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Ventisei anni fa, di visite suo marito ne ricevette tre. Poche, per 13 mesi di detenzione. Durante quei 407 giorni di carcere preventivo, Angelo Rizzoli (che il 26 febbraio 2009 è stato assolto dall’ultima delle sei accuse che gli erano arrivate dopo il crac della casa editrice, cadute una dopo l’altra davanti ai giudici) soffrì anche l’umiliazione della solitudine. Probabilmente è per questo che Melania De Nichilo, signora Rizzoli dal 1998, sente così vicina la causa dei carcerati.
Medico, parlamentare del Pdl, membro della commissione d’inchiesta sugli errori in campo sanitario, Melania Rizzoli da due anni ha scelto di approfittare del suo ruolo politico per stare vicina ai detenuti. Della sua attività , però, si è parlato soprattutto dalla fine di febbraio, dopo che ha visitato uno dopo l’altro i protagonisti degli scandali politico-finanziari più recenti: Angelo Balducci, Silvio Scaglia, Nicola Di Girolamo, Giorgia Ricci Mokbel, Silvio Fanella…
Sono tutti detenuti noti, le loro vicende riempiono le pagine dei giornali. L’accusa è immediata: lei va a trovarli per avere pubblicità . Come si difende?
Non mi interessa fare vetrina, vado là dentro perché sono ispettore della commissione d’inchiesta sanitaria. Dal 2008 visito le carceri per verificare e per intervenire in situazioni d’irregolarità .
Che effetto le ha fatto veder piangere un omone grande e grosso come Nicola Di Girolamo, l’ex senatore del Pdl?
Mi si è stretto il cuore, era sotto shock. Nonostante fosse preparato da giorni all’arresto, non sembrava avere compreso di essere in carcere: si era portato dietro una valigia, ovviamente sequestrata. Si è commosso quando l’ho chiamato senatore. Continua
Va a finire che il trasgressivo è quello che si sposa. Se lo fa in chiesa poi, e magari rimane fedele per più di qualche anno, diventa persino un caso. Una storia di cui parlare al cinema. Come nell’ultimo film di Federico Moccia Scusa ma ti voglio sposare, dove Raoul Bova interpreta Alex, un pubblicitario che alla soglia dei 40 anni decide che è ora di mettere la testa a posto e sposare la fidanzatina ventenne Niki, interpretata da Michela Quattrociocche.
Malgrado il rassicurante Bova e gli entusiastici proclami del ministro Renato Brunetta, che a 60 anni annuncia di andare all’altare, il matrimonio accusa colpi, amplificati dal tonfo della presunta crisi tra i troppo perfetti Brad Pitt e Angelina Jolie, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, presentato in questi giorni, nel 2010 le unioni saranno il 6,6 per cento in meno rispetto al 2007. Quelle religiose poi registreranno un calo del 16 per cento. Continua
Sono le 9 di domenica mattina, Genova è grigia e deserta. L’unica macchina a rombare, colorando via Roma, è la sua: una Ferrari F1 430. Giuseppe Torriani, calzoni arancione come faccia e capelli, parcheggia sul marciapiedi, fa due giri intorno all’auto, poi si affretta verso lo studio del suo avvocato. Varcata la soglia, prima ancora di salutare i presenti, spalanca la finestra e si piazza sul balcone: «Sia chiaro che qui non s’inizia un bel niente se uno di voi non si mette qui a controllarla» urla da dietro i vetri. E non scherza mica, Beppe di Nervi, l’ex direttore di banca cinquantanovenne divenuto famoso per gli improperi che si è beccato dal web. In migliaia per mesi lo hanno perseguitato e insultato su Facebook (vedere il riquadro a pagina 103) a causa dell’uso che fa della sua Ferrari: a dire il vero, si ha davvero l’impressione che qualcosa di esagerato nel rapporto fra lui e quell’automobile ci sia. Intimidito dal taccuino, spaventato dal flash, Beppe comincerà quindi a parlare della sua curiosa e un po’ malinconica storia di insulti e minacce solo quando i suoi due legali, Enrico Grego e Michele Ispodamia, avranno stabilito i turni di guardia sul suo gioiello rosso fuoco. L’aplomb degli avvocati, combinato col rigore dello studio, aiuta a contenere le risate durante l’animato e sofferto racconto di una storia che ha del tragicomico.
Tutto inizia nell’agosto del 2008. Beppe, un signore dalle sopracciglia sottili sottili grazie alla depilazione, va in pensione e si compra una Ferrari con cui inizia a sfilare sgasando per Genova, trovando particolare gusto in lunghe soste davanti al Baretto di Nervi. Tempo dieci giorni e a sua insaputa compare su Facebook un gruppo. Questo il titolo della pagina: «Beppe, col Ferrari hai rotto il c…! Pirla!».
Ai piedi della Lanterna l’esibizionismo scandalizza almeno quanto la panna nel pesto: nel giro di pochi mesi sono 6 mila gli iscritti.
L’insofferenza a Beppe pare contagiosa: dà nell’occhio, quindi fastidio. Un record: il gruppo compariva come primo risultato a chiunque, nel mondo, digitasse su Google le parole «Beppe» e «pirla». Dentro la pagina, anche pedinamenti: «Sono in corso Italia: è passato ora. Asfaltiamolo». E insulti: «Un pirla all’ennesima potenza», per non trascrivere altre parolacce. E istigazioni alla violenza: «Dobbiamo andare lì, in massa, e stordirlo con una badilata, se non proprio ammazzarlo». Ma Beppe, che ha l’aria tanto buffa quanto ingenua, non sospetta di nulla e va avanti e indietro per il lungomare sfoggiando il suo gioiello.
Solo in febbraio scopre di essere lo zimbello del quartiere. Una passante lo ferma al semaforo e lo informa: «Mi ha detto che ero famoso e che tutti su internet parlavano di me» racconta imbarazzato. «Ho verificato e sono rimasto allibito. Non ho mai avuto nemici io: cosa ho fatto di male?» s’interroga col suo marcato accento genovese. Da allora Torriani l’eccentrico ha avuto paura. «Voi come stareste se 6 mila persone vi dessero del co…?».
Era terrorizzato, Beppe. Insulti e minacce riguardavano lui e i suoi figli. Ha scoperto che anche sua moglie, la seconda (nel frattempo diventata ex), ne era al corrente: «Non credo che un coro di gente che mi dava del pirla abbia fatto bene al rapporto con lei».
C’è rimasto male, Beppe. Così s’è chiuso in casa. Triste e incredulo, stava lì a cercare di capire quale fosse la sua colpa, dove avesse sbagliato lui che in fondo se ne stava sempre da solo. «Faccio del male solo perché mi vesto sgargiante? E non è vero che porto il parrucchino» gesticola, esibendo una collezione di braccialetti che gli arriva ai gomiti. Saltano fuori i colori della Sampdoria su ognuno dei suoi monili e lui s’irrigidisce: «No, per carità , che non si scriva che sono del Doria. Ci manca che i genoani mi prendano di mira anche per questo». Va in ansia, Beppe. Poi decide però di aprirsi e rivela, con sorpresa di tutti, di detenere diverse azioni della società sportiva. Ogni volta che si sbottona si pente e prova a ritrattare. Ha paura, Beppe. «Per questo sono arrivato alla denuncia. Io non la volevo fare, ma mi hanno spiegato che era l’unico mezzo per far chiudere quel gruppo di Facebook che mi stava terrorizzando». Il social network, infatti, tardava a intervenire, nonostante le ripetute segnalazioni. «Per questo» spiegano gli avvocati Grego e Ispodamia «il procedimento penale in corso si rivolge non solo a chi lo ha perseguitato, ma anche ai vertici americani di Facebook che non hanno dato seguito alle nostre sollecitazioni». Quasi un centinaio i denunciati: 70 per diffamazione, sei per istigazione a delinquere, 10 per minacce. Da loro, però, Beppe non vuole un quattrino: «Non ci penso nemmeno a fare soldi con una storia che mi ha messo tanta tristezza. Tutto quello che ne uscirà andrà in beneficenza e a un’associazione che sto mettendo in piedi» spiega, serio, facendo riferimento all’iniziativa Vittime del web, nata per proteggersi da Facebook.
Non significa che Beppe abbia optato per il basso profilo. «E perché mai? Ho già ordinato un modello nuovo della Ferrari». Poi rassicura i suoi legali: «State tranquilli, cari avvocati, me ne andrò a Monte-Carlo. Là non mi noterà nessuno».
Tutti assolti perché il fatto non sussiste. È lungo l’elenco dei dannati che escono dopo quasi cinque anni dall’inferno della Casa di cura San Carlo di Milano, ma merita di essere ricordato per intero: Maria Luisa Sassaroli, Grazia e Alberto Ciardo, Alberto Palmesi, Carlo Giuseppe Schwartz, Carlo Maria Zampori, Gianluca Campiglio, Alberto Fantini e Paola Navone. Merita, perché questo è l’unico risarcimento che otterranno. Il tribunale di Milano il 20 aprile ha stabilito che gli ex proprietari, i dirigenti e i medici della clinica non sono truffatori. La loro fedina penale resta immacolata. Ma il loro caso oggi diventa l’epifenomeno di un sistema giudiziario che a volte rischia di fare danni gravissimi. Senza offrire una compensazione. All’ospedale San Carlo, posseduto della famiglia Ciardo dal 1955, non esisteva alcuna associazione per delinquere orientata a truffare il Sistema sanitario nazionale.
Dei nove indagati, otto hanno anche subito ingiustamente un mese di carcere. E se hanno perso soldi, lavoro e credibilità , è stato per un errore. I giornali che li hanno definiti «trafficoni» prima di aspettare la sentenza hanno fatto male. Mentre hanno sbagliato i pubblici ministeri Tiziana Siciliano e Grazia Pradella che li hanno ritenuti «responsabili dell’eclatante falsificazione di documenti sanitari per ottenere rimborsi dalla Lombardia». Continua

Il tunnel vuoto e freddo di Katerina Mathas è tutto imbiancato di cocaina. Non importa quanta: è bastata, comunque, a sconquassarle la vita. Coca all’inizio, coca alla fine, coca nel mezzo del suo inferno. La coca l’ha trascinata dentro, la coca è uno degli alibi che l’hanno tirata fuori di prigione: Katerina «era uscita a cercare cocaina», non c’era mentre Gian Antonio Rasero, il suo compagno di quella sera, come ha indicato il test del dna, morsicava i piedi del suo bambino di otto mesi, morto di botte e bruciature la notte del 15 marzo. «Ale non c’è più»: rovinata anche dalla coca, Katerina si dispera. Continua
Il primo indizio è il colletto. Non quello di una prevedibile camicia su misura, ma un rassicurante, e solo all’apparenza semplice, button down in oxford azzurro. Quel genere Brooks Brothers che serve a sembrare un po’ wasp. Catella chi? «Sì, Manfredi Catella, l’americano» si dice nel giro dei pochissimi che lo hanno già sentito nominare. Di lui si sa che ha vissuto a Parigi e a Chicago, dove ha lavorato in finanza prima di essere scelto, nel 2001, come testa italiana del colosso immobiliare Hines, il gruppo statunitense che sta trivellando mezza Milano. La faccia di Porta Nuova, quel cantierone da 2 miliardi e mezzo di euro destinato a ridisegnare 300 mila metri quadrati nel centro della città , è dunque la sua. Continua
Occhioni neri, sperduti, intensi, di bimbi rimasti soli. Fra le tante immagini di disperazione, morte, fame, malattia e sconquasso arrivate al mondo dopo il terremoto di Haiti, sono quegli sguardi a colpire di più le coscienze di chi, da lontano, assiste al disastro. Due milioni (su una popolazione complessiva di 9,6) i bambini coinvolti, 50 mila, secondo le prime stime, i piccoli cui il sisma ha portato via i genitori. Prima del 13 gennaio i figli senza una mamma né un papà erano già 380 mila. I piccoli di Haiti hanno bisogno di aiuto e il mondo risponde. Continua
La storia ormai è nota. C’era una volta un panettiere bresciano un po’ esuberante e poco istruito, per fare qualche soldo il giovane suonava con gli amici compaesani, fino al giorno in cui arrivò a Milano per lavorare in radio. Poi la televisione (il successo glielo diedero Le Iene su Italia 1), il cinema (Casomai e Manuale d’amore 2 tra i film più apprezzati), i libri.
Oggi il trentasettenne Fabio Binetti, meglio conosciuto come Fabio Volo, accento «della bassa», licenza media e battuta sempre pronta, è fra gli autori più venduti in Italia. Benché i critici associno a questo «non scrittore» una vanga più che la penna, Il tempo che vorrei (Mondadori), quinta fatica del «bamboccione kirkegaardiano» (come è stato definito), è in cima alle classifiche dei libri più venduti. Continua