Archivio per autore: » Costanza Alvaro

Processo Enichem a Manfredonia: agli operai fecero male le aragoste


Poteva esplodere come una bomba, la sentenza che venerdì 5 ottobre ha assolto dieci dirigenti del petrolchimico e due consulenti medici nel processo contro l’Enichem a Manfredonia. Poteva esplodere come quella colonna dell’impianto di ammoniaca che il 26 settembre del 1976, con un boato, ricoprì la città pugliese con 32 tonnellate di anidride arseniosa. Invece è stata pronunciata in un’aula ormai deserta ed è stata accolta nel silenzio più totale. Un silenzio raggelante per le due famiglie rimaste sole a portare avanti una battaglia contro un colosso: i Lovecchio e gli Amicarelli.

I fatti risalgono a 31 anni fa, un tempo troppo lontano per essere ricordato da tutti. Dopo l’esplosione gli operai dello stabilimento furono mandati a pulire la polvere d’arsenico con le scope, senza indossare nessun tipo di protezione. Mangiarono alla mensa il cibo che c’era. Negli anni seguenti ne morirono di cancro 23. “Ma ci sono anche altre vittime” ricorda Giulio Di Luzio, che nel 2003 ha scritto I fantasmi dell’Enichem, “donne incinte che hanno partorito bambini con il fegato liquefatto. Il fegato è l’organo più colpito dall’arsenico”.

Quando l’oncologo Maurizio Portaluri diagnosticò all’operaio Nicola Lovecchio, trentenne che non aveva mai fumato o bevuto in vita sua, un anomalo tumore al polmone, quell’operaio fece un esposto. Da lì comincia il lungo processo ai dirigenti dell’Enichem. Accusati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni e omissioni di controllo.
Loro si difendono dicendo che all’epoca non erano a conoscenza dell’entità del danno. Ma anche che la presenza di arsenico nei corpi degli operai era dovuta al fatto che questi mangiavano due chili di aragoste al giorno (il crostaceo contiene arsenico).
Insieme alle famiglie degli operai si sono costituiti parte civile Legambiente, il Wwf, Medicina Democratica, l’associazione di donne Bianca Lancia, la Regione Puglia, il Ministero dell’Ambiente e i comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata.
Prima della sentenza, però, alcune famiglie e tutti i comuni si sono ritirati per ricevere un indennizzo. Il Ministero dell’Ambiente è accusato dalle associazioni ambientaliste della lentezza con cui avviene la bonifica, che ancora non si è conclusa.
Quel territorio è pesantemente inquinato: la falda acquifera, la catena alimentare sono contaminate. La produzione di caprolattame dell’Enichem venne fermata nel 1988 perché i suoi scarichi a mare furono giudicati responsabili di una moria di delfini e tartarughe nel basso Adriatico.
Nel 1994, però, viene firmato un contratto d’area, strumento economico che permette l’arrivo di finanziamenti per l’industrializzazione di aree in crisi. Così la Regione autorizza la reindustrializzazione dell’area di Manfredonia senza una valutazione d’impatto ambientale. E nel 2002 l’Unione Europea apre una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia che “non ha adottato le misure necessarie ad assicurare che i rifiuti, stoccati o depositati in discarica presenti nel sito Enichem, fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e pregiudizio per l’ambiente”.
E Manfredonia diventa un paradosso che si avvita su se stesso, “una città in ginocchio, che inevitabilmente rimuove i suoi fantasmi per potersi permettere di guardare al futuro”, nelle parole di Di Luzio.
Le assenze nell’aula di tribunale e il silenzio che ha accolto la sentenza di primo grado fanno parte di questo gioco inevitabile. Ma ci sono ancora due famiglie che, in nome dei propri morti, hanno scelto di non partecipare.
E, mentre il sindaco di Manfredonia Paolo Campo pensa di usare l’indennizzo per commemorare le vittime, l’oncologo Maurizio Portaluri, ora direttore generale dell’Istituto tumori di Bari, chiederà che quei soldi vengano destinati a uno studio epidemiologico del territorio, che a tutt’oggi non è ancora stato fatto.

Roma in bicicletta: il Comune investe in piste ciclabili. Le abbiamo provate per voi

Le rampe per far salire e scendere le biciclette o le carrozzine dai marciapiedi<br /> vengono spesso bloccate, non essendoci vigilanza né dissuasori. </p> <p>
Questo è un momento importante per la mobilità sostenibile in generale, ciclabile in particolare, di Roma. Ogni Municipio deve progettare la sua rete ciclabile locale ed entro dicembre tutta la rete cittadina dovrà essere approvata dal Consiglio Comunale, per essere realizzata nel triennio 2008/2010. Ma quello che si vede finora non lascia ben sperare.

L’investimento complessivo per la realizzazione di percorsi ciclo-pedonali si aggira sui 10 milioni di euro, di cui oltre 5 stanziati dall’assessorato all’ambiente per 43,5 km in corso di realizzazione, mentre altri 50 km sarebbero stati già progettati e finanziati con 3,3 milioni di euro. Inoltre l’assessorato alla mobilità ha stanziato 2 milioni di euro per la realizzazione della pista lungo Viale Palmiro Togliatti. Questi i numeri ufficiali snocciolati dall’Assessore all’ambiente e politiche agricole Dario Esposito, cui si aggiungono, come sottolinea il portavoce del Coordinamento Roma Ciclabile Maurizio Santoni, altri 2 milioni e 450 mila euro per collegare Roma al mare.
Nelle promesse dell’assessore Esposito “lo sviluppo di una rete urbana di piste ciclabili è una delle strategie strutturali su cui il Comune di Roma sta puntando per dare corpo, insieme al potenziamento del trasporto pubblico a basso impatto e alla realizzazione delle linee C e D della metropolitana, ad una mobilità alternativa e sostenibile. Utilizzare la bicicletta al posto dell’automobile, soprattutto nei tragitti brevi, consiste infatti nel mettere in pratica una concreta azione di contrasto a traffico e smog in città. Per questo motivo, negli ultimi anni è nata a Roma una rete ciclabile di oltre 150 km”.

Abbiamo provato sul campo due piste ciclabili romane: quella di Caracalla, nel primo Municipio, fa parte della “terza dorsale” della Cristoforo Colombo ed è appena stata inaugurata. Il “corridoio della mobilità” di Via Palmiro Togliatti (V Municipio), invece, è “in corso di realizzazione” dal 2005. Ecco che cosa abbiamo trovato.

LE PROVE SU PISTA: la Periferia: via PalmiroTogliatti e il Centro, tra Circo Massimo e Caracalla - La GALLERY

LEGGI ANCHE: Traffico e smog: le misure città per città - Qui Milano, dove i Suv possono entrare in centro e le bici no - L’intervista: Come avere città a misura di bici

Le primarie atipiche degli ogm: sfidano quelle del Pd ma non sciolgono i dubbi

Realizzata da  Emanuele Vezzaro
Ogm sì, ogm no, il made in Italy si interroga.
Dal 15 settembre al 15 novembre le strade d’Italia saranno occupate dai banchetti per la raccolta di firme. Anzi, per il voto, con tanto di scheda referendaria. E la domanda è: “Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?”
Una consultazione del tutto inedita (la Gran Bretagna organizzò un grande dibattito sugli Ogm nel 2001, ma l’iniziativa in quel caso fu governativa). E coraggiosa: i promotori sperano di portare al voto almeno tre milioni di italiani, nonostante la concomitanza delle primarie del Pd. Ma qui i promotori non sono veri e propri politici (benché il leader, Mario Capanna, abbia un passato da contestatore, da europarlamentare e un presente da presidente della Fondazione dei Diritti Genetici) ma una coalizione di 29 organizzazioni (dalla Coldiretti alle Acli, dalla Lega Coop al WWF, con quella strana comunione di intenti che poche volte ha raggruppato la destra e la sinistra italiane) che operano negli ambiti più disparati: dei consumatori, degli agricoltori, della scienza, dell’artigianato e della piccola e media impresa, della cultura, delle autonomie locali e ambientaliste. La consultazione nazionale durerà due mesi, fino al 15 novembre, e i promotori sperano di arrivare a tre milioni di firme.
Referendum o primarie, il problema di sempre è la chiarezza. Ci si capisce ancor meno che con la legge sulla procreazione assistita. Perché gli argomenti (e la posta) in gioco sono seri e vasti e perché tra favorevoli e contrari ai prodotti modificati geneticamente, spesso, la partita si incaglia alle accuse reciproche. Il partito del sì accusa il partito del no di essere a servizio della lobby che vuole fermare la scienza e questi ultimi rispondono che non vogliono limitare la ricerca, ma mettere dei vincoli fino a che non sia chiaro se i prodotti manipolati facciano male o meno. Va detto anche che in Italia la produzione agricola è sempre più orientata al biologico. E con 153 prodotti tra Dop (denominazione d’origine protetta) e Igp (indicazione geografica protetta) siamo leader in Europa per prodotti certificati e leader indiscussi del biologico (un terzo delle imprese biologiche europee sono italiane). E allora il dibatto da noi riguarda un altro capitolo.

Per Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm di Greenpeace, “in Italia la produzione animale è rimasto l’unico vero ricettacolo degli ogm, perché qui i consumatori ne perdono le tracce, dato che su prodotti quali latte, carne, uova e formaggio, le etichette non specificano se sono stati usati Ogm nell’alimentazione dell’animale di provenienza”.
Domenica 7 ottobre sarà l’occasione per vederci più chiaro: in oltre 50 piazze d’Italia sarà la Biodomenica di Legambiente, Coldiretti e Aiab.
Altre info sul sito della coalizione. E per le domande più frequenti sull’argomento, ecco le risposte di Greenpeace. Qui, invece, la campagna e l’ informazione pro Ogm.

Guarda la GALLERY della coalizione Ogm free

Roma, la pista ciclabile provata per voi: Circo Massimo e Caracalla


Il 19 settembre è stata inaugurata la terza dorsale romana per le biciclette, che dal Tevere costeggia il Circo Massimo e prende Via delle Terme di Caracalla fino a Viale Porta Ardeatina, dove si interrompe perché il pezzo successivo è in costruzione, ma proseguirà poi per Via Cristoforo Colombo fino a ricongiungersi con un altro tratto già costruito, per terminare sulla Laurentina.
È costata 2 milioni 600 mila euro.
Il percorso è gradevole e interessante dal punto di vista culturale, a parte il tratto sulla Cristoforo Colombo, mega-strada a sei corsie che porta fino al mare. Inforco la bicicletta decisa ad arrivare fino in fondo.

La percorro con Giulio, che pedala tutti i giorni per andare al lavoro o a fare la spesa. Cominciamo da Viale del Circo Massimo e rimaniamo perplessi di fronte alla segnaletica: guardiamo in alto e il cartello indica che la pista riprenderà tra 400 metri. Guardiamo in basso e la striscia che limita la ciclabile (cancellata?) coincide esattamente con il camminamento per non vedenti.
Via del Circo Massimo. La striscia che delimita la pista ciclabile è perfettamente sovrapposta al percorso per non vedenti. Ma un cartello dice che il cammino per le biciclette proseguirà dopo 400 metri. Allora la striscia a terra è annullata?
Dopodichè la pista sembra svanire nel nulla, le strisce bianche che la indicavano sono state coperte con altre di vernice nera. Si arriva così al semaforo, non capendo se è il caso di rimanere in sella o è meglio scendere per evitare di essere multati. L’edicolante aggiunge perplessità a perplessità, dicendoci che il marciapiede , nel punto in cui si interrompe per l’attraversamento, quando piove si allaga sempre.
Comunque attraversiamo al semaforo e ci troviamo davanti al palazzo della Fao. Qui comincia il tratto ciclo-pedonale. Nel giro di quattro minuti del nostro sabato pomeriggio la “pista” è continuamente attraversata da persone a piedi o su due ruote: le due categorie condividono, finora con grande rispetto, lo stretto marciapiede.
La pista cicolpedonale di Caracalla è stretta e trafficata.
All’entrata della Fao le biciclette dovrebbero scendere una rampa, attraversare l’ingresso e risalire il marciapiede dalla rampa opposta. Non c’è nessun dissuasore, però, che faciliti l’operazione impedendo alle automobili di bloccare il cammino, che è poi anche quello per disabili.
Le rampe per far salire e scendere le biciclette o le carrozzine dai marciapiedi<br /> vengono spesso bloccate, non essendoci vigilanza né dissuasori.
Proseguiamo lungo un altro tratto ciclopedonale e ci accorgiamo che il pedone viene accompagnato con le frecce (nella foto si vede bene il disegno del pedone sotto un motorino parcheggiato in piena ciclabile) fino ad un corridoio che taglia il prato e permette di proseguire oltre su via delle terme di Caracalla. Solo che il corridoio è soltanto ciclabile, con il limite per le biciclette fissato a 20 km orari. Ma il pedone che fosse arrivato fino qui e non fosse dotato di ali si troverebbe costretto a tornare indietro oppure, a suo rischio e pericolo, ad attraversare la “scorciatoia”, rischiando di essere falciato da chi sbuca su due ruote dalla curva, laddove il percorso ricomincia ad essere condiviso.
La pista di Caracalla prima è ciclopedonale, poi, d'un tratto, solo ciclabile. Il pedone è portato a fare un'infrazione, ma a suo rischio e pericolo.
Finalmente pedaliamo e percorriamo un tratto di Via delle Terme di Caracalla che è tutto per noi, ritagliato nel verde di un prato.
Il mio amico non sembra soddisfatto neanche di questo. Ma non si accontentano proprio mai, questi ciclisti? “Vedi”, mi spiega paziente, “la distanza più breve tra due punti è una retta. Sembra che per i ciclisti questa regola conosca una eccezione: ci mettono sempre davanti curve su curve, ci fanno arrivare al semaforo più lontano per attraversare, come qui, a Piazzale Numa Pompilio. E se prendiamo la via più breve, cioè la strada invece della ciclabile, ci fanno la multa. Insomma se parliamo di piste-giocattolo, di svago per bambini o per turisti, questa pista va benissimo. Ma non stavamo parlando di mobilità sostenibile? Di incentivo all’uso della bici per provare a lasciare a casa l’automobile, ridurre le emissioni, decongestionare il traffico?”
Guarda la GALLERY - LEGGI ANCHE: La prova su Pista in via Palmiro Togliatti -

Roma, la pista ciclabile provata per voi: via Palmiro Togliatti

Il tratto di strada percorso sulla pista ciclabile.<br /> Da Google Earth

Mi accingo alla prova sul campo, o meglio su pista, con Vivianne, coautrice del blog dei ciclisti romani romapedala, con la sua bici da corsa rossa. Ci vediamo alla fermata della metro Ponte Mammolo (all’incrocio tra la via Tiburtina e la via Palmiro Togliatti).
Un cartello introduce il Corridoio della mobilità “Viale Palmiro Togliatti”. Come progettista figura l’Atac, Agenzia per i trasporti autoferrotranviari. Dal disegno si capisce che l’idea iniziale era quella di una ristrutturazione totale dell’aiuola spartitraffico, che doveva dar respiro al traffico locale. Importo complessivo dei lavori: euro 8.257.653.73, c’è scritto. “Infatti”, mi dice Vivianne che conosce bene la zona, “nell’aiuola accanto alla pista ciclabile doveva esserci posto anche per la corsia preferenziale degli autobus. Invece c’erano delle centraline, non si è potuto scavare per fare i lavori e così alla fine la corsia preferenziale è stata fatta togliendo spazio alla carreggiata e il traffico è congestionato. I residenti e i commercianti stanno protestando”. E i ciclisti? “Ora vedrai”, è la sua risposta sibillina. Cominciamo, allora. Dal nulla di un’aiuola spartitraffico partono due righe tirate per terra. La nuova pista ciclabile su Via Palmiro Togliatti ha tratti asfaltati e tratti sterrati. Nella foto in fondo si vedono enormi blocchi di cemento: non si sono potuti abbattere, dunque la pista gira tutto intorno ai blocchi.

Chi se la sente di definirla una pista? Non c’è nulla che differenzi il terreno “ciclabile” dal resto, è tutta sterrata, piena di aghi di pino. Non tutta, ci sono anche dei pezzi asfaltati, e sono già rovinatissimi. Il rosso tipico della ciclabilità si è sfaldato tristemente, non ne resta quasi più nulla. La pista non è ancora stata inaugurata e già  presenta tratti in cui la superficie asfaltata è completamente divelta e il colore scomparso, oltre alle buche e alla sporcizia.

Ma la cosa che colpisce in realtà non è il terreno. È l’impossibilità di pedalare per più di due minuti consecutivi. Non c’è un rettilineo. Ci sono blocchi di cemento? Si gira attorno ai blocchi di cemento. Ci sono cartelloni pubblicitari? Si gira attorno ai cartelloni pubblicitari. Ci sono le inversioni di marcia per le automobili e si deve attraversare la strada per tre volte, aspettando di fronte a tre semafori, prima di poter riprendere la pista.
All’interno del tratto asfaltato ci sono anche attraversamenti pedonali e per non vedenti.
E se si fosse stanchi di tante interruzioni, più che di tanto pedalare, arrivano le rastrelliere.

I parcheggi per biciclette su Via Palmiro Togliatti sono così: posizionati lontano dai negozi e dal passaggio, permettono di legare solo la ruota, che potrebbe facilmente essere svitata.

Ben lontane da qualunque attività, zona abitata, passaggio umano. Insomma, impossibile gettarci un occhio, sono cattedrali vuote costruite nel deserto che è questa pista. Per la forma che hanno non ci si può legare tutto il corpo della bicicletta, quindi se dovesse passare di lì un malintenzionato avrebbe gioco facile a farci ritrovare solo la ruota.

Andiamo avanti. Anzi no. Il mio entusiasmo da ciclista per un giorno riceve il colpo di grazia. Una specie di rotonda semplicemente ti riporta da dove sei venuto. Il tratto di pista ciclabile su via Palmiro Togliatti che inizia a Ponte Mammolo comincia e finisce nel nulla. Tornare indietro o fare una scelta kamikaze, questo è il dilemma.

L’alternativa è solo quella di lanciarsi, stile kamikaze, nel traffico sfrecciante della Palmiro Togliatti per proseguire verso la Collatina o prendere la Roma-L’Aquila.
Vivianne mi sorride. Non voleva deludermi, altrimenti me lo avrebbe detto per telefono che, per come è la pista, si poteva anche andare a piedi.
Guarda la GALLERY - La documentazione raccolta dal blog Romapedala sulla ciclabile di Via Palmiro Togliatti

La preside Cascelli: dalla ribalta di Rignano Flaminio al silenzio di Fara Sabina

Il giardino dell’asilo di Rignano Flaminio (qui la GALLERY del primo giorno di scuola) è impresso nella mente di tutti. Non si possono più guardare i giochi colorati dei parchi per bambini senza pensare a quel cortile.

I giornalisti piantonano il paese e quell’immagine, e la storia che ci sta dietro, si ripetono ossessivamente sui media e sulle bocche di tutti. Finché c’è qualcosa da dire, raccontare, sospettare.
Ora comincia il nuovo anno scolastico, l’asilo ha una nuova preside e il 5% di iscritti in più. Cosa è successo? Voglia di normalità, bisogno di dimenticare? Può essere.
Lo stesso che probabilmente sente anche Loredana Cascelli, che l’anno scorso era preside dell’istituto di Rignano, e ora è stata trasferita nella scuola di Passo Corese, comune di Fara Sabina (Rieti).
E qui com’è stata accolta la preside di quello che veniva chiamato “l’asilo degli orrori” ?
“La sorpresa da parte nostra c’è stata, ma più che altro perché non ci aspettavamo di tornare dalle vacanze e trovare una preside nuova” spiega uno degli insegnanti “da parte nostra comunque non c’è stato nessun disagio particolare. Tra l’altro la scuola è piuttosto organizzata: visto che il polo didattico comprende diversi istituti professionali abbiamo vari vicepresidi. E poi comunque i docenti continueranno a fare il loro lavoro esattamente come prima, non credo proprio che cambierà nulla”.
Niente di strano, neanche il fatto che Loredana Cascelli sia passata da un asilo a un istituto superiore, né che dalla provincia di Roma sia stata trasferita in quella di Rieti? “Già l’anno scorso aveva la direzione didattica del plesso di Passo Corese. E si dice che avesse già fatto domanda per diventare preside di questa scuola, prima ancora che a Rignano cominciasse la bufera”.
Trentacinque chilometri più a nord di Roma, c’è un’aria che sa già di montagna, fresca e limpida. L’atmosfera che si respira è quella di una tranquillità senza preoccupazioni. Non quelle che derivano da fatti di cronaca in sospeso, perlomeno. Solo una negoziante si lascia sfuggire: “Sì, sì, sono girate delle voci che arrivava questa preside da Rignano Flaminio. Abbiamo detto: ah, capirai, siamo a cavallo!”. Niente di più.
La cronaca porta alla ribalta e perseguita. E poi, semplicemente, non se ne parla più.

Primo giorno di scuola, a Roma tutti giù per terra

L'accogliente facciata della scuola Giovanni e Francesca Falcone alle porte di Roma
Alle otto in punto la preside della scuola “Giovanni e Francesca Falcone” a Ponte di Nona (popoloso quartiere a est di Roma) dà il benvenuto agli studenti di prima media. Ci sono anche le bandierine fuori dal portone, per accoglierli. “Siete emozionati? Vi mancano le elementari?”.
Poi li manda in classe e la musica cambia. Nella grande sala-teatro al primo piano di questa scuola, nuova di zecca (inaugurata circa tre anni fa) restano i genitori. La preside non ha detto nulla prima per far iniziare serenamente l’anno scolastico ai ragazzi, che nel frattempo si stanno presentando ai professori e fanno giochi di gruppo in salone. La verità è che le aule sono vuote. Come sempre, a giugno, nel momento in cui si sa quante nuove sezioni ci saranno, la scuola fa al Comune la richiesta dei nuovi arredi necessari.
In genere arriva tutto per i primi di settembre. Quest’anno, il primo giorno di scuola non ci sono i banchi, né le sedie. Dall’amministrazione, però, garantiscono che in mattinata li faranno arrivare.
Fin qui, la platea è basita ma piuttosto silente. È quando si fanno avanti a parlare i consiglieri municipali, che la protesta esplode. Il presidente della commissione scuola dell’ottavo municipio, Armando Morgia, ha scritto una lettera al sindaco.
Il fatto è che Veltroni aveva visitato personalmente alcune scuole all’interno del municipio, ad esempio quelle a Torre Maura, che venendo dal centro di Roma si incontra poco prima di Ponte di Nona sulla Prenestina. Aveva giudicato gli arredi inidonei e li aveva fatti sostituire.
Nella lettera si dice che “gli uffici del Municipio si trovano” adesso, con 21 nuove sezioni in diverse scuole prive di arredi, “costretti ad utilizzare gli arredi di scarto” provenienti dalle scuole che hanno ottenuto i banchi nuovi.
“È insostenibile” considera Morgia “una situazione in cui, nonostante i continui solleciti, si arriva alla soluzione che è stata proposta di utilizzare arredi considerati obsoleti dallo stesso sindaco in un’altra scuola”.

Alla scuola Giovanni e Francesca Falcone arriva il camioncino con i banchi (vecchi).
Alle 9,40 arrivano i banchi. Vecchi, scrostati, pieni di scritte, buchi e gomme americane appiccicate ovunque. I genitori a questo punto sono infuriati. Più il camioncino si avvicina alla scuola luminosa, pulitissima, che sembra una chiesetta appena costruita, più il contrasto si fa stridente.
Un padre ironizza sul risparmio di fatica, visto che sulla lavagna sono già scritti i conti, una madre propone piuttosto di portare dei tavolini bianchi da giardino. Nessuno vuole che quei banchi vengano scaricati, altrimenti è chiaro che non saranno più sostituiti.
Nella scuola Giovanni e Francesca Falcone la lavagna arriva con i conti già fatti
Nella scuola di Ponte di Nona il primo giorno di scuola vengono portati questi banchi
I consiglieri chiamano freneticamente l’assessore alla scuola del Comune di Roma. Il camion resta fermo sul piazzale della scuola, finché il Dipartimento delle politiche educative non promette che il giorno seguente saranno portati nuovi banchi. Dicono che dovranno arrivare 33 banchi e 66 sedie. Addirittura più del necessario.
Staremo a vedere se le lezioni alternative fatte di giochi in movimento dureranno solo un giorno.

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Roma caput motorini. Ma ora scatta la rottamazione in favore delle biciclette

Roma, un uomo percorre in bicicletta via dei Fori Imperiali. Alle sue spalle il Colosseo illuminato
Eserciti di motorini che si infilano in qualunque pertugio impossibile tra le automobili, sempre primi al semaforo, con il motore che sbuffa sotto la mano impaziente del centauro di turno. È una delle caratteristiche romane che colpisce l’occhio del turista.
E che potrebbe cambiare: il Comune punta sulla bicicletta e investe più di 10 milioni di euro per lo sviluppo di nuove piste ciclabili. La terza dorsale ciclabile, che passa per Via Cristoforo Colombo, collegando la pista che corre lungo il Tevere con le Mura Aureliane e l’Appia Antica fino al Grande Raccordo Anulare, è quasi pronta.
E i vecchi motorini hanno i giorni contati. Già adesso all’interno dell’anello ferroviario non possono circolare moto e motorini a due tempi “euro 0”. Dal primo novembre il divieto sarà esteso anche ai residenti in questa zona della città.
La buona notizia è che se ci si vuole convertire all’ecologia, si è agevolati: chi rottama il vecchio motorino ha diritto all’incentivo per comprare una bici. Fino a 250 euro per la bicicletta tradizionale, ma si arriva anche a 700 euro per chi sceglie quella elettrica a pedalata assistita. Lo prevede la campagna per la mobilità sostenibile che l’Assessorato capitolino all’Ambiente ha lanciato d’intesa con l’ANCMA (l’Associazione nazionale dei rivenditori di cicli e motocicli).
Niente sport forzati, insomma.
Per convincere i più pigri l’assessore Dario Esposito ricorda che “il vecchio “cinquantino”, ovvero un motorino alimentato a miscela di olio e combustibile, scarica nell’atmosfera le particelle inquinanti di 63 auto non catalitiche a benzina. Il vantaggio in termini di riduzione dello smog è molto significativo: circa 70 tonnellate l’anno di particolato, circa 6.500 tonnellate/anno di monossido di carbonio, circa 13 tonnellate annuali di ossidi di azoto”.
Se volete informazioni sulla campagna di rottamazione, che dura fino al 31 dicembre 2008, visitate le pagine dell’Assessorato all’Ambiente.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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