suo arrivo, papaà Beppino è stato accolto da un lunghissimo applauso dei politici e cittadini presenti. Il pubblico ha cominciato, quindi, a gridare “Bravo” e “C’è bisogno di persone così”, mentre ai consiglieri del Pdl lo stesso pubblico diceva “fuori”. Un uomo, medico, ha cercato di esporre un cartello con scritto “Firenze inneggia alla morte” ma è stato bloccato dai vigili. Contemporaneamente, davanti all’ingresso del Palazzo, si stava svolgendo un presidio di alcuni esponenti della Lega Nord contrari alla cittadinanza che, in un volantino, se la prendono con “i pessimi amministratori della capitale toscana che intendono cosi’ celebrare la cultura della morte”.
Già nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori aveva definito la cittadinanza “un’offesa alla città ”, parole evidentemente non condivise da altri parroci, come Don Alessandro Santoro della comunità delle Piagge, che dopo aver chiesto “perdono”, ha aggiunto: “se la Chiesa è quella che in questo tempo hanno fatto vedere i vertici, il mio vescovo, non mi ci riconosco più”. Al netto di alcune posizioni radicali - proprio oggi, durante l’assegnazione, si sono svolte a Firenze manifetazioni di protesta - , il tema resta comunque al centro del dibattito politico.
Anche in casa Pdl si sono però registrate posizioni differenti. L’intervento di sabato di Gianfranco Fini al primo congresso del Pdl, cui è seguito quello, di tenore e accenti opposti, del presidente del Senato Renato Schifani, ha registrato bene la dialettica interna che probabilmente si riprenseterà durante la votazione alla Camera del ddl sul testamento biologico.
Le acque sono ancora più agitate in casa in Pd. Qui, la divaricazione tra l’ala “teodem” del partito e le posizioni più libertarie si è nei giorni scorsi divaricata, anche se per il momento, durante l’approvazione al Senato del disegno di legge sul biotestamento, non è emersa nessuna fronda interna. Il prossimo appuntamento sarà l’esame del testo da parte della Camera dei Deputati. Se il Pdl modificherà le norme, alcuni esponenti del Pd potrebbero votarvi a favore, decretando una nuova spaccatura su un tema in cui, continuano a ripetere alcuni dirigenti democratici, “va comunque lasciata la libertà di coscienza”.