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“Questi sei morti ne chiamano almeno sette”. Salvatore Boemi non è tipo che si nasconda dietro le parole. E quando si parla di ‘ndrangheta poche persone in Italia ne sanno più di lui. Coordinatore della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio ha una lunga storia di lotta ai clan in Calabria, che proprio per questo gli hanno recapitato più d’una volta minacce di morte. Commenta con Panorama.it la strage di Duisburg e descrive gli scenari, drammatici, che si aprono adesso. Per la Calabria e non solo.
Si poteva immaginare un’azione tanto feroce della ‘ndrangheta, per di più all’estero?
Quando ho ripreso servizio alla Dda, alcuni mesi fa, leggendo le carte che mi sono state messe a disposizione, l’omicidio di Maria Strangio a Natale mi è saltato subito agli occhi. L’uccisione di una donna o di un bambino sono capaci di suscitare un odio supplementare anche nella faida più violenta e determinano la necessità di una risposta ancor più eclatante. Per questo mi sono permesso di consigliare ai carabinieri, che sono gli unici a operare sul campo nella zona di San Luca, di avviare attività ancor più intense e particolari.
Ma proprio per questo, la vendetta è scattata all’estero.
Quello che è accaduto non è casuale. Agire in Europa, e anche farlo a Ferragosto, quando i politici sono in vacanza e i media danno ancora più risalto alla strage, è una decisione presa con lucidità per creare un effetto traumatico, per dare un segnale forte: per questa, che tra le mafie è la più tradizionale, era quasi un obbligo morale rispondere con un pluriomicidio che avesse la sua chiara firma.
Che succederà ora?
Questi sei morti, ne chiamano sette. E’ una faida aperta su cui è difficile intervenire. I clan ionici sono refrattari a qualsiasi tipo di accomodamento. A Reggio Calabria c’è una sorta di pax mafiosa proprio perché l’hanno decisa i sanlucoti e i sinopolesi: sono le famiglie della grande montagna che si impongono in città. Ma nel loro territorio la regola della faida prevale.
Non c’è quindi un padrino che possa imporre la tregua?
Nel sistema federalista della ‘ndrangheta, la vendetta e la ritorsione sono una delle prime norme previste dal codice mafioso. Nessuno oserà suggerire di abbassare il livello dello scontro anche se, certo, questa mattanza, e l’esplosione del caso ‘ndrangheta in tutto il mondo, darà fastidio a qualcuno.
Ad esempio?
Alla mafia bianca, quella che condiziona l’economia e preferisce che i fenomeni criminali restino nell’ombra. Non escludo che si vendano qualcuno, per placare le acque. Ma poi la faida continuerà. Sa cosa è agghiacciante?
Cosa?
Per anni, l’antimafia calabrese ha pontificato che ormai la ‘ndrangheta avesse un impero economico da tutelare e che perciò fosse cambiata che non aveva interesse a delinquere in modo evidente. La strage di Duisburg è una batosta per questa interpretazione. I boss di queste parti continuano ad ammazzarsi anche con il coltello. E non c’è nessun padrino in grado di dire ai clan ionici “State al posto vostro”.
Dunque, con San Luca presidiato e gli uomini del paese lontani dalle loro case, la vendetta potrà colpire ovunque.
C’è un problema di ordine pubblico. Non siamo in grado di garantirlo in Calabria, figuriamoci in Italia o nel resto d’Europa. I killer però non sbagliano: sparano al momento giusto (anche in Germania hanno colpito tutte persone che c’entravano qualcosa) e evitano di entrare in conflitto con i siciliani o i napoletani.
Si può sperare nel cedimento di qualche componente di queste famiglie devastate, di una madre che vuole fermare il destino di morte dei suoi figli?
Non in quello che io chiamo il triangolo della morte: tra San Luca, Platì, Natile di Careri dove c’è il gotha della mafia ionica. Lì non parla nessuno, non ci sono cedimenti, non abbiamo mai avuto nessuna forma di collaborazione con la giustizia.
Davvero tutto questo nasce da un lancio di uova a Carnevale degenerato in rissa?
Lo scontro non è direttamente legato a un fatto economico, ma non c’è dubbio che nasconda una gara conquistare il maggior prestigio sul campo. Questa violenza è funzionale ai boss che vogliono imporsi sul potere politico locale. D’ora in poi, quando vorranno infiltrarsi in qualche business potranno sfoggiare il biglietto da visita con su scritto “noi siamo quelli di Duisburg”.
E lo Stato non potrà fare nulla?
Adesso si stanno muovendo tutti, tutto il mondo si è accorto della ‘ndrangheta. Ma per ora generano più confusione che altro. Comunque, io sono qua ancora sei mesi: qualcosa di sicuro, vedrete che la faremo. Basta che poi non ci ritirano fuori le scarcerazioni facili e il garantismo…
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San Luca, quattro mila anime tormentate dalla guerra di ‘ndrangheta. Una manciata di cognomi che ricorrono e dividono. Strangio innanzitutto.
Come Sebastiano Strangio, latitante fino al 28 ottobre 2005 quando un’operazione internazionale di polizia ha permesso di catturarlo ad Amsterdam: era considerato uno dei più importanti narcotrafficanti delle cosche calabresi. O come don Pino Strangio, il parroco del paese della locride. O come nel municipio di San Luca: sindaco Giuseppe Mammoliti, vicesindaco, Salvatore Strangio. E poi tra assessori e consiglieri comunali tre Alvaro (proprio come lo scrittore e giornalista Corrado Alvaro che era nato qui), tre Trimboli, due Romeo.
Secondo il censimento Istat ci sono 1242 famiglie, ma per chi si occupa di cronache locali sono solo due: Nirta-Strangio e Pelle-Romeo-Vottari. Cognomi che sono sinonimo di clan contrapposti, anche se non sempre quanto registrato all’anagrafe corrisponde alla rete delle affiliazioni mafiose. Dall’elenco telefonico di San Luca risultano 35 Strangio e 20 Nirta. Uomini per bene e piccoli e grandi boss. Donne che hanno visto uccidere i propri fratelli, i mariti, i figli. O che sono state ammazzate con ferocia.
Tutto iniziò nel febbraio 1991 con lo scoppio di mortaretti, in occasione dei festeggiamenti del Carnevale. Qualcuno replicò con il lancio di uova. E il rispondere alzando sempre il livello divenne la condanna a morte della comunità. Scoppiò una rissa e il giorno di San Valentino scattò il primo agguato contro i componenti della famiglia Nirta-Strangio: due morti e due feriti. Da allora intimidazioni, omicidi e tentati omicidi che si trascinarono fino al 2000. Da quell’anno la faida aveva registrato una lunga pausa, forse anche perché i boss che da San Luca avevano fatto il salto di qualità e dirigevano traffici di droga in ogni parte del mondo non volevano veder concentrata l’attenzione di polizia e carabinieri proprio in casa loro.
Ma la tregua si è interrotta nel 2006, con l’omicidio, il giorno di Natale, di Maria Strangio. Era la moglie di Giovanni Luca Nirta, scarcerato appena 4 giorni prima: nella sparatoria l’uomo era rimasto illeso, ma erano stati feriti il nipote di cinque anni e il fratello Francesco. Nirta non partecipò neanche ai funerali della moglie preferendo allontanarsi da casa per sfuggire ai killer. Non sbagliò, visto che la cerimonia fu piuttosto movimentata. Al cimitero c’erano uomini armati che non hanno esitato a sparare contro la polizia che voleva identificarli. Manco a dirlo, si chiamava Giovanni Strangio l’uomo fermato in quell’occasione.
Una cosa fu immediatamente chiara a tutti, sanlucoti, magistrati, investigatori: l’uccisione di una donna in un giorno di festa era una provocazione che non poteva cadere nel vuoto. Da quel giorno la faida ha registrato altri cinque omicidi e sei tentati omicidi. L’ultimo il 3 agosto scorso, con l’agguato contro Antonio Giorgi, ucciso a colpi di fucile mentre si trovava in un terreno di sua proprietà. A San Luca carabinieri e polizia hanno aumentato le misure di sicurezza, stretto la vigilanza.
Ma , forse proprio perché in Calabria adesso sarebbe stato più difficile colpire, l’ennesimo atto di quella lotta per l’annientamento fratricida è andato in scena a Duisburg.
Secondo la polizia di Reggio Calabria, i sei uomini assassinati in Germania sono da considerarsi vicini al clan Pelle-Vottari-Romeo. E non deve trarre in errore il nome del gestore del ristorante Da Bruno, dove è avvenuta la mattanza, una delle vittime: Sebastiano Strangio. Quando si tratta di rispondere colpo su colpo nella faida senza fine, le lontane parentele o le omonimie non contano più.
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Sapete chi è questo bambino? L’avete già visto? La vostra testimonianza può aiutare i carabinieri che stanno cercando di scoprire chi sia e chi lo abbia abbandonato in un caldo pomeriggio di agosto seduto in un carrello del supermercato Carrefour di Nichelino, alle porte di Torino. Il bimbo è ora accudito all’ospedale Santa Croce di Moncalieri, è in buona salute e si ipotizza che possa avere circa 18 mesi. Forse è di origine slava, ma essendo così piccolo, non parla e balbetta solo qualche monosillabo.

Resterà ricoverato almeno fino a giovedì, per essere sottoposto a una serie di accertamenti clinici autorizzati dalla Procura dei minori. Nel frattempo, gli assistenti sociali stanno contattando i centri di accoglienza per l’infanzia dove il bambino sarà assistito da quando lascerà l’ospedale. Sono già migliaia le coppie che si sono offerte di adottarlo.
Del caso si occupano il pm Marco Bouchard della procura di Torino, che di concerto con il tribunale per i minori, provvederà alla nomina di un tutore per il bimbo, i carabinieri della compagnia di Moncalieri e probabilmente presto anche gli investigatori del Ris che cercheranno tracce utili a risalire ai genitori del bambino.
La GALLERY con le immagini del bambino


Cos’hanno in comune Valentino Rossi e Pavarotti, Alberto Tomba e Ambra Angiolini? Un fan piuttosto speciale che ha deciso di seguirli passo passo: il fisco.
L’Agenzia delle entrate ha contestato al campione di motociclismo Valentino Rossi un imponibile evaso per 60 milioni di euro nel periodo 2000-2004. Un accertamento disposto dopo che The doctor ha trasferito la residenza in Gran Bretagna. A Tavullia, suo paese di origine nel pesarese, l’hanno tutto sommato presa bene visto che Valentino continua a farsi vedere spesso. Ma ci sono rimasti male alla direzione regionale delle Marche dell’Agenzia delle entrate che è andata a spulciare sulle sue denunce dei redditi, in Italia e all’estero.
Secondo la notizia riportata dall’Adn Kronos, Rossi ha approfittato della normativa inglese basata sul “resident but not domicilied”: ovvero risiedo qui ma vivo altrove, perciò pago al fisco di Sua Maestà solo i redditi prodotti nel suo paese. Viceversa all’Italia Valentino avrebbe versato solo le tasse sugli immobili a lui intestati. Mancano all’appello i più ingenti guadagni derivanti dal contratto con la Yamaha e dalle sponsorizzazioni.

I vip transnazionali con il braccino corto nei confronti dello Stato sono un fenomeno già salito alla ribalta delle cronache. Quello di maggior peso è senza dubbio Big Luciano Pavarotti: il tenore, dopo un lungo contenzioso con il fisco pieno di colpi di scena (inclusa qualche soffiata della ex moglie Adua) ha versato al ministero delle Finanze un obolo da 25 miliardi delle vecchie lire. Il campione di sci Alberto Tomba ha vinto invece due ori olimpici e il contenzioso in Tribunale, ma per mettere ordine tra le varie società che aveva creato in diversi paradisi fiscali per far confluire i suoi guadagni, ha dovuto versare 10 miliardi di lire.

Era ancora una ragazzina Ambra Angiolini nel 1998 quando si abbattè su di lei un’indagine delle Fiamme Gialle per una presunta evasione fiscale da un miliardo. Due anni dopo fu il turno di Andrea Bocelli che aveva scelto di risiedere nel Principato di Monaco e per questo era finito al centro del monitoraggio dei finanzieri sugli “emigranti di lusso”.
Valentino Rossi, comunque, ha un collega a cui chiedere consiglio: Loris Capirossi nel 2005 è stato condannato per evasione fiscale: il fisco sosteneva che avesse evaso 8 milioni di euro. Chissà stavolta tra i due motociclisti chi batte il record.

Il VIDEO servizio:

Si intitola Il fantasma di Corleone ed è uno dei tre speciali che andrà in onda domenica 5 agosto nella seguitissima trasmissione di approfondimento settimanale 60 Minutes della Cbs. Dopo un reportage dal Kurdistan iracheno, infatti, gli spettatori americani e non solo, potranno seguire quello dell’inviato Steve Kroft dall’Italia.
Come annuncia il network, questa puntata per i telespettatori è un invito che non si può rifiutare: “Una vera storia di padrini. Andremo in Italia, e sulle colline della Sicilia, dove sono stati necessari più di 40 anni alla giustizia per catturare finalmente Bernardo Provenzano, il sanguinario capo della mafia”.
Ma è ascoltando le parole dello stesso Steve Kroft nel video di presentazione dello speciale che si coglie il severo giudizio sul nostro paese: “La ragione per cui Provenzano è stato latitante per 43 anni è che ogni volta in cui polizia e inquirenti stavano per acciuffarlo, qualcuno dall’interno lo ha avvertito. È stata una combinazione di incompetenza e corruzione… Molte persone che hanno un ruolo nelle forze dell’ordine e nella polizia hanno connessioni con mafia”. E ancora: “Il senso civico, la giustizia, le istituzioni non funzionano. La gente ha più fiducia nella mafia che nello Stato. Quando qualcosa non va, è più facile rivolgersi a qualcuno interno alla mafia per mettere a posto le cose”.
Infine il racconto della cattura, tanto per sottolineare che non ha avuto nulla a che vedere con una cinematografica scena di Mission Impossible: “Alla fine lo hanno preso alla periferia di Corleone seguendo un pacco di panni lavati che gli aveva spedito la moglie…”

Poteva sembrare un delinquente qualsiasi con un’arma un po’ troppo sofisticata e invece si è rivelato il terminale di un traffico d’armi che per tipo e quantità non è certo roba da criminalità comune. Quella scoperta dai finanzieri della compagnia di Luino è un’organizzazione con ramificazioni dalla Svizzera al nord Italia, senza disdegnare di arrivare in Sicilia.
Tutto è cominciato poche settimane fa, il 6 giugno, con l’arresto al valico di Zenna di Francesco Aparo, un siciliano di Lentini residente a Novara: aveva nascosto nell’auto un fucile semiautomatico completo di sistema ottico di puntamento, silenziatore e munizioni. Il tipo di arma ha immediatamente fatto scattare l’allarme alla procura di Varese e il pm Agostino Abate ha disposto la perquisizione a casa di Aparo.
C’era un arsenale: fucili a pompa calibro 12, altre armi lunghe, migliaia di bossoli, munizioni e caricatori. Le indagini sono proseguite senza diffondere la notizia e questo ha permesso di individuare una parte dei corrieri del carico di armi contrabbandate dalla Svizzera. Ma la preoccupazione in procura, invece di scemare, è aumentata. Man mano che nuovi personaggi finivano sotto inchiesta, si ampliava la catena delle perquisizioni che hanno dato esiti sempre più inquietanti: revolver, pistole, silenziatori, munizioni, ordigni esplosivi ed inneschi.
Scoperta la rete dei trafficanti resta da scoprire chi fossero i destinatari di armi tanto sofisticate e gli organizzatori svizzeri del contrabbando.


Non è la prima volta e non sarà ultima. Il fondatore e leader carismatico di una comunità finisce sotto inchiesta proprio per quello che succede all’interno della sua cittadella del recupero. Era accaduto con Muccioli a San Patrignano, si è arrivati al caso boccaccesco con Padre Fedele a Cosenza. Che siano tossicodipendenti, prostitute o minori con problemi di delinquenza alla spalle, la cronaca italiana è stata più volte squassata da notizie come quella che oggi il quotidiano La Stampa riporta in prima pagina: Don Gelmini accusato di molestie sessuali.
Ma stavolta la notizia è di quelle che creano davvero scompiglio. Don Pierino Gelmini, fondatore della Comunità Incontro, è un ultra ottantenne pieno di energia, stimato da molti esponenti del centrodestra, più scomodo a sinistra per aver sempre preso posizione contro la differenziazione tra droghe leggere e pesanti. Dalla prima sede al Mulino Silla di Amelia, in Umbria, ha via via allargato la rete dei suoi centri di accoglienza (oggi in Italia sono 164) e ha esportato il suo modello non solo in Spagna, Francia, Svizzera, Croazia e Slovenia, ma anche oltreoceano, in Thailandia, Bolivia, Costarica. Il suo motto: “Non mi occupo di tossicodipendenza ma di persone“.
Eppure da sei mesi la procura di Terni indaga su di lui con l’accusa di abusi sessuali. L’indagine si basa sulle testimonianze, numerose e concordanti, secondo La Stampa, di alcuni ospiti della comunità, anche se gli investigatori ci vanno con i piedi di piombo: ci potrebbero essere motivi di risentimento da parte degli ex ospiti nei confronti di chi li ha sottoposti a regole severe per allontanarli dalla droga. Lo stesso Don Gelmini è stato sentito, in quello che il quotidiano definisce un lungo e drammatico interrogatorio.
Il VIDEO servizio:
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In principio fu il Sim, servizio segreto militare, fondato con regio decreto del 1927 . A segnarne la fine, ottanta anni dopo, furono le sim, le schede telefoniche intercettate da una magistratura che voleva veder chiaro nel torbido lavoro dei nostri 007. Ribattezzati “spioni” nei titoli di giornale, per l’uno-due ammazza istituzioni segnato dalle inchieste sul sequestro Abu Omar e sui dossier Telecom, con uomini come Pio Pompa, Marco Mancini, Giuliano Tavaroli che della segretezza avevano fatto mestiere, saliti alla ribalta delle cronache più di Michelle Hunzicher.
Dopo tanto (indesiderato) clamore, oggi è passata la perennemente annunciata riforma dei nostri servizi segreti: “Un’approvazione definitiva, all’unanimità della legge di riforma dei Servizi di informazione e sicurezza” che secondo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “costituisce un fatto altamente positivo e significativo”.
Cosa cambia davvero? Innanzitutto, per l’ennesima volta, il nome: con indicibile fantasia, dopo aver già sfruttato le sigle Sim, Sifar, Sios, Sd, gli attuali Sismi, Sisde e Cesis diventeranno Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, e Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza).
Ora che non sono più servizi, sarà più difficile abbinare il termine a deviati? Secondo la riforma le due Agenzie dovranno cooperare alle dirette dipendenze del presidente del Consiglio che ha il potere di nominare e revocare i direttori. Questo in realtà avviene già ora e spesso con una logica da spoil system anche nei ruoli più operativi degli 007 che lascia molte perplessità a chi opera nel settore.
Le agenzie devono anche ”tempestivamente e con continuità” informare, rispettivamente, i ministri dell’Interno e della Difesa. Ma ”in casi di particolare urgenza” i direttori dei servizi possono riferire direttamente al presidente del Consiglio, senza passare per il direttore del Dis. Al premier spetta la direzione politica e il coordinamento delle due Agenzie, decide sull’apposizione del segreto di Stato (che tanto sta dividendo Palazzo Chigi e la procura milanese) e può scegliere se nominare un ministro o un sottosegretario a cui affidare alcune funzioni.
Il Copaco, l’organismo parlamentare di controllo, torna ad essere composto da dieci membri e sarà presieduto per legge da un esponente dell’opposizione. Potrà acquisire informazioni o ascoltare agenti senza che si possa opporre il segreto di Stato se tutto il Comitato sarà d’accordo. Potrà acquisire atti e fascicoli processuali, senza che venga opposto segreto d’ufficio, istruttorio o bancario e dovrà essere informato di tutte le ”operazioni improprie”. Il Comitato ha libero accesso negli uffici dei servizi, ops, delle agenzie, ma annunciando la visita a a Palazzo Chigi e potrà controllare la documentazione sulle spese degli 007. Il segreto di stato non varrà per la Corte Costituzionale, durerà solo 15 anni, ma sarà prorogabile fino a 30.
E le tanto reclamate garanzie funzionali? Gli agenti segreti possono commettere atti illeciti ma devono essere autorizzati di volta in volta. La riforma definisce con precisione quali sono le ”licenze di reato” per gli agenti su cui serve l’autorizzazione del premier. Non è concessa ‘licenza di uccidere” e non sono autorizzate nemmeno azioni che possono ledere la salute e la libertà delle persone. Rimane la possibilità per gli 007 di utilizzare identità di copertura e attività economiche simulate. Viene garantitala riservatezza dell’identità nei rapporti con la magistratura. Inoltre, nessuna ”operazione impropria” è consentita nelle sedi dei partiti, dei sindacati o contro i giornalisti professionisti. E, gli emuli di Pio Pompa sono avvertiti, è vietato il ”dossieraggio”.
Approfondimenti: L’ultima relazione semestrale al Copaco: Nuove Br e Jihad sempre un pericolo