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Classifiche di fine anno: la Lombardia è più in salute

Un intervento in ospedale

Un intervento in ospedale

La Lombardia è in testa. Al suo fianco Emilia-Romagna e Toscana sono sul podio. Al vertice opposto invece Sicilia, Sardegna e Calabria. È questa l’ultima classifica della qualità della sanità regionale italiana (vedere il grafico a fondo pagina).
A stilare la graduatoria è stato Gabriele Pelissero, presidente per la Lombardia dell’Aiop, l’Associazione italiana dell’ospedalità privata. Continua

Dove “l’uomo nero” fa paura

Il leader di Forza nuova si guarda intorno, compiaciuto. Luca Castellini, 34 anni, è il responsabile per il Nord del movimento politico di ultradestra. Alle sue fiaccolate di solito partecipano gruppuscoli di simpatizzanti. Mercoledì 25 novembre, invece, nella piazza ovale di Rovato, ricco centro del Bresciano, i giovanotti vestiti di scuro erano baldanzosi e più di 300. «Stop immigrazione, fermiamo l’invasione» hanno scritto su un gigantesco striscione, issato come vessillo tra i fumogeni tricolori.

Anche Forza nuova cavalca l’istante: il 20 novembre, sempre a Rovato, una ragazza di 28 anni era stata selvaggiamente stuprata da un marocchino. È stata quella la scintilla che ha acceso lo sdegno: nei giorni seguenti in migliaia hanno sfilato per le vie del centro storico del paese, esasperati dall’«invasione». Continua

Moratti si rilancia a Milano: Fatemi ripartire, in Letizia

Il sindaco di Milano Letizia Moratti

Sottovoce, con garbo da signora ma temperamento da sindaco, dice: “Non ho mai mollato in vita mia”. E in effetti non l’ha fatto nella gara con cui ha vinto l’assegnazione di Expo 2015, né nella lunga battaglia per ottenere dal governo i finanziamenti per l’esposizione. A Panorama assicura che non lo farà nemmeno da qui al 2011, data delle prossime elezioni amministrative, anche se oggi c’è chi è pronto a scommettere che non sarà lei la candidata del Pdl. Leggi l’intervista

Dopo papà la democrazia. Parla il figlio di Gheddafi

Saif Gheddafi, figlio del leader libico - PANORAMA

Saif Gheddafi, figlio del leader libico - PANORAMA

Mentre suo padre, sotto il sole cocente del pomeriggio, è impegnato con Silvio Berlusconi nella posa simbolica della prima pietra dell’autostrada che percorrerà la Libia dalla Tunisia all’Egitto, lui se ne sta al fresco nella casa di famiglia. Da qui, tunica bianca perfettamente stirata, infradito ai piedi, Patek Philippe al polso, Seif al-Islam Gheddafi, secondogenito del colonnello (da sempre considerato il delfino), non sembra curarsi più di tanto di quello che per tutti, da quelle parti, è l’evento del giorno. Continua

Così ho ucciso il mio persecutore

E’stata lei ad affondare il coltello. Lei ha tranciato la vena iliaca provocando la morte per dissanguamento del suo ex amante. Eppure, dice, non voleva. Lo odiava, sì, ma non aveva mai pensato di ucciderlo. L’aggressore, poi, è sempre stato lui. Zhora el-Harfaoui, 29 anni, marocchina, voleva liberarsi di quell’uomo. Ci provava da mesi, con le buone, ma non c’è riuscita comunque: l’incubo di quella storia la insegue anche nella sua cella nel carcere di Verona: «La mia non è più vita».
Per sei anni e sei mesi, salvo possibili sorprese in appello, la giovane donna dai grandi occhi sarà costretta a ricordare. La condanna (nonostante il riconoscimento di tutte le attenuanti) è per omicidio volontario. Durante l’ultima litigata ha ucciso Rachid Chbbani, l’uomo marocchino che per mesi l’ha perseguitata, picchiata e minacciata senza che nessuno riuscisse a fermarlo. «Per due volte mi sono rivolta ai carabinieri, mi è stato risposto che per farlo arrestare servivano prove» racconta con una freddezza che dà i brividi.
All’epoca (i mesi a cavallo tra 2008 e 2009) la legge sullo stalking non esisteva: molestie e persecuzioni non costituivano reato, permettendo a Rachid l’impunità di avvelenare la vita della donna che diceva di amare. «Un amore di cui non ho mai dubitato» ammette Zhora. La voce e lo sguardo sono induriti. Continua

L’eurocandidata Licia Ronzulli si svela: “Ma io vi sembro una velina?”

Licia Ronzulli

Supera a malapena il metro e 60 e non indossa mai la gonna. È carina, certo, ma a prima vista colpisce di più il suo aspetto risoluto. Licia Ronzulli, quasi 34 anni, insieme con Lara Comi e Barbara Matera, è una delle tre giovani nuove candidate dal Pdl alle elezioni per il Parlamento europeo. Non lavora nel mondo dello spettacolo né, come qualcuno ha azzardato, ha mai fatto la massaggiatrice. È una dirigente sanitaria che ha iniziato come infermiera.
Intorno alla definizione delle liste ci sono state molte polemiche, soprattutto riguardanti le presenze femminili. Qualcuno vi ha definito “veline”, Veronica Berlusconi ha addirittura parlato di “ciarpame”…
Tutto quello che si è detto prima della presentazione delle candidature era frutto di supposizioni. Certi nomi non credo siano mai stati considerati, anche se a qualcuno ha fatto comodo sbandierarli. La sensazione è che si sia fatta pulizia per non assecondare le chiacchiere. È così?
Sono tutte malignità. I candidati che il Pdl ha scelto sono la conseguenza di un’attenta selezione effettuata su mandato del comitato di presidenza del Popolo della libertà ai tre coordinatori nazionali e che nulla ha a che fare con la lettera della signora Berlusconi. Io, comunque, non mi sono mai sentita coinvolta dalle polemiche. Continua

Patrizio Bertelli, con me la cultura è di moda

Persino in aeroporto, a Seul, si fatica a comunicare in inglese. I tassisti, a quanto pare, non recepiscono nemmeno il nome dell’albergo, benché sia quello di una delle catene più note del mondo. Una sola parola, fra quelle usate, viene capita. Ed è italiana: Prada.

Il messaggio è chiaro: qui la casa italiana ha lasciato il segno. E non solo con le borse. Si è insinuata nel vissuto coreano attraverso il più sottile veicolo della cultura contemporanea. Il grosso e curioso colosso mobile chiamato Transformer, inaugurato qui lo scorso aprile dalla Fondazione Prada per contenere mostre ed eventi, ha avuto più successo del previsto, tanto da essere incluso fra le tappe del programma del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la sua ultima visita in Oriente. Incoraggiante consacrazione per Patrizio Bertelli, presidente della fondazione e amministratore delegato del gruppo, che non smette di investire nella cultura.
L’aria non è delle migliori: insieme a quello della moda, anche il mercato dell’arte soffre la crisi. E’ sicuro che valga la pena andare avanti?

Investire, anche solo mentalmente, in cultura contemporanea vuol dire dedicarsi a conoscere il mondo: dal punto di vista estetico, sociologico, politico, ambientale. L’arte aiuta a capire gli elementi che compongono e modificano il quotidiano: entri nella testa dei giovani. Non è poco per chi crea moda, è come avere un sismografo che ti avvisa prima che le cose diventino obsolete.

Per essere così irrinunciabile il costoso sismografo darà pure un profitto.
Certamente. Rende dando appeal al marchio. Ma non è un risultato così cercato. Non è che un giorno abbiamo deciso di dover guadagnare con la cultura. Dal 1993, piano piano, abbiamo assecondato una passione, quella mia e di Miuccia per l’arte. Oggi chi pensa a Prada, persino qui a Seul, pensa anche all’esperienza della bella mostra che ha visto, associando l’azienda a una realtà attuale e multifunzionale.

La produzione di moda e l’attività della fondazione sono ormai due facce della stessa medaglia. Non sarà pericoloso, in vista della eventuale quotazione in borsa, legarvi a un mercato tanto imponderabile quale quello dell’arte contemporanea?

Di imponderabile qui c’è poco. Le attività della fondazione oggi fanno parte di un preciso piano di comunicazione, gestito come un tutt’uno con quello del gruppo. I conti sono molto chiari. Detto questo, nelle nostre strategie do poca importanza al consenso altrui.
Sarebbe a dire?

Da sempre siamo un’azienda propositiva, in cerca di nuove strade, non solo estetiche. Il consenso e la prevedibilità sono la negazione della cultura. Non va preteso il consenso, semmai accolto quando arriverà.
Come è stato per Alberto Burri e Lucio Fontana.

Si paragona a due artisti?

Voglio dire che all’applauso, alla consacrazione di una collezione, di una strategia o di un’opera, ci puoi arrivare anche dopo. Come è stato per i due artisti, apprezzati cinquant’anni dopo la loro opera. Se tu agisci in cerca di consenso sopprimi la tua libertà espressiva. Miuccia e io non ci siamo mai riusciti, non lo faremo certo ora.

Alla crisi avete risposto con l’apertura, negli ultimi due anni, di 68 negozi nel mondo. Cos’altro c’è nella sua ricetta?

Non ho ricette. Questo è quello che ho fatto io. Qualcuno ha cercato il consenso immediato abbassando i prezzi o cambiando stile. Noi seguiamo le nostre strade, magari inesplorate. Lo dimostra la vicenda del Transformer di Seul: quella struttura temporanea era un punto di domanda anche per noi, però ha dato risultati in termini di visite e di ritorno di immagine molto superiori alle aspettative. L’arrivo del presidente della Repubblica dà ragione al mio ottimismo.
Non è facile, specie per chi lavora nel vostro ambiente, essere tanto positivi…
Non è nemmeno sano proseguire con questo nichilismo mentale che si traduce, nella pratica, in autolesionismo. Sono questi i primi mali dell’Italia. Il nostro è un grande paese, non così scalcinato come a qualcuno piace dire.
Banche come Unicredit e Intesa Sanpaolo, per fare un esempio, sono tra le prime cinque d’Europa. Dobbiamo smetterla di farci la guerra e piangerci addosso: affrontiamo i problemi senza l’invidia strutturale del mondo della moda.
Quali sono, secondo lei, i problemi che ha la moda italiana?

Siamo costretti da due necessità: per sopravvivere dobbiamo crescere in dimensioni e internazionalizzarci. Contestualmente è fondamentale che manteniamo una manodopera di superqualità. Per tutto questo servono tanti soldi, ma manca il sostegno. Anche il governo dovrebbe starci più vicino.

E’ presidente della fondazione e parla di arte da intenditore: dove ha sviluppato la sua competenza?

Non sono un competente, ma uno che l’arte cerca di capirla da sempre. Sono aretino e da noi, alle elementari, il premio era andare a vedere la pieve. Con l’arte in Toscana ci cresci. Poi, grazie alla passione e all’aiuto di amici come Germano Celant (direttore artistico della Fondazione Prada, ndr), ho imparato qualcosa in più.

Che cosa l’appassiona in particolare?

Una volta seguivo solo la pittura, poi ho imparato a capire le installazioni, ora, anche secondo il mercato, è il ritorno delle tele.
Vanno tenuti d’occhio i cinesi. Ma questo è il territorio di Miuccia.

Vuole dire che lei non mette becco nella selezione degli artisti che decidete di sostenere con la fondazione?

Niente affatto. Miuccia e io condividiamo tutte le scelte in merito ai talenti che decidiamo di coprodurre. Però, in linea di massima, ci siamo divisi gli ambiti: lei è specializzata in arte contemporanea, che è pure più complicata. Io seguo quella moderna e l’architettura. Penso agli architetti come a dei filosofi: me li vado a cercare, a conoscere. Rem Koolhaas (che ha disegnato il Transformer, ndr) l’ho scovato io, 15 anni fa, bussando alla porta di casa sua.

Quali sono i suoi architetti preferiti?

Un genio, anche lui un po’ incompreso, è Oscar Niemeyer. La sua Brasilia, immersa nella natura, è quasi fantascientifica. Potrebbe essere un modello per i nuovi centri dell’Estremo Oriente. I prossimi progettisti da tenere sott’occhio, poi, saranno quelli che lavoreranno alla nuova Las Vegas: finita l’epoca della cartapesta scenografica, vogliono rendere quella città moderna e reale.

Gira il mondo in lungo e in largo. Perché la decisione di collocare il Transformer proprio a Seul, in Corea?

L’Asia è il futuro. E Seul, molto vivace in ambito artistico, poteva essere un piccolo test per entrare e conoscere quel continente. Tuttavia, per me non c’è più una piattaforma privilegiata su cui puntare. Oggi che è tutto accessibile, il mondo va visto per intero.

Quali sono i prossimi progetti della fondazione?

Aspettando la nuova sede di Milano, stiamo pensando al futuro del Transformer. A breve verrà smontato: stiamo valutando di portarlo in Italia, forse a Roma, per installarlo vicino a un monumento antico come è stato qui a Seul.

Chiude un museo, resta un negozio. Parte arte, arriva moda. Cosa rimane di Prada in Corea? Cosa porta Prada nel mondo?

Qui come altrove sentiamo l’orgoglio e la responsabilità di portare l’Italia intera. Sono felice di mostrare che non siamo così malmessi come qualcuno racconta. Anche se il momento è difficile, l’Italia sa e deve ancora esprimere l’eccellenza del suo pensiero.

Nuovi italiani, vecchie tradizioni: Giulietta e Romeo oggi parlano indiano

Giovani indiani

Estenuato dai digiuni, bianco in volto per le nausee provocate da quel liquido che scorre nel sondino, Narish, 20 anni, sonnecchia mogio nella branda dell’ospedale. A risvegliarlo la vibrazione del suo cellulare. Spalanca gli occhi neri: è arrivato un altro messaggino di Minha, 15anni, indiana come lui, studentessa del liceo scientifico. I genitori di lei si opponevano al loro amore e così martedì 3 marzo, insieme, hanno cercato di uccidersi vicino a Camisano, nel Vicentino. Prima si sono sdraiati sulle rotaie del treno, ma hanno avuto paura: più indolore mandare giù un bicchiere di idraulico liquido.
Narish legge l’sms: accenna un sorriso, mentre si immagina Minha che lo esorta a tenere duro. Anche lei è all’ospedale. Negli stessi giorni, a Chiampo, sempre in provincia di Vicenza, altri due giovani indiani, Rejan, 20 anni, e Monisha, 18, si ribellavano (i due nomi, come quelli dell’altra coppia, sono di fantasia). Nata in una famiglia sikh, Monisha non era libera di frequentare un indù. Perché si convincesse a sposare un uomo sconosciuto ma gradito al padre era stata rinchiusa in casa per più di una settimana, fino a quando, il 7 marzo, Rejan non ha bussato alla sua porta scortato dai carabinieri.

Due storie di provincia da una delle zone d’Italia più abitate da indiani che raccontano i turbamenti delle nuove generazioni immigrate. A scuola assaporano la libertà, quando rientrano a casa ritrovano l’India arretrata. Continua

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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