Archivio per autore: » Costanza Alvaro

La coloratissima performance di Graziano Cecchini questa volta non è impalpabile come il rosso che ha tinto l’acqua della Fontana di Trevi. Rotolate giù per la scalinata di Trinità dei Monti e finite nella Barcaccia, le palline lanciate in segno di protesta sono state raccolte a piene mani non solo dai turisti che le hanno portate a casa per ricordo, ma anche dagli esperti di compravendita sul web, che le hanno subito rese preziosi cimeli da collezione. Il premio celerità va a un romano che già alle 14.55 tentava di rendere oggetti cult, eterni e imperdibili le sfere di plastica, offrendole alla modica cifra di 50 euro. Ma per carità, ogni pallina “viene venduta in una elegante confezione”. Poco dopo arrivano altri venditori. C’è chi ne ha raccolte “solo 38” e chi sembra possederne una, di un rosso che “profonde positività” e tuttavia la svende a 6,50 euro. Compratori di tutto il mondo, come farvi sfuggire l’evento dell’anno?
Guarda la GALLERY

I tedeschi hanno sempre adorato le colline toscane, luogo di villeggiatura e relax ideale, verde a perdita d’occhio dove respirare a pieni polmoni e mangiare bene.
Ma sulle splendide colline di Castelfalfi, nel Comune di Montaione, che hanno fatto da sfondo ad alcune scene del Pinocchio di Benigni oltre che al reality show La fattoria, il turismo tedesco va oltre. Il colosso multinazionale tedesco del turismo Tui ha acquistato la tenuta di Castelfalfi e ne ha fatto un hotel con piscina e campo da golf da 18 buche. E ha un progetto più grandioso. Quanto grandioso? 250 milioni di euro, per la costruzione di un villaggio vacanze da 430 posti letto, un albergo per 240 ospiti, e quattro ulteriori borghi nello stile di quello esistente con il raddoppio del campo da golf.
Così come è ora, il borgo di Castelfalfi è morto. Questo sembrano pensarlo tutti, ed è questa considerazione sullo stato di abbandono del nucleo medievale che lascia spazio a nuovi progetti. Il sindaco di Montaione Paola Rossetti ha visto nella proposta di Tui un modo per recuperare e valorizzare il paesaggio che potrebbe dare anche una spinta propulsiva all’economia locale. Wwf, Italia nostra, Legambiente sono preoccupate per lo snaturamento del territorio e per l’impatto choccante, sociale, culturale e ambientale che il progetto potrebbe avere sulla comunità locale, ad esempio pensando alle già scarse risorse idriche.
Nulla è deciso, ancora, e il sindaco Rossetti si dice serena, perché “nessuna decisione è stata presa nel Palazzo comunale. Stiamo valutando gli elementi di forza e i rischi del progetto insieme alle persone. Abbiamo aperto un dibattito pubblico, come vuole la legge toscana: i cittadini discutono insieme, avendo a loro disposizione tutte le informazioni necessarie a prendere una posizione”. È stato nominato un garante della comunicazione, Massimo Morisi, e sono state organizzate cinque assemblee pubbliche, aperte a chiunque sia interessato e naturalmente anche alle associazioni ambientaliste, c’è un sito dove si può anche vedere un film-documentario sullo stato attuale di Castelfalfi, un forum ed è stata stampata una guida, distribuita agli abitanti.
Alla fine del dibattito il garante consegnerà all’amministrazione e alla società Tui un rapporto, con eventuali proposte di modifica. Alla luce di questo il Comune dovrà fare la sua scelta.
I dolci declivi toscani si stanno trasformando nello scenario perfetto per un laboratorio di cittadinanza attiva, a spese della società tedesca. Solo il tempo sentenzierà se questo piccolo, grande esperimento di democrazia diretta avrà dato buoni frutti.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/emergenze/normal_15clandestini.jpg)
Se la libera circolazione dei lavoratori è uno dei concetti chiave dell’integrazione europea, la realtà dei fatti rispecchia perfettamente le intenzioni. L’Europa è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi, comunitari e non. Secondo il dossier Caritas -Migrantes sull’immigrazione gli immigrati con cittadinanza straniera, infatti, sono circa 28 milioni, ma salgono a 50 se si considerano anche quelli che nel frattempo hanno acquistato la cittadinanza. In Italia i dati sono sorprendenti: con 3 milioni 690 mila stranieri regolari siamo secondo Paese di immigrazione, nella UE, dopo la Germania e “pari merito” con la Spagna. Gli extracomunitari sono la metà: su 10 immigrati 5 sono europei (in particolare più di mezzo milione proviene dalla Romania e quasi 100mila dalla Polonia), 4 sono suddivisi tra africani e asiatici e 1 è americano (sudamericano, con più probabilità). Negli ultimi due anni la crescita in Italia è stata davvero corposa, dovuta alla domanda di manodopera delle industrie e delle famiglie (540mila domande), i ricongiungimenti familiari (quasi 100mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (60mila).
Mentre l’Europa è caratterizzata da una concentrazione dell’immigrazione in alcune regioni o città, ad esempio Parigi accoglie il 40% di tutti gli stranieri in Francia, e Londra un terzo di quelli presenti in Gran Bretagna, in Italia gli stranieri si distribuiscono molto di più: un quinto degli immigrati vive tra Roma e Milano, sei su dieci sono al nord, ma anche il sud tende ad aumentare la sua quota.
Anche se l’immigrazione regolare è consistente, gli italiani sembrano preoccupati soltanto degli irregolari, che sono anche quelli su cui gravano più denunce penali: i cittadini stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali e per oltre un terzo sulle presenze in carcere, ma gli irregolari in determinati reati sono implicati anche in 4 casi su 5 (lo sfruttamento della prostituzione, l’estorsione, il contrabbando e la ricettazione). Per gli stranieri in posizione regolare le denunce si pongono invece negli stessi termini degli italiani.
E agli stranieri l’Italia piace? Incontrano grandi difficoltà nel lavoro, ma ancor di più nella ricerca di una casa: più della metà dei proprietari non vuole affittare a immigrati. Però, a sentire le interviste, il modo di vivere, la cucina, la bellezza e il clima si direbbero impareggiabili.
Guarda la GALLERY sugli ultimi drammatici sbarchi in Sicilia e Calabria . Il VIDEO servizio:

Ci volevano 15mila firme. Ne sono state raccolte 16mila e così il Consiglio Regionale pugliese ha approvato il 18 ottobre la proposta di legge regionale di iniziativa popolare per la disciplina dello smaltimento dei rifiuti speciali. E’ la prima volta che una proposta di legge popolare riesce a raggiungere il quorum e ad arrivare in un Consiglio Regionale.
E tutto per i rifiuti. Perché gli abitanti di Grottaglie e dei comuni vicini a un certo punto hanno cominciato a chiedersi perché in Puglia, e in particolare nell’area jonica, proliferavano le discariche, soprattutto quelle per i rifiuti “speciali”, cioè industriali, pericolosi e non. Perché un’area industriale come la provincia di Milano ha molte meno discariche per rifiuti speciali del comprensorio Grottaglie, S.Marzano, Fragagnano, paesi del tutto privi di poli industriali. In particolare a Torre-Caprarica, a quattro chilometri da Grottaglie e San Marzano, ci sono già due lotti della capienza complessiva di un milione 600mila metri cubi e se ne vuole fare un terzo da tre milioni di metri cubi.
Il tutto in una zona protetta dal piano paesaggistico regionale. “I cittadini”, racconta l’avvocato Antonio Lupo, che insieme ad altri ha elaborato la legge, “non volevano che la loro protesta venisse bollata come sindrome Nimby
(not in my backyard): non fate la discarica qui, fatela da un’altra parte”. Perché il punto non era quello. “Il punto”, spiega l’architetto Antonio Annicchiarico, che ha disegnato le magliette-simbolo della lotta di Grottaglie, “è che il guadagno per i gestori delle discariche non è solo nello stoccaggio, ma anche nel trasporto dei rifiuti. E la deregulation che c’è in Puglia fa sì che le autorizzazioni per le discariche vengano concesse come niente fosse, in cambio di pochi euro di royalties, e permette di far arrivare i rifiuti da tutta Italia e perfino dall’estero, con tutti i pericoli che la movimentazione comporta per la salute delle persone e per l’ambiente”.
L’Unione europea ha stabilito che per questo tipo di rifiuti deve valere il principio di prossimità: i rifiuti speciali devono essere smaltiti in luoghi vicini a quelli di produzione. Questo principio è stato recepito in Italia dal decreto Ronchi (decreto legislativo 22/97). Il problema –dicono quelli del Comitato Vigiliamo per la discarica (qui l’opuscolo in pdf)- è attuare questi principi a livello regionale. E così ci hanno pensato loro. “Non abbiamo fatto notizia”, lamenta l’avvocato Lupo, “perché abbiamo fatto una lotta virtuosa e ordinata. Non ci siamo legati alle rotaie, non abbiamo dato a vedere la disperazione. E abbiamo anche convinto le persone ad avere ancora ostinatamente fiducia nelle istituzioni. Ora sta a loro applicare correttamente quello che è stato stabilito. E speriamo davvero che venga fatto, perché sarebbe grave frustrare queste spinte razionali, questa energia positiva che viene dal basso. Credo che significherebbe dare spazio all’anti-politica”.

Un’esplorazione mondiale della ‘ndrangheta, che è “come una ragnatela che avvolge il mondo con tanti fili”. Per raccontare come funziona questa architettura criminale, Ruben Oliva, giornalista e regista (già autore del documentario sulla Camorra ‘O sistema e del film Quando c’era Silvio) e Enrico Fierro, inviato dell’Unità (che ha scritto, tra gli altri, il libro E adesso ammazzateci tutti. L’omicidio Fortugno e la rivolta dei ragazzi di Locri contro la ndrangheta) hanno girato mezzo mondo.
In Colombia hanno incontrato il capo dei paramilitari Salvatore Mancuso, referente della ‘ndrangheta. Poi sono stati in Venezuela, Bolivia, Argentina (che è la centrale del transito e dello stoccaggio del narcotraffico). Sono arrivati in Europa, a Milano, dove “la ‘ndrangheta controlla tutto”, per finire nella tana del ragno: San Luca, il paesino disastrato dove apparentemente non c’è nulla e che invece è il cuore della rete. Tutto quel viaggio è poi finito in un un documentario, e in un libro in cui hanno scritto i retroscena dell’inchiesta. Si chiama La Santa. Viaggio nella ‘ndrangheta sconosciuta.
Abbiamo intervistato gli autori.
Nella presentazione del vostro lavoro scrivete “mentre la camorra si sgretola in una guerra infinita e Cosa nostra tenta di riorganizzarsi, esiste una mafia che non ha perso il suo potere”. Cosa ha di diverso la ‘ndrangheta?
Innanzitutto la potenza economica: la ‘ndrangheta in Italia controlla il 3,5 del pil, tra i 36 e i 50 miliardi di euro. Poi la struttura organizzativa orizzontale: non c’è una persona a dirigere, ma una camera di composizione delle diverse famiglie. E la famiglia di ‘ndrangheta spesso coincide con la famiglia di sangue: di 800 collaboratori di giustizia solo 87 oggi sono legati alla ‘ndrangheta e sono tutti di livello medio-basso. Non si denuncia un familiare. E poi bisogna bisogna dire che la ‘ndrangheta ha una capacità di gestire il monopolio della droga più richiesta dal mercato, la cocaina. Basti pensare che Cosa nostra, per garantire che i carichi di cocaina arrivino in Sicilia, chiede il suo aiuto, perché difficilmente un carico della ‘ndrangheta va perduto. Un’altra caratteristica è che la ‘ndrangheta cammina sott’acqua, raramente ad esempio, se ne scoprono le speculazioni edilizie. A meno che non sia costretta, non compie atti eclatanti. Cosa nostra negli anni ‘90 ha oltrepassato il segno con la strategia stragista: ha attaccato direttamente lo Stato e ne ha anche subito la controffensiva. La ‘ndrangheta ha pensato agli affari.
C’è molta differenza tra il modo di operare della ‘ndrangheta e quello della camorra?
La camorra oggi è solo criminalità diffusa, predatoria, ha perso una struttura che possa competere. La ‘ndrangheta quando mette su un’attività non è una copertura e basta, non è solo riciclaggio di denaro: la fanno fruttare. Sono ottimi imprenditori e sanno capire gli scenari geopolitici.
I napoletani comprano cocaina e eroina dalla ‘ndrangheta e la spacciano, ma non la movimentano a livello mondiale: è una mafia di serie b, che ha meno rapporti con la politica e non è più in grado di condizionarla. In Calabria almeno quattro consiglieri regionali sono inquisiti per collusione e a Reggio Calabria il consigliere comunale più votato è in galera per voto di scambio. E non facciamo nomi ma tra qualche settimana qualche grosso nome della politica calabrese e nazionale verrà inquisito per lo lo stesso motivo.
La’ndrangheta arriva ovunque?
È un cancro calabrese, italiano ed europeo. Calabrese soprattutto se è vero che il 18% della ricchezza prodotta in Calabria è d’origine criminale. Ma non si può dire che il condizionamento resti limitato alla Calabria. A Roma Salvatore Mancuso stava per comprare palazzo Del Drago, proprietà del Vaticano. La trattativa era in stadio molto avanzato ed è stato fermato giusto in tempo.
Ci sono intercettazioni telefoniche che dimostrano che alla caduta del muro di Berlino referenti delle famiglie mafiose correvano nei Paesi dell’est con un solo ordine: acquistare qualunque cosa fosse acquistabile, pronti nel momento in cui si disfacevano economie. Relazioni dei servizi segreti tedeschi dicono che ben prima della strage di Duisburg la ‘ndrangheta aveva acquistato azioni della Gazprom. Si è detto che quest’estate a Duisburg era la prima volta che la ‘ndrangheta colpiva all’estero, ma non è così. L’Australia ha avuto un solo omicidio politico: un leader che si opponeva al traffico di droga. Fu ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1979. Tanto per dirne uno.
All’estero la lotta alle mafie è più efficace rispettoa quanto accade in Italia?
No, all’estero la mafia italiana è stata presa sotto gamba, pensavano fossero quattro pezzenti, se ne credevano immuni. E all’estero hanno meno strumenti che da noi per fronteggiare questa realtà. In Germania non è possibile sequestrare la proprietà di un mafioso, in Olanda non si può intercettare.
Come cambia la ‘Ndrangheta nel tempo?
Gli investigatori dicono che entro vent’anni, ma forse anche meno, la ‘ndrangheta non avrà più bisogno di fare affari sporchi perché li sta tramutando in legali, è come un doppio binario del capitalismo. L’Italia sbaglia a leggere la mafia ancora con un occhio che guarda al folklore, che la vede fatta di pastori arretrati. Non è cosi. Molte famiglie, anche dei luoghi più arretrati, hanno già figliato una nuova generazione che mescola criminalità di vecchio stampo con nuove professioni. In una famiglia nascono più figli maschi? Uno o due si occuperanno della gestione criminale della famiglia, gli altri diventeranno professionisti: è la “borghesia mafiosa”di cui parlano i sociologi, in Calabria c’è già e questa è una differenza sostanziale con le altre mafie.
Guarda alcuni brani del documentario

Particolato, ozono, gas acidi: li misuriamo per le strade e ne vediamo gli effetti su statue e monumenti. Ma non solo i pedoni e le fontane subiscono il loro attacco. Anche i capolavori conservati all’interno dei nostri musei sono malati di inquinamento: rigonfiamenti del legno, marmi anneriti, superfici sbriciolate. “Le opere d’arte custodite nelle nostre gallerie sono esposte tutti giorni al rischio di degrado dovuto all’azione dello smog che soffoca l’aria dei centri urbani, perché le strutture museali non sempre riescono a sottrarsi alla pressione dell’inquinamento atmosferico, che penetra all’interno alterandone la qualità degli ambienti” ha spiegato Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente, alla presentazione del programma di monitoraggio Salvailmuseo: 15 pinacoteche italiane “visitate”, è proprio il termine giusto, per valutarne lo stato di salute.
Tra i più colpiti da sostanze inquinanti il Museo della navigazione fluviale di Battaglia Terme, in provincia di Padova, dove i livelli di ozono, che scolora le tele con lo stesso effetto dell’acqua ossigenata, sono stati di 20 volte superiori ai limiti di legge, anche a causa della vicinanza a una strada statale ad alta percorrenza.
L’ozono è alto anche al Museo delle arti orientali di Roma (18,55 volte oltre il limite di 2 µg/mc) e al Galata di Genova.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (nella foto qui sopra) è il biossido di azoto (5 µg/mc) che preoccupa, perché è stato superato di quasi 15 volte il livello-limite, mentre all’Istituto del Risorgimento italiano di Roma il livello è superiore di 10,60 volte, al Pac di Milano (foto in alto) di 9,3 volte e alla Pinacoteca nazionale di Bologna di 8, 46 volte.
L’indagine va al di là dell’arte: se l’inquinamento penetra nei musei, riesce a fare lo stesso con le case, gli ospedali, gli asili. Insomma potremmo metterci a guardare un quadro annerito un po’ come fosse la radiografia dei nostri polmoni e non sbaglieremmo più di tanto.

[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_eolico4.jpg)
L’eolico in Italia continua a dividere. E in modo del tutto trasversale. Il Ministero dell’Ambiente è strattonato e criticato da tutte le parti. Riceve da Legambiente e da Greenpeace una lettera di protesta per due provvedimenti “contro le fonti rinnovabili”: il decreto legge 16 agosto 2006, n. 251 che, per la conservazione della fauna selvatica, vieta la realizzazione di impianti nelle ZPS (zone a protezione speciale) e il Decreto Legislativo approvato il 12 Settembre 2007, che istituisce la Valutazione di impatto ambientale nazionale per gli impianti eolici di potenza superiore ai 20MW. Le due associazioni ambientaliste non criticano tanto il primo decreto, che trovano più che altro inutile in quanto gli impianti eolici già devono superare numerose barriere come e più di altre opere meno impattanti, quanto il secondo. La valutazione d’impatto ambientale finora doveva essere realizzata dalle regioni, e diventava responsabilità statale solo per gli impianti superiori ai 300 Mw. Greenpeace e Legambiente considerano l’introduzione della valutazione nazionale per impianti eolici sopra i 20 Mw una novità preoccupante senza eguali in Europa, che esautorerebbe le Regioni da una procedura che le era stata affidata per Legge nella valutazione di tutti gli impianti da fonti rinnovabili. E soprattutto che porterebbe a un allungamento dei tempi di approvazione per i campi eolici che potrebbe anche farci bacchettare dall’Unione Europea. Altri ambientalisti si schierano nel campo diametralmente opposto: Italia Nostra, Amici della Terra, Comitato nazionale del paesaggio continuano a ricordare che l’eolico è un business che è stato aperto dall’incentivo dei certificati verdi a fine anni ’90, piatto ricco cui potevano aspirare soprattutto le imprese che erano già allenate, cioè quelle straniere. Del resto anche Prodi lo ha detto a chiare lettere un mese fa, al momento della conferenza sul clima alla Fao, che è ovvio che il mix energetico italiano deve cambiare e prevedere anche una risposta produttiva nazionale, ma molta della tecnologia necessaria non è italiana, per questo c’è una forte resistenza del mondo industriale all’eolico. Fuori dal dibattito si pone il Wwf, che si compiace degli interventi legislativi: per Michele Candotti, segretario generale, “Tutti questi atti servono a dare certezze, ad evitare proprio quel far west normativo che ha alimentato finora gravi conflitti locali sulla gestione delle aree protette e sulla localizzazione degli impianti energetici. E queste norme non possono essere viste come anti - eolico, non possono essere viste come un ostacolo agli investimenti in energie alternative, delle quali l’Italia ha assoluto bisogno”. Per il resto, gli ambientalisti sono tutti d’accordo: l’Italia ha promesso all’Unione Europea che entro il 2020 avrebbe portato la sua potenza eolica dagli attuali 2.123 Mw (alla fine del 2006, dati Enea) a 15.000 Mw. Urge una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici che comprenda un piano energetico nazionale, che non lasci alle Regioni il potere di agire senza punti di riferimento e senza raccordo.
Video pro-eolico realizzato dal regista Francesco Cabras e prodotto da Greenpeace in collaborazione con Ganga Film
LEGGI ANCHE: Dossier ENERGIA EOLICA

Dobbiamo dirlo. Ecosistema 2008, l’indagine sulla sostenibilità delle città italiane di Legambiente e del Sole 24 ore, non è rassicurante. I miglioramenti, quando ci sono, vanno lenti e le zone critiche non sono poche. “Più delle altre, le città italiane sono insostenibili, caotiche, inquinate” lamenta Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente, “le nostre politiche ambientali urbane spesso non tengono il passo con l’Europa”. Il rapporto (qui in .pdf) fa una vera e propria classifica di vivibilità, basata sulle politiche delle amministrazioni, e quello che emerge con forza sono le contraddizioni.
Isernia avrà pure poco smog, ma è anche la città italiana che ricicla di meno. Milano brilla nel firmamento del trasporto pubblico ma ha un’aria irrespirabile, come Torino che però è l’unica a produrre energia con quattro fonti rinnovabili: solare termico, solare fotovoltaico, biomasse e teleriscaldamento.
Bergamo possiede la più grande estensione di zone a traffico limitato per abitante ma è addirittura al di sotto dello standard urbanistico di 9 metri quadrati a testa in quanto ad aree verdi (rispettato, per la verità, solo da 40 città italiane sulle 103 che sono state prese in considerazione).
E Belluno si piazza in vetta alla classifica generale senza primeggiare in nessuno degli indicatori, con una qualità dell’aria non proprio buona, soprattutto per la quantità di ozono che supera la media per 61 giorni all’anno e senza una forte politica energetica. Le prestazioni sono ottime, invece, sui rifiuti: ogni abitante ne produce 381 kg, contro i 481 dello scorso anno, e la raccolta differenziata raddoppia: i rifiuti differenziati sono il 55% della spazzatura totale, mentre nel 2006 erano il 27%.
Quest’ultimo dato è particolarmente significativo perché in genere quello dei rifiuti è un ambito che si muove a passo di lumaca. Ci sono città che non riescono a differenziare neanche il 5% dei rifiuti; su queste Isernia ha il triste primato dell’1,8 %.

Altri record negativi sono incassati dagli abitanti di Messina che non hanno neanche mezzo metro quadro a testa di verde urbano, dalle polveri sottili di Torino, da Cosenza che disperde il 70% della sua acqua a causa della rete idrica che non funziona. E poi a 19 capoluoghi di centro-sud che non hanno piste ciclabili, a quelli che non hanno isole pedonali (Bergamo, Viterbo, Rovigo, Trapani) o Ztl (Crotone, Messina, Latina, Sassari).
Se c’è un valore incontestabilmente eccellente è quello delle certificazioni ambientali Iso 14001 che continuano a crescere, facendo salire l’Italia al quarto posto nel mondo per numero di imprese certificate. “Tornare a scommettere sulle nostre città è il vero motore di una crescita intelligente”, ribadisce Della Seta, che dà anche suggerimenti sui tre grandi cantieri che vanno aperti urgentemente: la mobilità, e in particolare il potenziamento del trasporto pubblico, una nuova politica energetica e infine la casa, per la quale dare un nuovo impulso al mercato degli affitti è una necessità inderogabile sul piano sociale e ambientale.