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F35: al via le prime ordinazioni per 240mln di euro - LA SCHEDA

U'iiagine del nuovo caccia dell'aeronautica militare in volo (Credits: Reuters)

U'iiagine del nuovo caccia dell'aeronautica militare in volo (Credits: Reuters)

L’Italia ha gia’ ordinato i primi tre caccia F-35 Jsf (Joint Stike Fighter) il cui costo unitario dovrebbe aggirarsi sugli 80 milioni di dollari. E’ quanto emerso dall’audizione in Commissione Difesa, alla Camera, del generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa e Direttore nazionale degli armamenti. Il progetto quindi ha preso il via malgrado le polemiche di molti che chiedevano di rinviare se non cancellare la spesa in questo periodo di crisi.

LA SCHEDA - Il jet di Lockheed Martin consentirà all’aeronautica di rimpiazzare tutti i cacciabombardieri oggi in servizio nelle forze armate occidentali.

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Emergenza neve: e se affidassimo ai militari i compiti di protezione civile?

Un bulldozer militare libera le strade dalla neve (Credits Stato Maggiore Difesa)

Un bulldozer militare libera le strade dalla neve (Credits Stato Maggiore Difesa)

Corpi dello Stato, strutture burocratiche e costosissime disseminate sul territorio come la Protezione Civile, associazioni di volontariato che ogni anno incassano contributi pubblici. E poi quando c’è un’emergenza, un’alluvione, una forte nevicata, oppure occorre rimuovere i rifiuti, o naufraga una nave o i boschi s’incendiano pare che gli unici a fare la differenza siano i militari. L’attuale emergenza maltempo lo ha messo in luce in modo drammatico. Comunità isolate raggiunte da plotoni di soldati attrezzati e con zaini pieni di generi di prima necessità portati in spalla si e giù per monti coperti di neve. Le cucine delle caserme attivate nel cuore della notte per produrre pasti caldi da distribuire a persone infreddolite o quasi assiderate rimaste isolate senza energia elettrica né riscaldamento. Continua

La scure sui finanziamenti all’esercito toccherà anche le missioni all’estero?

ANSA/ESERCITO

ANSA/ESERCITO

Gianandrea Gaiani L’avvicendamento alla guida dell’esercito tra i generali Giuseppe Valotto e Claudio Graziano, all’ippodromo militare romano di Tor di Quinto, ha costituito l’ennesima occasione per il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, per ribadire che la riconfigurazione dell’apparato militare, cioè la riduzione delle forze è ormai “inevitabile e ineludibile”. “Bisogna ridimensionare perché le risorse che oggi abbiamo, e che in prospettiva il paese metterà a disposizione non consentono di sostenere questo strumento militare così com’è”. Concetti che l’ammiraglio Di Paola ha espresso in più occasioni nei pochi giorni trascorsi dall’assunzione dell’incarico anche se finora non ha fornito nessun dettaglio su come intenda procedere se non parlando genericamente di tagli numerici e vendita degli immobili della Difesa. Continua

Spazzini, spalatori e ora vigili urbani: il paradosso dei militari italiani

Militari italiani

Ormai i militari sono diventati l’asso della manica di tutte le istituzioni, la soluzione a ogni problema, la risposta a ogni “emergenza”, vera, presunta o percepita che sia.
Negli ultimi anni i soldati hanno fatto di tutto: spento incendi come i pompieri, raccolto e sgomberato i rifiuti a Napoli come fossero spazzini, sorvegliato discariche come guardie giurate, spalato neve a Milano come operai comunali e pattugliato le strade di molte città per garantire la sicurezza come se fossero agenti di polizia. Continua

Quanti italiani sarebbero pronti a difendere la patria?

Roma

Il rapporto tra gli italiani, le Forze armate e la difesa nazionale. Un tema balzato più volte agli onori della cronaca gli ultimi giorni. Prima le polemiche suscitate dalle celebrazioni del 4 novembre, quest’anno ingigantite da ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel novantesimo anniversario della vittoria nella Grande Guerra. Poi le celebrazioni di oggi per il quinto anniversario dell’attentato di Nassiryah.

Nonostante il rinnovato spirito patriottico voluto dalle istituzioni, tra gli italiani i temi della difesa non sembrano raccogliere molto entusiasmo almeno secondo un sondaggio commissionato dal web-magazine Analisi Difesa che lo ha pubblicato oggi.

Ferrari Nasi & Grisantelli, società demoscopica milanese, ha sondato un campione di 650 italiani di diversa fascia d’età, sesso, titolo di studio e orientamento politico con quattro domande che riguardano la disponibilità a combattere e rischiare la vita per difendere la Patria o per un alleato sotto attacco dall’esterno. Questi i risultati, non proprio incoraggianti per chi attribuisce valore al concetto di Patria.

Se l’Italia venisse attaccata militarmente, lei accetterebbe di essere chiamato a combattere o comunque a contribuire per la difesa del Paese?
Sì 42,0
No 45,8
Non so 12,2

E se fosse necessario, accetterebbe l’idea di rischiare la vita per questo motivo?
Sì 32,1
No 54,2
Non so 13,7

Se ad essere attaccato fosse un paese dell’Unione Europea o uno stretto alleato dell’Italia, lei accetterebbe di essere chiamato a combattere o comunque a contribuire per la difesa del Paese?
Sì 31,2
No 51,4
Non so 17,4

E se fosse necessario, accetterebbe l’idea di rischiare la vita per questo motivo?
Sì 29,7
No 59,2
Non so 11,1

In pratica meno della metà degli intervistati sarebbe pronta a contribuire alla difesa nazionale in caso di guerra e meno di un terzo metterebbe a repentaglio la propria vita per l’Italia. Un dato sconfortante soprattutto tenendo conto che le domande non riguardano la partecipazione a conflitti all’estero ma la difesa del territorio nazionale da un attacco militare esterno. La percentuale di quanti sarebbero pronti a impugnare le armi e rischiare anche la vita si riducono ulteriormente se si trattasse di aiutare con le armi un partner europeo o della Nato. Secondo gli esperti della Ferrari Nasi & Grisantelli coloro che accetterebbero di difendere l’Italia, ma non l’Europa, si trovano principalmente tra gli elettori di sinistra, in special modo del PD, tra chi ha basso titolo di studio e, in misura minore, nella popolazione più anziana.

I militari nell’urna. Tra Beirut e Herat, l’Italia si gioca la sua credibilità


L’acceso diverbio che ha contrapposto negli ultimi giorni esponenti del Pdl e del Pd sul tema del futuro delle missioni militari italiane ha avuto se non altro il merito di portare alla ribalta della campagna elettorale la questione della sicurezza e del ruolo dei nostri soldati in Libano, Afghanistan e Kosovo (dove, nelle ultime ore, la situazione si sta facendo sempre più calda). Temi delicati, del tutto inadatti a conquistare consensi e che fino a ieri erano rimasti ai margini del dibattito politico pre-elettorale.
Prima era stato Gianfranco Fini a sollevare la questione affermando che in caso di vittoria del Popolo della Libertà verrebbe ridotto il contingente italiano in Libano e potenziato quello in Afghanistan. L’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, in un’intervista ha ipotizzato il ritiro dei caschi blu italiani dal Libano, l’abrogazione dei limiti imposti dall’Italia all’impiego delle truppe schierate in ambito Nato in Afghanistan e un maggiore impegno militare in Iraq dove l’Italia schiera ancora circa 150 istruttori per l’esercito e la polizia locale.
Affermazioni personali non condivise neppure da Silvio Berlusconi ma che hanno scatenato richieste di chiarimenti da parte del governo libanese e risposte polemiche dal Pd e dalla Sinistra -Arcobaleno con il ministro della Difesa Arturo Parisi e quello degli Esteri Massimo D’Alema che accusano il centrodestra di confusione guerrafondaia.
In realtà i problemi sollevati sono reali e si tratta di nodi destinati a venire molto presto al pettine in Afghanistan come in Libano. A inizio aprile al summit di Bucarest la Nato chiederà nuovamente all’Italia più truppe e soprattutto un più aggressivo impiego delle forze per contrastare la penetrazione dei talebani che dalla provincia meridionale di Helmand si spingono nel settore occidentale a comando italiano. A Farah e Herat sono in arrivo rinforzi e presto il contingente italiano verrà riorganizzato e concentrato proprio in quell’area ma il prossimo governo dovrà decidere se abrogare i caveat che impediscono alle truppe di condurre azioni offensive.
In Libano la missione dell’Onu posta sotto comando italiano è fallita non portando a termine nessuno dei compiti prefissati. Hezbollah e le altre milizie (incluse quelle di al-Qaeda) non sono stati disarmati, i confini siriani da dove provengono le armi non sono neppure presidiati e i due militari israeliani presi in ostaggio dai miliziani del Partito di Dio nel 2006 non sono mai stati liberati.
Gli stessi caschi blu, a dispetto del numero elevato (13.000 dei quali 2.600 italiani) obbediscono a un mandato Onu che vieta loro persino di perquisire edifici o veicoli se non richiesto dall’esercito libanese che però si guarda bene dal creare problemi agli uomini di Hezbollah.
Per questo, anche se un ritiro totale sarebbe politicamente imbarazzante e forse inattuabile, l’Italia potrebbe però prendere atto del fallimento di Unifil e ridurre la presenza militare in Libano a qualche centinaio di soldati racimolando così le risorse umane e finanziarie necessarie a rafforzare il sempre più caldo fronte afghano. Anche perché, paradossalmente, l’Italia schiera più truppe e mezzi da combattimento in Libano, dove non può impiegarli in combattimento, che in Afghanistan dove invece sono sempre più necessari.

Strage di Nassiriya, le colpe della missione di pace


Secondo la procura militare la strage di Nassiriya si poteva evitare e per questo tre generali italiani sono stati rinviati a giudizio.
Valutare se la base dei carabinieri fosse adeguatamente protetta o meno è semplice. Semplice rispondere No, considerata la facilità con la quale il camion con 300 chili d’esplosivo ha raggiunto l’ingresso della base. Va però considerato che le due basi dei carabinieri poste sui due lati del fiume Eufrate erano rimaste le uniche postazioni italiane in città dopo il ritiro di tre avamposti dell’Esercito che ne garantivano la protezione. Nonostante gli avvertimenti dell’intelligence per il rischio di attentati, la natura stessa del lavoro dei carabinieri a supporto della polizia locale richiedeva la presenza in città mentre l’unica misura che avrebbe dato garanzie contro attacchi suicidi era la chiusura al traffico delle strade circostanti e di uno dei tre ponti sull’Eufrate. Un provvedimento che avrebbe certo creato problemi con la popolazione.

Difficile quindi parlare di colpe dal momento che, specie contro la minaccia terroristica, nessuna misura protettiva è risultata finora risolutiva come dimostrano gli attentati contro le basi Usa in Iraq e Afghanistan. Certo l’attentato del 12 novembre raggiunse l’obiettivo di far ritirare tutti gli italiani dalla città e sette mesi dopo i guerriglieri sciiti poterono così occupare i ponti di Nassiriya costringendo gli italiani a combattere ben tre battaglie in città.

Strage di Nassiriya, tre generali italiani a processo

Il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, dopo tre anni di indagini sull’attentato che l’11 novembre 2003 distrusse la base Maestrale dei carabinieri a Nassiriya uccidendo 19 italiani e 9 civili iracheni, ha chiesto il rinvio a giudizio di tre ufficiali.
L’accusa, in base all’articolo 98 del Codice penale militare di guerra, è di “‘omissione di provvedimenti per la difesa militare”, cioè di non aver provveduto all’adeguata protezione della base. Gli imputati sono il generale Vincenzo Lops, primo comandante del contingente italiano a Nassiriya, il suo successore, generale Bruno Stano, che comandava il contingente all’epoca dell’attentato e il colonnello Georg Di Pauli, che guidava il reggimento di carabinieri.
Abu Omar al Kurdi, terrorista legato ad al Qaeda oggi in carcere a Baghdad, ha ammesso di aver organizzato 35 attentati in Iraq incluso quello contro gli italiani dichiarando in un interrogatorio di aver scelto quel bersaglio perché facile da colpire. Le differenti vedute sulle responsabilità sono state confermate anche da due relazioni realizzate da Carabinieri ed Esercito che differiscono nelle conclusioni: un rapporto sottolineò l’adeguatezza complessiva del dispositivo di protezione; l’altro ha evidenziato invece alcune carenze nelle misure adottate a base Maestrale.

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