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![[i]3 gennaio 2008[/i] - Un momento del blocco notturno effettuato dai manifestanti nel quartiere Pianura dui Napoli davanti all'ingresso della discarica di Contrada Pisani.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-gennaio/rifiuti/normal_rifiuti08.jpg)
Non bruciano più solo i sacchetti di immondizia accatastati accanto a cassonetti troppo pieni. Brucia la rabbia di una popolazione assediata dai miasmi dei rifiuti non raccolti. Così Pianura, il quartiere di Napoli dove si vuole aprire una discarica, si trasforma in una banlieue parigina.
Stanotte quattro autobus del servizio di trasporto pubblico sono stati incendiati nelle strade assediata dai napoletani che vogliono scongiurare l’apertura della discarica in contrada Pisani. Si tratta di alcuni mezzi di trasporto utilizzati già nella serata di ieri per bloccare la circolazione stradale. Agli autobus erano state bucate le ruote da un gruppo di manifestanti che avevano tra l’altro lanciato un estintore e alcuni sassi contro una pattuglia dei carabinieri. La situazione è più tranquilla all’ingresso della discarica, ma in tutta la provincia di Napoli continua l’emergenza roghi: dalle 20 di ieri sera a stamattina i vigili del fuoco avevano spento quaranta cumuli di rifiuti dati alle fiamme.
Oltralpe si incendiano gli animi di una periferia troppo lontana dalla grandeur del centro di Parigi, in Campania si accende la disperazione della periferia dello Stato Italiano. Quello Stato che si ricorda della ormai storica ordinaria emergenza rifiuti solo quando è troppo tardi per trovare soluzioni ragionate. La misura più drastica decisa da Roma? Il cambio del commissario straordinario chiamato a risolvere la crisi. Così dal 1994 (quando è stato dichiarato per la prima volta lo Stato di emergenza in Campania) si sono succeduti fior di professionisti, governatori di Regione, magistrati, capi della Protezione Civile, prefetti… Rimossi prima che le loro decisioni operative fossero appoggiate economicamente e politicamente in maniera abbastanza coerente da far adottare una soluzione, in qualunque direzione andasse.
Risultato? Si ricomincia sempre da capo, con nuovi uffici, nuovi esperti, addirittura nuovi siti internet per i cittadini (chiuso, con un link che non funziona più, quello messo online dalla protezione civile durante il commissariato Bertolaso, ora c’è quello dell’era Pansa). Mentre la Camorra continua a lucrare sul business dei rifiuti e delle discariche abusive. Mentre l’emergenza che puntualmente si ripeteva ogni estate ora arriva a esplodere anche d’inverno.
Il VIDEO servizio:
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Quattro arresti tra Calabria e Germania per la strage di Duisburg, ma è sfuggito il principale ricercato, uno di quegli Strangio che la faida di San Luca l’ha alimentata a colpi di cadaveri. Le forze di polizia italiane e tedesche avevano in mano cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal giudice antimafia calabrese nei confronti di altrettanti presunti membri della cosca Nirta-Strangio che da anni si contrappone a quella dei Pelle-Vottari per il controllo degli affari di ‘ndrangheta a San Luca e non solo. Ma finora sono stati arrestati solo in quattro, con le accuse di “strage, associazione di tipo mafioso, operante in Italia ed in Germania, nei territori di Kaarst e Duisburg, finalizzata alla commissione di omicidi, al traffico di armi ed altri gravi reati”, come si legge in una nota della polizia. Due uomini di ‘ndrangheta sono finiti in manette in Italia, due in Germania.
Resta latitante Giovanni Strangio, già ricercato dalle autorità tedesche per la strage di Duisburg. Dalla mattanza di Ferragosto quando sei italiani di origine calabrese (legati ai Pelle-Vottari) vennero uccisi in una pizzeria, il 30 agosto erano già state arrestate 3 persone coinvolte nella faida.
Nella nota, la polizia italiana scrive che a Strangio “anche l’autorità giudiziaria italiana contesta il reato di strage, sulla scorta delle risultanze investigative emerse dal lavoro svolto da una apposita task force, composta da investigatori del Servizio centrale operativo, del Servizio per la cooperazione internazionale di polizia, della Squadra mobile di Reggio Calabria e della polizia tedesca, costituita a Duisburg”.
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Il manifesto per le ricerche di Giovanni Strangio diffuso dagli investigatori in Germania in italiano e tedesco:

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Novello Houdini, sorprendente uccel di bosco. Danilo Coppola ha spiazzato tutti dileguandosi in tarda mattinata dalla sua stanza d’ospedale in quel di Frascati. Senza che nessuno lo controllasse era ricoverato, ma agli arresti domiciliari, in una corsia dell’ospedale San Sebastiano dal 3 dicembre scorso. La sua latitanza è durata poco: giusto il tempo di una clamorosa intervista telefonica a Skytg24.
Pochi giorni fa le agenzie di stampa avevano addirittura battuto la notizia che era in coma. Ma gli aggiornamenti sul suo stato di salute non avevano interessato più di tanto gli italiani. Nell’estate dei furbetti per l’opinione pubblica era rimasto in seconda fila, dietro i Fiorani, i Ricucci, i Consorte. Ma per gli investigatori era a pieno titolo un protagonista tra gli immobiliaristi d’assalto, tra i finanzieri dalle fortune troppo improvvise per non destare sospetti, con una caratteristica peculiare rispetto agli altri aspiranti scalatori di banche: aveva amicizie inquietanti con esponenti della malavita organizzazta.
Poco più che vicini di casa, sosteneva lui che in effetti era nato e cresciuto (anche dal punto di vista imprenditoriale) in quella borgata Finocchio, alla periferia sud di Roma, prediletta da camorristi e nomi storici della banda della Magliana.
Ma oggi Danilo Coppola sbaraglia tutti e conquista un’altra medaglia: è “il fuggitivo”.
Il più furbo tra i furbetti, il più spregiudicato, il più capace di giocare d’azzardo. E mentre i finanzieri che hanno passato al setaccio i suoi conti passano al setaccio le strade della capitale per riacciuffarlo, lui spavaldamente telefona a SkyTg 24: “Ero in ospedale, mi avevano attaccato le macchine, io ho staccato tutto. Volevo rilasciare un’intervista prima che mi riprendano: io mi sento vittima di una persecuzione. Tra l’altro dovrei anche essere operato di cuore questo pomeriggio e volevo rilasciare quest’intervista perché mi sento vittima”.
Dalla “latitanza” ha chiamato anche il suo legale, ma l’avvocato Gianluca Tognozzi gli avrebbe chiarito che non si trattava affatto di una “furbata”, ma di una evasione vera e propria che lo avrebbe fatto finire dritto dritto in carcere se non si fosse deciso a tornare sui suoi passi. Cosa che ha fatto.
Proprio pochi giorni fa la procura di Roma aveva sottolineato che “le esigenze cautelari sono permanenti e gravissime” in risposta ad una richiesta del difensore di Coppola di attenuare le misure restrittive perché l’immobiliarista, sotto processo per bancarotta fraudolenta nell’inchiesta per il crac della Micop Immobiliare srl, non avrebbe mai collaborato rendendo noti i suoi conti correnti, in Italia e all’estero.
E’ proprio questa la vicenda giudiziaria che non lo rende un uomo libero, visto che il 23 novembre scorso il gip di Roma Maurizio Caivano aveva revocato la misura degli arresti domiciliari nell’ambito di un’altra inchiesta vede Coppola accusato di associazione per delinquere, appropriazione indebita e riciclaggio assieme ad altre 27 persone.
Guarda il VIDEO con l’intervista a SkyTg24

Pensionati, rispediti alle amministrazioni di provenienza, spostati altrove, “dimissionati”: in meno di un anno, da Aise e Aisi (gli ex Sismi e Sisde) sono stati movimentati ben 256 agenti (120 per Aisi e 136 per Aise). Poco più del 7% rispetto ai circa 3.500 che compongono gli organici dei due servizi. Tra i nuovi arrivi, invece, è di oggi la nomina di Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell’Ucigos, a capo Dipartimento analisi dell’Aisi.
È quanto riferisce l’Ansa sull’audizione del sottosegretario con delega all’intelligence, Enrico Micheli, al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
A quasi un anno dall’insediamento, dunque, gli attuali direttori, Bruno Branciforte (Aise) e Franco Gabrielli (Aisi), hanno dato il via a una revisione degli organici per adeguarli alle nuove esigenze, immettere persone fidate ed allontanare chi non era considerato di fiducia. La revisione, probabilmente, sarebbe stata anche più profonda se fosse semplice espellere o rimandare alle istituzioni di provenienza gli 007 non graditi.
In realtà , infatti, come ha denunciato mesi fa il direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), generale Giuseppe Cucchi, “ci sono difficoltà a rinviare il personale, difficoltà pesano quando si tratta di rinviare personale in cui non abbiamo più fiducia. Servirebbe più flessibilità ”. Non è stato quindi finora agevole il compito di Branciforte e Gabrielli. Ancora adesso ci sarebbero persone sottoposte a procedimenti disciplinari in organico ai servizi.
Così, per un Pio Pompa - fedelissimo dell’ex direttore del Sismi, Nicolò Pollari - che è stato trasferito al ministero della Difesa, ci sarebbe un Marco Mancini, ex capo della prima Divisione del Sismi, ancora in organico all’Aise, “a disposizione”, come recita la formula burocratica.
Ed è prevedibile che il turn-over proseguirà nei prossimi mesi, man mano che la definizione dei regolamenti attuativi della riforma fornirà gli strumenti adeguati. La nuova legge prevede che, “in caso di rientro nell’amministrazione di appartenenza o di trasferimento presso altra pubblica amministrazione, è escluso il mantenimento del trattamento economico principale e accessorio maturato alle dipendenze dei servizi”. Una norma che - è prevedibile - non favorirà le uscite volontarie dalle fila delle cosiddette “barbe finte”.
Gente che esce, dunque, ma anche che entra. Giovanni Luperi, fresco capo Dipartimento analisi dell’Aisi, è tra gli imputati per l’irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. E la sua nomina è stata fortemente criticata da Vittorio Agnoletto, europarlamentare e portavoce dei No global al Genoa social forum.
Resta un dubbio: posto che i capi dei servizi segreti devono avere la massima fiducia nei loro agenti… Posto che fino a condanna definitiva qualsiasi imputato è da ritenersi innocente… Possibile che un simile turn over sia indispensabile? Non c’è il rischio che si perdano anche esperienza e competenza accumulate in settori come il terrorismo interno e internazionale? Che lo spoil system applicato agli 007 impoverisca le loro capacità operative? Quanto impiega un agente segreto a crearsi una rete di fonti affidabili in paesi come l’Iraq e l’Afghanistan? O un “infiltrato” a ottenere la fiducia dei boss di mafia in mezzo dai quali deve ottenere informazioni preziose?
Ma in Italia tutto si misura in termini di legislatura…

Non ce l’ha fatta Lorenzo D’Auria, l’agente del Sismi ferito in Afghanistan. Il suo nome, a lungo tenuto riservato, si affiancherà per sempre a quello di Nicola Calipari, ucciso in Iraq mentre riportava a casa Giuliana Sgrena. In comune i due uomini hanno una vita da 007 in un paese che ha sempre nutrito più diffidenza che stima per gli agenti dei servizi segreti. E una morte da “fuoco amico”.
Lorenzo D’Auria, 33 anni, era rimasto ferito lo scorso 24 settembre, insieme ad un altro agente del Sismi e al loro interprete afghano, durante il blitz di forze speciali britanniche e italiane compiuto per la loro liberazione. I tre erano stati rapiti il giorno precedente, probabilmente da un gruppo di talebani Da allora il maresciallo era stato tenuto in vita da un respiratore artificiale.
In questi giorni drammatici, la sua famiglia ha vissuto un momento di enorme commozione: è stato infatti celebrato, con un rito particolare previsto dal diritto canonico, il matrimonio tra Lorenzo e la mamma dei suoi tre figli con cui viveva da tempo. Per un vecchio sogno nel cassetto e per farle avere la pensione.
Perché alle compagne dei militari, anche se muoiono in servizio, non è riconosciuto il “privilegio” della reversibilità che invece è riconosciuto alle “metà di fatto” dei parlamentari anche se non sono mai stati sposati.
Appena avuta la notizia della morte di D’Auria, Camera e Senato hanno osservato un minuto di silenzio. A cui seguiranno, c’è da giurarci, nuove polemiche sulle missioni militari all’estero. La procura di Roma, invece, silenziosamente indaga.
Il VIDEO servizio:

Via Poma 1980, Garlasco 2007. Una grande città come Roma e un delitto da identificare con la strada. Un piccolo comune del Pavese, pronto a finire tutto intero sui giornali come Cogne. Omicidi dannati due volte, perché non si risolvono subito e avvengono ad agosto, perfetti per conquistare l’etichetta di giallo dell’estate. Quasi a dare per scontato che non debbano risolversi mai.
E due ragazze, belle, brave, solari, come ce le hanno regalate le immagini con cui gli italiani le ricorderanno sempre. Simonetta Cesaroni (sotto), 20 anni, con il suo costume intero e lo sguardo fiero. Chiara Poggi, al di là dei ritocchi delle cugine, con sorriso aperto e la faccia pulita. Con la scienza in tuta bianca che esce dalla tv e scava, illumina col luminol, sigilla, analizza e rivela tracce. Di sangue e saliva. Con una differenza tra i due delitti. Si chiama progresso.

Raniero Busco l’allora fidanzato 24enne di Simonetta ha dovuto aspettare 17 anni per finire nel tritacarne del sospetto, dell’avviso di garanzia (un “atto dovuto” ci si affretta sempre a dire), del mostro in prima pagina. Oggi quel “fidanzato” è sposato e ha due figlie gemelle. Se risulterà colpevole è giusto che paghi per l’omicidio che non cade tanto in fretta in prescrizione. Ma se - come sostiene lo stesso avvocato della famiglia Cesaroni - la sua saliva sul corpetto di Simonetta è una scoperta scientifica ma non una risolutiva prova giudiziaria… Beh, allora beato Alberto Stasi, che sotto la lente d’ingrandimento del Ris c’è finito subito. E se un domani avrà una seconda vita dopo il delitto (che l’abbia o non l’abbia uccisa lui la fidanzata nella villa di Garlasco) con moglie e figli e futuro, non dovrà riprecipitare nel sospetto e in quel passato che sarà fermo a una foto ormai sbiadita di Chiara Poggi.
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Sano, salvo e “mortificato”, è riapparso Paolo Friggi, il tabaccaio di 27 anni scomparso all’alba di lunedì mentre si recava al lavoro tra Zelata di Bereguardo (Pavia) e Motta Visconti (Milano). Si era inventato tutto: l’uomo, che i carabinieri hanno trovato vicino a un casolare della zona, ha confessato di aver inscenato un finto rapimento perché oppresso dai debiti: circa 700 mila euro di mutui che evidentemente temeva di non riuscire a ripagare.
Ma la confessione, avvenuta attorno alle tre di notte, non è stata immediata.
All’inizio, la finta vittima ha cercato di far credere di essere stato aggredito da rapinatori che gli avevano preso 450 mila euro, e poi avevano deciso di sequestrarlo. Una versione piena di contraddizioni che ha retto appena pochi minuti di interrogatorio. A questo punto, Friggi ha confessato il suo bluff e ha cominciato a chiedere perdono per ciò che aveva fatto, dicendosi ”mortificato”.
Forse la sue scuse e la felice soluzione del caso potranno far anche sorridere i due magistrati della direzione antimafia di Milano, Alberto Nobili e Mario Venditti, gli uomini del Ros e i carabinieri che per 48 ore non hanno chiuso occhio per seguire il suo caso: era evidente che si trattasse di un sequestro anomalo, ma nonostante molti dubbi sul caso, non si poteva rischiare che fosse veramente un ostaggio in mano a balordi, tanto più pericolosi come hanno dimostrato i casi del piccolo Tommaso Onofri e del finanziere Roveraro.
Ma il sollievo per Friggi finirà presto. La giustizia ora farà il suo corso e si profila l’accusa di simulazione di reato.

Niente tutela della privacy: i pedofili devono essere riconoscibili. Walter Veltroni, candidato leader del Pd, nell’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera usa parole inequivocabili contro i pedofili.
”Occorre essere molto duri e molto severi: l’effettività della pena - sottolinea Veltroni - deve essere una cosa seria. Non è possibile che un truffatore si arricchisca dalla galera.
O che un incendiario in galera non vada neppure. O che circoli liberamente chi si è macchiato di pedofilia. Dove per pedofilia intendo non solo la violenza sui minori ma anche il possesso e lo scambio di materiale pornografico. Occorre che queste persone siano messe in condizione di essere riconoscibili. Se per sei mesi un medico, un dirigente, un impiegato è costretto ad affidarsi ai servizi sociali dovrà pur spiegare i motivi, renderli pubblici”.
Dopo Sarkozy, che ha rilanciato la castrazione chimica per i pedofili tanto cara a Calderoli, oggi anche Veltroni ha sentito la necessità di occuparsi del tema. Riprendendo un tema, quello della “pubblicità ” del reato di pedofilia, che aveva tenuto banco nell’estate del 2000. Allora Vittorio Feltri pubblicò su Libero le liste dei nomi dei pedofili condannati con sentenza definitiva. E, soprattutto da sinistra, fioccarono le polemiche. L’allora ministro della Giustizia Piero Fassino la definì una “lapidazione mediatica” e Livia Turco, che era ministro della Solidarietà sociale, dichiarò: “La considero una decisione grave. Non so quanto aiuti la lotta alla pedofilia, alimenta una psicosi che non serve. Tutto questo è profondamente sbagliato”. Oggi, sul tema, tutto tace.