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Intercettazioni, Prodi e le trame anti Veltroni

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Qualcuno non la racconta giusta: sugli scambi di favori tra l’industriale farmaceutico Claudio Cavazza, numero uno della Sigma Tau, e l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi e su quel finanziamento da 300 mila euro per lanciare le primarie “prodiane” del Partito democratico. Nuove intercettazioni e nuovi interlocutori oggi gettano luce sulle spiegazioni minimizzatrici rese da alcuni dei protagonisti dei colloqui pubblicati nello scorso numero di Panorama.
Dai nastri si capisce che Alessandro Ovi, eminenza grigia di Prodi, chiedeva il sostegno di Cavazza come finanziatore di un particolare sondaggio che andasse a influenzare le primarie del costituendo Partito democratico. In altre parole, Cavazza doveva staccare per Renato Mannheimer un assegno da 300 mila euro (e non 280 come erroneamente scritto) per organizzare un grande evento: “Raccogliere 1.000 persone” racconta oggi lo stesso Mannheimer “rappresentative del Paese, farle votare subito per i candidati e farli rivotare l’indomani, dopo aver sentito dal vivo gli interventi dei candidati stessi. È il cosiddetto sondaggio informato inventato da James Fishkin“.
Si voleva quindi evitare che Walter Veltroni ottenesse un suffragio bulgaro che avrebbe indebolito la corrente prodiana del partito. Interpellato sul punto, Cavazza nega di netto la circostanza, pur confermando aspetti meno rilevanti. Afferma di non aver mai e poi mai parlato di finanziamenti con Ovi. Quest’ultimo potrebbe quindi aver “millantato”.
Di sicuro le versioni confliggono. La questione sarebbe irrilevante, come si è affrettato a sostenere Prodi, se tale sponsorizzazione fosse stata a fondo perduto, frutto di un’amicizia trentennale tra il professore e Cavazza. Ma in procura la pensano diversamente. Ritengono quelle intercettazioni quantomeno “ambigue”, come sostiene il procuratore capo di Bolzano Cuno Tarfusser (La Repubblica, 31 agosto). Perché collegano la sponsorizzazione del sondaggio informato a una richiesta avanzata da Cavazza a Prodi.
L’accusa ipotizza che l’imprenditore, in cambio dei denari, avrebbe sollecitato un favore preciso: la defiscalizzazione della fondazione Sigma Tau, ovvero il suo inserimento nell’apposito elenco predisposto dal ministero dell’Economia per quegli enti non-profit. L’agevolazione avrebbe fatto risparmiare almeno 1 milione di euro. Insomma, il triplo di quei 300 mila euro chiesti per l’Ulivo-Pd.
Così nel fascicolo aperto dalla procura di Roma si ipotizza e si ripete che il finanziamento avrebbe avuto, testualmente, una specifica “contropartita”: appunto la sponsorizzazione in cambio di agevolazioni fiscali. Do ut des?
Bisogna capirne di più. Per questo i magistrati di Bolzano si sono liberati di quelle intercettazioni, raccolte in un’indagine per corruzione e riciclaggio, e le hanno trasmesse a Roma ipotizzando il reato riformato dell’abuso d’ufficio, ma senza iscrivere nessuno nel registro degli indagati. Anche perché l’aiuto che Prodi cerca di concretizzare per Cavazza tramite il suo staff sfuma quando entra nella fase operativa. Ovi cerca di spianare la strada alla fondazione di Cavazza e chiama il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, ma l’elenco delle fondazioni da aiutare è già sulla Gazzetta ufficiale. Troppo tardi.
Che si parlasse soprattutto di soldi lo dimostrano le intercettazioni. Basta scorrere i brogliacci: 16 giugno 2007, il giornalista Giancarlo Bosetti, già vicedirettore dell’Unità e oggi direttore della rivista Reset, indicato nei documenti dell’accusa come “collaboratore di Mannheimer”, “comunica a Ovi che a Verona si è creato un comitato locale che vorrebbe fare un sondaggio deliberativo del Pd per influenzare il 14 ottobre. Giancarlo spiega che con l’assenza di candidati sarà una catastrofe e dice che ha parlato con Renato Mannheimer e sono concordi che la cosa si possa estendere a livello nazionale per 300 mila euro. Ovi riferisce che ne parlerà con Prodi e se è disponibile a incontro a tre”.
Ma chi paga? La cifra è importante soprattutto per l’Ulivo, prossimo alla chiusura, e per un partito, il Pd, ancora da costituire. Spunta Cavazza. Ovi l’indomani gli manda un bel mazzo di fiori. E il 18 i due si sentono al telefono. Il discorso scivola subito sull’argomento caro all’industriale: la defiscalizzazione della sua fondazione. “Cavazza dice che Tremonti aveva fatto una legge per la defiscalizzazione delle fondazioni per la ricerca, ma Sigma Tau non è in elenco. Il Cavazza vista la situazione degenerata dei rapporti tra gli alleati di governo suggerisce a Ovi l’idea che Prodi possa prendere contatti con l’opposizione. Ovi risponde che cadrebbe il governo in quanto sparirebbe qualche decina di parlamentari”.
Tra Prodi e Cavazza corre una salda amicizia. Sulla terrazza della casa romana del big del farmaco il Professore discetta di politica. Ma i tempi sono incerti e il futuro del Pd torna sulle labbra di Ovi e Cavazza. Così il 24 giugno Ovi fa capire a Cavazza la necessità di primarie con diversi candidati:
Ovi: “Anche nell’interesse del futuro nuovo capo Veltroni, credo che a lui convenga che si arrivi a queste primarie non con una farsa da plebiscito ma con la presenza di altri candidati… insomma con un dibattito”.
Cavazza: “Bisogna spaccare i berlusconiani!”.
Per evitare la “farsa del plebiscito” servono finanziamenti. E chi meglio di Cavazza? L’indomani Ovi chiama Cavazza: “Vengo a casa tua e ti porto quella cosa di cui ho parlato ieri… dell’iniziativa del capo (Prodi, ndr)”. Poi avvisa Sandra Zampa, il capoufficio stampa del presidente del Consiglio, che sta raggiungendo l’imprenditore. L’indomani Ovi è euforico. Ci sono i soldi. E chiama subito il giornalista Bosetti.
Ovi: “Abbiamo trovato uno sponsor per il nostro progetto importante (ovvero il sondaggio informato con 1.000 persone, ndr)!”.
Bosetti: “E chi è?”.
Ovi: “Cavazza! Che ha detto che vuol parlare con Scalfari e Mieli perché potrebbe diventare una bandiera di qualche grande giornale o una cosa del genere… le semifinali della Louis Vuitton cup delle primarie!”.
Gli investigatori mostrano pochi dubbi: “Appare ovvio” scrivono, “che l’incontro avvenuto a casa del Cavazza abbia avuto quale scopo primario da parte dell’Ovi e del quale Romano Prodi era sicuramente a conoscenza, di trovare uno sponsor per il progetto delle primarie il cui costo era di 300 mila euro”.
Fin qui l’ipotesi di sponsorizzazione attribuita al Cavazza e da lui smentita per le primarie del Partito democratico. E in cambio? “Contropartita Ovi” scrivono gli inquirenti per raccontare la richiesta di defiscalizzazione. Non solo: “Nell’ambito delle varie intercettazioni è stato possibile rilevare che Ovi si sia prodigato insieme ad altri due personaggi dello staff di Prodi affinché risolvessero un problema legato alla società Cyanagen con l’amico Cavazza”.
Poi però il sondaggio sfuma. “Era un bel progetto” ricorda Mannheimer “che dovevo fare con Bosetti. Certo costa molto, ma è in grado di offrire ai candidati le stesse possibilità di informare il campione di cittadini. Preparammo un preventivo ma poi non se ne fece nulla”. Come mai?”Forse mancavano i soldi, peccato”. ( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

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Claudio Cavazza: “È vero, Prodi mi chiese di aiutare il nipote”

Fotocronaca di una fiducia alla Camera

“È vero, Prodi mi disse: “c’è questa società di mio nipote che ha bisogno di un nuovo socio industriale…”. Claudio Cavazza presidente del colosso farmaceutico Sigma Tau e vice presidente di Federfarma conferma che nel giugno del 2007, su sollecitazione dell’allora presidente del Consiglio, valutò attentamente la possibilità di entrare nella società Cyanagen di Bologna partecipata al 20% da Luca Prodi.
“Cosa vuole, conosco Romano Prodi da quarant’anni” spiega Cavazza a Panorama.it, “siamo entrambi di Bologna, del gruppo di Beniamino Andreatta, anche Ovi (il consulente di palazzo Chigi che seguì le vicende dei parenti dell’allora premier, ndr) lo conosco da quando stava alla Roche”.
Scusi Cavazza, gli inquirenti collegano questo interessamento alla società di Luca Prodi con le pressioni fatte allo zio premier per defiscalizzare la fondazione Sigma Tau…
Io mandai due scienziati, i profesori Bianchi e Carminati, alla Cyanange per capire se ci poteva interessare. Tornarono in Sigma Tau dicendo che Luca Prodi si occupava di biotecnologie con ricerche molto avanzate ma prive per noi di interesse perché in un settore a noi lontano.
Ma perché Romano Prodi cercava un nuovo socio per il nipote Luca, tanto da suggerire di spogliare la Cyanangen di tutte le cose non brevettate…
Credo che il problema fosse l’assenza di sviluppo industriale delle scoperte compiute dal team di Luca Prodi.
Intanto, secondo le intercettazioni, lei chiedeva di defiscalizzare e prometteva soldi al partito democratico.
Guardi escludo di aver parlato con Ovi di quei 280 mila euro per un sondaggio da affidare a Mannheimer come ho letto.
È riportato nelle intercettazioni.
Non le mie, magari Ovi ha millantato di aver chiuso con me un accordo per finanziare il Pd. E poi Romano lo conosco bene, mica era così contento di Walter…
Ma lei o Sigma Tau finanziate i partiti politici?
Dopo Tangentopoli ho paura persino a dare la mancia al portiere, comunque sì, diamo 3-4 mila euro a Pd e Pdl e credo siano tutti ufficiali. Poi avete scritto che sono stato in carcere per Mani Pulite. È vero, ma guardi che all’epoca il finanziamento ai partiti democratici era anche una difesa della democrazia, perché si intuiva che arrivavano dei finanziamenti al Pci dai russi negli anni 1980-1985.
Lei ha confessato tangenti per oltre 2 miliardi di lire.
Lasciamo stare, c’erano gli avvocati che mi ripetevano “conferma tutto”.Io ero pure amico di Moroni che si è ammazzato in quegli anni.
Torniamo ai giorni nostri. E l’attesa defiscalizzazione per la fondazione per la quale Ovi investe l’allora sottosegretario dell’Economia Tononi?
Anche qui tutto vero, ma non abbiamo ottenuto nulla. O meglio, Ovi ci aveva scaricato e quindi siamo ricorsi al Tar che ci ha dato ragione nel maggio scorso.
Ma quando avete presentato il ricorso? Le telefonate sono del 20 giugno.
Il 5 luglio abbiamo depositato il ricorso ai giudici amministrativi.
E che agevolazioni avete ottenuto?
Benefici sacrosanti, l’esenzione dalla tassazione per le somme investite nella fondazione sino a certi importi. Fino ad oggi pagavamo il 50%.

FORUM con Gianluigi Nuzzi, autore dell’articolo
cavazza

Prodi intercettato: le telefonate d’affari dell’ex premier

Romano Prodi
(Photo by Massimo Di Vita)

Istantanea di fine giugno 2007: crisi di governo, il Partito democratico in embrione, Romano Prodi contestato in ogni piazza denuncia «un’aria irrespirabile» nel Paese. Ma l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi ha comunque un gran daffare. Non tanto per i grattacapi dalla sinistra radicale e per la riforma delle pensioni, quanto, verrebbe da dire, perché tiene famiglia. Il Professore cerca di soddisfare i desiderata di parenti ed ex inquisiti del pool di Mani pulite, coinvolgendo, tramite il suo staff, ministri e sottosegretari, come Livia Turco alla Sanità e Fabio Mussi all’Università.
Spinte, favori, pressioni: sono decine le intercettazioni che oggi raccontano quelle lunghe settimane di crepuscolo politico. Conversazioni che la procura di Roma, con il procuratore capo Giovanni Vecchione e l’aggiunto Maria Cordova, vicario di turno, hanno ricevuto per valutarne la rilevanza penale, visto che, è bene sottolinearlo, nessuno risulterebbe iscritto nel registro degli indagati. Intercettazioni che sono destinate comunque a sollevare nuove polemiche: da una parte sugli antichi vezzi della casta, a iniziare da quelli finora sconosciuti di Prodi, dall’altra su uno strumento investigativo che ormai entra nel quotidiano di chiunque.
Ma torniamo a Prodi. Gli affari dell’amato nipote Luca, gli aiuti pubblici invocati dal consuocero Pier Maria, i finanziamenti sollecitati al fidato industriale farmaceutico, già arrestato più volte durante Mani pulite, che a sua volta attende agevolazioni fiscali: le linee di Palazzo Chigi erano roventi senza che nessuno sospettasse che gli investigatori ascoltavano ogni parola. Ma per comprendere il perché di tanto interesse serve una premessa.
Nell’estate scorsa i magistrati di Bolzano sono a una svolta nell’inchiesta per corruzione e riciclaggio sulla vendita dell’Italtel dell’Iri alla Siemens, avvenuta negli anni 90 con Prodi alla presidenza del colosso di Stato. E, tra i fondi neri del gruppo tedesco, hanno rintracciato un insolito bonifico da 5 milioni di euro a favore della Goldman Sachs, advisor nell’operazione e società dove hanno lavorato, oltre al Professore, molti Prodi boys come l’ex sottosegretario all’Economia Massimo Tononi che spunterà più avanti in questa storia. All’epoca braccio destro del Professore e suo vice all’Iri era Alessandro Ovi, consigliere di fiducia che porterà poi in Commissione europea e in Italia anche come candidato dell’Ulivo al cda della Rai. Così gli altoatesini decidono di mettere sotto controllo i telefoni di Ovi. Chissà che la coppia, devono essersi detti, non si lasci andare a qualche valutazione su quella compravendita in cui ebbe un ruolo decisivo.
I risultati non sono ancora noti perché l’inchiesta a Bolzano è in corso. Ma sono al vaglio centinaia di telefonate, a iniziare da quelle tra Ovi, l’allora presidente del Consiglio e altri politici.
La decisione, poi, di mandare un troncone d’inchiesta a Roma, con alcune di queste intercettazioni, significa che le conversazioni selezionate riguardano proprio gli affari di oggi di Ovi nella capitale come ombra del Professore, suo «writer» personale, consulente negli affari di famiglia che in quest’inchiesta si confondono con le quotidiane attività di Palazzo Chigi, visto che figure di governo sono chiamate a risolvere grane di famiglia.
Ci vorrà comunque tempo. Il fascicolo, protetto in un armadio blindato, è ovviamente coperto dal massimo riserbo. È la prima volta che vengono intercettate le parole di Prodi e del suo staff quando erano a Palazzo Chigi.

Ministri e soldi pubblici per il consuocero
Una vicenda dovrebbe riguardare Pier Maria Fornasari, apprezzato primario all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. È consuocero di Prodi: la figlia Veronica nel 2001 ha sposato Giorgio, primogenito del Professore, al quale ha dato la prima nipotina. Nel capoluogo emiliano Fornasari è molto conosciuto: è in prima linea con la banca dell’osso della Regione Emilia-Romagna, che si occupa della lavorazione dei frammenti del tessuto muscolo-scheletrico.
I registratori della procura colgono che Fornasari è in gran fermento. Vuole dare una svolta alle sue iniziative scientifiche. E chiede contributi significativi. Per questo si rivolge al consuocero Romano per poi dialogare a raffica con gli uomini (e le donne) del presidente del Consiglio.
L’obiettivo: servono contributi pubblici e la parentela acquisita con il presidente è un formidabile asso. Abbatte ogni ostacolo, spiana la strada. Nei corridoi di Palazzo Chigi raccontano che Prodi è molto sensibile alle richieste del consuocero. Si mette a disposizione. «Anche i collaboratori dello staff del presidente» racconta una fonte dell’entourage di Prodi che lavorava a Palazzo Chigi «in quei giorni si erano presi in carico la vicenda. I nomi? Oltre a Ovi, l’economista Daniele De Giovanni, l’attenta segretaria del presidente Daniela Flamini, il capoufficio stampa Sandra Zampa, oggi deputato del Pd».
Prodi si spinge oltre le semplici premure per Fornasari. E da quanto emerge avrebbe fatto coinvolgere in alcune riunioni ad hoc gli allora ministri Livia Turco, alla Sanità, e Fabio Mussi, all’Università e ricerca scientifica. Nulla di illegale, ma c’è da chiedersi se un simile trattamento sarebbe riservato a qualsiasi primario che cerca fondi pubblici.
Ecco Ovi avvisare la segretaria di Prodi che «Romano ha fissato un appuntamento con i bolognesi per la medicina rigenerativa», mentre la donna lo aggiorna sulla riunione di «Romano con Mussi e la Turco. Dopo di loro ha passato tutto a De Giovanni». Le conversazioni sui finanziamenti sarebbero decine. Con il Professore che segue attentamente gli sviluppi. E Ovi e De Giovanni consapevoli dei rischi che potrebbero sorgere se il primario apparisse direttamente come percettore dei contributi:
Ovi: «Ti avevo cercato perché ieri c’era l’incontro con la Turco…».
Fornasari: «Me l’ha detto Romano, mi ha detto “Telefona alle 11” e mi ha aggiunto “con Mussi e Turco”».
Ovi: «Lui dice che bisogna accelerare la costituzione del soggetto».
Fornasari: «E così mi ha detto e mi ha accennato qualcosa aggiungendo che ha già fatto col Piemonte un’operazione simile».
Ovi: «Sai… la convenzione è un bellissimo pezzo di carta ma perché arrivino i finanziamenti bisogna farli arrivare nel posto giusto… Mi raccomando la fretta perché a Milano sono già pronti. È evidente che Aster non ha nessuna qualifica per prendere i soldi perché non è neanche associata, l’importante è che Aster costituisca qualcosa che è medicina rigenerativa!» (Aster è il consorzio tra Regione Emilia-Romagna, università, imprese e coop per la promozione della ricerca industriale e tecnologica del territorio, ndr).
Fornasari: «Facciamo l’incontro? Sai, Romano mi parlava del 4 luglio…».
Ovi: «L’accordo è che si passi tramite una convenzione con la regione poi però la convenzione se non c’è dietro il soggetto che riceve i soldi non va da nessuna parte».
Fornasari: «Sicuro!».

«Tiriamo via tutto quello che non hanno brevettato»

In quell’esordio d’estate Prodi ha molto a cuore anche le sorti professionali del nipote Luca, imprenditore figlio del fratello Vittorio, scienziato. «Per questo giovane parente» conferma una fonte dello staff di Prodi «invoca l’intervento di Claudio Cavazza, presidente del colosso farmaceutico Sigma Tau». Cavazza è volto noto ai magistrati: nel 1993-94 è finito più volte in carcere dove collaborò dopo la scoperta di oltre 2 miliardi di tangenti pagate a politici e a Duilio Poggiolini, l’eminenza grigia della malasanità.
Il problema di Luca è presto detto: forte del suo 20 per cento vuole far saltare il patto di sindacato nella Cyanagen, azienda bolognese titolare di diversi brevetti. Nata come spin off accademico dall’idea di alcuni docenti dell’Università di Bologna, ha goduto di significativi contributi ministeriali. Tutto in regola. Produce reagenti chimici per applicazioni nelle biotecnologie, affacciandosi nell’analisi di geni e proteine. È un settore dove le scoperte e i brevetti possono trasformarsi in moltiplicatori di fatturato. Ora, il giovane Prodi vuole liberarsi di un socio, la Euroclone gruppo Celbio, che detiene il 24 per cento. Luca sensibilizza zio Romano. E Palazzo Chigi si mette in moto. A dettare la strategia per mettere i soci alla porta è lo stesso presidente del Consiglio, suggerendo manovre non proprio ortodosse.
Ovi: «Professore caro buona sera, hai trovato il messaggio?».
Romano Prodi: «Sì perfetto… Senti, hai parlato con Cavazza di quella cosa?».
Ovi: «Allora… quella cosa. Certo ho parlato, è molto, molto interessato, il problema che ho studiato i patti parasociali: si sono fatti veramente ingabbiare. Prima di far intervenire uno con le spalle forti (Cavazza, ndr) bisogna che loro si liberino di questi signori di Euroclone, perché se salta fuori che ha l’aria di un compratore, quelli chissà cosa vogliono… (Cavazza, ndr) è interessatissimo però si devono liberare di questo qua».
Prodi: «L’hai detto a Luca?».
Ovi: «Gliel’ho detto e ridetto… Ho parlato con il suo commercialista che ha convenuto con me: i patti sono stati fatti in un momento che si era con l’acqua alla gola perché gli hai dato tutto, quelli hanno messo 100 mila euro di aumento di capitale su un capitale di 10 mila».
Prodi: «Si mette da solo e fanno la loro roba…».
Ovi: «Sì, Romano».
Prodi: «(Noi, ndr) Potremo fare anche un’altra società, ci sto anch’io a prestargli i soldi».
Ovi: «Ma Romano, ti sto dicendo che bisogna fare una cosa… amichevole… Quelli vogliono i soldi indietro, gli si danno i soldi indietro allora il Cavazza di turno interviene e ripaga quelli di prima. Cavazza scuote le spalle ma cosa vuoi che sia, però non posso intervenire adesso significherebbe (versare, ndr) 200 milioni… Funziona così la macchina lì che loro han messo i soldi e bloccano tutto, poi se si fa vivo uno che vuole comprarglieli moltiplica per 10».
Allora che fare? Prodi e Ovi pianificano e condividono la stessa strategia:
Ovi: «Allora loro piano piano debbono cercare di metterci dentro tutto il know how… le conoscenze nuove…».
Prodi: «Appunto è quello che dico io».
Ovi: «Certo ma devono svincolarsi da questi qua perché hanno l’esclusiva su tutta una serie di cose».
E a questo punto Prodi suggerisce di svuotare la società in comune all’insaputa del socio.
Prodi: «Lo so, appunto, siccome loro hanno brevettato tutto, intanto tirano via tutto quello che non hanno brevettato…».
Ovi: «Sì che siamo d’accordo Romano, però sai benissimo che i brevetti hanno tutti i legami (…)».
Prodi: «Allora non se la cavano più… senti io purtroppo… fino a che ora sei alzato che ti leggo il discorso?».
I consigli di zio Prodi e Ovi devono aver fatto presa sul giovane Luca, almeno sul fatto di non chiedere l’acquisto diretto della quota di Euroclone nell’azienda visto che in Cyanagen i soci sono sempre gli stessi. A oggi almeno.

280 mila euro per il Partito democratico
Tra Prodi e Cavazza si è costruito un solido rapporto di amicizia con richieste reciproche di favori. Qundi non solo il Professore auspica l’intervento del potente industriale per aiutare il nipote, ma Cavazza gioca un ruolo anche nelle manovre studiate dal presidente del Consiglio in vista della nascita del Partito democratico. Proprio in quei giorni viene formalizzata la candidatura di Walter Veltroni a segretario del Pd con il famoso discorso al Lingotto di Torino.
Da una parte Ovi chiede a Cavazza di sponsorizzare un sondaggio nazionale da affidare a Renato Mannheimer per le primarie del 14 ottobre. Da parte sua, Cavazza avrebbe sollecitato aiuti legislativi e agevolazioni fiscali per la fondazione scientifica del suo gruppo farmaceutico. Secondo gli investigatori, i fatti potrebbero essere strettamente correlati.
Cavazza quindi insiste sulla defiscalizzazione per la sua fondazione. Si lamenta che nel precedente elenco hanno messo »dentro roba che fa spavento» e chiede a Ovi di fare qualcosa. Il consulente di Prodi chiama direttamente il sottosegretario all’Economia Tononi, già punto di riferimento del Professore in Goldman Sachs. Ecco stralci della telefonata.
Ovi: «Tu sai da chi dipende nel vostro ministero la definizione di quali fondazioni sono esenti da fiscalità se poi fai una donazione?».
Tononi: «Sono esenti da fiscalità (…) Lui (Cavazza o suoi collaboratori, ndr) è venuto a trovarmi troppo tardi. Non può mica pensare che cambia il decreto del presidente del Consiglio… Loro mi stanno simpatici… sono amici di mio fratello…se venivano un mese fa si telefonava a Visco, si diceva, guardate mi raccomando metteteli dentro, sono persone brave… io volevo aiutarli, io sarei stato il primo».
A questo punto Ovi teme che gli aiuti di Cavazza (280 mila euro circa) possano sfumare. Quindi lo chiama.
Ovi: «La cosa è già in Gazzetta ufficiale… Riparare il danno adesso… convincere il Tesoro non è semplice… per il prossimo anno ci lavoriamo… devi pensare che entrare adesso».
Cavazza: «Se fosse possibile magari… quello sarebbe il massimo».
Ovi: «Ma è necessaria una procedura che adesso… una richiesta di revisione della lista è un passaggio che si può fare ma bisogna parlare con Visco… Romano non ha problemi certamente ma…».
Cavazza: «No è complicata…».
Ovi: «Perché se si può fare un pacchetto… con altre… certo possono farlo ma per una sola diventerebbe un problema… hai capito?».
Cavazza: «No… no non lo chiederei nemmeno».
Ovi: «Un elenco di due, tre, quattro…».

Discutine sul FORUM: “Prodi intercettato”: parla con l’autore del servizio, Gianluigi Nuzzi

C’è posta per il boss: Caro padrino ti scrivo…

Bernardo Provenzano

Leggi “don Bernardo” sulle buste e pensi al cappellano. Ma si chiama Luigi, don Gigi confessore degli ergastolani al 41bis nel carcere di massima sicurezza di Novara. Apri e saltano fuori l’immagine sbiadita di San Leoluca, patrono di Corleone, decine di fotocopie delle preghiere dei benedettini alla Madonna.
Spiegazzato, un cartoncino con Santa Rosalia di Palermo. Solo allora intuisci che Bernardo è proprio lui, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, destinatario di decine di giaculatorie che piovono da tutta Italia dal giorno dell’arresto, nell’aprile del 2006.
Scrivono i fan. Acclamano, sostengono, abbracciano. Invocano aiuti, preghiere, consigli. Persone con disturbi psichici viste le lettere deliranti, certo, ma anche gente comune, sacerdoti, galeotti, agenti di polizia, giovani. Tra questi, magari, chi nasconde messaggi criptati in preghiere concordate nel tempo, con lo sviluppo dei sistemi cifrati della Seconda guerra mondiale. Fantasie? “Mica tanto” taglia corto Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Intanto, nell’ipotetica gara a C’è posta per te dietro le sbarre, Provenzano supera Erika e Omar, forse persino Anna Maria Franzoni, e insidia chi riceve da sempre centinaia di lettere ogni anno, Salvatore (”Totò”) Riina, l’uomo delle stragi, il nemico dello Stato.
Al di là delle interpretazioni sociologiche, spiazza quel senso di deferenza, persino blasfemo, vista la volontà di beatizzazione che accomuna le missive di entrambi. “Don Bernardo” è l’esordio di Alessandro P. “sono tuo compagno di sventura essendo anch’io detenuto. Piango per la mia mamma gravemente malata. Le tue preghiere e la tua Bibbia sono più sacre di quelle del Papa. Ti prego, mandale dei fiori così morirà con l’onore delle tue sante parole”. Gli fa eco Franco, che si rivolge a Riina come potenziale padre: “Con rispetto sono con lei” inizia la lettera vergata a mano “non è giusto che lei non possa socializzare con gli altri detenuti. Io l’ammiro come uomo per quello che ha fatto e per la capacità di sopportare le cose di ogni giorno. Potrebbe essere mio padre e io ne sarei fiero. La saluto con rispetto sperando di non averla disturbata”. Altra lettera con firma femminile: “Caro Totò, non le scrivo per ammirazione ma perché convinta della sua innocenza. Le trasmetto la forza anche se ne ho poca… Immagino infatti quanta capacità, quanta forza sia necessaria per subire la privazione della libertà senza lasciarsi scoraggiare ma abbia fede: gli angeli la libereranno dalle ingiustizie, guarirai perché sei un essere speciale”. Tra i mittenti dell’epistolario ai due capimafia sono diversi gli affezionatissimi che seguono i boss negli spostamenti dalle diverse carceri che li ospitano. Persone che scrivono alle feste comandate, mandano auguri, immaginette e disegni ogni 31 gennaio per salutare con gioia il compleanno di “Binnu u tratturi”.
Incoraggiano con messaggi affettuosi Riina se ha la salute malferma. Come a marzo, quando la corrispondenza si intensificò appena divenne di dominio pubblico il suo trasferimento per esami dal carcere di Opera al reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Altri spediscono decine di missive nascondendosi dietro identità inesistenti. Come l’irreperibile Mario Colapesce che indica un inquietante domicilio sul retro della busta: “via del Silenzio 43, Palermo”, dopo aver scelto per cognome una leggenda siciliana amata da Italo Calvino. Di quel Cola capace di nuotare e di arrivare in ogni lido senza mai fermarsi. Sul mistero Colapesce, per capire se la corrispondenza nasconde un cifrario, indaga senza molte speranze la procura di Palermo con il sostituto Marzia Sabella.
Tutte le lettere sospette vengono infatti vagliate, il mittente identificato e sottoposto ad accertamenti. “Per anni abbiamo verificato gli intenti reali di un religioso” ricorda un investigatore “frate Celestino da Messina che aveva avviato un nutrito scambio epistolare con Riina su argomenti apparentemente religiosi fino a quando il boss decise di interrompere il dialogo “. Ma non è emerso nulla di rilevante. “Carissimo Salvatore ” si legge in una delle ultime missive del frate con allegata una preghiera sulla vita e la gioia “il Signore ti doni pace. Ti aspetto in paradiso e intanto cerca di renderti degno di quel luogo. Per andarci sai qual è la strada: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Auguri di buon compleanno!”. Come non diede risultati l’indagine sulle cartoline raffiguranti lo stadio Meazza con lo stesso testo inviate ai due la scorsa estate: “La pax è finita, un saluto da John l’Americano”.
E anche qui in allegato la preghiera “Abbi fiducia in me”. Tra chi scrive sempre c’è anche una donna francese che non nasconde le simpatie per Riina: “Aiutare è difficile” si legge in un italiano stentato su una cartolina raffigurante un leone che ruggisce “criticare è facile. Lei merita riposo in Sicilia, spero che la salute le vada bene e sappia che per la gente lei è e rimane un uomo coraggioso, molto intelligente e determinato. Mi piacerebbe vederla… Se possibile anche venirla a trovare”. Riina e Provenzano queste lettere nemmeno le leggono. Le missive vengono non solo controllate per quanto concerne i mittenti, ma anche sottoposte a una stretta censura che le blocca in caso di minimo dubbio. Una prassi che porta taluni pubblici ministeri della procura di Palermo a escludere la possibilità che quest’antico strumento, la lettera, possa essere scelto per raggiungere addirittura i boss dei boss. Troppi rischi. Troppi controlli. Eppure, alcuni pizzini indirizzati a Provenzano e ritrovati nel covo di Riina fanno pensare che questi venga coinvolto nelle scelte strategiche rilevanti, seppure sottoposto a carcere duro. Riina e Provenzano usano pochissimi francobolli.
Le poche lettere che imbucano sono soprattutto o quasi esclusivamente destinate a parenti: mogli, figli, cugini ma anche nipoti e pronipoti. Queste missive sono all’apparenza molto semplici: auguri per le ricorrenze e le feste comandate, affetto se qualcuno non sta bene. Riina per esempio si dilunga spesso nelle lettere ai figli sul calcio e il campionato, tanto da avere insospettito gli inquirenti. Ma niente di più. “Quelle di Riina e Provenzano” racconta un investigatore “sono famiglie abituate alla latitanza, ai silenzi protratti per lunghi periodi. Nelle lettere di certo non si dilungano”. A differenza di chi ha messo nero su bianco e spedito sperticati complimenti subito dopo le fiction sui capi della mafia.

Nuovi testimoni di giustizia: la nostra vita sotto protezione

In tribunale

Gli appelli della Confindustria a denunciare le estorsioni. Le vittorie dello Stato con la cattura dei “most wanted”. La voglia di rivalsa di gente piegata al pizzo. Per la prima volta dopo 7 anni di calma piatta aumenta il numero dei testimoni di giustizia. Di persone incensurate che per aver subito un reato (dall’estorsione agli abusi sessuali) o esser testi oculari di un delitto, magari l’omicidio del padre, cambiano identità, residenza e lavoro. In pratica, vita. Trasferiti in località segrete, stipendiati e sorvegliati dal Servizio centrale di protezione. Il balzo in avanti non è netto, ma inverte una tendenza in atto dal 2001, quando ci fu un’impennata dopo l’introduzione della legge che dava finalmente figura giuridica ai testimoni.
Oggi sono 75 i testimoni che vivono sotto copertura dopo che, negli ultimi giorni, alcuni sono usciti dal programma e sono tornati alla normalità: un mese fa, infatti, erano 81, con un incremento del 15 per cento rispetto al primo semestre 2007. Controllati 24 ore al giorno dagli uomini del Servizio centrale di protezione, sotto la direzione del generale dell’Arma Antonio Sessa e di un primo dirigente della Polizia, Giuseppe Garramone, che si dedica solo a queste vite sospese.
Certo, il loro numero rimane molto limitato rispetto all’ampiezza dei fenomeni criminali. E forse, dopo gli appelli della Confindustria, si sperava in qualcosa di più. Eppure, un nuovo fenomeno sta emergendo: imprenditori che collaborano in silenzio senza andare sotto protezione. “In Sicilia sta crescendo negli ultimi mesi” si legge nell’ultima relazione della commissione Antimafia “la denuncia di estorsioni da parte di imprenditori i quali tuttavia non necessariamente acquisiscono lo status di testimoni di giustizia”.
Chi sono questi 81 eroi senza volto? Imprenditori che subivano il pizzo, parenti di mafiosi, ma anche bambini. Come Christian, che ha subito abusi sessuali a 7 anni: a 14 ha lasciato Torre Annunziata, sotto protezione con padre e sorella dopo avere incrociato sulle scale di casa il killer della madre, uccisa per aver denunciato le violenze patite dal piccolo. Perso il padre d’infarto l’anno dopo, oggi a 18 anni vive con 1.500 euro al mese cercando di concludere un corso da operaio specializzato.
Invece Elio, a 8 anni, ha assistito a Catania all’omicidio del padre, pregiudicato assassinato per avere rubato a persone pericolose: commercianti protetti dalla mafia a cui pagano il pizzo. E poi le due ragazzine romene di 16 anni, sotto protezione da poche settimane dopo aver denunciato i loro aguzzini che le mandavano a prostituirsi. Vivono in una comunità con un assegno da 1.200 euro al mese che ricevono dallo Stato. Oppure Anna, che a 13 anni subiva violenze dal padre: ha lasciato la Campania perché i parenti le davano la caccia. Oggi lo Stato le ha dato 400 mila euro per aprire un negozio.
Panorama ha incontrato quattro testimoni per farsi raccontare le loro storie e la loro vita in clandestinità.
Antonio: in fuga dai pedofili
“A 7 anni mio figlio Diego faceva ancora la pipì a letto” racconta Antonio, manovale, 40 anni. “Era aggressivo. Andava in bagno solo se accompagnato da mamma o papà. Ma prima dei bisogni portava in corridoio tutti i soprammobili e persino lo spazzolone del wc. Abbiamo capito il perché solo mesi dopo: ci ha confessato che era vittima dei bidelli delle elementari al quartiere Poverelli di Torre Annunziata. In 19 hanno abusato dei piccoli in cantina, nei garage, nei bagni. Scoperti nel 1997, dopo che mia moglie e altre tre madri a testa alta li hanno denunciati, sono stati condannati fino a 14 anni di carcere.
“Ma l’incubo era appena iniziato. Sette anni dopo, nel 2004, una delle madri coraggio, Matilde Sorrentino, viene assassinata con sei colpi di pistola sulla porta di casa. Suo figlio, Christian, salendo le scale incrocia il killer che scappa con il revolver infilato nella cintura. Christian gira le ultime due rampe e trova il corpo della madre senza vita sul pianerottolo. Da quel giorno lui con la sorella, noi con Diego e un’altra famiglia che aveva denunciato la banda di pedofili viviamo sotto protezione. Certo, in un paese normale dovrebbero essere i criminali a essere allontanati, non noi vittime. Qui invece funziona tutto al contrario. I delinquenti continuano i loro affari, vanno in giro per il paese. Lo Stato li tutela con permessi, premi extracarcerari e scappatoie. Noi insultati per strada, minacciati per convincerci a ritirare le denunce. Con mia moglie persino inseguita dai parenti dei pedofili. E il paese faceva finta di niente.
“Prima siamo stati trasferiti in una residenza, quindi in un’odissea di casa in casa. All’inizio, i primi mesi, abbiamo vissuto come in vacanza: era estate, eravamo spensierati. Poi l’equilibrio della mia famiglia ha iniziato a traballare. Litigavamo per piccole cose. Gli psicologi ci seguivano e curavano: mia moglie per quasi 2 anni, mia figlia tuttora. Diego invece da quando ha compiuto 11 anni non parla più degli abusi. Ha come cancellato, messo in freezer quelle violenze: “Ho fatto il processo?” mi ha urlato una volta. “Ho incontrato gli psicologi? Adesso non ne parliamo più”.
“Durante il processo avevamo gli esperti in coda fuori la porta per sentirlo. Offrivano assistenza solo per accertare gli abusi, mica per guarire il piccolo. Lui oggi a 18 anni è chiuso, poco riflessivo, incapace di portare a termine un progetto, un lavoro, fra scatti d’ira e frequente perdita della concentrazione. Vive con il suo doppio trauma: prima la pedofilia poi il cambio di vita con perdita di amici, parenti, compagni. È solo”.

Innocenzo Losicco: “Ora brindo in barba alla mafia”
“A un certo punto la vita si ferma: entri in clandestinità, un salto nel vuoto senza paracadute. Dalla villetta con piscina a Palermo sono finito in un bilocale topaia, mia figlia si è presa la scabbia. Trasferito come un pacco, le guardie del corpo pensavano fossi un pentito, quando io non ho mai commesso un reato. Dei soldi che giravano prima, dei miliardi di lire che guadagnavo costruendo negli anni 90 palazzi, nemmeno l’ombra. Un assegno di sostegno: 1.500 euro al mese. Ma è meglio così”.
Innocenzo Losicco, costruttore palermitano di 59 anni, inizia a collaborare nel 1997. Fa mandare in carcere 28 mafiosi di Brancaccio, tra cui Filippo Graviano, Gaspare Spatuzza e Antonino Lucchese. Oggi vive in una località segreta e, grazie alle garanzie del Servizio centrale di protezione alle banche, è tornato ad acquistare terreni, costruire ville e palazzine. Con nuove generalità.
“Era vita quella? Mi illudevo di essere un imprenditore edile per scoprirmi dipendente. Della mafia, delle sue pretese. Ero solo padrone di amministrare il cantiere. Il resto era cosa loro: dallo scavo alle forniture, chini la testa e deleghi la scelta. Inoltrando puntuale richiesta di autorizzazione per ogni decisione: ‘Faccio sapere che l’impresa di imbianchini’ dicevo al loro emissario ‘non va bene’. Lui annuiva, riferiva e tornava: ‘Fanno sapere che è bene cambiarla. Contatta la tale impresa’. Sempre così, un laconico ping pong: ‘Faccio sapere che…’, ‘Fanno sapere che…’: ordini come litanie d’umiliazione e sudditanza. Che si ripeteva centinaia di volte. Se poi sbagli, il cantiere chiude.
“Un giorno l’azienda dei Graviano era sprovvista di pomicemento, mi permisi di rivolgermi a un’altra impresa sempre loro referente. Che si rifiutò di rifornirmi: ‘Hai sbagliato. Chiudi il cantiere sino a quando ai Graviano non arriva la merce’. Oppure ti sequestrano il figlio all’alba e lo riportano a sera perché, schiavo graziato, ’stavolta, sappi, è andata bene’.
“I fratelli Graviano si mangiavano fino al 50 per cento degli utili, altri boss forfetizzavano il pizzo, altri si accaparravano case intere: ‘Costruisci 20 appartamenti? A noi ne spettano due’. In tutto ho ceduto una decina di case e somme incalcolabili. A Palermo, anche oggi, non serve la concessione edilizia ma l’approvazione del padrone del quartiere: prima dice sì o no, quindi indica le condizioni.
“Mi sono affrancato da 9 anni. Una nuova vita, che inizia con addii. Cambio casa, regione, amici. Mia figlia piange il fidanzato. Un paio d’anni senza lavorare. Poi nel 2000 accedo ai fondi antiracket ricevendo 400 milioni per acquistare un terreno sulla litoranea. Il Servizio centrale di protezione firma le garanzie per accedere ai mutui, come un padre che assicura i finanziamenti al figlio. Oggi sono tornato in possesso di sette dei dieci appartamenti ceduti ai prestanome dei Graviano, dopo che il tribunale ne aveva annullato gli atti di vendita. Proprio ieri ne ho venduti due brindando (lo posso dire?) in barba alla mafia. Perché la mafia è paura. Paura che ti blocca, che ti impedisce di fare il salto. Ma se credi in te stesso, se non insegui l’alibi dello ‘Stato non fa’, ti accorgi che denunci e non ti succede niente. Perdi battaglie, vinci la guerra. Con un unico rimpianto: se altri imprenditori mi avessero seguito sarei rimasto a Palermo. Libero. Non più schiavo”.

Gaetano Safiotti

Gaetano Safiotti: “Non mi sono piegato e ho salvato il mio onore”
È l’unico testimone che non abbandona la sua terra, non cambia nome e non ha mai chiesto un euro di mantenimento allo Stato. Gaetano Safiotti, re del calcestruzzo, s’arrocca ancora nella piana di Gioia Tauro, cuore di ’ndrangheta, collusioni e silenzio. Sotto scorta con moglie e figlio.
“Qui la gente non capisce. Ti fissa e ti silliba ‘i-n-f-a-m-e’. Parlo ai giudici, mando la gente in carcere, non pago il pizzo: infame io e chi ha il mio sangue. Mio figlio non trova fidanzata, avendo sangue d’infame. Sulla Reggio Calabria-Salerno non apro un cantiere, nemmeno offrendomi gratis: è roba loro. Siamo in pieno feudalesimo: l’estorsione non è pizzo, ma contributo ai feudatari. Gli imprenditori chini versano l’Ivam, l’imposta valore aggiunto mafioso, su ogni affare, su ogni buco in terra, senza batter ciglio, come fosse un qualsiasi altro balzello. E poi, privilegio assoluto, diventi un eletto se il signorotto coinvolge la tua azienda sana nei suoi affari.
“Io nel 2000 dovevo decidere. Diventare monopolista in Calabria nei calcestruzzi, pagando però il dazio senza prezzo dell’onore, assecondando ogni scelta. La mafia si appropria il tuo cervello. Comanda. Ti indica quali camion usare. Quali operai far lavorare. Quali appalti vincerai. Persino quali materiali inerti acquistare pur avendo io una cava mia. O le matite in quale cartoleria acquistarle. Burattino tra i burattini.
“Con 60 dipendenti nel 2000 fatturavo solo in Calabria 15 miliardi tra calcestruzzi e movimento terra. Negli anni ne ho girati un paio alle cosche. Più i favori in natura: le parcelle agli avvocati dei pregiudicati. Le villette al mare dei padrini? Ecco pronti camion di mattoni, bitume, e perfino gli arredi interi e la carta da parati.
“Oggi mi mimetizzo, mi aggiudico commesse nei paesi dell’ex Unione Sovietica e in Africa. Il prezzo più alto che pago? La rinuncia ai loghi delle mie aziende per non farmi individuare dalla ’ndrangheta. Scusate se sono generico, ma cosa devo dire? Ogni volta che scendo la scaletta di un aereo le cosche già sanno. E ti avvertono. “Posso venire a lavorare anch’io a Parigi?” mi sibilò dalla gabbia in tribunale uno di loro: avevo appena vinto un appalto per la pista all’aeroporto Charles de Gaulle e non l’avevo detto nemmeno a mia moglie. Meglio i comuni in bancarotta dell’Angola che i municipi della piana di Gioia Tauro, commissariati dalla ’ndrangheta. Meglio mimetizzarsi nel deserto che vivere da preda delle cosche.
“Losicco sbaglia quando afferma che la giustizia ti protegge: se accusi, se attacchi i mafiosi, prima o poi la paghi. Ti ammazzano. La mia esecuzione è solo rinviata quando si allenterà la scorta, quando uccidermi non sarà letto come un attacco allo Stato. A differenza dello Stato le cosche vogliono sempre dare l’esempio e hanno ottima memoria. Lo so, l’ho messo in conto e sono sereno. Uccidermi oggi che vivo sotto scorta sarebbe controproducente, e la ’ndrangheta ragiona solo in termini di opportunità, di momenti più adatti.
“E poi in questi feudi la morte arriva solo dopo lenta tortura: prima ti distruggono economicamente, ti emarginano, ti levano gli appalti, nessuno viene più a comprare la tua merce. Il fatturato sparisce, i dipendenti se ne vanno. Uno prima si licenziò poi tornò, a chiedere il pizzo: “Mi alzo quando voglio” mi disse. “Vado al bar e non pago, la gente si inchina, ho soldi e le auto che desidero: ma scusi, perché devo lavorare massacrandomi quando la vita è breve?”.
“Ecco, ti soffocano. Ti prestano soldi che si riprendono con il pizzo. Poi ti colpiscono negli affetti: io non vedo più i miei cognati, molti ex amici perché qui, nella piana di Gioia Tauro, sono l’infame. Vogliono portarti alla pazzia, con i figli che non capiscono e ti spiazzano. “Papà perché dobbiamo andarcene via noi? Ma se hai una cassetta con delle mele marce che fai? Butti le sane?””.

Rita: “Meglio raccontare tutto”
La vita di Rita (nome di fantasia, per motivi di sicurezza) è un almanacco siciliano di scelte non sue. Di occasioni mancate. “Finita la quinta elementare mi sono fidanzata a 11 anni e a 13 anni ho avuto la prima figlia: volevo fare la poliziotta. Poi, a 19 anni, mi chiamano i carabinieri in caserma. Mi leggono delle intercettazioni con mia cugina; parlo di suo marito, killer delle cosche. “O ci racconti tutto o ti mettiamo dentro come complice della mafia”. Avevo già tre figli e ho deciso di collaborare. Ho raccontato di lui, di quanto fosse ignorante a far fuori la gente e a vantarsene con tutte. Si faceva bello in paese: ‘Ho ammazzato tizio, ho ucciso in auto caio…’. Firmo il verbale. La mattina dopo scatta la retata: finiscono in carcere 13 persone. Arriva la polizia a casa e ci dice ‘dovete partire d’urgenza’. Da ragazzina quale ero muoio di paura. Mio marito cade dalle nuvole: ancora non sapeva, ancora non gli avevo detto nulla. Ci portano in procura dove il giudice Paolo Borsellino mette una mano sulla spalla a mio marito: ‘Andatevene, è meglio’.
“Lui, bianco in volto, scende le scale di corsa. Siamo partiti verso una vita nuova senza niente, nemmeno un ricambio. Tre piccoli che piangevano: la più grande aveva 6 anni, la più piccola 1 anno e mezzo. Cambiamo una decina di case. Mio marito per un periodo ha smesso di lavorare, ma i vicini si sono fatti sospettosi e lui per giustificare la disoccupazione racconta di essere in pensione dopo un incidente sul lavoro. Altrimenti qualcuno insinua pure che siamo mafiosi. Noi, capite? Noi, con il rischio in agguato.
“Al mio paese si dice: ‘Le cose si fanno alla scordata”: a Pesaro un giorno mio marito ha riconosciuto un mafioso fuori dall’asilo dei miei figli. La notte stessa abbiamo cambiato casa con i piccoli che mi interrogavano: ‘Mamma, perché ce ne andiamo?’. E io che nemmeno sapevo dove saremmo finiti. Con la più piccola abbiamo sbagliato. Le hanno detto: ‘Se torni in Sicilia, ti ammazzano’. È ancora turbata, in classe vuol stare vicino alla maestra. I suoi disegni sono tutti neri. A volte mi sento in colpa per i miei figli. Ma è un prezzo che pago consapevolmente.
“Lo Stato e il Servizio centrale di protezione mi hanno sempre aiutato: 3 milioni 300 mila lire al mese di assegno, affitto e bollette pagate, 5 milioni per acquistare un’auto, 70 mila euro ora per aiutarmi a comprare la casa e un altro aiuto per chiudere un negozio. Contro la delinquenza meglio raccontare le cose. Perché la mafia fa schifo: io disprezzo i mafiosi per quello che fanno”.

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