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“Una stella nascente della sinistra italiana”. Così l’ha battezzata il quotidiano spagnolo El Pais, che non ha usato giri di parole per lanciarla, dalla quinta pagina, quale nuova protagonista della politica italiana.
Chi pensa però che dietro di lei ci possa essere una figura giovane sì eppure già nota all’elettorato nostrano (un nome su tutti, il citatissimo candidato a sindaco di Firenze Matteo Renzi) si sbaglia di grosso.Lei di nome fa Debora Serracchiani, ha 38 anni, è un avvocato di Udine, dove è segretaria comunale del Pd e consigliere provinciale. A motivo di una simile incoronazione ci sarebbe proprio un “discorso forte e commovente” che ha spinto “alcuni ottimisti” a dire che “sarà la Obama del centrosinistra italiano”.
“Il discorso forte”, scaricato migliaia di volte da Youtube, è in realtà una durissima requisitoria (sullo stile del Moretti in piazza Navona nel 2002, quando il regista bocciò l’intera dirigenza ulivista: “Con questi non vinceremo mai”), contro un partito colpevole di “Non avere mai una parola chiara, mai una linea netta, mai una linea unica”.
Un atteggiamento, questo, che non ha nulla a che spartire con il pluralismo: la diversità del Pd, ha detto la Serracchiani “è la sua ricchezza, però bisogna imparare a parlare con una voce sola, a rispettare le maggioranza e, se necessario, a lasciare a casa qualcuno”.
Critiche quantomai realistiche dopo l’ennesimo braccio di ferro andato in scena in casa democratica dopo la decisione di astenersi sul disegno di legge del federalismo fiscale. “Ne ho per tutti” ha aggiunto fra gli applausi la Serracchiani, lanciandosi poi in un gragnuola di attacchi ai mille personalismi dei dirigenti democratici.
La dirigenza del Pd non sembra essersi entusiasmata della trovata. “Abbiamo bisogno di gente che dice cose chiare e con passione”, ha commentato il segretario del Pd dopo quel discorso.
Certo è presto per capire se la Serracchiani sia destinata a divenire una stella o a restare una meteora del firmamento democratico (sulla scia della veltroniana Marianna Madia, voluta dall’ex segretario capolista alla Camera nel Lazio per il Pd alle elezioni di aprile 2008). Ma è significativo che sia bastato un intervento per scaldare la stampa internazionale e farle scommetere su una un futuro di primo piano nella sinistra italiana. Perché se alcuni tra i colonnelli Democrats arricciano il naso, a testimonianza che la “base” si riconosce nelle parole di Daniela ci sono i numeri, neanche tanto virtuali, della Rete: sul sito della tv del Pd, youdem.tv, il suo intervento è il più cliccato del mese di marzo e su Facebook fioriscono i gruppi dei suoi fan.
E forse anche su questo, Franceschini dovrà rispondere nel suo imminente incontro coi leader del riformismo mondiale che si riuniranno a Santiago de Compostela a fine mese.
Già Franceschini: “Non è facile per te, perché non sei un volto nuovo”, lo ha apostrofatto Daniela. “Però hai il compito di dare al partito una nuova credibilità e lo stai facendo”.
Il VIDEO dell’intervento di Daniela Serracchiani all’assemblea dei circoli del Pd:

Da possibile “cavallo di Troia” del centrodestra, era divenuto il tallone d’Achille delle tre opposizioni, che avevano deciso di votare in modo diverso. Il disegno di legge sul federalismo fiscale aveva registrato tre risposte differenti da Pd (astensione), Italia dei Valori (voto a favore) e Udc (contraria). Ma la scelta di astenersi da parte del segretario Franceschini ha rischiato di far vacillare i già precari equilibri tra i dirigenti democratici.
Nelle ultime ore, erano infatti sensibilmente aumentati i malumori contro la decisione di astenersi sul progetto simbolo della Lega Nord. Eppure, la direzione del partito non aveva perso le speranze di ricompattarsi attorno a una decisione unitaria, senza passare per l’ennesima dimostrazione di debolezza nei confronti di un elettorato che “non avrebbe capito”.
Ecco perchè, fino a qualche ora fa, Dario Franceschini spiegava che sul tavolo potevano esserci solo due possibilità: “O votare ‘no’ sin dall’inizio al Senato e quindi trovarsi un provvedimento rispondente alle vecchie logiche della Lega, cioè l’antimeridionalismo, oppure lavorare per migliorare il testo, come è avvenuto”.
Una spiegazione che però non ha soddisfatto i “ribelli” del Pd: all’assemblea del gruppo parlamentare, in undici hanno votato così contro la proposta di astensione fatta dal capogruppo Antonello Soro. E sono nomi quasi tutti di un certo peso: tra gli altri, spiccano quelli dell’ex ministro agli Affari Regionali Linda Lanzioltta, Pierluigi Mantini (l’onorevole malamente apostrofato da Fassino in Transatlantico qualche mese fa), Furio Colombo, Renzo Lusetti, Giulio Santagata e Sandra Zampa (portavoce di Romano Prodi).
Franceschini ha però ribadito che i deputati dovranno filare dritti e compatti, visto che questo non è un “tema in cui si applica la libertà di coscienza”. La votazione, prevista per questa sera, vedrà dunque l’astensione compatta di tutti i parlamentari, anche perchè molti dei contrari alla linea del partito hanno già fatto sapere che si adegueranno alle scelte del leader del Pd.
Lusetti, ad esempio, dopo aver detto di essersi “espresso contro l’astensione al voto finale sulla riforma del federalismo per questi punti critici: delega troppo ampia conferita al governo in materia; mancanza di un equilibrato riassetto delle competenze tra potere centrale e poteri locali; carenza di una coesione fiscale nazionale che garantisse di affrontare il problema del debito pubblico”, ha precisato di volersi comunque attenere “alla disciplina di gruppo e alle direttive indicate dal mio partito soprattutto in quanto, a differenza della questione del testamento biologico, non mi trovo, in questo caso, davanti a un problema di coscienza”.
Almeno per un attimo, il vecchio sogno del “centralismo democratico” pare dunque essere tornato, in casa del Pd, scongiurando così un ammutinamento che, viste le ultime turbolenze, avrebbe potuto avere conseguenze inattese e imprevedibili.

Chi va a Bruxelles, ci deve anche restare. Strada sbarrata, dunque, a sindaci, presidenti di provincia e governatori, quantomeno nelle liste delle prossime elezioni europee del Partito Democratico. A sancire la svolta è il documento approvato (qui il testo) dalla direzione del Pd che sembra suonare come un de profundis alle ambizioni degli amministratori locali di guidare come capolista le possime elezioni.
Una sterzata netta rispetto alle aspettative di molti, motivata dal fatto che “il Pd” si legge nel regolamento, “è impegnato a candidare in Europa donne e uomini che assumano su di sé la responsabilità di rappresentare gli elettori italiani per l’intero mandato”. Oltre a sancire “l’alternanza di genere” (uomo/donna) nelle liste, gli otto articoli del documento pongono così una pietra tombale sulle velleità di politica (inter)nazionale degli amministratori locali democratici. E ribadiscono, tra l’altro, che sarà la segreteria nazionale a decidere quali saranno i capilista e chi tra gli europarlamentari uscenti potrà tentare il bis a Bruxelles.
La svolta di un “partito radicato nel territorio”, che sembrava coincidere con l’elezione di Franceschini alla segreteria del Pd, sembra dunque subire una nettissima frenata, o quantomeno un consistente ridimensionamento, sebbene il regolamento sancisca la possibilità di “proposte del territorio” che dovranno “pervenire a Roma entro e non oltre il 7 aprile”. Due settimane dopo, spetterà comunque alla direzione nazionale del partito l’ultima parola. “Il Pd è impegnato, in occasione delle elezioni europee, a concorrere per raggiungere un ottimo risultato in termini di voti ottenuti e parlamentari eletti”, si legge nel documento, che però non individua una percentuale concreta per le prossime europee.
Dal canto suo, Silvio Berlusconi, nella riunione con i suoi paralemntari tenutasi la scorsa settimana a Palazzo Grazioli, avrebbe anticipato i risultati di un sondaggio di EuroMedia Reserch che accrediterebbe un vantaggio del Pdl sul Pd di circa venti punti (42,1% contro 22,5%). Il Cavaliere ci crede, considerando la forte concorrenza dell’Italia dei Valori ai Democratici e la dispersione del voto a sinistra con la nascita della formazione di Nichi Vendola e il richiamo della falce e del martello del duo Ferrero-Diliberto.
L’impegno in vista del prossimo appuntamento con le urne deve quindi essere totale. E infatti non si esclude una personale candidatura del premier come capolista alle prossima tornata elettorale. Il premier ha cioè intenzione di giocarsi fino in fondo la partita di inizio estate, mutuando il metodo che alle recenti Regionali in Sardegna ha avuto un notevole successo.
Senza dimenticare che la vittoria europea del Pdl servirebbe, anche, per frenare l’avanzata del Carroccio. Se ci fosse il paventato exploit del Carroccio a Strasburgo (più su del 10%) diventerebbe difficile per il Pdl tenere a bada gli affondi leghisti sulla sicurezza o sull’immigrazione e le spinte di Bossi per un dialogo con il Pd, a cominciare dal capitolo del federalismo.
Anche per questo, la scelta del premier di giocarsi l’Europa in prima persona viene bocciata, con un perentorio altolà, da Franceschini: Berlusconi tende a “imbrogliare gli elettori: si verrà infatti eletti in un posto dove non si metterà mai piede”. Il premier, secondo il leader democratico: “Ha in mente di stravincere le elezioni europee perché vuole utilizzare quella forza per fare cose che ho definito inimmaginabili, e sono stato generoso”. “Ma non vincerà” ha assicurato Franceschini “perché sulla sua strada troverà noi che lo fermeremo”. Come? Facile: con il regolamento anti-governatori e un “programma di qualità”. Che però, almeno fino a oggi, i sondaggi non sembrano premiare.

Doveva essere, secondo gli analisti, il “tallone d’Achille del centrodestra”, il campo di battaglia tra gli animi ultra-autonomisti della Lega e quelli più unitari di Alleanza Nazionale. E invece si sta rivelando il vaso di Pandora delle opposizioni. Così, il federalismo fiscale ha accentuato a dismisura le distanze tra i tre partiti che a Palazzo Madama stanno “dall’altra parte” della maggioranza.
La prima sorpresa - in parte annunciata - è arrivata ieri: l’Italia dei Valori ha fatto sapere infatti che voterà si alla “devolution”: “Si tartta di federalismo solidale, non degli egoismi” ha detto Massimo Donadi, capogruppo alla Camera del partito di Di Pietro. “Il primo provvedimento della legislatura nato da un leale e costruttivo confronto tra le forze politiche in Parlamento toranto a essere per pochi giorni il luogo dove si fanno le leggi”.
Ma Donadi non si è fermato qui. E, tra l’ironico e il sarcastico, ha lanciato unafrecciata stizzita al Pd, che “ha scelto di non decidere”.
Già, perchè l‘orientamento del partito di Dario Franceschini sembra andare sempre più verso l’astensione. Una scelta nata dalla necessità di tenere unito un gruppo che sul provvedimento ha manifestato più di un’opinione (ne è una conferma, da ultimo, lo scambio di lettere tra il governatore piemontese Mercedes Bresso e il segretario del Pd, pubblicato sul Corriere della Sera). Senza contare che nei giorni scorsi, diversi deuputati e senatori - tra gli altri Renzo Lusetti, Pierluigi Mantini e Furio Colombo - si erano detti preoccupati dell’atteggiamento del loro partito rispetto ad una legge così frotemente voluta da Bossi e Berlusconi. La stessa Linda Lanzillotta, ex ministro agli Affari Regionali nel governo Prodi, in un’intervista a Liberal, ha dovuto ammettere che “all’interno del partito non c’è una linea condivisa da tutti su questa materia”.
Il solco tra le opposizioni aumenta se si considera la posizione dell’Udc, che da subito si è dichiarata contraria al progetto di origine leghista: “Un federalismo senza numeri è un federalismo inesistente, è solo uno spot per la Lega Nord”, ha detto il leader Casini in un’intervitsta (qui il VIDEO) a Linea Notte del Tg3. E ancora: “Quel che sorprende” spiegato Francesco D’Onofrio sempre sul giornale di Adornato “non è il dibattito sulle singole questioni, ma il fatto che si possa decidere di dare una delega al governo senza che siano date risposte - anche brevissime - questioni assolutamente pregiudiziali”.
Una scelta fortemente voluta dal leader dell’Udc, che ha però ha avuto l’immediato effetto di amplificare le divisioni interne al Pd. Ed infatti le cronache parlamentari di oggi riportano le calorose congratulazioni di alcuni esponenti democratici a Casini per l’atteggiamento tenuto nei confronti del disegno-legge.
Ma questa è solo una parte della storia. L’altra racconta invece di parlamentari che non disdegnerebbero alcune idee contenute nel provvedimento e soprattutto che con un altro “no”, temono ricadute nell’elettorato del Nord, oltre che l’ennesimo scavalcamento, stavolta a destra, da parte di Antonio Di Pietro e del suo partito.

Di fronte ai portoni del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte c’è una valigia. Dentro la valigia, una guerra di successione che non si annuncia affatto pacifica. Per il Pd, il problema infatti non è solo la corsa alla segreteria nazionale che si aprirà per il dopo-Franceschini. È innanzitutto l’esodo che porterà entro i prossimi dodici mesi moltissimi amminstratori locali a lasciare i loro presidi, roccaforti storiche o conquiste del recente passato, e a rintracciare candidati credibili e altrettanto radicati nel territorio.
Il nodo forse più spinoso è la Campania: da tempo, il ticket Antonio Bassolino - RosettaIervolino ha superato infatti il giro di boa del secondo mandato e si appresta ad arrivare, non proprio in buona salute politica, al capolinea. Prima dell’ultima fermata, specie per il presidente della Regione, potrebbe però esserci la possibilità di uno sbarco in Europa come candidato alle elezioni di giugno. Una soluzione che imporrebbe al politico campano una scelta, perchè la legge vigente non consente il cumulo dell due cariche.
Sempre a Sud, ma un po’ più a est, le cose non sono messe meglio: Nichi Vendola, governatore della Puglia dal 2005, davanti a sé ha ancora molti mesi per amministrare la sua regione prima che scada il suo primo mandato. Eppure, vista l’ardua soglia di sbarramento al 4%, la nuova alleanza di sinistra, l’Mps (Movimento per la sinistra), che tiene dentro socialisti, verdi, sinistra democratica e un pezzo fuoriuscito dal Pdci, potrebbe convincerlo ad una candidatura a Bruxelles, a cui non è da escludere che possa seguire la decisione di non voler guidare la coalizione alle prossime regionali.
Dopo la svolta territoriale voluta da Franceschini, in casa democratica si fa poi un gran parlare delle imminnenti candidature del governatore piemontese Mercedes Bresso, del sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di Maria Rita Lorenzetti, che guida invece la regione Umbria.
Senza contare che alla prossima tornata, a Firenze, si rinnoveranno il consiglio provinciale e quello comunale, con un testa a testa, in quest’ultimo caso, tra Matteo Renzi e il sempre più probabile candidato del Pdl Giovanni Galli.
Piazze, queste, un tempo definite dai politologi e sondaggisti quasi tutte “sicure” e piuttosto blindate in direzione centrosinistra, ma che oggi, con un partito in forte crisi, vacillano al ritmo di sondaggi schiaccianti su cui Franceschini ha di recente ironizzato, tentando così di esorcizzare una paura interna innanzitutto al gruppo democratico. E proprio il segretario del Pd, comprendendo l’importanza della sfida, nei giorni successivi alla sua elezione, aveva già impresso una “svolta territoriale” alla segreteria del partito, inserendovi, tra gli altri, il presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani, quello della provincia di Rieti, Fabio Melilli, oltre a diversi segretari di partito locali.
Inevitabile, dunque, che dall’ex loft chiedano alle prossime elezioni anche un impegno di bandiera per drenare qualche voto tra gli incerti e i potenziali astenuti. Ma non è così scontato che qualcuno di essi, vista l’aria che tira, se candidato ed eletto , possa alla fine ritornare ad occuparsi solo dell’amministrazione del proprio territorio.

Che il Pdl, alle prossime provinciali, candidi a Salerno una bella dermatologa, bionda, non è una notizia. Che quel medico, Martina Castellana, all’anagrafe faccia di nome Michele e sia un trasgender, invece si.
A quanto pare, il tabù della sessualità è pronto a essere sdoganato anche a destra, dopo la decisione di inserire Valdimir Luxuria nelle liste del Prc per la tornata elettorale delle politiche di tre anni fa e del 2008. Qui, la mossa è destinata però a fare più rumore. Mentore della scelta, l‘onorevole del Pdl, in quota An, Edmondo Cirielli, padre della legge - passata alle cronache parlamentari come appunto la “ex Cirielli” - sui termini di prescrizione dei reati.
A confessarlo, è stata la stessa Castellana, che ha dichiarato: “Mi ha voluta lui, che mi stima come professionista. Ha visto in me una persona che ha agito con coerenza nella vita remando contro le tempeste”. Sulla compatibilità tra i suoi orinetamenti sessuali e i suoi ideali politici dice di non trovare alcunchè da ridire. Anzi, rivendica una militanza familiare, dato che lo zio fondò, anni addietro, la prima sezione di An della città salentina.
La sua idea della politica è chiara e semplice: “Ascoltare le persone, farsene carico e diventarne l’interprete principale. Se mi verrà data fiducia ne sarò felice. Il mio obiettivo è riuscire a confrontarmi in maniera leale e corretta, dare un contributo. Non aspiro certo a diventare una subrette…”. In un’intervista all’Adnkronos la dermatologa (lavora presso la Asl Salerno 2) ha spiegato che non vorrebbe attirare troppo l’attenzione sulla sua storia personale ma piuttosto preferirebbe essere apprezzata per le sue competenze e per la voglia di fare. Al giornalista che la incalza per cercare di chiarire meglio questo strano connubio con la destra, lei spiega serafica: “Mi creda, ci sono più atteggiamenti maschilisti a sinistra. La sinistra ha rubato i miei sogni di adolescente: nel ‘68 si contrabbandavano per libertà cose che libertà non erano. La vera libertà la si scopre oggi, a poco a poco, con la cultura delle pari opportunità”.
Al proposito, sono piuttosto trasversali le sue preferenze personali: Mara Carfagna e Vladimir Luxuria, due che non è facilissimo che si trovino d’accordo. Il Ministro delle Pari opportunità, confessa la neocandidata: “non ho ancora avuto modo di conoscerla, spero di farlo presto. Ma la stimo molto per il lavoro che sta svolgendo al suo dicastero”.
Da par suo, Luxuria non può “che fare tanti auguri a Martina Castellana”, aggiungendo: “però, una cosa deve essere chiara: meglio una trans che si sposta a destra, che un transfugo come Mastella. Trovo che sia molto più nobile un transito sessuale che il trasformismo politico”. Contenta dunque la vincitrice dell’Isola dei Famosi 2008 che un tabù stia sul punto di tracimare anche a destra? L’ex deputata dice sì, augurandosi però che questa non sia solo un’altra farsa: “Questa candidatura deve essere accompagnata dalla volontà politica da parte del centro destra di riconoscere a noi trans tutti quei diritti ancora negati”.

“Siamo l’unico vero virus che attraversa la nostra Italietta scomparsa: forse perderemo oggi, ma le nostre idee sono quelle che vinceranno in futuro”. Firmato Beppe Grillo.
Tradotto: Grillo è sceso in campo.
Annunciato un anno fa, è arrivato il momento di “schierarsi” politicamente. Ma, attenzone, le sue Liste Civiche non dovranno essere considerate un partito e non vogliono organizzarsi come tale.
E comunque, il comico blogger non demorde. E a Firenze, dove si è tenuto il “Primo incontro nazionale delle liste civiche“, ha formalizzato la partecipazione del suo movimento alla prossima tornale elettorale.
Nel capoluogo toscano la sfida tra i favoriti sarà tutta nel duello, sempre più verosimile, tra Giovanni Galli e Matteo Renzi. Il movimento del comico avrà una lista e farà da terzo incomodo, con tanto di programma, annunciato ieri con la Carta di Firenze: ripubblicizzazione dell’acqua, impianti di depurazione obbligatori per ogni abitazione non collegabile a un impianto fognario, contributi/finanziamenti comunali per impianti di depurazione privati; espansione del verde urbano; concessioni di licenze edilizie solo per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dismesse; piano di trasporti pubblici non inquinanti e rete di piste ciclabili cittadine; piano di mobilità per i disabili; connettività gratuita per i residenti nel Comune; creazione di punti pubblici di telelavoro; rifiuti zero; sviluppo delle fonti rinnovabili come il fotovoltaico e l’eolico con contributi/finanziamenti comunali; efficienza energetica; favorire le produzioni locali. “Dodici punti che sono l’esatto opposto di quello che sta facendo il governo; punti di buonsenso, e oggi si sa che il buonsenso è rivoluzionario” ha aggiunto il comico ligure.
La campagna antipartitica (”I partiti se ne sono andati, forse non ci sono mai stati, non si sa cosa siano, sono tutti finiti, i giornali chiudono, le televisioni chiudono, la pubblicità se ne va, l’automobile è morta, il digitale terrestre è nato mortooggi i partiti sono morti”) non si fermerà però nella città del Brunelleschi: le liste sono infatti attese in più di dieci comuni italiani, tra cui Firenze, Bologna, Roma, Pescara, Torino, Perugia, Bergamo, Forlì, Nettuno, Spoleto, Pozzuoli e Fiumicino.
Una sfida che pare ardua anche al suo stesso ideatore e che tuttavia non lo rende meno ottimista: “Basterà che uno di voi entri in comune, e questo giochino glielo stronchiamo sul nascere”. Resta da comprendere quanti elettori nelle domeniche di primavera decideranno di dare seguito al progetto dei grillini. È da quell’appuntamento che passeranno i progetti di un movimento che “non si sente affatto minoranza”. Anche perché, rincara la dose il genovese: “Abbiamo un esecutivo illegale, incostituzionale, Pd e Pdl sono morti, finiti” ha detto “e Napolitano, se facessimo satira al contrario, dovremmo dire che è sveglio”. Quindi, avanti grillini: “Forse perderemo oggi, ma le nostre idee vinceranno in futuro”.
Anzi stanno già vincendo, visto che - dice Grillo - gli intereventi a sostegno dell’economia Usa messi in atto da Barack Obama erano già stati previsti e proposti da lui…
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“Manca solo la stretta di mano”: a sentire alcuni dei dirigenti locali del Pdl, per la candidatura di Giovanni Galli a sindaco di Firenze, è ormai questione di ore.
L’ex portiere della nazionale (e storica “figurina” di Fiorentina, Milan, Napoli, Torino, Parma e infine Lucchese), infatti, pare che abbia ormai messo d’accordo tutti, a cominciare dal senatore di An Achille Totaro e dal consigliere regionale di Forza Italia Angelo Pollina.
Già, dettaglio non da poco “la benedizione” definitiva dei vertici di via del Plebiscito, ma l’ex calciatore avrebbe dato la sua disponibilità: “Sto studiando molto”. Come riferisce riferisce La Stampa, il premier, “esaminerà al suo rientro in Italia le candidature”, spiega Paolo Bonaiuti, che ha rinunciato a scendere in campo.
Firenze, Giovanni Galli, la conosce piuttosto bene: con la maglia dei viola ha giocato più di duecentocinquanta partite, trascorrendovi quasi dieci anni della sua vita, e contribuendo al secondo posto dei gigliati (dietro la Juventus) nella stagione 1981/1982. Lì, tra l’altro, ha conosciuto la moglie dalla quale ha avuto tre figili, di cui uno, Niccolò, grande promessa del calcio nostrano, è scomparso tragicamente a diciasette anni a causa di un incididente col motorino.
Quel lutto ha però dato a Galli la forza di reagire, portando qualche mese dopo alla costituzione di una fondazione intitolata al figlio.
Ad ore, dovrebbe dunque arrivare la definitiva conferma delle numerose indiscrezioni: a favore dell’ex portiere (che nelle vesti di commentatore appare settimanalmente nella trasmissione sportiva Controcampo di Rete4) giocherebbe la popolarità e la capacità di stare davanti ad una telecamera. Qualità necessarie per sfidare l’altro outsider, Matteo Renzi (Pd), già presidente della provincia fiorentina, e ora scelto dalle primarie del centrosinistra come candidato per la poltrona di primo cittadino del capoluogo toscano.
Dai primi sondaggi di opinione, i trascorsi da calciatore di Galli - su cui qualcuno ha ironizzato: “con un portiere come candidato il capo staff sarà il massaggiatore?” - dai fiorentini non sarebbero affatto considerati penalizzanti. Anzi, l’amarcord dei bei tempi viola gioverebbe all’ex calciatore, sebbene sia nato a Pisa (nel ‘58) e non a Firenze. Dal canto suo, l’assessore cittadino alla sicurezza Graziano Cioni (Pd) ha già avvertito i suoi compagni di partito a non storcere il naso: “Non sottovalutate Galli. Ha ottimi rapporti con la Curia e la sua Fondazione fa assistenza vera”.
E l’ex portierone del Milan di Sacchi ammette: “Se il presidente darà il suo via libera ora si apre un altro capitolo e un’altra storia. Anche se io personalmente son sempre stato in ottimi rapporti anche con Domenici e Cioni, che hanno molto aiutato la Fondazione dedicata a mio figlio”. Proprio la Fondazione e i buoni rapporti con la cittadinanza sarebbero le armi di Galli, che plaude al suo possibile avversario: “Sono stato contento della vittoria di Matteo alle primarie, ha rotto con i riti della sinistra, io l’ho conosciuto e c’è un rapporto di simpatia”.