
Gli accertamenti dopo l'esplosione della bomba a Brindisi (AP Photo/Max Frigione)
Giovanni Pellegrino, che per sette anni è stato Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e il terrorismo, è uno dei massimi esperti dei rapporti tra criminalità organizzata e terrorismo. Ecco cosa ne pensa dell’esplosione davanti alla scuola di Brindisi.
Senatore Pellegrino, possiamo stabilire una natura eversiva di questo attentato?
Le prime indagini sembrano andare in una direzione diversa, data anche la rudimentalità dell’ordigno e la circostanza che sia stato collocato non davanti all’ingresso della scuola ma su un lato dell’edificio. Per cui non si può escludere una finalità estorsiva dell’attentato contro qualche commerciante della zona. Continua

«Fui cacciato a pedate nel sedere. Senza un perché. Ma oggi l’ho capito, grazie a documenti che non conoscevo: li avevano tenuti nascosti perché troppo imbarazzanti; avrebbero svelato aspetti inquietanti della cosiddetta trattativa Stato-mafia per l’abolizione del carcere duro». Nicolò Amato era direttore del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, quando nel 1992 Cosa nostra inaugurò la stagioni delle stragi. Il 4 giugno 1993 fu improvvisamente rimosso. A volere la sua testa fu il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, d’accordo con il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e con il ministro della Giustizia Giovanni Conso.
Ma perché la cacciarono?
Perché ero un ostacolo a ogni trattativa o tacita intesa con la mafia. Sono stato vittima di una trama squallida e oscena, che ha riguardato le istituzioni che rappresentavo. Dopo l’assassinio di Giovanni Falcone attuai verso i mafiosi in carcere la risposta più dura. Riaprii le carceri di massima sicurezza di Asinara e Pianosa e proposi al ministro della Giustizia Claudio Martelli l’applicazione del 41 bis ai 532 boss più noti. Poi, dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, inviai un appunto al ministro per estendere il regime duro a tutti i 5.300 detenuti di mafia: non sempre conoscevamo le esatte gerarchie mafiose.
Un detenuto apparentemente poco importante poteva essere in realtà un capo?
Sì. Bisognava impedire ai detenuti di mafia di utilizzare altri detenuti e troncare ogni possibilità di comunicazione illecita con l’esterno. Così individuai 121 carceri o sezioni di carceri in cui mettere quei 5.300 mafiosi e chiesi a Martelli di varare un solo decreto 41 bis su quelle 121 strutture invece di tanti provvedimenti ad personam.
La risposta di Martelli?
Girò il mio appunto all’ufficio legislativo e alla direzione affari penali del ministero. Una procedura del tutto insolita, visto che la mia proposta non prevedeva modifiche di legge e quindi quei due uffici non avevano alcuna competenza. Allora scrissi al ministro, chiedendogli di assumersi responsabilità dirette. Ma lui si rifiutò e si limitò a rilasciarmi una delega per l’applicazione del 41 bis. Feci quel che potevo e i provvedimenti di restrizione salirono a 1.300.
Che cosa accadde quando poi alla Giustizia arrivò Conso?
Gli scrissi che il 41 bis, essendo un decreto ministeriale, era il prodotto di un’emergenza. Perciò proponevo di sostituirlo con una legge, che avrebbe reso permanente, più efficace e più dura la risposta dello Stato alla mafia. La situazione era estremamente pericolosa. Avevamo appena scoperto il piano per l’uccisione di alcuni agenti del carcere di Pianosa, sventandolo per un soffio.
Arrivava dal carcere l’ordine di uccidere?
Sì: questo era il problema cui occorreva dare una risposta più decisa. La sicurezza sarebbe stata tanto più garantita quanto più forte fosse stato il controllo sulle comunicazioni tra il carcere e fuori, che passavano attraverso la corrispondenza e i colloqui. Chiedevo un rafforzamento della censura sulle lettere e la possibilità di ascoltare e registrare i colloqui. E inoltre che i mafiosi chiamati a deporre nei processi potessero farlo solo attraverso un collegamento audiovisivo, senza essere portati in udienza.
Reazioni?
Da Palermo Cosa nostra inviò una lettera anonima al presidente Scalfaro. Arrivò anche al Vaticano e ad altri, tra cui il ministro dell’interno (Nicola Mancino, ndr). La lettera invitava a «togliere gli squadristi al servizio del dittatore Amato», cioè a cacciarmi. Fatto gravissimo: di quella lettera non venni mai messo al corrente.
La data?
Febbraio 1993. Tre mesi dopo, visto che ero ancora al mio posto, esplose l’autobomba in via Fauro a Roma (14 maggio) e ci fu la strage di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio). Il 4 giugno venni rimosso dal mio incarico e sostituito con Adalberto Capriotti. Ma i lettori di Panorama sanno già come andò, visto che avete dato conto della testimonianza dell’ex segretario generale della presidenza della Repubblica, Gaetano Gifuni, e poi avete intervistato il vicecapo dei cappellani penitenziari, Fabio Fabbri, che ebbe un ruolo importante in quella storia: fu Scalfaro, il primo destinatario dell’anonimo, a volere la mia testa.
La sua rimozione facilitò la trattativa?
La scelta del mio successore fu praticamente affidata ai cappellani, gli stessi che avevano trattato per il Vaticano e lo Stato nel sequestro Moro. È un fatto, ma ce ne sono altri: documenti che ho potuto vedere solo di recente e che dicono in modo eloquente cosa accadde subito dopo la mia rimozione.
Quali documenti? E che cosa accadde?
Agli atti dell’inchiesta condotta all’inizio del 2000 da Gabriele Chelazzi, pm di Firenze, ci sono una serie di lettere e appunti dei miei successori, Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio, i quali proponevano al ministro Conso una serie di revoche del 41 bis. Nel giro di pochi mesi i detenuti di mafia a regime duro crollarono da 1.300 a 436.
Basta per dire che ci fu una vera trattativa? E che la revoca del 41 bis arrivò in cambio della pax mafiosa?
Tra i documenti ne ho trovato uno a dir poco agghiacciante. È un appunto in cui il Dap chiede una serie di revoche del 41 bis. Ma attenzione alla data: è del 29 luglio 1993. Nei due giorni precedenti c’erano stati gli attentati di piazza San Giovanni e alla Chiesa di S. Giorgio al Velabro, a Roma, e la strage di via Palestro a Milano. E attenzione: 5 morti, 12 feriti e danni ingenti al patrimonio artistico vengono definiti una «delicata situazione generale, che impone di non inasprire inutilmente il clima all’interno degli istituti di pena». Quindi, di revocare un ulteriore gruppo di decreti 41 bis.
Però l’inchiesta di Chelazzi non approdò a nulla.
Chelazzi morì all’improvviso (il 16 aprile 2003, ndr) mentre stava indagando; il suo lavoro si bloccò. È inquietante che nessuno abbia sentito il bisogno di riprendere il filo della sua indagine. Quei documenti sono
sepolti in un archivio da quasi un decennio.
Ma lei se la sente di affermare che una trattativa ci fu?
Io non so e non posso sapere se c’è mai stato un tavolo formale intorno al quale si sono seduti mafia e Stato. Ma non c’era bisogno di alcun tavolo per discutere di certe cose. La trattativa era implicita e il patto finale era tacito, visto che l’una sapeva che cosa voleva l’altro, e viceversa.
Dunque, una trattativa implicita?
Sì, una trattativa implicita. E il prezzo pagato alla mafia furono la mia testa e la fine del carcere duro.
Lei crede che Borsellino sia stato ucciso perché si opponeva alla trattativa?
No. Gli attentati contro Falcone e Borsellino sono una storia completamente diversa. Ancora tutta da scrivere.

«Ma lo levò lui da lì! E poi è venuto a dire di avere saputo la notizia dai giornali… Scalfaro ha mentito, fu lui a volere la testa di Nicolò Amato. La ricostruzione che avete pubblicato voi di Panorama sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia è precisa al millimetro». Era fine primavera 1993, quando don Fabio Fabbri salì al Quirinale insieme a Cesare Curioni, all’epoca ispettore generale dei cappellani delle carceri. Fu proprio quel giorno che un presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, disse che non voleva più tra i piedi un personaggio scomodo come il direttore generale degli istituti di pena, Amato, e chiese ai due cappellani di indicare al ministro della Giustizia Giovanni Conso il nome di un sostituto più malleabile. Continua

Pier Ferdinando Casini, Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani
L’ultimo a gettare la spugna è stato Umberto Bossi. Ma prima di lui erano usciti di scena Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Che cosa avevano in comune l’inventore della Lega, il creatore di Forza Italia e il fondatore dell’Ulivo? Personaggi così diversi tra loro, e per molto aspetti inconciliabili, incarnavano però un’idea della leadership fondata sul carisma personale, una concezione del partito o della coalizione in cui la forza mediatica, l’appeal dell’immagine, la capacità di comunicazione, la disponibilità economica e le relazioni del capo nei salotti del potere erano di gran lunga prevalenti rispetto all’organizzazione, ai suoi meccanismi di vita interna, al suo potenziale di azione e alla sua capacità di radicamento sociale. Insomma, il “nuovo” della Seconda Repubblica che aveva sostituito il “vecchiume” della Prima. Il “partito personale”, inventato su due piedi grazie alla creatività del leader, che aveva sostituito il “partito politico”, spazzato via dalla rivoluzione di Mani pulite. Continua

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani (Ansa)
Bersani, hai letto? Dopo l’accordo sull’articolo 18, il Wall Street Journal attacca duramente il presidente del Consiglio Monti accusandolo di essersi “allontanato dal solco Thatcher”. Il “solco Thatcher”? E che cos’é? Capisco Napolitano, quando ogni tanto ci ricorda che la decisione di stare in Europa e nell’Euro comportò la rinuncia a “quote” di sovranità nazionale, e che adesso non si deve tornare indietro. Ma, un momento: a chi le abbiamo cedute, al WSJ e ai suoi padroni dell’alta finanza? Ha una certa importanza scoprirlo. Perchè uno, poi, sa almeno come regolarsi. Continua

Mario Monti alla Camera con i suoi Ministri (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)
«Io ho il consenso degli italiani, loro no», fa sapere il nostro premier Mario Monti mentre è in viaggio in Asia. “Loro”, naturalmente, sono i partiti… Frase infelice.
Primo, perché non si parla all’estero di cose politiche di casa nostra. Secondo, perché il presidente del Consiglio dovrebbe sapere che, senza l’appoggio dei partiti e del Parlamento, non occuperebbe il posto che occupa (o è convinto che sia sufficiente la benedizione del Quirinale?). Terzo, perché è tutto da dimostrare che sia proprio come dice lui: prudenza, Professore, prudenza.
Io che mi sposto tutti i giorni con i mezzi pubblici, francamente non ho avvertito tutta questa sintonia tra il paese reale e la “repubblica personale” di Mario Monti. Anzi. Ora che gli italiani hanno cominciato a fare quattro conti e hanno valutato l’impatto sulle loro tasche della politica del governo (tra parentesi: il sottoscritto in gran parte la condivide) direi che sono piuttosto incazzati. Continua