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Stefano Cucchi, ecco il documento firmato in ospedale

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi


“Da quanto si evince dalla documentazione Stefano Cucchi ha firmato per non autorizzare la diffusione delle informazioni sulle sue condizioni di salute ai familiari”. Lo ha dichiarato oggi in Senato il ministro della giustizia Angelino Alfano, dove è intervenuto sul caso di Stefano Cucchi, il trentunenne deceduto in circostanze ancora da chiarire nell’ospedale romano «Sandro Pertini», nosocomio del carcere di Rebibbia.
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, avrebbe dichiarato alla fine dell’intervento: “Aspetto di vedere la firma di mio fratello sul diniego a dare informazioni ai familiari sullo stato di salute”. Continua

Quegli uomini normali che frequentano le trans

Transessuali

A Milano le transessuali (guai a usare l’articolo maschile) sono praticamente le uniche prostitute sopravvissute sui marciapiedi. Le multe antilucciole da 500 euro decise dal comune hanno svuotato i viali. Resistono solo loro, gli uomini che hanno voluto farsi donne. Continua

Gli jihadisti della porta accanto: come e dove vivono i nuovi terroristi fai-da-te

Uno dei fermati dalla polizia dopo l'attentato alla caserma Santa Barbara

Uno dei fermati dalla polizia dopo l'attentato alla caserma Santa Barbara

Caserme e questure, ma anche treni, stazioni, metropolitane, stadi, centri commerciali e ogni altro luogo affollato: sono questi i possibili obiettivi dei nuovi terroristi fai-da-te. Continua

Boffo e il pasticciaccio brutto di Terni. Da piccolo scandalo di provincia a caso nazionale

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Guarda la GALLERY: i protagonisti della battaglia mediatica

È quasi un contrappasso: nella terra di San Valentino e delle promesse d’amore eterno scambiate sulla sua tomba il 14 febbraio, nella città della leggenda di Sabino e Serapia, un Romeo e una Giulietta d’epoca imperiale, Terni è salita alla ribalta per le molestie telefoniche a una ragazza e per le voci maligne su un presunto e indimostrato amorazzo (negato dai diretti interessati) fra il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e un aitante assistente di volo ternano.
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Puglia: questo è un business che puzza

Nichi Vendola

La cosiddetta Sanitopoli pugliese potrebbe diventare anche Rifiutopoli. Quattro anni fa il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola aveva lanciato un grande piano che avrebbe dovuto risolvere l’emergenza rifiuti e portare al 55 per cento la raccolta differenziata nello spazio di un lustro. Quattro anni dopo l’obiettivo è un sogno infranto (attualmente viene separato poco più di un decimo della spazzatura), mentre la Direzione distrettuale antimafia di Bari e i carabinieri del nucleo investigativo e di quello ecologico (Noe) indagano sul ciclo di smaltimento.

Nell’inchiesta della procura sulla sanità regionale un filone importante è rappresentato dal presunto inquinamento ambientale e dal business dei rifiuti.
L’indagine della pm antimafia Désirée Digeronimo è partita da Altamura (Bari), ascoltando le telefonate di Carlo Dante Columella, 65 anni, sponsor elettorale dell’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco e dello stesso Vendola, oltre che imprenditore specializzato nello smaltimento dei rifiuti. Per Columella gli investigatori ipotizzano i reati di associazione per delinquere e corruzione, presunta gestione non autorizzata dei rifiuti e un loro traffico illecito. Gli inquirenti hanno avviato controlli sulla sua discarica in contrada Le Lamie, che invece dei previsti 900 mila metri cubi di spazzatura è arrivata a contenerne il doppio e oggi è chiusa. Una montagna di rifiuti su cui indagano i carabinieri del Noe e un consulente della procura.

L’imprenditore nel 2006 era stato arrestato su richiesta del tribunale di Trani, insieme con altre 12 persone, accusato fra l’altro di avere inquinato una falda acquifera. Però due anni dopo è stato assolto (oggi è in attesa dell’appello). Le sue attività quindi procedono, grazie ad appalti per la gestione e il trattamento dei rifiuti urbani.
Di questa attività si occupa la sua Tradeco, che in alcune aree pugliesi agisce in associazione temporanea d’impresa (Ati) con il “consorzio stabile di gestioni ambientali” Cogeam.
Ne è presidente, e socio al 48 per cento, tramite la Cisa spa, Antonio Albanese, 46 anni. Un’altra quota del 51 per cento fa capo alla Marcegaglia spa. Va sottolineato che nessun dirigente di questo gruppo risulta coinvolto nell’inchiesta di Digeronimo.
L’azienda di proprietà della famiglia del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, in Puglia ha un forte ruolo nel ciclo dei rifiuti. Per esempio gestisce tre dei quattro termovalorizzatori, realizzati sotto diverse insegne, sempre insieme con la Cisa. A Massafra (Taranto) brucia ecoballe (il cdr, combustibile derivato dai rifiuti) e produce energia, 12 megawatt l’ora, da quasi quattro anni l’impianto della Appia energy (presidente Albanese, amministratore delegato Roberto Garavaglia, 55 anni, manager del gruppo Marcegaglia). A Manfredonia (Foggia) è stato autorizzato lo stabilimento dell’Eta Energie tecnologie ambiente (presieduta da Garavaglia). A Modugno la Eco energia (sempre guidata dal tandem Albanese-Garavaglia, nel cda Antonio Marcegaglia, presente anche nell’Appia energy) ha costruito un termovalorizzatore che nell’ottobre 2008 è stato sequestrato dalla procura di Bari per la mancanza di alcune autorizzazioni; il pm ha iscritto sul registro degli indagati Albanese, i due progettisti, Carmine Carella e Nicola Trentadue, e l’ex dirigente regionale del settore ecologia (oggi trasferito alla programmazione e finanza) Luca Limongelli, quest’ultimo accusato di falso ideologico e abuso d’ufficio. Attualmente la struttura non è più sotto sequestro, per le accuse deciderà il gip.
Tutti questi impianti funzionano bruciando cdr e sono costruiti e consegnati chiavi in mano dall’Euroenergy group srl (presidente Garavaglia), anch’essa controllata dalla famiglia Marcegaglia.
L’unico “inceneritore” pubblico è quello di Taranto. “La precedente giunta ne aveva previsti tre” ricorda il consigliere regionale del Pdl Rocco Palese “ma il presidente Vendola, quando è arrivato, ha detto che erano troppi e che la Puglia rischiava di diventare la pattumiera d’Italia, così ne ha cancellati un paio. Successivamente ne ha autorizzati tre, tutti privati”.

Pierfelice Zazzera, medico e parlamentare dell’Idv, afferma: “Da un governo di centrosinistra ci saremmo aspettati un forte controllo pubblico nella gestione dei rifiuti, che è stata invece affidata a una sorta di monopolio privato”.
L’incarico non riguarda solo i termovalorizzatori ma anche la “gestione unitaria” dei rifiuti urbani, comprese la raccolta differenziata e la produzione di ecoballe (prevista entro questo novembre in quattro siti). Delle dieci gare del 2004 promosse dal commissario straordinario Raffaele Fitto con fondi europei, il successore Vendola ha confermato solo sei aggiudicazioni, in altrettanti bacini di utenza (tre in provincia di Lecce, due a Bari, uno a Foggia). Gli appalti sono stati tutti vinti dal consorzio specializzato Cogeam che ha superato 84 ricorsi davanti a tar e Consiglio di Stato. In tre zone al consorzio è associata la Tradeco della famiglia Columella. Oltre che nelle province di Lecce e Foggia, a Spinazzola, borgo della Murgia barese.
Qui la discarica è stata progettata nei pressi di un sito archeologico (in località Grottelline) dove sono stati scoperti resti neolitici e una chiesa rupestre. Di conseguenza il pm della procura di Trani Michele Ruggiero ha posto sotto sequestro l’area. La procura ha iscritto sul registro degli indagati, come a Modugno, Albanese, Carella e Limongelli, quest’ultimo con l’accusa di avere “falsamente” indicato come destinata a verde una parte di cava occupata dalla discarica.
Nel novembre 2008 dai computer della Regione Puglia sono spariti i dati necessari alla valutazione d’impatto ambientale di Spinazzola. Zazzera ha presentato un’interrogazione parlamentare. “Subito dopo un vicepresidente della Confindustria ha telefonato a un importante esponente del mio partito per chiedere chiarimenti sulla vicenda” sostiene il deputato.
Il gruppo Marcegaglia commenta con fermezza, attraverso l’ingegnere Garavaglia, le accuse di politici e comitati locali: “Siamo ovviamente attenti alle indagini che riguardano le nostre iniziative, ma non mi risultano coinvolgimenti nel caso dell’inchiesta di Bari”. E per quanto riguarda la discarica di Spinazzola e il termovalorizzatore di Modugno? “Si tratta di situazioni in via di chiarimento, tuttavia è preferibile non parlare di indagini in corso” risponde il manager.
Garavaglia, visti i comuni impegni di lavoro, è in compagnia di Albanese. E il socio annuncia di attendere serenamente le decisioni dei magistrati: “Il sito per la discarica di Spinazzola era stato individuato dal commissario straordinario per i rifiuti. La sovrintendenza archeologica ha dato parere favorevole alla discarica e noi non abbiamo certo fornito falsa documentazione”.
Albanese è coinvolto in un’indagine della Guardia di finanza su una presunta frode. La Aleco srl (secondo la camera di commercio l’impresa appartiene al gruppo Albanese, lui assicura di avere ceduto le quote, seppure in via preliminare, mentre Garavaglia ne è stato consigliere) avrebbe percepito finanziamenti pubblici non dovuti. “Si è parlato di molti milioni di euro, invece il contributo in questione è di 1,8 milioni, di cui solo 700 mila a fondo perduto, e non credo proprio ci siano state irregolarità” replica Albanese.
Di fronte a tutte queste vicende, Garavaglia, accento e stile laborioso lombardi, resta imperturbabile: “Queste società sono state scelte perché erano autorizzate a fare un certo tipo di lavoro. In ogni caso le vicende giudiziarie di cui si parla sono iniziate dopo che abbiamo partecipato alle gare, dove nessuno ha sollevato obiezioni sui nostri soci e alleati, anche se, immagino, ci sono stati controlli rigorosi”. Poi aggiunge: “Certo il mondo dei rifiuti è un po’ difficile e non solo al Sud: questo è un dato di fatto”.

Clan calabresi e affari meneghini: caccia alla talpa dell’Expo

Lavori per la linea 5 della metropolitana

La ‘ndrangheta non va in vacanza, i magistrati anticosche neppure. Lunedì 17 agosto a Reggio Calabria l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile.
Ma il caldo non ha impedito agli inquirenti, fra cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il suo vice Nicola Gratteri, di riunirsi presso la Direzione distrettuale antimafia per discutere una questione assai delicata: la fuga di notizie riguardante le indagini sui lavori per l’Expo 2015.
Da mesi gli uomini del pool anti ’ndrangheta sorto sull’asse Milano-Reggio Calabria tengono sotto controllo decine, se non centinaia, di presunti mafiosi impegnati nel settore edile e in particolare nel movimento terra, cioè il trasporto di ghiaia e il lavoro di scavo che fanno da indispensabile apripista a tutte le grandi opere. Peccato che in Italia anche i muri delle procure abbiano orecchi.
E che alcuni indagati, saputo dell’inchiesta, abbiano provveduto a bonificare case e uffici dove gli investigatori avevano piazzato le loro microspie. I personaggi in questione, tutti calabresi, sono riconducibili a due società di movimento terra attive in Lombardia. Per quanto risulta a Panorama sarebbero impegnate come subappaltatrici nei lavori di sbancamento necessari alla costruzione di un’importante arteria stradale, inserita tra le opere pubbliche collegate all’Expo 2015.

Della vicenda si sta occupando Ilda Boccassini, coadiuvata dai carabinieri del Ros di Milano e da colleghi calabresi. Il monitoraggio dei magistrati milanesi e reggini sui cantieri dell’Expo non è iniziato oggi, così come non rappresenta una sorpresa lo strapotere esibito dalle ’ndrine nel settore del movimento terra. A essere cambiato, e molto, è il modus operandi degli investigatori. Da qualche mese, invece di indagare sulle ditte o di perdersi a dipanare il groviglio di schermi societari messi a punto dai clan, il pool ha deciso di giocare d’anticipo. Gli inquirenti marcano a vista gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta, studiano le loro mosse (come l’ingresso in aziende settentrionali pulite ma in crisi di liquidita, attraverso le quali partecipare alle gare), spiano le loro conversazioni per mesi. Per poterli intercettare hanno iscritto nel registro degli indagati decine di persone. Eppure qualcuno, come dimostra la riunione riservata di lunedi scorso, ha scoperto il gioco e ha messo in atto le contromosse. Bisogna vedere se bastera.

Che le mire calabresi sugli appalti dell’Expo siano robuste lo dimostra un’altra istruttoria condotta dai pm della Dda milanese Mario Venditti e Alessandra Dolci, secondo molti addetti ai lavori la madre di tutte le inchieste sulla ‘ndrangheta lombarda, quella che potrebbe “disarticolare” la cupola malavitoso-affaristica che prospera a Milano. Dall’indagine si evince infatti che recentemente le cosche trapiantate al Nord hanno siglato una pace duratura, dandosi un assetto collegiale come mai erano riuscite a fare nella regione di origine e seppellendo le faide in corso, per dedicarsi agli affari d’oro targati Expo 2015. Piu che una federazione di ‘ndrine, quasi un consorzio di aziende. Un piano di espansione cosi ambizioso da non limitarsi alla spartizione di camion e betoniere o alla promozione dell’imprenditoria criminale “made in Calabria”, ma che ha messo nel mirino l’intera economia lombarda.
Come mostra la recente disavventura della società Lucchini Artoni di Segrate il cui patron, Giancarlo Bianchi, si è aggiudicato l’Ambrogino d’oro. La società, impegnata nella costruzione della linea 5 della metropolitana (uno dei tanti gioielli da inaugurare prima del 2015), ha ricevuto a giugno dalla prefettura l’interdittiva antimafia. Il motivo? Secondo la Dia, 17 delle 22 ditte a cui la Lucchini aveva subappaltato il trasporto di materiale inerte erano collegate, direttamente o indirettamente, a uomini delle cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone).
“I nostri 40 camion erano tutti occupati e ci siamo rivolti a dei padroncini: non e colpa mia se l’80 per cento sono calabresi e, comunque, avevano tutti la certificazione antimafia” ribatte Vincenzo Bianchi, amministratore delegato e figlio del titolare. Nelle scorse settimane l’azienda ha comunque chiuso i rapporti con tutti i collaboratori sospetti e il 4 agosto ha riottenuto la certificazione antimafia. Gli accertamenti della Dia, tuttavia, proseguono per capire come sia stato possibile che un tale afflusso di calabresi di Isola Capo Rizzuto alla Lucchini non destasse sospetti.

Un compito arduo, visto che ormai in Lombardia i calabresi sono monopolisti nel movimento terra, assunzioni comprese. E un settore a bassa specializzazione e poco visibile, ma che per le ‘ndrine “vale più dell’oro”, come spiegava al telefono gia nel maggio 2008 il boss di Platì Domenico Barbaro, fermato due mesi piu tardi dal gip Piero Gamacchio con l’accusa di avere diretto per un lustro abbondante il racket dei cantieri dell’hinterland milanese. Lo schema dei calabresi è ben spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Tutti gli imprenditori edili sapevano che, a prescindere da prezzo praticato e qualità del servizio, il trasporto della terra era affare dei calabresi. Che poi raddoppiavano i ricavi stipando gli stessi mezzi e le stesse buche stradali di rifiuti tossici e infine creavano consenso e contaminazione assumendo a chiamata solo manodopera calabrese“.

Il sistema applicato da Barbaro a sud di Milano era stato replicato anche in Brianza (dal clan reggino degli Stellitano) e a Cologno Monzese, dove a marzo il pm Venditti ha fermato il crotonese Marcello Paparo, ritenuto il terminale locale delle cosche Arena e Bubbo: era riuscito a mettere il naso pure nei lucrosi subappalti della Tav ferroviaria e dell’autostrada A4.
C’e un ultimo elemento che accomuna le indagini di ieri e di oggi: in almeno un paio di casi le inchieste hanno rischiato di essere compromesse da fughe di notizie molto sospette, che hanno costretto gli inquirenti ad accelerare i tempi. O a convocare vertici riservati, come e appena accaduto, rinunciando ai bagni ferragostani.

(ha collaborato Gianluca Ferraris)

Ma Grillo vuole rilanciare il Pd o il suo 740?

Le dichiarazioni dei redditi di Beppe Grillo dal 2000 al 200
Da quando Beppe Grillo ha inaugurato il suo blog (gennaio 2005) e si occupa di politica il diagramma del suo reddito è andato costantemente in salita (vedere la foto qui sopra). Infatti i suoi comizi (le serate del tour) sono a pagamento, come video e libri annessi. Dunque l’antipolitica fa bene alla popolarità e alle tasche dell’ex comico.
Ma ultimamente l’aria era cambiata. Sul blog i commenti al post del giorno stavano pericolosamente diminuendo (il 10 luglio sono stati poco meno di 700, 50 in più il giorno dopo: numeri lontanissimi dalla media di qualche mese fa) e anche i meet-up, i circoli dei grillini avevano un saldo negativo (oltre 500 nel 2008, 434 il 15 luglio 2009).
Come uscire da questa impasse e riprendere a fare crescere celebrità e fatturato? La risposta è semplice: il 12 luglio arriva l’autocandidatura a segretario del Pd (il partito ha rifiutato la sua iscrizione) e l’annuncio, sul sito, scatena l’entusiasmo del popolo grillino in letargo, raccogliendo quasi 5.700 commenti. Un’onda che non si arresta nei giorni successivi. Grillo, per restituire grinta alle sue truppe, gira il coltello nella piaga di un Pd in crisi di leadership. Assicura di essere l’unico candidato con un programma: “Io che sono un comico”.
E riconquista i titoli di testa di tv e giornali, una condizione indispensabile per i buoni affari della sua holding. Anche dietro l’ultimo colpo di scena, assicurano i bene informati, c’è la testa riccioluta di Gianroberto Casaleggio, spin doctor di Grillo, grande esperto di rete e inventore del fenomeno internettiano dell’ex comico. Nel 2008 per la rivista americana Forbes Grillo era la settima web-celebrity del pianeta, per Time il suo sito era il venticinquesimo più cliccato di internet e secondo il quotidiano inglese Observer l’uomo era tra i 50 blogger più influenti del pianeta. Technocrati, il sito che calcola autorevolezza e popolarità dei diari online in tempo reale, ultimamente aveva dato un giudizio meno entusiasmante: il blog è, all’incirca, il sessantacinquesimo più cliccato e traccheggia intorno alla millecinquecentesima posizione per “autorevolezza “.
Probabilmente Casaleggio si era accorto di questo calo di consensi ed è corso ai ripari. Si sa che, nel magico mondo di Grillo, il numero dei fan è direttamente proporzionale agli incassi degli spettacoli e del merchandising. Anche se il suo manager, Davide Marangoni, preferisce non diffondere dati ufficiali, la verità è che i fasti del tour Reset, quello del 2007, l’anno del Vaffa day (8 settembre) e dei 200 mila in piazza Maggiore a Bologna, sembrano irripetibili. Nel 2007 per 98 show sono stati staccati 318.972 biglietti (dati dell’Osservatorio sullo spettacolo della Siae), oltre 3 mila a spettacolo. Un trionfo che ha fatto schizzare il suo modello unico a 5.071.196 euro di reddito imponibile, di cui 4.673.478 derivanti dalle sue attività artistiche. Un risultato decisamente superiore a quello del 2006, quando girò l’Italia con lo spettacolo Incantesimi e dichiarò 4.388.367 euro (3.531.868 alla voce “arti e professioni”).

Ma Reset ha strabattuto pure l’ultimo tour, Delirio (qui un assaggio, in VIDEO di 10 min.), che aveva in agenda 58 date e che ha attirato nei primi 36 appuntamenti (sino a dicembre) 98.104 paganti (circa 2.700 di media). Un ottimo risultato, ma pur sempre una flessione. Basti un esempio: Grillo ha chiuso la tournée a marzo, nella sua città, Genova: un solo show, al Vaillant Palace (5 mila spettatori).
L’anno prima, con Reset, aveva riempito per due serate il Palasport (9 mila posti). Ma quelli erano i giorni dei V-day e quella di Grillo sembrava una marea montante. In quel periodo pareva che le liste civiche a “cinque stelle”, quelle che avevano ottenuto il suo imprimatur, dovessero fare incetta di scranni. Quasi 2 anni dopo l’esercito degli amministratori grillini è decisamente più sparuto del previsto: una quarantina consiglieri in circa 35 comuni. Probabilmente la gente dopo il secondo Vaffa day di Torino del 25 aprile 2008 ha iniziato ad assuefarsi un po’ al grillismo e alle sue provocazioni. Ma il masaniello genovese non sopporta il cono d’ombra. Per questo non si è perso d’animo e ha cercato di rimediare con performance sempre più contestate. Per esempio si è esibito in uno sproloquio televisivo lungo 20 minuti su La 7 costringendo la conduttrice, Ilaria D’Amico, a scusarsi con il pubblico.
Nel suo spettacolo Delirio, oltre ai soliti prodotti, come il libro digitale di una nota casa informatica o la palla ecologica per lavare i panni, ha iniziato a promuovere, in polemica con la campagna governativa contro la prostituzione di strada e in nome della libertà sessuale, anche siti hard come www.youporn.com.
Sul palco Grillo mostrava come navigarci, magari inviando propri video, senza preoccuparsi dell’imbarazzo del pubblico più anziano o delle signore. Non è chiaro se Grillo inserirà la pornocrociata nel suo programma di aspirante segretario pd. Non pago, l’11 giugno scorso ha cercato di attirare l’attenzione con uno show in commissione Affari costituzionali del Senato, dove ha dichiarato che in Parlamento ci sono “vecchi, antistorici e qualche zoccola”.
Volgarità in serie che non sono bastate a raddrizzare l’audience. Sino al colpo di scena del 12 luglio. Ora bisogna vedere se la segreteria del Pd è davvero il suo obiettivo o se è solo l’ennesima boutade per ottenere visibilità e prime pagine. Infatti in politica sino a oggi Grillo ha ondeggiato tra l’Italia dei valori e le sue liste civiche.
A Bologna, per esempio, durante la campagna elettorale per le ultime elezioni europee ha dovuto lasciare lontano dal palco i dipietristi Sonia Alfano e Luigi De Magistris, perché i ragazzi del Meetup e della Lista civica hanno preteso che non ci fossero commistioni con l’Idv. Anche perché nel programma dei grillini non sono ammessi gli inceneritori, accettati, invece, dal partito dell’ex pm. Per questi motivi i comitati Rifiuti zero hanno scritto a Grillo una lettera aperta di protesta (”Cosa c’azzecca con te quel Di Pietro?”) che al momento resta senza risposta. Non basta.
Christian Abbondanza, genovese, fondatore della Casa della legalità, associazione impegnata nella lotta alla mafia, ex collaboratore del blog e di diversi meet-up, solleva dubbi anche sulla carta di Firenze, praticamente il programma di governo delle liste civiche a “cinque stelle”: “Dobbiamo ancora capire perché tra i punti fondamentali non ci sia la questione dei controlli di legalità, trasparenza e correttezza delle amministrazioni pubbliche. Forse quell’argomento è stato dato in appalto a Di Pietro”.
Anche perché sono in molti a sospettare che, mentre all’ex pm interessano i voti veri, Beppe Grillo sia più attratto dai guadagni.

Il G8 degli altri. Black bloc: quel che resta del movimento

Noglobal in azionel

Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione

I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città, da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città, perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.

Politici emergenti: de Magistris il magistrato che fa ombra a Di Pietro

Luigi De magistris
Luigi de Magistris (la d minuscola indica origini aristocratiche) è il politico del momento. Alle ultime elezioni europee, dove era candidato con l’Italia dei valori, ha conquistato 415.646 preferenze, 19 mila in più del leader del suo partito, Antonio Di Pietro. A Catanzaro, dove vive con la moglie e due figli maschi, ha preso più voti persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Ma chi è questo emergente della politica, che ha trasformato il suo lavoro di magistrato in una rampa di lancio? De Magistris, 42 anni con la faccia pulita, una dichiarazione dei redditi da 77 mila euro (la consorte, Maria Teresa, avvocato e direttrice d’asilo, ne denuncia 12 mila) e un bilocale di proprietà a pochi metri dal mare, è certamente un caso unico: poco stimato dai colleghi (ricambiati), è invece visto dai suoi elettori come l’antidoto alla casta. Ma come è stato possibile? Ecco la prima radiografia completa del fenomeno de Magistris. Per capire chi sia e dove voglia arrivare. (qui il suo curriculum dal sito dell’Idv, in .pdf e qui l’intervista sul canale Klauscondicio)

La famiglia e le origini
I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso.
Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità.
Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: “Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto”. Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica.
Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità, il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode.

Il concorso
L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da 15 anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.
Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: “Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti”.
Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.

Inchieste ed errori
Il sostituto procuratore de Magistris sbarca a Catanzaro nel 1996. La sua prima grande operazione arriva un anno dopo ed è la cosiddetta indagine Shock, sulla casa di cura Villa Nuccia, in cui finirono in manette 21 medici e paramedici, in seguito tutti assolti. Antonino Bonura, psichiatra e direttore sanitario della struttura, arrestato due volte da de Magistris, è stato risarcito dallo Stato con 50 mila euro. Oggi dice: “Dopo la prima di sette assoluzioni sono stato colpito da un infarto e oggi i miei figli non vogliono più mettere piede in Calabria e si sono trasferiti al Nord”. Bonura ricorda il primo interrogatorio in carcere con il magistrato: “Mi guardava dall’alto in basso con disprezzo, non dimenticherò mai quell’espressione”.
Ma il pm napoletano non ha messo sotto inchiesta solo la sanità privata. Negli anni ha indagato anche il presidente della regione Agazio Loiero (assolto l’anno scorso) e ha ottenuto il sequestro dell’ospedale Ciaccio Pugliese. Un mese dopo il tribunale del riesame dispose la revoca. De Magistris non fece ricorso contro la decisione.
Da pm non ha esitato a disporre migliaia di iscrizioni sul registro degli indagati, richieste di sequestri e di perquisizioni monstre (lo strumento più usato, svincolato dal controllo dei gip), anche se spesso dal contenuto vago. Lo scorso maggio il gup Camillo Falvo ha rispedito in procura l’ultimo avviso di chiusura indagini preparato da de Magistris prima di lasciare Catanzaro per “la genericità dei capi d’imputazione”, seppur descritti in ben 60 pagine.
Secondo i suoi detrattori, le inchieste sui colletti bianchi del sostituto procuratore sembrano votate più a rassicurare l’opinione pubblica che a ottenere rinvii a giudizio o condanne. Lui ribatte che bisognerebbe domandarsi perché ci siano tante assoluzioni quando si indaga sulla pubblica amministrazione. E annovera tra i suoi successi un fascicolo su un traffico di rifiuti tossici e quello su una presunta rete di spioni illegali. Ma nel palmarès resta poco altro.
Nel gennaio 2008 il Csm lo ha trasferito esecrando alcuni suoi provvedimenti “abnormi”, come diversi decreti di perquisizione o i fermi ordinati senza richiesta di convalida. Lo ha punito pure per non avere informato delle sue iniziative i diretti superiori. Di cui de Magistris, uomo dal carattere sospettoso, non si è mai fidato. Per esempio non anticipò al suo capo, il procuratore Mariano Lombardi, diverse iscrizioni sul registro degli indagati, da quella dell’allora premier Romano Prodi a quella del senatore Giancarlo Pittelli (nel suo caso il pm chiuse il registro in cassaforte).
Pittelli annuncia a Panorama una nuova puntata della saga di de Magistris: “Mi sono trovato inopinatamente sotto inchiesta con accuse gravissime. Ora aspetto la conclusione dell’attività d’indagine dopo di che racconterò io la sua vera storia”.

Why not e la svolta politica
Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. Il pm quando legge quelle pagine diventa impaziente: per lui il comitato è senza dubbio una loggia massonica. Nel documento si parla di Prodi e della Repubblica di San Marino. De Magistris chiede di incontrare subito la donna in un luogo segreto. Ma la signora rifiuta le accelerazioni.
Solo alcuni giorni dopo, il 26 marzo, viene redatto un verbale con la testimonianza di Merante. Per de Magistris al vertice di questo giro di denari ci sarebbe una nuova P2. Decolla l’inchiesta Why not (qui tutti gli articoli che Panorama h dedicato alla vicenda e qui un blog sull’inchiesta), anche grazie alle prime perquisizioni: il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti riceve la visita degli investigatori nel giorno dell’insediamento del nuovo comandante generale. Ma il botto deve ancora arrivare,
Il 13 luglio de Magistris iscrive Prodi sul registro degli indagati. Palazzo Chigi fibrilla, ma lui vola a Eurodisney con la famiglia. I giornali si accorgono di questo sostituto procuratore e gli dedicano pagine e copertine. Lui organizza conferenze stampa volanti in spiagge e giardini con alcuni giornalisti (uno ha scritto un libro con lui, un altro si è candidato alle europee nella stessa lista). Risultato: finisce sotto inchiesta per le fughe di notizie. L’accusa non gli è nuova e si smarca in fretta.
Non riescono a fare altrettanto i suoi collaboratori, accusati in passato persino con lettere anonime. Negli anni un capitano e un maggiore dei carabinieri sono stati trasferiti, diversi militari si sono trovati indagati. De Magistris procede senza rallentamenti, sostenuto nelle indagini da Gioacchino Genchi, consulente esperto di tabulati telefonici e poliziotto in aspettativa (oggi indagato dalla procura di Roma per il suo database). Il pm gli concede persino di condurre parte degli interrogatori. “Sono stato sentito come persona informata sui fatti, ma sono uscito con la mente devastata” ricorda l’assessore all’Ambiente di Catanzaro Lorenzo Costa. “Le domande? Sì, le poneva anche Genchi”.
L’avvocato generale Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta di de Magistris e lui si rivolge alla procura di Salerno da dove fa la guerra al suo vecchio ufficio, sequestri compresi (come ha appena riconosciuto la Corte di cassazione). Nel gennaio 2008 il Csm lo trasferisce al tribunale di Napoli come giudice del riesame. Termina qui la storia del pm moralizzatore (”interpreta il ruolo in modo distorto, in un’ottica missionaria” gli è stato contestato in un procedimento disciplinare) e inizia la sua seconda carriera.

Il futuro del de Magistris politico
De Magistris, oratore militante e applaudito già ai tempi delle assemblee delle toghe napoletane, non è il candidato dell’Italia dei valori, ma quello di un potentissimo network (che ha uno spazio molto visibile sul suo sito internet), composto dal blog di Beppe Grillo e dalla trasmissione Annozero. Il giudice, il comico e Michele Santoro, un altro recordman delle preferenze europee nel 2004 (la cognata è il gip che ha archiviato le accuse contro il pm di aver favorito fughe di notizie), da tempo guidano una campagna contro la casta politica e il berlusconismo, in cui salvano il solo Antonio Di Pietro. In attesa di affrancarsi da lui.
A portare in dote ad Annozero de Magistris sono stati Marco Travaglio, più volte avvistato a Catanzaro, e Sandro Ruotolo, che con il magistrato ha preparato la discesa in campo televisiva all’hotel Benny. Alla squadra bisogna aggiungere la rivista Micromega e Il Quotidiano della Calabria, oltre al salotto tv della calabrese Antonella Grippo. All’inizio lo hanno applaudito (per poi scaricarlo) anche diverse associazioni antimafia come Ammazzateci tutti e l’Osservatorio Falcone e Borsellino, anche se l’unico che nella famiglia de Magistris che si occupa di criminalità organizzata è il cognato, Sandro Dolce.
Luigi nel 2004 ha provato a sfiorare l’argomento, con poca soddisfazione: il risultato anche in questo caso è stata l’assoluzione, arrivata proprio alla vigilia delle elezioni europee, di tutti gli imputati famosi del cosiddetto caso Reggio.
Nonostante tutto questo il pm non ha dovuto fare affiggere neppure un manifesto per ottenere un plebiscito nelle urne. La sua elezione ha stravolto la grammatica della campagna elettorale vecchio stile. Ma il parroco del Vomero, don Salvatore, ha detto a Panorama: “Qui non lo conosciamo”. Nella parrocchia nessuno dei fedeli lo ha votato. Solo il pasticciere Riccardo e la signora Antonella hanno scritto il suo nome “perché è un cliente e quel ragazzo lo stanno mettendo in croce”.
Ma questa è la politica che avanza, il passaparola avviene sulla rete. Su Facebook ci sono una novantina di gruppi che sostengono il giudice-politico con migliaia di iscritti. Solo 150 frequentatori del social network osano contestarlo (tra essi le “vittime di de Magistris”).
Insomma un successo annunciato. Resta da capire sino a quando il trio de Magistris-Grillo-Santoro avrà bisogno di Di Pietro.

Illuminati: Chi sono gli adepti della società segreta protagonisti di “Angeli e demoni”

illuminati

Il neofita viene introdotto nel tempio. Al centro, la luce debole di una candela illumina il triangolo equilatero a oriente e il cerchio a occidente. L’adepto viene adagiato supino su un telo rosso quadrato. Dall’alto della cupola si accende una luce fioca che diventa sempre più forte fino a farsi accecante. Tutto intorno è avvolto dalle tenebre.
Il gran maestro, un settantenne dalla barba bianca, spiega a Panorama il significato dell’iniziazione: “Da tempi immemorabili si compie il rito della morte-resurrezione, quando il neofita è pronto per ricevere la luce. Attraverso di essa le energie cosmiche penetrano in lui e lo preparano alla morte del suo essere profano. Una pace atarassica lo avvolge”. Il rito si conclude con una frase in greco antico: “Ora che la luce è in te, io ti creo illuminato”.
Il libro di Dan Brown Angeli e demoni e il film di Ron Howard a esso ispirato li hanno fatti conoscere al grande pubblico, dopo anni di isolamento nel consesso degli accademici e degli appassionati di questioni esoteriche. Loro sono gli illuminati, una società segreta, spesso confusa con la massoneria, in cui è difficile distinguere la realtà dalla leggenda, la storia dal mito. Panorama ha provato a fare un po’ di chiarezza, intervistando uomini di Chiesa e studiosi, massoni e illuminati più o meno ufficiali. Per capire chi siano oggi gli “uomini pieni di luce” e che ruolo abbiano nel mondo contemporaneo.
Il primo appuntamento è con Giuliano Di Bernardo, ordinario di filosofia della scienza presso la facoltà di sociologia di Trento, massone dal 1960 (”Ho fatto parte della loggia Zamponi De Rolandis, quella dei docenti universitari”), gran maestro del Grande oriente d’Italia dal 1990 al 1993 e poi fondatore della Gran loggia regolare d’Italia. Nel 2002 ha lasciato gli incarichi operativi nella massoneria per dedicarsi agli illuminati, fondando un’accademia tricolore.
È lui il gran maestro che ha spiegato a Panorama il significato del rito di iniziazione. “Per risvegliare questa società segreta basta avere la necessaria autorità iniziatica, non occorre alcun permesso, contrariamente alla massoneria, dove le nuove logge nascono su impulso di altre regolari”. Chiunque può ridestare gli illuminati? “No, bisogna conoscerne la tradizione e i rituali, che vengono tramandati segretamente. A me sono giunti dagli Stati Uniti, dove l’organizzazione è più presente e influente”.
Ma come è arrivata negli Usa? “Bisogna risalire ai tempi dell’Inghilterra elisabettiana, un periodo florido per la filosofia occulta, dalla cabala cristiana all’alchimia, all’ermetismo. Allora nascono i rosacroce e l’illuminismo esoterico, poi trasferito in America”. Qui, anche grazie a un romanzo satirico degli anni Settanta del ‘900, si diffonde la leggenda che l’establishment, i rampolli delle principali famiglie, siano illuminati. Tra loro non mancherebbero alcuni ex presidenti viventi, già iscritti a società segrete di origine universitaria. “Nelle favole c’è sempre un fondo di verità” chiosa Di Bernardo, che stima in meno di 200 gli illuminati d’America, capaci però di governare la finanza mondiale. In questo momento di crisi sarebbero particolarmente attivi.
E in Italia? “Siamo una cinquantina, senza distinzione di sesso o religione. Puntiamo alla vera universalità e a un progetto che permetta di migliorare la società”.
E chi sono gli illuminati nostrani? “Uomini e donne di qualità che hanno una luce dentro che può illuminare gli altri”. In Italia i membri dell’accademia si riuniscono una volta all’anno, per lo più a Roma, città in cui vive o lavora la maggior parte. Tra gli illuminati, di cui Panorama conosce le identità, ci sono un sottosegretario, il presidente di un’autorità, il direttore corporate e il vicepresidente di due importanti banche italiane, il presidente di un grande istituto di credito straniero, un consigliere d’amministrazione Rai, l’amministratore delegato di una delle più importanti squadre della serie A, uno degli uomini al vertice della Lega calcio. Non mancano filosofi, esperti di comunicazione, giuristi, medici (compreso un noto docente di oculistica) e numerosi professionisti. C’è pure qualche prelato: “Sono gli stessi dall’inizio” afferma Di Bernardo.
Sembra di risentire le dicerie sulla loggia Ecclesia e sui preti che non disdegnano i grembiulini. Un argomento tabù per la Chiesa di Roma, in lotta contro massoneria e società segrete. Sono lontani gli anni Settanta, quando una commissione della conferenza episcopale tedesca venne incaricata di accertare la compatibilità tra fede cristiana e appartenenza massonica.
Nel diritto canonico è sparita la scomunica per i “liberi muratori”, ma Joseph Ratzinger, nel 1983, ha segnato il limite in un documento controfirmato da Papa Giovanni Paolo II: i cattolici che appartengono a una loggia sono in stato di peccato grave e non possono prendere i sacramenti. Una scomunica di fatto. Alla Pontificia accademia della scienze e presso la sede della Compagnia di Gesù (il fondatore degli illuminati di Baviera, Adam Weishaupt, era un ex allievo dei gesuiti, mosso da spirito di rivalsa) dribblano cortesemente l’argomento: “Dan Brown? Abbiamo cose più importanti di cui occuparci”.

Massimo Introvigne, sociologo delle religioni, è molto critico con il mito degli “uomini pieni di luce” e con il “risveglio” operato da Dan Brown. “Non esistono misteri su questa organizzazione. I suoi archivi sono stati esaminati attentamente da decine di studiosi francesi e tedeschi, in particolare da René Le Forestier. È un’invenzione dell’Illuminismo tedesco”
E le presunte origini leggendarie? “Ogni società segreta ha una storia autentica che rimanda a date di fondazione piuttosto recenti e una storia mitica che cita la remota antichità. Molti adepti non percepiscono la cosa come una mistificazione, in quanto stimola la riflessione e la meditazione”. E la teoria del grande complotto a cui sembra dar fede Dan Brown? “Una fola alimentata da una minoranza di autori non particolarmente noti al grande pubblico” risponde Introvigne. “Queste teorie hanno un certo successo in ambienti fondamentalisti protestanti. Sono esposte in particolare da Milton William Cooper, morto nel 2001 in una sparatoria con la polizia: si rifiutava di pagare le tasse al governo degli Stati Uniti, sostenendo che era controllato dagli illuminati”.
Tuttavia questa organizzazione è risorta in epoca moderna… “Sì, nel quadro del cosiddetto risveglio dell’occultismo tedesco che inizia nell’ultimo decennio dell’800. Ma più che di risveglio bisogna parlare di reinvenzione. Non c’è alcun rapporto con la vicenda di Weishaupt, si tratta di un’esperienza del tutto nuova”. Come è finita? “Perseguitati dal nazismo, questi nuovi illuminati si sono rifugiati in Svizzera, dove ne sopravvivono cinque o sei. Per quanto ne so hanno iniziato anche uno studioso di esoterismo fiorentino da poco deceduto”. E Di Bernardo? “L’accademia è l’ennesima reinvenzione”.
Ma il gran maestro dice di seguire rituali tramandati dagli Stati Uniti… “Non mi risulta ve ne sia traccia ed è impossibile occultare per centinaia d’anni una notizia riservata condivisa da più uomini. Dunque l’onere della prova ora spetta a lui”.

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Di Bernardo ribatte che non ha interesse a divulgare un segreto secolare. Di certo nel mondo esoterico gli uomini pieni di luce non sembrano in via di estinzione. Conclude Introvigne: “Oggi chiunque può aderire a presunti ordini di illuminati, anche via internet, purché l’aspirante neofita sia fornito di carta di credito, ma si tratta di società che esistono solo virtualmente”.
Tra queste c’è l’Ordo illuminatorum universalis fondato nel 1999 da Leo Zagami, 39 anni, abiti neri e pizzetto mefistofelico, esperto di riti esoterici. Figlio di madre scozzese e padre siciliano, compila una complicata genealogia degli illuminati: li fa discendere dai rosacroce e dai templari, l’ordine di monaci guerrieri soppresso dal Papa nel 1307 e ricreato da massoni e avventurieri a cavallo tra ‘700 e ‘800. Cita riti antichissimi come l’egiziano Mizraim e Menphis (riconosciuto dalla massoneria ufficiale) o l’Arcana arcanorum di Cagliostro.
La biografia di Zagami è difficilmente interpretabile: “Sono stato arrestato in Norvegia per spionaggio, mentre indagavo su alcune sette sataniche, e ho fatto parte della loggia Monte-Carlo (un fantomatico comitato su cui ha indagato anche la commissione parlamentare sulla P2, senza accertarne l’esistenza, ndr). Ne sono uscito perché l’obiettivo principale era il traffico d’armi”.
Zagami mostra un astuccio di pelle nera con incisa la scritta “Monte-Carlo”, quindi cita nomi e cognomi, riferisce circostanze (alcune verificate da Panorama), oscilla tra aristocrazia nera e servizi segreti. Ammette di essere stato sfiorato da alcune inchieste sulla massoneria deviata. Compresa quella del pm anglonapoletano Henry John Woodcock: “Avevo chiesto di parlargli, non mi ha mai convocato”.
Forse perché è difficile credergli: “Il nuovo ordine mondiale verrà annunciato il 21 dicembre 2012. Allora il consiglio dei 12 maestri invisibili rivelerà il mistero che unisce la scienza e la fede e ci sarà un cambiamento epocale”. Il mito degli “uomini pieni di luce” si può spegnere anche così.

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