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Bisl. Si chiama così il gruppo che durante le partite della Roma sfoggia lo striscione in curva Sud con il misterioso acronimo. Radio curva lo traduce così: “Basta infami solo lame”. E ieri sera contro i tifosi inglesi del Manchester Utd quei coltelli sono entrati in azione, alla faccia delle norme antiviolenza da stadio approvate dal Senato. Un giovane è finito in ospedale con una brutta ferita alla gola e altri colleghi di curva sono stati “tagliati” (il numero non è ancora chiaro). Sul loro sito, gli ultrà spiegano il Bisl-pensiero: “L’ultras nasce e muore clandestino, soprattutto non tradisce i suoi amici perchè il nemico numero uno resta chi lo vuole eliminare. Per il resto (scontri) non esistono regole. Non diremo mai il significato di B.I.S.L. anche se intuibile. Questa spiegazione è doverosa ma non ne seguiranno altre. Onore ai detenuti, ai diffidati, morte alle spie!”. Segue altro comunicato. “Bisl nasce come una provocazione verso tutto ciò di contraddittorio e falso che ci circonda. Il passo da acronimo ad una polivalente linea di pensiero è breve (…) agli infami il massimo disprezzo”.
Ma, ieri, in curva, le manganellate della polizia hanno colpito soprattutto gli inglesi. Con relative e inevitabili polemiche su tv e giornali inglesi. Una vicenda che è già diventato un caso diplomatico: il Manchester vuole che a intervenire sia il primo ministro Tony Blair in persona, per accertare le responsabilità dirette delle forze dell’ordine in Italia, difese sia dal neopresidente della Figc Giancarlo Aberte sia dal prefetto della capitale Achille Serra. Lo stato d’animo di un paese intero al di là della sconfitta subita dai Red Devils per 2-1 è ben espresso dal Sun, che titola “Battle of Rome” e rincara con “United fans battered by Italian cops”, pubblicando una gallery fotografica degli scontri.
Scontri che non mancarono anche in due altri precedenti con i tifosi inglesi in trasferta all’Olimpico. Nell’ottobre 1997 un tifoso d’Oltremanica viene accoltellato prima della partita della sua nazionale contro l’Italia e gli incidenti causano una polemica politica: il governo inglese critica la polizia italiana. Tre anni dopo, il 18 ottobre 2000, altri due tifosi inglesi vengono accoltellati nei pressi dello stadio, prima della sfida Lazio-Arsenal.
Leggi anche l’inchiesta su curve e ultrà. Questo il video degli scontri, postato su YouTube:

Nei prossimi mesi nasceranno i Ris (Reparti di investigazioni scientifiche dei carabinieri) di Genova e Bari. “Abbiamo già iniziato a formare il personale e nel capoluogo ligure stiamo ristrutturando il vecchio ospedale militare di Sturla” annuncia il generale Nicola Raggetti, comandante del Raggruppamento carabinieri operazioni scientifiche (Racis). Nella fase di rodaggio (l’inaugurazione è prevista per la primavera 2008) i due uffici saranno dei distaccamenti (come era già successo a Cagliari) guidati da capitani o maggiori, poi, entro il 2009, diventeranno reparti e a guidarli saranno ufficiali con gradi superiori. Raggetti giustifica così la ristrutturazione: “Nei primi tre mesi del 2007 abbiamo avuto un aumento dell’attività operativa che varia dal 20 al 30 per cento rispetto al 2006″. Colpa della tv? “Verissimo, è indiscutibile”.
I Ris, infatti, sono diventati celebri non solo grazie alle indagini brillanti (l’ultima la soluzione della strage di Erba), ma anche ai film e ai libri che le hanno raccontate. Una pubblicità che, a volte, ha preoccupato i vertici dell’Arma per l’eccessiva identificazione dell’intero raggruppamento con il reparto di Parma (gli altri si trovano a Roma, Messina e Cagliari), l’ufficio guidato dal colonnello Luciano
Garofano. Ma presto la città ducale perderà l’esclusiva sulle indagini nel Nord Italia: “Parma aveva un territorio enorme da controllare. Per questo abbiamo pensato di creare il distaccamento di Genova che avrà competenza inizialmente su Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e, quando sarà a pieno organico, sulla Lombardia” elenca Raggetti.
Quindi l’area dove il Ris ha realizzato alcune delle indagini più significative (da Cogne a Novi Ligure a Genova, con l’arresto del serial killer Donato Bilancia), usciranno dall’influenza di Parma. Sotto il controllo della città ducale resteranno il Nord Est e l’Emilia Romagna. L’ufficio di Bari si occuperà, invece, della fascia Adriatica: Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata; il Ris di Roma lavorerà in Lazio, Campania, Umbria, Toscana e Marche; i messinesi avranno giurisdizione su Sicilia e Calabria; Cagliari sulla Sardegna. Chi comanderà nei nuovi reparti? “Probabilmente saranno ufficiali inviati da Roma” risponde Raggetti. Che annuncia anche un aumento di personale: “Oggi siamo in 500, serviranno almeno un centinaio di uomini in più” calcola Raggetti.
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Professor Taormina, dopo l’abbandono della difesa di Anna Maria Franzoni, come giudica la requisitoria dell’accusa?
Sono molto soddisfatto che la perizia psichiatrica sia stata buttata nel cestino dal procuratore generale. La perizia di primo grado fatta dal professor De Fazio (Francesco De Fazio, direttore dell’Istituto di medicina legale di Modena, ndr) trova finalmente piena conferma.
E il resto dell’arringa?
Si è trattato di una requistioria di tipo sociologico, molto scarsa dal punto di vista probatorio. Il procuratore generale si è dimostrato poco informato del processo, ma molto sensibile al “colpevolismo” dell’opinione pubblica. In questo procedimento il grande assente è l’accertamento dell’esistenza delle prove di colpevolezza di Annamaria Franzoni.
Il procuratore generale ha accusato Franzoni di una sovraesposizione mediatica…
È il segno di un preconcetto, perché il tema a livello probatorio è assolutamente inconsistente. La signora Franzoni è andata in tv per una questione di legittima difesa, anche se qualche volta ha ecceduto.
L’accusa ha detto che l’arma del delitto è un mestolo…
Se il procuratore fosse stato sicuro di questa verità non avrebbe chiesto più volte ad Annamaria Franzoni quale fosse l’arma dell’omicidio.
Anche questa mattina l’ha invitata a confessare…
Siamo al paradosso.
Che cosa pensa della tesi del professor Torre, secondo cui il piccolo Samuele sarebbe stato colpito con uno scarpone?
Ho lasciato la difesa proprio per questa idea a cui la famiglia Lorenzi si è aggrappata come all’ultima speranza senza rendersi conto che se lo scarpone fosse entrato nel novero delle possibili armi del delitto, la corte d’assise d’appello di Torino lo avrebbe messo senz’altro in mano ad Annamaria Franzoni…
Lei ha presentato un esposto all’ordine dei medici contro Torre…
E mi rivolgerò anche alla procura di Torino. Torre mi dovrà spiegare due cose. Innanzitutto perché i risultati di quella sperimentazione siano stati presentati alla corte solo dopo il mio allontanamento, visto che queste cose non si possono gestire sulla base della simpatia o dell’antipatia verso un avvocato. Poi dovrà dirmi come abbia fatto ad avere in donazione un cadavere per le sue prove, visto che nel nostro sistema giuridico ci sono delle regole da rispettare.
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Quando risponde a Panorama.it, Stefano Lorenzi è in auto e sta tornando a casa, a Santa Cristina a Ripoli (Bologna). Al suo fianco c’è la moglie Annamaria Franzoni. “Lascio pensare a voi come stia Annamaria” dice Lorenzi. “Non abbiamo tanta voglia di parlare. Oggi preferiamo rimanere in silenzio, tanto per quel che serve rilasciare dichiarazioni…”.
Don Marco, amico e guida spirituale della famiglia, è impegnato nella benedizione delle case in vista della Pasqua: “Li ho sentiti abbastanza sereni” risponde asciutto. Più loquace l’investigatore Giuseppe Gelsomino, ingaggiato dalla famiglia Lorenzi ai tempi in cui era difesa dall’avvocato Carlo Taormina: “Per l’accusa Annamaria avrebbe ucciso il figlio con un mestolo. Bisogna vedere la forma delle ferite sulla testa di Samuele per capire che possono essere state causate solo da un moschettone”.
Un oggetto non casuale, visto che secondo Gelsomino l’assassino sarebbe un guardiacaccia di Cogne.
Ma proprio sull’arma del delitto la difesa si spacca. Per il professor Carlo Torre, consulente del nuovo legale della Franzoni, Paola Savio, sarebbe un sabot, uno scarpone: “Ma così ha peggiorato la posizione di Anna Maria visto che ha descritto un gesto tipicamente femminile” ribatte Gelsomino. Che con Torre non è d’accordo neppure sul nome del possibile assassino: “Per lui potrebbe essere la vicina. Ma per me quella donna è innocente e, anzi, spero ci aiuti a incastrare il vero colpevole”.
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Fabrizio Corona da lunedì 12 marzo è in una cella del carcere di Potenza. E, dice dalle pagine dei quotidiani: “Quest’esperienza, seppure dolorosa, alla fine mi farà bene. Il carcere in qualche modo t’insegna a vivere. E’ un bagno d’umiltà. Una prova che quasi quasi dovrebbero fare tutti…”.
A circa mille km di distanza, a Milano, (in viale Monza, zona periferica della metropoli) i suoi collaboratori lo aspettano. E intanto continuano a lavorare. E molto, soprattutto a Firenze, Milano e Roma: ci sono l’affitto e gli stipendi dei dipendenti da pagare.
“Non è un buon momento, diciamo. Ma l’agenzia è unita e siamo tutti con Fabrizio. Come non mai” dice al telefono Filippo Rey, uno dei tre venditori della Corona’s. “Ovviamente, i primi giorni sono stati duri, eravamo sotto choc, ma adesso ci stiamo riprendendo: solo nella giornata di lunedì 19 siamo riusciti a fatturare una cifra intorno ai 50mila euro. E sa, non dobbiamo dire grazie a nessuno, se non ai nostri 10, 12 fotografi, che si fanno un mazzo così e sono il valore aggiunto dell’agenzia”.
Quando il capo, Fabrizio per i collaboratori, era al ponte di comando, solo con le fotografie la Corona’s riusciva a guadagnare più di 100mila euro al mese. “Vero, adesso ci mancano le sue dritte, le sue intuizioni… Adesso fatturiamo a nome dei fotografi: i conti dell’agenzia sono bloccati, anche se gli avvocati ci hanno detto che basta nominare un altro amministratore per riavere i soldi tra le mani: con questa disavventura lo stipendio di marzo mica riusciamo a farlo saltar fuori”. “Ma presto però Fabrizio esce e risolve tutto: abbiamo bisogno di lui. E lui di noi: gli stiamo lasciando da parte una quota”.
E su cosa si sono puntati in questi ultimi giorni gli obiettivi dei paparazzi prima più temuti e ora più “odiati” del panorama del gossip italiano?
“Il settimanale Chi ha comprato da noi questa settimana lo scoop su Lapo Elkann e Serena Menarini. Visto ha in copertina una foto tristemente profetica: Fabrizio dietro le sbarre del portone di casa sua”. D’altra parte per Corona, calato da tempo nella parte del cattivo, cinico e spietato che non guarda in faccia a nessuno, anche le proprie disgrazie possono essere vendute e fatturate. “Ma il botto” annuncia il fotografo “lo stiamo trattando in queste ore: uno scoop assoluto che riguarda un personaggio sportivo di fama”. Acqua in bocca per il nome: “Dico solo che non è un calciatore, pizzicato in flagranza di tradimento: la questione è delicatissima. Peccato che Fabrizio non sia qui”.
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In Veneto la parola ronda è di destra, le sue declinazioni (”volontari della sicurezza” o “accompagnatori sociali”) sono di sinistra. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: sono cosa buona e giusta. Per questo dall’inizio del 2007 sono ripartite in pompa magna.
Il vicepresidente della Regione, il leghista Luca Zaia, cita la Gran Bretagna: “Là il cosiddetto controllo del vicino è assolutamente legittimo e qui da noi le ronde vanno alla grande, anche se non si devono sostituire allo Stato”. In provincia di Treviso il gruppo Veneto sicuro, secondo Zaia, sta coinvolgendo 500-600 cittadini. Chi non scende in strada, dà comunque il suo contributo, come l’autoconcessionario che ha messo a disposizione cinque macchine.
A sinistra la parola ronda non piace, ma, per esempio a Padova, gli anziani che vogliono andare a ritirare la pensione senza correre rischi vengono scortati dal Comune: “Con l’aiuto di cooperative e associazioni offriamo un servizio di accompagnamento sociale” spiega il vicesindaco Claudio Sinigaglia. A Rovigo il Comune, da marzo, ha messo in campo i “volontari della sicurezza”: sono 22, lavorano sei ore al giorno e percepiscono 260 euro al mese. L’assessore Nadia Romeo, 34 anni, dei Socialisti di Bobo Craxi, avverte: “Sono molto diversi dal fai-da-te, visto che sono stati formati dalla polizia municipale a cui devono dare sostegno”. Le ronde spopolano in Friuli Venezia Giulia, da Trieste a Pordenone a Udine, magari dietro sigle apolitiche come i “gruppi spontanei per il controllo del territorio”. In Lombardia, dopo anni di torpore, la Lega Nord le preannuncia per l’estate, anche se in alcuni paesi sono attive piccole avanguardie (da Lainate a Settimo Milanese). A Torino nel 1998 è nato il Coordinamento dei comitati spontanei torinesi che oggi conta centinaia di simpatizzanti. “Vigiliamo su 7-8 zone a rischio” spiega il presidente Carlo Verra, commerciante a Porta Palazzo. “Scendiamo in strada in gruppi di 12-20 persone e siamo in tutto 150-200. Le nostre uniche armi sono i fischietti”. I comitati sono un movimento trasversale che coinvolge anche numerosi colletti bianchi. Per esempio Roberto Zenga, quadro Fiat e consigliere di zona della Lega: “È un’iniziativa che piace anche a sinistra. Alcuni militanti si offrono di lavorare con noi. Tra i promotori più attivi del coordinamento c’è l’eurodeputato leghista Mario Borghezio che dice: “Siamo assediati dalla voglia di ronde. Si tratta di volontariato genuino, senza colore politico”. Non mancano gli incidenti di percorso: in città un gruppo che sorvegliava il cosiddetto Tossic park è finito nei guai per aver sprangato un giovane drogato.
Bernardo Moscariello, 60 anni, disoccupato, leader del comitato sotto accusa, avverte: “Bisogna stare attenti alle infiltrazioni e ai giovani troppo esuberanti”.

Si tiene questa mattina a Bologna l’atteso incidente probatorio nel processo per il rapimento e l’omicidio di Tommaso Onofri: i giudici ascolteranno l’ex pugile Salvatore Raimondi, complice confesso nel sequestro.
La difesa dell’uomo dovrebbe chiedere il rito abbreviato. Per gli altri indagati, invece, verrà stabilita la data del processo in aula. Laura Ferraboschi, difensore di Mario Alessi, l’uomo accusato dell’omicidio, sta conducendo una difesa difficile e impopolare.
Il suo assistito, il giorno dell’udienza preliminare, appena arrivato davanti al tribunale di Bologna (manette, ciabatte e vestiti logori) è stato bersagliato dagli insulti della folla ed è stato l’unico dei quattro imputati a essere rinchiuso nella gabbia dell’aula.
Ferraboschi nei giorni scorsi era stata criticata per alcune dichiarazioni. Infatti aveva parlato di “processo schizofrenico” e, dopo aver saputo della scelta di Raimondi di non partecipare al dibattimento in aula, si era lasciata sfuggire: “Peccato, sarebbe stato un bel processo”. Ora ha scelto la cautela, anche dal punto di vista mediatico.
Forse anche per questo non sa se chiedere la scarcerazione del suo assistito per scadenza dei termini: processualmente sarebbe un successo, mediaticamente un disastro.
In aula, la difesa di Alessi punterà, carte alla mano, alla chiarificazione dei ruoli del sequestro. Magari provando a coinvolgere il padre di Tommy. Su questo punto Ferraboschi ha trovato l’insperato soccorso del padre di Raimondi, Calogero, che ha dichiarato: “Alessi disse a mio figlio che il padre di Tommy era d’accordo”.
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È finito sotto inchiesta per due servizi fotografici. Nel suo obiettivo erano entrati il calciatore David Trezeguet e Barbara Berlusconi.
Per i magistrati di Potenza quelle immagini sono state utilizzate dal suo principale, Fabrizio Corona, titolare dell’omonima agenzia (in carcere da lunedì 12 marzo), per estorcere quattrini ai due personaggi, “beccati” in situazioni più o meno sconvenienti. Ma l’autore degli scatti, Fabrizio Stefano Pensa, detto Bicio, non ci sta. E spiega perché a Panorama.it.
L’inizio è cauto: “Se vuoi fare un’intervista è meglio dopodomani, perché devo aspettare l’interrogatorio del gip per non andare troppo nei casini”.
In che condizioni si trova?
Sono indagato, senza soldi e devo andare a Potenza.
Non sta lavorando?
Macché, sono fermo, non posso neppure pagare la benzina. All’agenzia Corona’s siamo trentacinque persone in mezzo alla strada. Gente che lavora e che porta a casa, se va bene, 3 mila euro al mese.
Non vi eravate accorti di far parte di “un’associazione per delinquere”, come viene definita l’organizzazione di Corona dai magistrati?
È un ufficio normale, formato da ragazzi di vent’anni. Stanno parlando di noi come di una Cupola, quasi peggio di Al Qaeda. Non abbiamo ammazzato nessuno, abbiamo fatto solo delle foto. E come dice il mio avvocato non abbiamo ricattato: è tutto fatturato nero su bianco. Io in questi anni ho fatto foto a della gente che invece di far sesso in albergo, lo faceva in macchina.
Quindi non eravate sguinzagliati da Corona a caccia di polli da spennare?
(Urla) Assolutamente no. Se mi chiama la tizia e mi dice: ‘Vieni che stasera vado a cena con Luca Toni’, io che sono alla ricerca di scoop, mi apposto. Questo devo fare io, trovare notizie. Ho iniziato fotografando le scimmie, se potessi, farei l’inviato di guerra: a me non interessa vendere le foto ai calciatori. Sono le società che ci chiamano per bloccarle, per evitargli brutte figure.
Insomma, nessun ricatto…
Una domanda gliela faccio io: se fotografo Trezeguet, preferisco vendere le immagini a lui o sono più contento di darle a un giornale? Non scherziamo, io ho tutte le mie copertine appese al muro, questo è il mio lavoro.
Ma magari non quello di Corona, dicono gli inquirenti…
Io facevo le foto e basta.
E le immagini della figlia di Berlusconi?
I giornali non le volevano perché mancavano tre settimane alle elezioni. Così noi ci siamo rivolti ai siti Internet e abbiamo trovato cinque acquirenti. Prima che andassero online, la famiglia ha preferito toglierle dal mercato. Tutto qui.