
L’Afghanistan non infiamma solo i dibattiti parlamentari ma anche i tanti angoli di Roma. Come la stazione Ostiense dove il 16 gennaio 150 agfani sono stati sgomberati dalla polizia. O come il centro d’accoglienza Astalli che ha visto crescere in maniera esponenziale il numero degli profughi di quel paese che cercano un pasto, un letto o un primo soccorso. E che ha anche stilato un’analisi: a gennaio dello scorso anno, in mensa, erano 149 su 556. A dicembre erano già 462 su 849. In ambulatorio, nel 2006, sono stati la metà di chi ha chiesto cure. “Tra gennaio e dicembre dello scorso anno gli utenti della mensa sono aumentati del 35 per cento” spiega Padre Giovanni La Manna, responsabile. “Con picchi di presenze giornaliere che hanno superato le 300 persone e un incremento di afghani, il cui numero è raddoppiato dall’inizio dell’anno. Soprattutto nei mesi di novembre e dicembre sono stati tre volte più numerosi rispetto a gennaio. E l’età media è inferiore ai 25 anni”.
L’analisi del Centro Astalli, che ha prodotto un intero documento relativo ai rifugiati (rapporto annuale 2006), presenta altri aspetti importanti. Per esempio, molti sono i minori afghani in strada: ben il 50 per cento dei 525 ragazzi contattati dagli operatori del centro.
Spesso arrivano dopo anni di peregrinazioni e l’Italia rappresenta solo una sosta in attesa di partire per il Nord Europa. Il 73 per cento di loro, infatti, si ferma per meno di sei mesi.
Centocinquanta afghani martedì 16 gennaio sono stati sgombrati dalla stazione Ostiense, a Roma, nei pressi del piazzale 12 Ottobre 1942. “La polizia è intervenuta nel più grande “accampamento” di afghani della capitale e lo ha sgombrato con metodi discutibili, senza provvedere a una soluzione alternativa seppur temporanea” commenta Padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli che da tempo, assieme ad altre associazioni, denuncia un costante aumento di richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan, spesso minorenni. “Non hanno lasciato loro neanche le coperte per ripararsi dal freddo”. Tra quelli che si sono rivolti al Centro Astalli per chiedere aiuto dopo lo sgombero, molti erano minorenni, richiedenti asilo o con permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Per chi vive lontano dalla famiglia il telefono è una benedizione e quello della cornetta è l’unico cordone ombelicale non reciso. Per questo in Lombardia, la regione italiana con più immigrati (oltre 550mila), ci sono circa 2.400 phone center (700 solo a Milano). Che adesso, però, rischiano di chiudere. La Regione, infatti, ha fissato delle norme per l’apertura di questi centri: alle nuove regole devono adeguarsi tutti. Quindi: criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La legge è stata approvata lo scorso febbraio e ha dato tempo un anno per l’adeguamento. A conti fatti, solo il 15 per cento è riuscito a mettersi in regola e nessuna proproga è stata concessa: il 22 marzo la legge è in vigore. Chi c’è c’è. Nonostante i tentativi di dialogo e i dibattiti in Consiglio regionale. Nonostante per molti sarà difficile scovare nel proprio locale 2 bagni ogni 60 metri quadrati, cabine telefoniche di almeno un metro e sale d’attesa di 9. E la domenica chiusura, come vuole la legge.
Ovviamente, contro la decisione del Pirellone, è pronta a scattare la protesta. Sabato 24 marzo, tutti davanti alla sede della Regione Lombardia: “Più di 10 mila immigrati rischiano di finire sul lastrico” annuncia il comitato spontaneo. Sarà lo stesso copione dello scorso febbraio (quando la legge fu approvata) con tanto di scioperi della fame, due malori e i rispettivi ricoveri. Quello di Ikram, una donna marocchina incinta di tre mesi, e di Rosa, un’altra immigrata titolare di phone center. Tra i manifestanti anche Nunzio, un italiano che fiutando l’affare ha aperto un phone center nella provincia di Como. E che racconta: “Non ho avuto il denaro per assolvere agli adeguamenti e adempimenti di legge necessari e, mio malgrado, chiuderò entro fine mese. Ci voleva un po’ di pulizia in questo ambiente ma in questo modo hanno letteramente sradicato il problema alla radice”.