Archivio per autore: » gianluigi.nuzzi

L’allarme degli 007 sul G8: trappola pronta all’Aquila

Onna dopo il terremoto

Guarda nei GRAFICI: il piano di ricostruzione. Lo SPECIALE di Panorama.it

Donne, vecchi e bambini: ci vorrebbero loro per lo schiaffo in mondovisione a Silvio Berlusconi e per far saltare i preparativi del G8 che portera a luglio i grandi della Terra fra i senzatetto d’Abruzzo. Donne, vecchi e bambini, gente tignosa, mossa dalla disperazione di chi ha perso tutto e che ora, proprio ora, macina rabbia sotto le tende degli sfollati, dimenticati da tutti. I progetti semplici, ambiziosi, vengono coltivati in silenzio.
Nella tendopoli il piano assume forma, profondita nei cuori dei piu impazienti, che vengono individuati, scelti, fatti amici. In breve, si vogliono trasformare i giorni di Barack Obama, del G8, dall’8 al 10 luglio nei luoghi violati dal cataclisma, in un happening incalzante di contestazioni, in una tomba mediatica internazionale per il premier; proteste da far alzare un muro d’odio che isoli il governo e imbarazzi le cancellerie dei paesi amici. L’allarme arriva dall’Aisi, gli 007 del generale Giorgio Piccirillo che stanno occupandosi di mettere in sicurezza il vertice.
Hanno scoperto che l’attivita di proselitismo viene portata avanti da un gruppo di 15-20 persone. Si sono “infiltrate ” tra i volontari civili, aiutano la popolazione abruzzese ad affrontare la quotidianita negli accampamenti e cercano di individuare chi potrebbe partecipare all’iniziativa. L’obiettivo e quindi fomentare proteste, magari persino disordini, non da parte dei “movimenti”, dei gruppi internazionali contro la globalizzazione, con azioni di guerriglia urbana che gia aveva caratterizzato i black bloc a Genova, ma sollevando i terremotati contro il premier. Lo scarto di rilevanza mediatico e evidente: le azioni di protesta da parte dell’antagonismo vedrebbero una reazione fredda dei leader dei paesi, che reagirebbero ritenendo l’azione contro il G8 e non contro il primo organizzatore.
Se invece fossero gruppi di senzatetto ad accusare il governo di disattendere le promesse fatte, di non avviare i trasferimenti nei prefabbricati nei tempi previsti, insomma se Silvio Berlusconi venisse accusato dai terremotati di aver non solo illuso la povera gente ma anche mentito, l’impatto sarebbe micidiale sotto i riflettori in tutto il mondo. L’abile mossa di portare i grandi del pianeta nelle miserie lasciate dall’onda tellurica si trasformerebbe cosi in un boomerang dagli effetti imprevedibili. Questi “finti” volontari, sempre secondo quanto raccolto dagli 007, starebbero diffondendo false notizie per creare incertezza. La prima e che l’agenda definita dalla Protezione civile e dal governo per assicurare alle famiglie un tetto entro Natale non verrebbe rispettata.
Percio ogni disguido, ogni ritardo, ogni nomina rinviata, a iniziare dalla scelta dei subcommissari, viene enfatizzato per radicalizzare i malumori. E inoltre evidente che proprio gli errori e le lacune di Genova, che provocarono qualche graffio all’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro (oggi a capo del dipartimento delle informazioni per la sicurezza, che coordina Aisi e Aise), possono evitare gli errori del passato con un’operazione di prevenzione e isolamento da artificieri del dissenso pilotato.

Guarda nei GRAFICI: il piano di ricostruzione. Lo SPECIALE di Panorama.it

Ior parallelo. Conti segreti in Vaticano

Vaticano

Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.

Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).

Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.
Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord.
Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati).

Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.

È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d’interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l’ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l’allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c’è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un’occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l’operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. “Non mi ricordo di questo conto” fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.

Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del “gestore”, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: “Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″.
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l’attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall’apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che “il conto della Fondazione cardinal Spellman che l’ ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre…”.
“Omissis” come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nell’archivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice “Roma”. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nell’ombra, venivano concordati altri nomi di città, come “Ancona” o “Siena”, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, l’identità di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’argomento.

Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nell’archivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare all’enorme quantità di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se “la carità copre una moltitudine di peccati”, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L’elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell’Eucarestia, orsoline di Cortina d’Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d’Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L’apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni).

Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati all’allora arcivescovo di New York, cardinale John O’Connor, al cardinale croato Franjo Kuharic dell’arcidiocesi di Zagabria, sino all’ausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela “per i fedeli di lingua albanese”.
Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), l’ambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per “la stampa cattolica slovena”, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi.
Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nell’aprile del 1991. Dal “memorandum presidente Andreotti” allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilità dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. Né mancano i riferimenti alla politica.

A un versamento da 40 milioni è allegata l’indicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, “trasferire in Spellman”. Su un altro foglio viene appuntato “Sen. Lavezzari” in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dell’ex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina.
Difficile, invece, individuare le identità dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attività quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta.
Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), né i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con l’Union bancaire privée, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodità il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quell’istituto elvetico.

La svolta del 1992. Dall’archivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dell’esistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perché il Papa provveda. Ma non accade nulla.
La svolta arriverà solo nell’ottobre 1993 con l’esplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perché si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all’avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: “Non bisogna indurre in tentazione” i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”.

grafico-finanze-vaticane

gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

Sorpresa a Napoli: ora Romeo assume

Alfredo Romeo

A pensarci bene poteva capitare solo a Napoli, città del genio partenopeo e capitale delle nostrane contraddizioni. In piena recessione qualcuno risale il fiume della crisi e con un certo coraggio assume decine, centinaia di persone. Che ciò accada proprio ora e a Napoli è già un mezzo miracolo. Ma la notizia è che ad assumere è Alfredo Romeo, finito in carcere per un paio di mesi nell’inchiesta sugli appalti per la gestione del patrimonio immobiliare pubblico e la manutenzione delle strade. Questo sebbene le sue aziende, che si occupano di servizi e della valorizzazione degli immobili, con 160 milioni di fatturato e 25 di utili, siano in amministrazione giudiziaria. A comandare sono cioè i giudici del tribunale di Napoli che hanno nominato tre amministratori per traghettare le aziende durante la doppia tempesta, economica e giudiziaria.
“Abbiamo trovato una realtà produttiva ben organizzata e strutturata” conferma Lucio Spanò, amministratore giudiziario, “con processi organizzativi e sistemi di controllo efficaci ed efficienti. Questi riscontri positivi emergono chiaramente anche dalla bozza di bilancio 2008, di prossima approvazione, e dal bilancio preventivo 2009, i cui dati evidenziano risultati con la tendenza degli ultimi 5 anni e in continuo aumento; un dato particolarmente soddisfacente se lo si colloca nella attuale situazione di crisi economica”.
In calendario, quindi, nuove assunzioni: “Il gruppo ha attualmente 356 dipendenti, con una percentuale del 78 per cento di laureati o in possesso di abilitazioni e un’età media di 34 anni; per il 30 per cento sono donne. Di questi, 136 sono stati assunti negli ultimi 12 mesi. Anche questo un dato anomalo, considerato il periodo di crisi che ha visto un aumento del 900 per cento di ricorso alla cassa integrazione”. Più di un terzo dei dipendenti è stato quindi preso a contratto in piena inchiesta Global service.
I nuovi assunti vengono impiegati soprattutto nel ramo ospitalità, che è in sviluppo. La Romeo Alberghi entro fine anno dovrà raddoppiare i dipendenti, senza considerare che nuove convenzioni, come quelle con la Consip sanità, determineranno altre selezioni del personale.
Non è l’unica singolarità del pianeta Romeo. Molti suoi concorrenti non scommettevano un centesimo sulla tenuta del gruppo, convinti che il castello del “re” di Napoli crollasse con l’immobiliarista rinchiuso a Poggioreale. Invece i delegati della magistratura si sono ritrovati un’azienda dai conti in regola e dalle prospettive interessanti. “Non ci risulta in alcun modo in discussione l’efficienza operativa delle società” prosegue Spanò. “In questi mesi abbiamo mantenuto vivi e costanti i rapporti con le pubbliche amministrazioni committenti, ricevendo riscontri sicuramente positivi. Basti pensare che dal ministero dell’Economia ci è pervenuta una lettera di apprezzamento e ringraziamento per le attività di servizio svolte durante il G7-G8 Finance ministers meetings 2009 che si è tenuto a Roma il 13 e 14 febbraio scorsi”.
Quanto accade in azienda e per le assunzioni segue un po’ la legge del contrappasso. A Napoli il lavoro è sacro e ben remunerato. Negli anni di Tangentopoli per essere assunti in un’azienda pubblica c’era un preciso tariffario che bisognava seguire per l’ambito posto. Oggi, ritiene la procura di Napoli, le cose sono cambiate.
Romeo è andato in carcere, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla corruzione, proprio perché secondo l’accusa in comune e provincia venivano aggiustati i bandi delle gare secondo i suoi desiderata in cambio della promessa di posti di lavoro.
I pubblici ministeri Raffaello Falcone, Vincenzo D’Onofrio e Pierpaolo Filippelli, che proprio in questi giorni stanno concludendo la requisitoria nel processo che si celebra con rito abbreviato, nei singoli capi d’imputazione indicano come “parte” dell’accordo criminoso “la promessa di ricevere (…) altre utilità consistite nell’assunzione di manodopera da lui segnalata”. Ma se si vanno a confrontare i nominativi dei raccomandati con quelli in pianta organica delle aziende, non se ne trova nemmeno uno. In altre parole: Romeo magari al telefono assicurava, prometteva, garantiva pur di rendere più incisiva un’asfissiante attività di lobbying, ma poi, a conti fatti, il direttore del personale Stefano Petrucelli valutava i curricula in autonomia. E respingeva. A eccezione del padre di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa nel 2004 dalla camorra.
Non è certo questo un elemento che ridimensioni la sostanza dei fatti, sui quali si pronunceranno i giudici, ma di certo a Napoli si assiste sulla vicenda Romeo a una singolare rincorsa. Da una parte la procura sta cercando di portare nuovi elementi (è annunciata un’ulteriore informativa su fatti inediti), dall’altra tra giudizi di riesame e Cassazione i pubblici ministeri stanno perdendo pezzi rilevanti del loro quadro accusatorio. La suprema corte, per esempio, qualche mese fa ha escluso il reato di turbativa d’asta per il capo d’imputazione che coinvolge Mario Mautone.
I giudici hanno annullato l’accusa perché non ci possono essere accordi criminosi su un’asta per la quale mai è stato pubblicato il bando. Una linea di diritto che si riflette non solo sugli altri indagati, ma soprattutto sugli altri episodi di presunti accordi su gare mai eseguite. A iniziare da quella sulla manutenzione e la refezione nelle scuole per 20 milioni di euro.
Invece sull’appalto per la manutenzione della rete stradale della provincia di Napoli un’ipoteca potrebbe essere costituita dal fatto che le aziende di Romeo nemmeno potevano partecipare alla gara.
“La contestazione è chiaramente smentita” sostiene l’avvocato Stefano Cianci, difensore di Romeo, “dalla circostanza che le società riconducibili al mio assistito non avevano i requisiti per partecipare alla gara né vi hanno partecipato, trattandosi nella sostanza di appalti di lavori e non di servizi”.
Traballa anche l’accusa di turbativa d’asta per l’affidamento della manutenzione degli impianti termici, esclusa prima dal gip poi dal riesame.
L’altro filone è quello della corruzione, ma anche qui sembra mancare la prova decisiva: la classica tangente. L’unico passaggio di denaro è quello di 18 mila euro dalle società di Romeo al conto corrente della fondazione ’A voce de’ criature del parroco anticamorra don Luigi Merola. Ma condannare qualcuno per beneficenza, in Italia, non si è mai visto. Almeno finora.
gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

Io, giornalista pedinato per settimane sulle intercettazioni di Fassino

verbali_nuzzi

Il j’accuse di Francesco Barbato: Ora nell’Idv bisogna fare pulizia

“Non ho nulla di cui pentirmi, vado avanti anche a costo di esser bruciato vivo come Giordano Bruno. L’Italia dei valori in Campania non deve trasformarsi nell’Idv della camorra, le minacce dei miei compagni di partito non mi fermeranno”. Se non frantumasse la “diversità etica” ostentata dall’Idv, l’uscita di Francesco Barbato, fino a oggi proconsole di Antonio Di Pietro in Campania, assomiglierebbe a una sceneggiata, un altro colpo nella gara fratricida in corso a Napoli. Invece questo deputato, figlio delle liste civiche, muove nuove accuse contro l’intera gerarchia, i collaboratori più fidati del leader, in una guerriglia senza quartiere. La slavina delle raccomandazioni di Cristiano Di Pietro si trasforma in valanga. La questione morale sfianca il partito.

Barbato, la settimana scorsa aveva anticipato a Panorama l’autosospensione da tutte le cariche del partito in regione per protesta. Americo Porfidia, deputato dell’Idv indagato per camorra, e Cristiano Di Pietro hanno fatto un passo indietro. È soddisfatto?
Macché, premesso che Cristiano è stato fin troppo onesto e che Porfidia invece avrebbe dovuto lasciare la carica, come fece proprio Di Pietro da ministro, la situazione dell’Italia dei valori in Campania è sempre più insostenibile. Dopo le infiltrazioni della camorra arrivano le minacce. L’assistente del segretario regionale, Nello Formisano, quello delle telefonate con Mauro Mautone (qui l’intervista all’ex provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise) per intenderci, ha appena minacciato una nostra collega di partito di starsene zitta e di cambiare versione su fatti gravi.
Che cosa è accaduto?
Avevo ricevuto un’email da Emma Tedesco, consigliere di Giffoni Vallepiana, che segnalava all’Idv come non riuscisse a contattare più Porfidia dalle elezioni, in barba alla disponibilità che Di Pietro consiglia ai nostri parlamentari di assicurare ai cittadini 24 ore al giorno. Ebbene, la cosa si è venuta a sapere, adesso la segretaria di Formisano ha intimato chiaramente a questa amica di cambiare versione, di non far arrivare questi fatti alla direzione del partito. Sono questi i metodi dell’Italia dei valori, minacce e intimidazioni?
Assomigliano a beghe di cortile, magari è per la tensione…
Non credo, visto che le frasi sono state alquanto arroganti e intimidatorie. E non è la prima volta: la minaccia sembra ormai consuetudine. Nicola Giordano, il segretario dell’Idv di Crispano, un giovane ingegnere, ha informato via email Di Pietro che alle ultime politiche il nostro consigliere regionale Nicola Marrazzo aveva contattato lui e altri dirigenti invitandoli a non votare Idv perché non era stato candidato. Di Pietro ha chiesto ragione al partito in Campania sull’accaduto e subito dopo Marrazzo ha convocato questo ingegnere in regione per minacciarlo: “Non devi far arrivare al Nord, a Di Pietro, le cose che succedono giù da noi”. Queste minacce stroncano le aspirazioni politiche di giovani dirigenti e il profilo di trasparenza dell’Idv. Testimoniano pure che l’azione della magistratura e le mie denunce sulle collusioni tra affari, politica e camorra sono vere.
In realtà Formisano accusa lei di essere andato sottobraccio con Giuseppe Gambale, ex assessore finito in carcere nell’inchiesta Magnanapoli.
Vorrei ricordare che proprio Formisano, quando nel 2001 tradì Di Pietro candidandosi contro l’Idv, ebbe con Gambale lo stesso percorso politico nella Margherita. Oggi i nomi di Formisano e Gambale compaiono nelle intercettazioni di Magnanapoli con il segretario regionale che parla di amici e appalti. Non è vero che qui bisogna sporcarsi per forza le mani e fare “una certa politica”. Io ne sono l’esempio vivente come sindaco e come consigliere comunale dalle mani pulite. Ci sono tanti modi per sostenere la camorra.
A cosa si riferisce?
La Margherita presentò nella passata legislatura un’interrogazione parlamentare contro lo scioglimento del Comune di Pozzuoli per infiltrazioni camorristiche, sostenendo che la commissione d’indagine perseguitava quell’amministrazione. Ebbene, uno dei quattro motivi indicati nell’istruttoria per azzerarla era proprio la scarsa trasparenza nell’appalto alle aziende di Alfredo Romeo per gestire il patrimonio della città. Di Pietro queste cose dovrebbe valutarle. Anzi, proprio a lui mi appello come deputato antimafia affinché faccia pulizia, anche perché Formisano mica rappresenta la base dell’Idv.
Ma se è il vostro segretario regionale…
Offro solo due dati: in Campania abbiamo preso 160 mila voti, però al brindisi di fine anno organizzato proprio da Formisano all’hotel Terminus erano in 47, autisti e portaborse compresi. Formisano rappresenta un modo superato di far politica. Questo ex assessore regionale di Antonio Bassolino è una palla al piede per l’Idv. Rappresenta una classe politica che da 15 anni governa la Campania e che ha fallito. Ma anche nell’Idv abbiamo dei problemi.
A chi pensa?
Prenda Nicola Marrazzo: è immorale che vada a fare il nostro capogruppo in regione dopo aver remato contro l’Idv.
Perché il fratello Angelo è stato “coinvolto in procedimenti penali a carico del clan dei Casalesi”, come ha detto alla Camera l’ex prefetto Carlo Ferrigno?
Non faccio il carabiniere. Bastano le minacce, basta far parte dello stesso blocco di potere.
E chi altri ne fa parte?
Quando alla Camera attaccai Mario Landolfi di An per le inchieste che lo coinvolgono, Porfidia andò a esprimergli solidarietà contro la mia posizione. E già questo dovrebbe essere inconcepibile nell’Idv. Poi si è scoperto che anche Porfidia è indagato per camorra e questo significa solo una cosa: non può più essere mio collega di partito. Formisano afferma che Porfidia è uomo della nostra terra: certo non della mia. La mia è l’altra Campania: gente per bene, la maggioranza. Per questo su di me da giorni si è scatenato un fuoco concentrico con trasversalità tra Porfidia, Formisano e Landolfi. Forse do fastidio perché combatto il sistema affari-politica-camorra?
Infatti Landofi l’accusa di aver frequentazioni con Gaetano Manna, già segnalato dai carabinieri.
Manna è un testimone contro la camorra, per questo ho sollecitato per lui una scorta. In realtà Landolfi non attacca me, manda un messaggio a Manna, cerca di delegittimarlo, di impaurirlo.
E perché mai?
Il 9 gennaio Manna, che tra l’altro è stato scelto dai giudici per amministrare terreni confiscati ai Nuvoletta a Pignataro Maggiore, deve testimoniare proprio in un processo contro questo clan. L’ho sentito disorientato. Non comprende questo attacco. Ora non so se questo prezioso teste andrà in aula.
Barbato, si mette contro tutti?
Se l’Italia dei valori strappa la bandiera della legalità, io, costi quel che costi, rimarrò sempre a fianco dei cittadini per l’altra Campania.

Morti per incidente, la strage impunita

Ubriaco travolge 13 persone a Roma

Superano autovelox, etilometri, patente a punti e aule dei tribunali. I pirati della strada imbottiti di alcol, coca, allucinogeni uccidono. Spesso nemmeno vengono presi, quasi sempre rimangono impuniti. Quasi mai, nemmeno se alle spalle hanno altri omicidi colposi, vanno in carcere. Si rassegni Giuseppe Caracci di Rho. La figlia neolaureata Roberta è rimasta falciata dal cocktail Valium e hascisc che ha spinto l’ex tossicodipendente Alessandro Mega, patente ritirata, a 100 chilometri orari con l’auto sulla 500 della ragazza, un proiettile. Oggi Mega ozia a San Vittore, non ci resterà a lungo. Il pericolo di reiterazione del reato indicato dal gip Guido Salvini pur di lasciarlo dietro le sbarre è destinato a sbriciolarsi dinanzi all’impunità della giurisprudenza che ignora chi uccide per strada. “Né la campagna di informazione sui rischi derivanti dalla guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti” scrive Salvini nell’ordinanza “né le più elevate sanzioni del decreto sicurezza né la sospensione già inflitta lo hanno in alcun modo dissuaso”. No, la dissuasione conta poco. Mega se n’è infischiato. Anche oggi: “Non ricordo nulla”. Così quei pochi che conoscono la scomodità della cella stanno dentro solo quanto basta perché la notizia scivoli fuori dei giornali, spenta dalla normalità.

Così i pirati della strada aumentano: cresciuti del 74 per cento nei primi sei mesi di quest’anno. Uno su tre nemmeno viene identificato. L’anno scorso in 60 hanno ammazzato e ancora lampeggiano chiedendo strada, tranquilli al volante, liberi. A coriandoli il Codice della strada. Per il ministero della Sanità, l’80 per cento degli incidenti è dovuto proprio all’alcol, ben oltre un terzo di quelli gravi con morti rimasti sull’asfalto. Per l’Istat “gli incidenti a più alto rischio di morte sono quelli dovuti a un anormale stato psicofisico del conducente. Tali incidenti presentano, infatti, il tasso di mortalità più elevato: 6,6 per cento contro il 2,2 per cento relativo agli incidenti generati dagli errati comportamenti di guida del conducente”. Una radiografia allarmante con l’Ue che punta a ridurre le morti per strada del 50 per cento entro il 2010. Ma in Italia siamo indietro.
Che cosa non funziona? Con il dolore dentro per la perdita di un’amica, Elena Valdini, giovane giornalista piacentina, incasella oggi a uno a uno le questioni irrisolte, le contraddizioni, gli scandali, scandaglia i motivi che fanno del saggio Strage continua (Chiarelettere, 12 euro, 224 pagine) una ricerca lucida, un pugno allo stomaco che colpisce l’indifferenza di tanti automobilisti. Anche perché, come scrivono nella prefazione con efficacia Massimo Cirri e Filippo Solibello, conduttori di Caterpillar su Radio2, “i morti da scontri stradali sono morti di straordinaria lievità. Non interrogano, non pesano. Il dolore estremo delle persone che perdono un congiunto resta fatto privato, incidente. Non si è mai potuto costituire come dolore sociale, questione di tutti, interrogazione. Morire di traffico è morte ‘naturale’, parte integrante del nostro scenario di vita. Non genera proteste, stupore, spavento. Un’ipnosi collettiva”.
La strage continua rimane però sotto gli occhi: ogni giorno in Europa muoiono per scontro stradale gli stessi passeggeri di un aereo di linea.
La terza domenica di ogni novembre è la giornata mondiale in ricordo delle vittime della strada. Come Alessandro Cantini, deceduto nelle colline senesi a Barberino Val d’Elsa. Chi ha provocato lo scontro, Piero Biotti, era drogato con oppiacei, recidivo alla guida sotto effetto di droghe. Patteggia un anno e nove mesi con la condizionale. Libero. La patente non è stata sospesa nemmeno un giorno. Uscito dal tribunale è tornato al volante. Agnello Ursino. falciato a 95 km/h a Bologna città, il doppio della velocità consentita. Il conducente, Antonio G., incensurato, non soffia bene nell’etilometro. Si prende otto mesi di condanna. Pena sospesa. Libero. Avevano 31 e 35 anni i due ragazzi al tavolino dell’English pub vicino a Chieti centrato da un furgone. Al processo il conducente chiede il patteggiamento. Il gip di Lanciano respinge. “È la prima volta in Italia che il gup” osserva l’avvocato Gianmarco Cesari “rigetta la richiesta di patteggiamento con una pena superiore al limite di due anni per la concessione della condizionale”. Con le generiche si prende due anni e 8 mesi. Ma non vuole pagare le spese legali della parte civile. “Si faceva negare” continua Cesari “si nascondeva, pur avendo presentato richiesta di affidamento ai servizi sociali”. Il penalista avvisa i giudici che mandano il camionista in carcere dove sconta la pena sino all’indulto.

In questo limbo di ingiustizia Giuseppa Cassaniti Mastrojeni, presidente dell’Associazione italiana familiari e vittime della strada (Aifvs), interroga, pone domande semplici, cruciali: “Perché ai recidivi viene applicata ancora la sospensione condizionale della pena? Perché dal patteggiamento dell’imputato è esclusa la parte offesa quando solo la vittima può rappresentare il danno?”. Perché, insomma, chi ignora un semaforo, investe un pedone, fugge, se viene preso torna libero subito? “Con il gioco del bilanciamento aggravanti e attenuanti (incensuratezza e risarcimento)” spiega Fabio Roia, magistrato al Csm, “la pena prima del pacchetto sicurezza non superava mai gli 8-12 mesi di reclusione. Con la riforma di luglio si va dai 3 ai 10 anni per l’omicidio colposo in stato di ebbrezza o stupefacenti. Un intervento apprezzabile del legislatore, ma da un punto di vista tecnico questo tipo di omicidio non è ancora un reato autonomo”. Dunque solo un primo passo: “Con la riforma potrebbe essere precluso al giudice effettuare un giudizio di equivalenza” prosegue Roia “tra tutte le circostanze attenuanti e le aggravanti per avere cagionato la morte per guida in stato di ebbrezza. Il condizionale è d’obbligo perché bisogna ancora interpretare il coordinamento delle norme”. Insoddisfatti i parenti delle vittime, che chiedono leggi più dure: “Bisogna limitare” ribatte la Cassaniti Mastrojeni “l’applicazione della condizionale e dei patteggiamenti”. Il padre di Roia è morto investito sulle strisce pedonali da un automobilista condannato a sei mesi di reclusione non scontati: “Manca la tutela effettiva della vittima nell’ambito del processo, che può arrivare solo dalla rapidità dello stesso, dal riconoscimento delle responsabilità di chi ha posto la vittima a essere tale e attraverso la modifica dell’articolo 111 della Costituzione. I processi per questi omicidi dovrebbero avere una corsia preferenziale. Il danno non è risarcibile”. Il pm di Bologna Valter Giovannino, quello del processo alla banda della Uno bianca, sperimenta invece il sequestro della patente all’automobilista ubriaco e la misura cautelare immediata per il rischio di reiterazione dell’omicidio colposo a chi uccide in stato di ebbrezza e drogato ad alta velocità. Come Salvini con Mega che ha ucciso Robertina. Ma si tratta di iniziative pilota. Per il momento la pena rimane sospesa.

-

Discutine sul FORUM: Chi provoca un incidente mortale non deve più guidare?

Tribunali: intercettazioni sospese per debiti

Intercettazioni

Prima la procura di Palermo, poi quella di Catania, adesso anche Agrigento: sono state tutte messe in mora dalle società che noleggiano le attrezzature per le intercettazioni telefoniche e ambientali. Il motivo è sempre lo stesso: nessun tribunale paga per le microspie e le società specializzate traballano. La messa in mora è il primo passo: sette giorni per saldare poi ci si avvicina ai pignoramenti. Inevitabile.
Il debito cresce a dismisura. «Mi devono 558 mila euro dell’ultimo anno» calcola Oscar Roje della Seta, titolare di un’azienda del settore.«È un disastro, qualche collega pensa persino di chiudere bottega». A rischio le inchieste più delicate che implicano l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali: caccia ai latitanti, anzitutto, ma anche terrorismo e corruzione. Roje è il lampeggiante di una situazione al collasso.
Una stima prudenziale indica in almeno 350 milioni di euro i debiti che il centinaio di aziende del settore vanta nei confronti del ministero della Giustizia tra il 2007 e il 2008. Il guardasigilli Angelino Alfano corre in qualche modo ai ripari, ma la situazione pare ingestibile. Venerdì 31 ottobre Alfano ha incontrato i rappresentanti delle prime tre aziende del settore, Research, Area e Sio, dopo un articolo denuncia del Corriere della sera, il sasso nello stagno.
Le tre società coprono il 60 per cento del mercato e vantano un credito di 140 milioni di euro. «Non ci sono soldi» è stata la replica del ministro «entro fine anno dovrei trovare 20 milioni di euro… magari troviamo una transazione». Durante l’incontro a porte chiuse qualcuno ha proposto persino la cartolarizzazione dei beni del dicastero. Come dire: girateci qualche pretura in disuso pur di saldare il debito. Potrebbe essere un’idea, ma a quanto ammonta davvero il debito?
Alfano non lo sa. Al ministero nessun dirigente sa indicargli una cifra. In realtà nessuno in Italia può quantificare con esattezza questo debito. Perché le spese delle consulenze per giustizia sono un labirinto. Innervosito per la situazione, venerdì 31 il ministro ha mandato un fax urgente a tutte le procure d’Italia per sapere quanto devono ai loro fornitori, le società di intercettazione appunto, intimando di rispondere «entro le ore 10 del 3 novembre».
Le procure sono cascate dalle nuvole. Nemmeno loro conoscono i debiti imputati al cosiddetto modello 12 che raccoglie le spese per i servizi esterni, dalle intercettazioni alle consulenze. In nome dell’autonomia del pubblico ministero solo al procuratore capo è affidata la funzione di controllo. E si tratta di una verifica formale. Così nessuno conosce i debiti reali vista la finanza caotica dei tribunali. Magari si conosce l’elenco delle fatture iscritte nel registro di liquidazione, però non di quelle che si trovano negli uffici dei singoli magistrati o disperse in qualche altro armadio. Le stesse procure non avendo un dato aggiornato si sono dovute rivolgere ai fornitori. Con una pioggia di fax che in questi giorni sta investendo le aziende delle microspie: «Scusate, mi dite quanti soldi vi devo che non lo so?».
Alle società di intercettazioni la richiesta è suonata come una beffa. E si stanno studiando le contromisure: 34 imprese si sono consorziate per una linea comune, durante un’assemblea segnata dalla rabbia al Melas hotel di Merate, in Brianza. «È impossibile garantire la continuità delle attività in essere» si legge nel verbale dell’incontro «e la realizzazione di nuovi servizi a partire da dicembre, senza una decisiva e immediata soluzione economica». In breve: tre settimane e il grande orecchio diventa sordo. A Palermo invece 16 aziende, dalla Nexia alla Grifocom, hanno già presentato una mozione al procuratore capo: «Abbiamo dato mandato all’avvocato Maria Clelia Amico di presentare un esposto in tribunale».
Rimane da chiedersi se è proprio necessario che lo Stato spenda ogni anno 224 milioni di euro (stime del 2007) per il noleggio degli apparati presso le procure e le intercettazioni. Non è meglio acquistare questi macchinari? Oppure creare una centrale unica d’ascolto? Il dibattito è aperto da tempo e periodicamente si vivacizza. L’idea ventilata da più parti è di affidare tutto al gruppo Finmeccanica, che però, almeno per il momento, è digiuno di conoscenze specifiche.
Intanto nei tribunali si trova di tutto. Ci sono le procure bulimiche di nastri e brogliacci (Potenza rappresentò un caso emblematico) e altre come quella di Bolzano che conquista la palma per la spesa più contenuta: appena 321 mila euro all’anno con la dieta voluta dal procuratore capo Cuno Tarfusser, che ha imposto una razionalizzazione delle spese su tutto il bilancio. Bolzano spende infatti un terzo di qualsiasi altro distretto di piccole dimensioni. Per capirsi: meno di un quattordicesimo della vicina Trento, attestata su 4,721 milioni di euro.
Il settore rimane così una palude. La discrezione necessaria, vista la delicatezza dell’attività svolta, viene talvolta sfruttata per comportamenti non proprio regolari. Non esiste un’associazione di categoria che regolamenti l’accesso. Alcune imprese offrono scivolosi doppi servizi: per le procure piazzano le microspie persino nei cimiteri e nelle case durante le veglie funebri; ai privati assicurano le bonifiche. Non dovrebbe esserci incompatibilità? A garanzia le imprese dovrebbero avere in tasca il Nos, il nullaosta di sicurezza che certifica la serietà dell’azienda.
Non basta. Le storie strane, oscure si replicano. Come nel 2004, quando il ministero indisse una gara per i nuovi Gprs, ovvero gli apparecchi che installati sulle auto dei sospettati permettono alle forze dell’ordine di localizzarli. Vinse un’azienda con prezzi da discount ma si scoprì che era una società quasi fantasma: non aveva pronti nemmeno i prototipi. La gara venne sospesa e ripetuta.
In questi momenti di finanziamenti difficili, comunque, prosperano le società che abbattono i listini con qualsiasi mezzo. Offrono i tradizionali navigatori satellitari modificati spacciandoli per localizzatori che spesso, però, sono imprecisi; forniscono macchine per intercettazioni telefoniche ma l’ascolto si interrompe all’improvviso, compromettendo le indagini, magari perché non hanno pagato le bollette. Casi limite, come in un’inchiesta del pm dell’antimafia di Milano, Laura Barbaini. La prova regina su un traffico di stupefacenti era un video girato da una microcamera piazzata all’interno di un bar. Registrò il passaggio dei contanti tra un narcotrafficante e il boss a processo. Peccato che quando qualche pignolo avvocato volle rivedere il filmato si scoprì che era stato alterato: al momento cruciale qualcuno ci aveva registrato sopra i balletti delle veline di Striscia la notizia e una pubblicità. ( gianluigi.nuzzi at mondadori.it) l

Università, bilanci e l’insostenibile peso del mattone

Università Bocconi

Conventi mal gestiti, inquilini abusivi e discussi finanzieri. Consigli d’ateneo fra compravendite spericolate, cause e fallimenti. La regola aurea che ognuno faccia solo il proprio mestiere viene spesso disattesa nei templi del sapere. E quei rettori che s’avventurano sui mercati immobiliari spesso rischiano d’affondare.
Per averne un’idea basta spulciare il bilancio dell’Universita Bocconi di Milano, solitamente considerata la migliore universita d’economia italiana.

L’incubo dell’ateneo assume il profilo di Filippo Alberto Rapisarda, controverso finanziere siciliano con base operativa a Milano, gia latitante 7 anni a Parigi e protagonista negli anni Ottanta e Novanta di processi per bancarotta e diatribe giudiziarie infinite con Marcello Dell’Utri e la Cassa di risparmio di Asti. Dopo una vertenza durata quasi 10 anni, la Bocconi eredita da Rapisarda immobili intestati a un gruppo di societa fallite, a saldo di un credito erogato negli anni Novanta per oltre 43 miliardi di lire. In sintesi: prima Rapisarda incassa con la sua Findar (poi fallita) la somma dalla Spaf, controllata dall’ateneo tramite la Finanziaria 2000 srl, dopodiche cede delle proprieta per saldare il debito. Tra queste un imponente palazzo appena dietro piazza San Babila. Per l’ateneo, piu che un affare, sono sabbie mobili.
Fra occupazioni abusive e quelle che il capufficio stampa della Bocconi, Barbara Orlando, definisce “altre forme di ostruzionismo”, l’universita rivende subito e a basso prezzo. Con una minusvalenza pesante: 6 milioni di euro. Ma come mai una societa della Bocconi eroga questo denaro a un finanziere inquisito? Le risposte sono contraddittorie. “Si e trattato di un’unica e sfortunata compravendita immobiliare” dice la Bocconi. Dagli atti del fallimento Findar si legge che “i finanziamenti sono derivati da societa facenti capo al professor Guatri (all’epoca, ndr) rettore dell’Universita Bocconi”. Firenze vende invece e senza fortuna gli argenti di famiglia per far fronte al disavanzo. Il complesso piu pregiato e Villa La Quiete, antico convento delle suore Montalve, dove visse l’ultima delle Medici.
La cessione non soddisfa le esigenze di bilancio. Dei 42 milioni pattuiti con l’acquirente Regione Toscana l’universita ne ha incassati finora appena 3. Situazione fotocopia per Villa Favard Lungarno, venduta alla Fondazione della Cassa di risparmio. Mancano all’incasso 13,9 milioni sui 20 della vendita. Cosi a Firenze per far fronte alle previsioni di passivo (per il 2009 si potrebbe arrivare a 107 milioni) si studiano alienazioni.
Ne sono previste per 85,4 milioni, compresi complessi agricoli al Mugello. Bulimia del mattone invece a Genova: l’ateneo si trova con 40 milioni di debiti dopo un decennio caratterizzato dall’acquisto di palazzi che, seppur appena ristrutturati, perdono gia i pezzi. Gli studenti attendono novita dalla procura sull’acquisto nel 2001 del palazzo ex Eridania: l’ateneo sborso 35 miliardi per un edificio pagato 7 mesi prima da un’immobiliare la meta.

LEGGI ANCHE: Al voto il decreto Gelmini: bagarre in Senato e scuole in piazza - La Gelmini star di Facebook tra proteste e sostenitori - I siti della protesta - La cura Gelmini, punto per punto. Partecipa al FORUM

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
  • Applicazioni Mondadori
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!