Archivio per autore: » mario.sechi
- Tags: congresso, Dario Franceschini, Ignazio-Marino, iscritti, Massimo D'Alema, ottobre, Pd, Pier-Luigi-Bersani, primarie, resa, tessere
-

Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd
Sarebbe materia per un altro romanzo di Ermanno Rea, un secondo tempo di Mistero napoletano, il blocco di partenza per una corsa nella politica nazionale e locale, un’indagine letteraria e saggistica sui destini privati e pubblici di un partito, di una classe dirigente, di una città . Fiction e analisi politica servono per raccontare le eruzioni vesuviane e descrivere le parabole dei lapilli che spiovono fino a Roma. In un solo pomeriggio a Napoli si sono iscritti in 6 mila al Partito democratico; e 60 mila tesserati su circa 300 mila sarebbero all’ombra del Vesuvio.
Ignazio Marino, candidato alle primarie, ha detto quel che in molti nel partito pensano e cioè che presto a Napoli ci saranno più iscritti che elettori (il Pd alle ultime elezioni ha preso il 19 per cento dei voti). Grande è l’imbarazzo, piccola l’indignazione, solitaria la vibrante protesta. Perché a Fuorigrotta le tessere sono passate da 600 a oltre 2 mila, a Bagnoli da 400 a più di 1.000, a Ponticelli da 500 a quasi 1.400, a Soccavo da 500 a 1.700, a Barra da circa 500 a più di 1.500. Stesso boom in provincia: a Castellammare di Stabia vi sarebbero già 3 mila tesserati, quasi 2.500 a San Giorgio a Cremano, quasi 1.000 a Candito, più di 500 a Sant’Anastasia, quasi 500 a Casandrino.
Mistero napoletano? Non solo. A Pastena, in provincia di Salerno, la bolla speculativa delle tessere è esplosa durante il congresso bis (il primo vinto dai sostenitori del sindaco Vincenzo De Luca è stato invalidato) dei giovani democratici. Deluchiani contro bassoliniani, dialettica ai materassi, polo nautico trasformato in ring, sberle, schiaffi, calci. Time out, tutti a casa. “Stavolta Bassolino in Campania è più vittima che carnefice, sono più le componenti veltroniane a giocare con le tessere”, dice a Panorama Claudio Velardi, ieri assessore nella giunta regionale campana di Antonio Bassolino, oggi uomo di sinistra in cerca di un partito che non c’è. Sono gli effetti collaterali della grande corsa alla segreteria del Pd e mai come ora le tessere rischiano di essere decisive.
Marino ha capito che senza tessere ha poco fiato per correre e cerca la bombola d’ossigeno lanciando la proposta di “allungare il tesseramento fino al 31 luglio” (E invece la richiesta del cardiochirurgo è stata respinta. Lo stop alle tessere scatta martedì 21, come previsto da tempo dalla Direzione del partito. Ma qualcuno parla già di “allarme” per il forte calo degli iscritti. Anche se i dirigenti minimizzano la matematica continua a non essere un’opinione: il calo di iscritti è pari a un terzo di quelli dei Ds e della Margherita messi insieme. Quando si svolsero le primarie nel 2007, tre milioni e mezzo di persone andarono ai gazebo del Pd per esprimere la propria preferenza. Oggi, anche se l’iscrizione a un partito non è esattamente la stessa cosa della partecipazione alle primarie, si registra un sensibile calo in termini di “gradimento”: siamo molto al di sotto della fatidica quota un milione di iscritti. Secondo alcune indiscrezioni il Pd dovrebbe arrivare a quota 600-700 mila iscritti. Ben al di sotto di quota un milione, considerata “alla portata” visto l’exploit delle primarie).
Sembra di leggere una sceneggiatura rétro dove s’agitano gli uomini della Corrente del Golfo, la pancia piena della Dc che iscriveva pure i defunti, e non invece quella semivuota di un Pd in cerca d’autore. Cosa sta succedendo al tavolo del Pd? Chi fa il cartaro e con quale mazzo si sta giocando il piatto finale della segreteria? Chi ha gli assi e chi invece bluffa? Siamo solo alla prima mano della partita, quella che dovrebbe chiudersi il 21 luglio con il tesseramento nel partito, ma i fatti curiosi registrati sul taccuino del cronista sono parecchi. Cominciamo subito a dire che le regole del gioco sono meno chiare di quelle di un poker classico o del Texas Hold’em che oggi va di moda.
Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. “Una cosa totalmente folle” dice Velardi “prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico”. Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno “il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo”.
Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi. Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie.
Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: “Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome”. Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco. Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie.
Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, “un grande giorno per la democrazia”. Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale.
Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno. Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, “qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”. Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale.
Balcanizzazione del partito ed esito finale “dell’accordicchio” dice Velardi “tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti”. Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza.
- Tags: Bari, campagna, caso-Noemi, complotto, gossip, governo, inchiesta, internazionale, Massimo D'Alema, Patrizia-DAddario, premier, Silvio Berlusconi, stampa
-

Due divanisti in Transatlantico, uno della maggioranza, l’altro dell’opposizione, dialogano sui “Massimi sistemi”. “Secondo te la storia di Bari è la scossa a cui pensava D’Alema”? “Può darsi”. “Sì, però cominciano a essere tante. E non solo dalla Repubblica, ora c’è pure il Corriere. E se il Cavaliere cade?”. “Ok, proviamo a fare lo scenario. Il Cav casca e diventa inadatto a governare”. “Unfit, come scriveva l’Economist?”. “Unfit. Ma andiamo avanti: Silvio esce dalla politica?”. “No. Resta a Palazzo Grazioli, incaz… come un toro. E manovra”. “E la Lega non vota un governo di unità nazionale”. “No, di sicuro. E neanche il Pdl, ma forse Fini, Tremonti… “. “Fini non controlla il partito, Tremonti è il nemico delle banche”. “Già , è vero. Arriva un salvatore della patria? Magari vicino alle banche, Draghi, Montezemolo “. “Non sono passati dalle urne, ci sarebbe una rivolta nel Paese”. E dopo c’è il caos.
La chat di Montecitorio al tempo dei complotti
Non è una cronaca marziana, ma la chat di Montecitorio al tempo dei complotti veri e immaginari. Quello che si dice in Parlamento in questi giorni è degno di un capitolo che arricchirebbe il libro Cospirazioni di Kate Tuckett (Castelvecchi editore) e non sfigurerebbe affatto accanto ai brani dedicati all’Area 51 (la base americana dove si nasconderebbero le prove degli ufo), a Elvis Presley che uccise John F. Kennedy, all’uomo che non è mai andato sulla Luna (vedere il film Capricorn One).
Come scritto su Panorama qualche numero fa, guai a chiamare quel che va accadendo “complotto”, perché le mosse sono ben visibili, i protagonisti non si nascondono e soprattutto perché un complotto politico ha sempre un piano per il dopo e qui, ammesso che il durante sia programmato, nel dopo si vede solo il caos. Da Apicella alla donzella barese. Non erano trascorse neppure 24 ore dall’archiviazione dell’inchiesta sui voli di stato e dal successo diplomatico dell’incontro a Washington con Barack Obama (qui la GALLERY dell’incontro) che Berlusconi si è trovato ancora nel plot del gossip e del ricatto. Chiuso il dossier dell’Apicella volante si è aperto quello di una donzella barese che minaccia sfracelli e rivelazioni sulle pagine del Corriere della sera contro un Cav reo di averla invitata a una festa a Palazzo Grazioli, di averle dato un cadeau di 1.000 euro e soprattutto di non averle dato una mano per costruire “un residence su un terreno della mia famiglia”. Il giornale di via Solferino indaga e intervista Patrizia D’Addario (qui il suo calendario e un suo ritratto), candidata nella lista Puglia prima di tutto, ma alla cronista sorge un sospetto e chiede: “Non si rende conto che questo è un ricatto?”.
La ragazza serafica risponde: “Lei dice?”. E afferma di essere stata in corsa per una candidatura alle europee. Candidatura sfumata. D’Addario sostiene ora di avere delle prove di quanto afferma e perfino delle registrazioni.
Le fiamme si levano dalle intercettazioni
Le fiamme del “nuovo filone” si levano dalle intercettazioni disposte dalla procura della Repubblica di Bari che indaga sulle forniture di un’azienda, la Tecno Hospital. L’indagine finisce sui quotidiani perché dalle protesi artificiali vira verso le cosce reali di giovani donne che avrebbero fatto visita nelle residenze di Berlusconi (il quale non è indagato). Siccome al telefono si parla di soldi, le indagini si approfondiscono e cominciano gli interrogatori, anche di alcune giovani donne in veste di “persone informate dei fatti”. Dagli appalti nel settore della sanità si passa a scandagliare non tanto la vita privata del presidente del Consiglio quanto due piste. La prima è quella dell’induzione alla prostituzione. La seconda riguarda eventuali tentativi di pressione sul premier. C’è anche chi si spinge a fantasticare di scambi appalti-donne. Di certo c’è solo che l’inchiesta è aperta e che esistono delle intercettazioni, acquisite però in un altro procedimento sull’azienda guidata da Giampaolo e Claudio Tarantini, titolari della Techno Hospital.
E qui sorge un problema: secondo l’articolo 270 del Codice di proceduta penale, “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”. E non saremmo in ogni caso di fronte a un omicidio o a una rapina. Altro punto sul quale probabilmente si aprirà una battaglia: la competenza territoriale. Dove si sarebbe eventualmente consumato il reato? A Bari? A Roma? In Sardegna? Chi deve indagare? Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Berlusconi, ha comunque precisato: “Il presidente del Consiglio non è ricattabile, perché ricattabile è chi non può rivolgersi all’autorità giudiziaria. Escludo la presenza di registrazioni”. Massimo fa il sismologo e annuncia la scossa. Settandue ore prima D’Alema va alla trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata e si trasforma in oracolo: “La vicenda italiana potrà conoscere delle scosse, non c’è dubbio. Berlusconi è animato dal mito dell’eterna giovinezza, un mito pericoloso. L’opposizione deve reagire assumendosi le proprie responsabilità ”. Un minuto dopo nel Palazzo ci si chiede a cosa alluda il deputato di Gallipoli (Achille Occhetto dixit), tre giorni dopo bossianamente arriva la quadra e la teoria del complotto decolla a razzo: D’Alema è amico del sindaco di Bari Michele Emiliano, ex magistrato, allora lui sapeva… Massimo nega e si indigna. Il suo più stretto collaboratore, il senatore Nicola Latorre, giura a Panorama che “tra le cose di Bari e le dichiarazioni di D’Alema non c’è un collegamento. Il ragionamento di D’Alema era esclusivamente, rigorosamente e totalmente di carattere politico”.
La ricostruzione temporale
Il senatore del Pd incastra un altro dato cronologico: “Il discorso di D’Alema nasce dalla constatazione che è stato Berlusconi a parlare di piano eversivo, cioè il fatto che si vuole sostituire un eletto dal popolo con un non eletto dal popolo”. La ricostruzione temporale non fa una piega, il Cav infatti il 13 giugno a Santa Margherita, durante il convegno dei giovani industriali, parla di “piano eversivo contro di me”. E di fronte “a una cosa del genere” dice Latorre “una forza d’opposizione segnala una evidente difficoltà , perché a dispetto di quel che si creda nell’immaginario io sono convinto che Berlusconi non parli mai a vanvera. Così di fronte a tutto questo D’Alema ha invitato l’opposizione ad avere un atteggiamento responsabile”. La tesi del principe delle tenebre incarnato in D’Alema per Latorre non esiste: “Se vogliamo dirla tutta, era un monito anche a quanti all’interno dell’opposizione si preoccupano soltanto di alzare il tono dello scontro e non si pongono il problema di proporsi al Paese come una credibile alternativa di governo.
Era un modo di rispondere politicamente alle cose dette da Berlusconi e un messaggio rivolto a tutto il centrosinistra”. In Parlamento nessuno ci crede, ma Latorre chiosa: “Personalmente, sempre, sempre, sempre, non ho mai ritenuto la scelta di mettere un non eletto dal popolo una buona cosa”. Resta il fatto che nel pentolone del diavolo barese bolle qualcosa e per Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato, che in terra pugliese ha legami familiari e politici, quel qualcosa e il tentativo ciclico di mandare in stallo un jumbo che vola con il pieno del carburante, il pilota alla cloche, gli steward (e le hostess) ai loro posti.
“Se guardiamo la storia d’Italia, e piena di fibrillazioni” spiega Quagliariello “perche non si e mai sopportato che un governo si stabilizzasse. Abbiamo vinto le elezioni politiche, e venuta meno la logica delle coalizioni di un tempo, c’e una vera maggioranza intorno a un premier e gli elettori l’hanno confermata. Tutto cio per alcuni e intollerabile”.
Bersaglio grosso: l’immagine pubblica di Berlusconi
Intollerabile o no, qualcosa si muove. E sul G8 di meta luglio all’Aquila s’addensano nuvoloni. Sarebbe quello il bersaglio grosso della strategia di demolizione dell’immagine pubblica di Berlusconi. Finale di partita dei due divanisti. “E se arriviamo al G8 con il premier ammaccato? “. “Questo e probabile”. “Allora che succede?”. “Si va avanti e si attende l’autunno, quando la Consulta decidera sul lodo Alfano”. “E se il Cav ne esce senza scudo?”. “Elezioni anticipate, si rivota”. “E chi vince?”. “Noi vinciamo di nuovo”. “E noi perdiamo di nuovo”.
Ore di gossip
Il tempo dedicato dalle trasmissioni di approfondimento giornalistico al cosiddetto Noemigate e ai temi politici nelle ultime settimane

- Tags: attacco, caso-Noemi, complotto, giornali, media, Novella-2000, Repubblica, Silvio Berlusconi, sinistra, Times, trappola, veronica-lario, Villa-Certosa
-

Guai a chiamarlo complotto, la sola parola evoca ombre inafferrabili, mentre in questa storia le tessere del mosaico sono visibili.
Il Cavaliere, Noemi, La Repubblica: sembrava un incastro perfetto fino a quando nelle rotative del giornale-partito non è rimasto impigliato un ex fidanzato molto loquace e un po’ condannato. Anno 2005, due anni e sei mesi per rapina, con la condizionale. Un fastidioso granello di sabbia è finito negli ingranaggi di una macchina collaudata che come fine ha l’abbattimento di Silvio Berlusconi e usa il gossip come nuovo mezzo di conduzione di una guerra che va avanti dal 1994, continuerà dopo le elezioni europee, punta al fallimento del G8 all’Aquila, spera nel gelo precoce in Abruzzo e prepara un autunno caldo per il governo.
Flashback.
Il metodo, più che collaudato, in passato ha avuto anche un discreto successo.
Primo episodio: l’avviso di garanzia recapitato dalle colonne del Corriere della sera nel novembre 1994 a un Berlusconi impegnato a presiedere a Napoli un summit dell’Onu sulla criminalità . L’inchiesta per corruzione della Guardia di finanza finì nel 2001 con l’assoluzione in Cassazione del Cavaliere. Ma nel frattempo il governo era caduto e la Lega uscendo dal Polo aveva favorito il ribaltone. Secondo episodio: metà marzo del 1996, a 40 giorni dalle elezioni politiche che dovevano ribaltare il ribaltone, compare in edicola una copertina dell’Espresso, titolo “Il Polo delle vanità “, foto di Veronica Lario, Silvio Berlusconi, Cesare e Silvana Previti, Vittorio Dotti e Stefania Ariosto a bordo del veliero Barbarossa, di proprietà dell’avvocato romano. Cover profetica: sembrerebbe un attacco moralistico alla società dei ricchi e volgari, in pieno stile via Po, ma in realtà è la comparsa in scena di lì a pochi giorni del “teste Omega”, Stefania Ariosto, compagna di Dotti che, si saprà dopo, già da un anno è una fonte coperta della procura di Milano. Sulle sue rivelazioni si imbastisce il processo Sme.
Ariosto racconta di serate nei circoli romani, in particolare al Canottieri Lazio di cui Previti era presidente, con mazzette di banconote che passano da un tavolo all’altro o vengono lasciate nelle toilette. Denaro che sarebbe servito a corrompere alcuni magistrati romani. Ariosto diventa l’eroina della Repubblica, la testimonial del malaffare imprenditoriale ed etico del berlusconismo. Sarà la prima a raccontare come alla corte di Silvio le donne siano “trattate come oggetti”. Risultato: le elezioni del 1996 vengono vinte da Romano Prodi, Berlusconi viene prosciolto nel 2007 dalla Corte d’appello di Milano per non avere commesso il fatto. Quanto alla mirabile teste Omega, la magistratura la dichiarerà inattendibile e i fatti dimostreranno che era lei, vittima del demone del gioco, ad avere seri problemi finanziari.
Ritorno al futuro.
Il metodo è lo stesso di allora. Cambia il mezzo: non più la via giudiziaria alla battaglia politica, ma lo screditamento privato, il gossip applicato alla demolizione dell’avversario. Anche qui, in realtà , la storia di Noemi ha un preludio e sempre lo stesso protagonista: La Repubblica, che un’estate fa, appena formato il governo dopo le elezioni del 13-14 aprile 2008, rispolvera il cosiddetto patto di Raiset, presunta combine imprenditoriale fra i manager della tv di stato e quelli della Mediaset. Ma il vero bersaglio è sempre il Cav e stavolta anziché di soldi si parla di veline, vallette e ministre. Nel tritacarne finisce Agostino Saccà , direttore della Rai Fiction, amico di Berlusconi. Saccà è imputato nell’inchiesta della procura di Napoli, le sue chiacchierate al telefono con il presidente del Consiglio vengono pubblicate dai giornali, La Repubblica in testa. Il Cav cerca di raccomandare qualche attrice, Saccà dice sì al telefono e poi se ne infischia. Niente di penalmente rilevante, un trattato antropologico dell’Italia (che può piacere o meno) ma l’estate si trasforma in una fornace: si vocifera dell’imminente arrivo di un’intercettazione bomba, l’arma finale, in cui perfino le ministre comparirebbero nella veste di donne oggetto. Tutto avrebbe dovuto portare alla caduta prematura del governo più forte del dopoguerra. Risultato: Saccà viene prosciolto, l’inchiesta archiviata, le intercettazioni devono essere distrutte e la bomba a orologeria smette di ticchettare. Ma solo per un po’.
Campagna sporca.
Il tic tac esce nuovamente dal Vesuvio poco meno di un anno dopo. A far ripartire l’ingranaggio stavolta è il combinato disposto La Repubblica-Veronica Lario. Berlusconi il 26 aprile va a una festa privata (si fa per dire) di compleanno a Casoria (Napoli), la festeggiata è la 18enne Noemi Letizia.
Martedì 28 compare un articolo di cronaca sulla Repubblica (firmato da Conchita Sannino, la cronista che poi scoverà Gino Flaminio, ex fidanzato di Noemi) e sul Corriere del Mezzogiorno Noemi racconta la sua amicizia con Berlusconi e lo chiama “Papi”. Passa la mattina e anche la sera. Ma alle 22.31 la signora Lario rompe il ghiaccio e parla con l’agenzia Ansa, La Repubblica riprende e amplia con la penna di Dario Cresto-Dina. Ritorno alla guerra di Arcore. Da quell’istante s’apre un’indagine pubblica sulla famiglia Letizia e comincia il tam-tam su Berlusconi e il suo rapporto con Noemi. La caccia alla volpe è guidata dalla Repubblica che impegna le sue migliori risorse per coronare l’impresa.
Quella del 28 aprile è una data da ricordare perché segna uno spartiacque nel costume politico italiano. Per la prima volta una campagna elettorale (elezioni europee il 6 e 7 giugno) assume le sembianze di una vera e propria “dirty campaign ” (campagna sporca) all’americana dove entra in scena il “lato b” della politica, il letto e il potere. L’apparato di sicurezza che dovrebbe proteggere il presidente del Consiglio (privacy compresa) si mostra debole e perforabile. Con Berlusconi non è facile, l’uomo è imprevedibile e i suoi spostamenti totalmente fuori protocollo.
Nel governo c’è chi fa notare che la cosa non funziona. Un democristiano di lungo corso come il ministro Gianfranco Rotondi non ci gira intorno: “Formulo il legittimo sospetto che vi sia stato un gruppo di intelligenza che si è dato l’obiettivo di indirizzare al premier un’accusa infamante e di fare in modo che a formularla fosse la moglie” dice Rotondi. “Nei casi Montesi-Piccioni, Cossiga-Donat Cattin e Leone-Cederna si è saputo che giornali e giornalisti erano solo strumenti incolpevoli e inconsapevoli. La regia di quest’operazione è nell’ombra e non riguarda né La Repubblica né la sinistra italiana”.
Spectre o no, il Cav è sotto un fuoco pesante che punta a renderlo impresentabile, a ridicolizzarlo, a renderlo vulnerabile agli occhi della comunità internazionale che non legge la stampa italiana ma ne conosce gli echi attraverso il network di giornali che da sempre partecipa al cenacolo del gruppo Espresso (articolo a pagina 37). L’agenda politica influenza tutta la vicenda: il Pd prima con il segretario Dario Franceschini dice “tra moglie e marito non mettere il dito”, poi però legge i drammatici sondaggi per il suo partito e come in un romanzo kafkiano c’è la metamorfosi e dichiara “fareste educare i vostri figli da quest’uomo?”. È un punto di non ritorno i cui esiti sono imprevedibili.
Maurizio Gasparri chiosa: “Franceschini è disperato e si attacca al gossip. È un contrattista a progetto la cui collaborazione scadrà dopo il voto delle europee”. Nonostante l’impressionante volume di fuoco, i sondaggi per ora danno il Pdl e la Lega al 50 per cento e il Pd sotto la soglia di sopravvivenza del 27.
Franceschini si gioca tutto e va in scia alla campagna della Repubblica. Ma il vero obiettivo non è menomare il voto per Strasburgo. Ci sono altre scadenze, il G8 e l’emergenza terremoto in Abruzzo dove a settembre comincerà a far freddo e la sistemazione di migliaia di persone dovrà compiersi a tempo di record. Per ora il bersaglio grosso più ravvicinato è il G8 di luglio all’Aquila. Il presidente del Consiglio presiederà un vertice nel pieno di una tempesta perfetta. Basta leggere i siti web dell’antagonismo per capire che si prepara un evento ad alto voltaggio. Berlusconi è presentato dai media alla comunità internazionale come il capo di un sultanato, il tamtam in rete dei no global è fitto e le condizioni logistiche non sono le migliori.
È una zona terremotata, giustamente ipersensibile, il terreno ideale per chi cerca il caos e chi vuole raccoglierne un dividendo politico. Fu al forum internazionale di Napoli che cadde il primo governo Berlusconi. La governance mondiale oggi si regge soprattutto sull’immagine, ecco perché 15 anni dopo le lancette dell’orologio tornano indietro al 1994: la trappola è tesa, si tenta il bis.

Alla borsa della politica si classifica come un investimento di medio-lungo termine. Alle elezioni europee conta di “prendere qualche voto in più rispetto alle politiche”. Pier Ferdinando Casini, azionista di maggioranza dell’Udc, guarda fiducioso l’andamento del suo titolo sui listini elettorali. E in questa intervista con Panorama svela le future strategie di collocamento.
Lei è stato presidente della Camera. Oggi al suo posto c’è Gianfranco Fini che tuona contro le leggi ispirate da principi religiosi. Il cattolico Casini che ne pensa?
Penso che Fini abbia un’esigenza di visibilità , come hanno tutti i presidenti della Camera, l’avevo anch’io. Nel suo caso è accentuata dal fatto che il suo partito è diventato quello di Silvio Berlusconi. Non mi scandalizzo per il fatto che intervenga spesso, non lo biasimo neanche. Mi dispiace però che affronti con una disinvoltura eccessiva temi etici che riguardano la sensibilità molto forte di persone e gruppi presenti anche in Parlamento. Il suo richiamo allo Stato etico era fuori luogo e quello alle leggi costruite su precetti religiosi è lunare. La laicità dello Stato è un dato di fatto, ma mi pare che Fini pensi a uno Stato laico in cui non c’è spazio né per Dio né per la religione. È un laicismo di stato che nemmeno Nicolas Sarkozy in Francia più accetta. Noi abbiamo sostenuto in campagna elettorale, contrariamente al Pdl e al Pd, che i temi eticamente sensibili non potevano restare fuori dalla campagna elettorale, sono temi che riguardano la vita e la morte delle persone. I fatti ci hanno dato ragione.
Quelle di Fini sono parole che possono innescare una crisi di rapporti tra Stato e Chiesa?
Non penso che quelle parole siano prese così sul serio oltretevere, dove capiscono perfettamente chi determina oggi la politica italiana. Usare questi temi per farsi una campagna personale francamente è sbagliato. Lo dico con amicizia verso Fini, in molte occasioni condivido le sue esternazioni: quando dice, per esempio, che non si può fare la campagna elettorale sulla pelle degli immigrati. Bene, allora non si può fare neppure sulla pelle della Chiesa e dei cattolici.
Questi sono temi che fanno parte del patrimonio ideale del centrodestra. È un elettorato che per l’Udc è ancora un riferimento?
Più che un elettorato di centrodestra, c’è un elettorato ampio di centro che guarda prevalentemente a destra. Tutti hanno capito che le ragioni che ci hanno portato a dire no all’omologazione nel partito unico di Berlusconi sono valide e non pretestuose. La stessa metodologia con cui è nato e vive il Pdl è emblematica: non è un partito, è Berlusconi. Faccio due esempi. Uno, il rapporto con la Lega. Ho sempre detto che questa formula di governo avrebbe di fatto dato alla Lega la golden share della maggioranza. E non ci siamo sbagliati: dal federalismo alle quote latte, all’immigrazione, è la Lega che detta i temi della politica italiana. Secondo, il Pdl ha proposto di levare le preferenze al Parlamento europeo, noi siamo dall’altra parte. Noi vogliamo le preferenze e le vogliamo anche nella legge elettorale nazionale. Restituire la politica al cittadino significa fargli scegliere i parlamentari.
Lei si è allontanato da Berlusconi ma si sente ancora vicino all’elettorato di centrodestra?
Ho un’idea diversa della politica rispetto a quella di Berlusconi. Non mi sono personalmente né allontanato né avvicinato. Con Silvio ho sempre un buon rapporto personale, però io ho un’idea diversa del futuro del Paese: non vedo bene il bipartitismo, né l’uomo solo al comando, e ho un’idea diversa del Parlamento. Mi interessano tutti i moderati, ovunque si collochino. Il Paese deve essere guidato, non solo eccitato negli istinti e negli umori. Con il popolo del centrodestra c’è un dialogo oggi e ci sarà anche domani.
Facciamo un gioco: lei è Berlusconi e il Pdl è la nuova Dc…
No, per me non…
È un gioco di ruolo: applicherebbe la teoria democristiana del doppio forno al Pdl? Metto il pane in cottura non solo nel forno della Lega ma anche in quello dell’Udc?
Per il Pdl sarebbe più conveniente, per l’Udc non ho uno ma 100 dubbi. Saremmo utilizzati come tappabuchi e questa oggi non può essere la nostra strategia.
Una condizione per tornare a collaborare in futuro con Berlusconi?
Il futuro lo scopriremo solo vivendo. Credo che il Pdl dovrebbe valorizzare molti nostri atteggiamenti di responsabilità : sul lodo Alfano ci siamo astenuti, abbiamo votato sì per i rifiuti di Napoli, rifiutiamo il giustizialismo e sui temi del nucleare abbiamo votato a favore del governo. E adesso lanceremo altre palle: quoziente familiare, liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. L’Udc ha pagato il prezzo della perdita del potere, ma oggi non siamo delle vedove, non cerchiamo il potere, cerchiamo di dare un nuovo assetto alla politica italiana.
Quanto tempo avete?
Abbiamo tempo, c’è una legislatura, siamo all’opposizione. Con il Pdl il discorso più serio ora è solo uno: cercare di costruire da posizioni diverse un equilibrio, una risposta chiara sui temi della politica italiana. Così rispettiamo i nostri elettori e anche quelli del Pdl.
Non volete governare, né cogovernare, ma volete contribuire alle scelte del governo.
Vogliamo che il governo capisca che nell’opposizione non ci sono solo sfascisti o l’opposizione che fa Dario Franceschini con il sì al referendum, ma un’opposizione responsabile che quando si tratta di lavorare al bene del Paese lo fa senza cercare posti di potere.
Dopo le europee arrivano le regionali. Con chi vi alleate?
Valuteremo caso per caso. Lo schema delle alleanze esclusive è finito. E non facciamo scelte di convenienza: andiamo nell’85 per cento delle province da soli. Stiamo scalando l’Everest senza gli scarponi.
I sondaggi dicono che Lega e Idv faranno il pieno di voti. Entrerà in crisi lo schema politico?
No, perché c’è uno sbarramento serio che consente la presenza di cinque, sei partiti al massimo. Ma le elezioni bocceranno il bipartitismo perché la crescita della Lega, di Di Pietro e, spero, dell’Udc determinerà il fatto che palesemente il bipartitismo in Italia non c’è. Così verrà bocciata non solo l’idea del Pdl, ma anche l’idea di un Pd che porta solamente a essere l’opposizione di comodo di Berlusconi. Infine, la Lega si gonfierà come una rana. È la conseguenza della politica di Berlusconi: il voto di protesta prima o poi si estingue (pensi al fenomeno Le Pen in Francia), ma la Lega è stata messa in condizione di essere di lotta e di governo, contesta il sistema ma nello stesso tempo ci sta dentro. È una posizione troppo comoda.
Qualche anno fa si parlava del patto dei cinquantenni. C’è Casini, c’è Fini, c’è Giulio Tremonti, non c’è più Walter Veltroni. Lei ha un partito, Fini non lo ha più e Tremonti difficilmente lo avrà . Si sente in prima fila per la leadership futura del Paese o no?
Io cerco di fare una politica seria e spero che il Paese prima o poi mi dia ragione. Detto questo, non è che uno si sveglia al mattino e dice voglio fare il leader. Devono crearsi le condizioni e per fortuna non sono un uomo accecato dalle mie ambizioni.
Voterebbe Berlusconi al Quirinale?
Oggi come oggi no.
Perché?
Al Quirinale c’è Giorgio Napolitano e ci vuole una persona con un identikit super partes. E, francamente, tutto si può dire tranne che Berlusconi sia super partes.
Il giorno in cui Berlusconi dovesse uscire dall’arena politica, l’establishment tornerebbe a giocare un ruolo chiave nella politica. Qual è il suo rapporto con i poteri forti?
I poteri forti non ci sono più, sono tutti deboli. Sarà la gente a decidere. E l’establishment va con chi vince.
Passata la crisi le banche torneranno a giocare il risiko politico…
I banchieri vanno a votare alle primarie del Pd e poi scodinzolano dietro a Tremonti. Hanno uno stomaco con notevoli capacità di adattamento.
Lei pensa ancora a un sistema elettorale alla tedesca?
No, oggi è una pia illusione. Finiremo per votare con la stessa legge elettorale con cui si è votato nel passato, non considero il Porcellum nefasto, spero di vincere la battaglia per introdurre le preferenze.
Lei mi sembra il gatto che gioca con il topo.
Perché?
Non pensa più a un centro mobile, non pensa sia possibile una riforma elettorale, mi pare che lei stia puntando a un’opa futura sul centrodestra.
Non addentriamoci nel gossip della politica.
Cerco di dare una prospettiva logica alle sue risposte.
E allora è chiaro che stiamo investendo sul futuro. Consiglio a tutti di comprare azioni dell’Udc al fixing della politica perché siamo destinati a crescere.

“Il potere logora chi non ce l’ha”, motto del divo Giulio (Andreotti) che in tempi di soap politica si può declinare in un più pop “il divorzio logora chi non ce l’ha”. Silvio e Veronica è un format che replica altri programmi di crac familiare già andati in onda sugli schermi della politica. Sciolti i patti e rotti i piatti, pagati gli avvocati, dissolti i matrimoni e divisi i patrimoni, i leader continuano a fare politica meglio di prima e con più consenso di prima.
Silvio e Veronica sono la versione “reloaded” di altre saghe, crisi coniugali vicine e lontane. Pier Ferdinando e Roberta, Gianfranco e Daniela in Italia, Bill e Hillary in America, Nicolas e Cécilia in Francia, Gerhard e altre quattro frau impalmate e poi lasciate in Germania. Una lunga teoria di amori e dissapori, marce nuziali e cerimonie degli addii.
Se dunque Silvio Berlusconi e Veronica Lario rompono, se eruttano le divisioni, il pubblico è preparato, l’elettore vaccinato. Pier Ferdinando Casini è diventato presidente della Camera con un amore alle spalle sbocciato nel 1982 con Roberta Lubich, figlia del cardiologo Turno Lubich, ex moglie dell’industriale del caffè Francesco Segafredo. Un matrimonio in chiesa alle spalle e un altro in comune con Azzurra, figlia di Francesco Gaetano Caltagirone, tycoon dell’immobiliare e dell’editoria.
Le fortune politiche del leader dell’Udc, per saggezza italiana, non sono mai state una faccenda di cuore, la sua carriera è proseguita con due famiglie e quattro figli: Maria Carolina e Benedetta, Caterina e Francesco. Casini è un politico cattolico e un padre di famiglia liberal, i manifesti della sua campagna per le elezioni europee ne sono un esempio. Pier Ferdinando in compagnia dei figli nati dal suo matrimonio con Azzurra e uno slogan che riporta alla normalità della vita perfino le saette che s’incrociano in queste ore fra Arcore e Macherio: “Un divorziato cattolico”.
Passato e presente di Casini si fanno rivendicazione politica in quello slogan, ricordano che il divorzio è una dimensione a tratti ultra ma col tempo assolutamente terrena dell’esperienza di un uomo e una donna, è il gioco delle coppie che può durare per sempre o spezzarsi. Come Gianfranco Fini e Daniela Di Sotto, 25 anni insieme, icone della destra italiana, storia d’amore e politica: si conobbero nel 1971 in una sezione del Msi (”La prima cosa che mi ha colpito di lui è stato il lungo e brutto cappottone di pelle, e il suo strano modo di parlare. Lo chiamavano Tortellino, era appena arrivato da Bologna”) e sembravano inossidabili. Poi la loro traiettoria si è divisa e l’avvocato Giulia Bongiorno il 16 giugno 2007 comunicò che “percorsi di vita differenti hanno determinato un progressivo allontanamento che, se non ha minimamente intaccato i sentimenti di stima e affetto reciproci, rende tuttavia impossibile continuare il rapporto coniugale con la serenità e lo spirito di condivisione necessari”. Fine dell’unione a destra, comparsa sulla scena pochi mesi dopo di un’altra lei, Elisabetta Tulliani, un po’ showgirl, un po’ avvocato, bella donna.
Il 2 dicembre 2007 Fini diventa padre per la seconda volta, nasce Carolina e gli italiani scoprono che il leader di An “è un papà moderno” che aiuta la sua nuova compagna. I due vengono paparazzati e gossippati, Fini bellamente e giustamente se ne infischia, tira dritto, cambia pannolini di notte e fa il presidente della Camera dei deputati di giorno.
Sullo scranno più alto di Montecitorio la storia è un ciclo dell’eterno ritorno. Il presidente Iotti era agli occhi degli italiani di destra e di sinistra “la Nilde” e basta, non l’ex amante di Palmiro Togliatti. La chiesa del Pci non parlava mai di quella relazione (fu un colpo di fulmine in un ascensore di Montecitorio) chiusa a tripla mandata dal partito al sesto piano di Botteghe oscure: venne allo scoperto dopo l’attentato al Migliore, nel 1948, quando il leader era già sposato. Il servizio d’ordine del Pci fermò Iotti in ospedale, lei voleva stare vicino all’amato, un’umiliazione. Fu Luigi Longo a urlare: “Ma è la compagna di Togliatti!”.
Il destino si diverte, perché fu proprio Longo a lasciare, con un comunicato all’Unità , l’irascibilissima moglie Teresa Noce, la quale voleva addirittura discutere della loro separazione nella direzione del partito. Anni di realismo socialista applicato agli affari di cuore.
Anni invece esuberanti gli Ottanta. Gli italiani non giudicarono mai Bettino Craxi per le sue non poche sortite fra le lenzuola, semmai c’era chi si sintonizzava sul canale della tv privata Gbr per vedere chi fosse quella Anja Pieroni che per Bettino aveva rotto il fidanzamento con Roberto Gancia.
Le parabole dei leader politici, quelli di razza, “bucano” i nuvoloni creati dalle amanti improvvise e improvvisate. Il divorzio, la crisi matrimoniale li rendono più umani. Prendete Bill Clinton, un grande presidente degli Stati Uniti, un uomo tutto sax e non poco sex. Nello Studio Ovale passava per caso una di nome Monica Lewinsky, lasciò qualche traccia.
Una vecchia gloria del giornalismo americano, l’ex inviato di Newsweek Arnaud de Borchgrave, tempo fa raccontò a chi scrive: “Mai e poi mai avrei pensato di vedere dei colleghi andare a caccia di tracce di sperma sulla giacca del presidente degli Stati Uniti”. Bill superò la prova dei reporter americani in versione Csi e ci riuscì grazie anche alla tempra della moglie Hillary, sempre al suo fianco. Il resto è storia dei giorni nostri: Clinton è un’icona democratica per sempre e guadagna milioni di dollari facendo il conferenziere, la signora Rodham è segretario di Stato Usa. Scoppiano, ma di successo.
Direte che quelle sono americanate, eppur si muove qualcosa di simile nella politica europea. Gerhard Schröder ha continuato la sua carriera di sciupafemmine in quattro puntate (Eva, Anne, Hiltrud e ora Doris) e tra un matrimonio e un divorzio ha trovato il tempo di fare il cancelliere tedesco e il leader di partito guadagnandosi due nomignoli: “Audi Man” (quattro cerchi) e “Signore degli anelli”.
L’asse franco-tedesco si conferma anche nel settore tempestoso degli amori. Nicolas Sarkozy e Cécilia MarÃa Sara Isabel Ciganer-Albéniz Lei con un nome che è già un’ouverture, un matrimonio cancellato all’ultimo momento, un altro celebrato dal sindaco di Neuilly (tal Nicolas Sarkozy: a volte ritornano); lui il presidente incrocio della razionalità francese e dell’imprevedibilità ungherese già reduce da un divorzio… Come poteva finire? Scappatelle, fughe, riconciliazioni, libertinaggio e volantinaggio insieme in campagna elettorale, viaggio negli Stati Uniti e lei, altera e austera, che diserta il pranzo nella tenuta del presidente americano George W. Bush nel Maine. Patatrac. Il 18 ottobre 2007 si lasciano per sempre. Lei sposa a New York il businessman Richard Attias, lui va a una festa del pubblicitario Jacques Séguéla e trova amore e consolazione in Carla Bruni, oggi il tocco essenziale di glamour della diplomazia sarkoziana.
Robetta rispetto a quel “vorrei essere il tuo Tampax” rivolto da Carlo d’Inghilterra a Camilla Parker-Bowles quando il principe era ancora sposato con Diana Spencer. Cose regali.
Scorrono i titoli di coda, il Cav a Porta a porta ha fatto il record di ascolti, uno spettatore su tre incollato al video, nei sondaggi non si sposta un voto. Perché se il divorzio diventa un reality, se il sistema dei media si lecca i baffi, se il buco della serratura è la dimensione epica del dibattito, se il voyeurismo impera, lo spettatore fa zapping, sorride sornione come il Groucho Marx che diceva “il matrimonio è la causa principale del divorzio”, ma alla fine vota senza telecomando e ben lontano dal mediatico di dietro, davanti, sopra, sotto e sottosopra della politica.
- Tags: An, Fi, fusione, Gianfranco Fini, giovane, governo, leaderm-diarchia, maggioranza, pdl, Ppe, premier, presidente, Silvio Berlusconi, statuto
-

Sarà un partito principe o un partito del principe? Sarà democratico e carismatico o carismatico e basta? Sarà l’apoteosi del potere di Silvio Berlusconi o permetterà l’affermarsi di altri leader? Non è obbligatorio scomodare Antonio Gramsci, ma c’è da scommettere che molti si ricorderanno del più grande pensatore politico del Novecento italiano dopo aver letto lo statuto del Popolo della libertà , che Panorama anticipa. Alla vigilia del congresso fondativo, previsto alla nuova Fiera di Roma tra il 27 e il 29 marzo, le 20 pagine, i 43 articoli e le norme transitorie sono ancora in discussione, ma l’impianto complessivo del Pdl è già chiaro.
Il presidente
Il passaggio chiave dello statuto è l’articolo 14: “Il presidente del Popolo della libertà è eletto ogni tre anni dall’assemblea congressuale, con apposita votazione, anche per alzata di mano”. E tutto sarà saldamente in mano sua: “Ha la rappresentanza del partito, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche (…). Convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno”. E soprattutto “procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni”.
È il cesarismo di cui ha parlato qualcuno? Non ci sono dubbi che il presidente abbia grandi poteri. E non poteva essere altrimenti. La storia di Forza Italia e la sua genesi, lo “sdoganamento” e la successiva evoluzione di Alleanza nazionale, il percorso politico del Cavaliere e la creazione di una classe dirigente che da lui ha ricevuto investitura e impronta conducono inevitabilmente alla costruzione di un partito carismatico.
Il carisma è la materia prima di Berlusconi, l’ingrediente fondamentale del suo successo politico, la lezione che ha segnato l’evoluzione dei partiti a lui avversi che sono stati costretti a reinventarsi sulla sua scia e a cercare anch’essi (come Walter Veltroni ha imparato a sue spese) leader carismatici. Attendersi dal Pdl la prosecuzione della tradizione politica del Novecento sarebbe un controsenso. È la certificazione di una rottura già avvenuta nel 1994.
Gli organi
Quelli principali sono sette, elencati nell’articolo 10: “L’assemblea congressuale, l’ufficio di presidenza, il comitato di coordinamento, la direzione, il consiglio nazionale, l’assemblea dei parlamentari e la conferenza dei coordinatori regionali”. Sono tutti organi di eletti o nominati, la struttura portante del Pdl. Tra questi il coordinamento è il link diretto con il leader. Secondo l’articolo 15 sarà composto da tre membri (due provenienti da Forza Italia e uno da An) su proposta del presidente. L’organo collegiale più importante sarà l’ufficio di presidenza composto dal presidente, dai tre coordinatori, dai capigruppo e vicecapigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo e da altri 20 membri eletti dal congresso su proposta del presidente.
Tutti faranno parte di diritto della direzione nazionale (articolo 16) composta da 120 membri eletti dal congresso, “eventualmente anche con lista prevalentemente bloccata”. È questo il nocciolo duro del Pdl, il motore del partito che “concorre alla definizione delle linee politiche programmatiche”.
Il territorio
Un partito di solo vertice nazionale? In Forza Italia e An si sono posti il problema del collegamento con il territorio e la soluzione è stata trovata con la creazione di un consiglio nazionale (articolo 17) che, oltre ai parlamentari nazionali ed europei, ai componenti del governo, accoglie i coordinatori regionali e provinciali e di città capoluogo, assessori e consiglieri regionali, sindaci dei comuni capoluogo, presidenti di provincia e di regione, capigruppo e vicecapigruppo dei consigli comunali e provinciali delle aree metropolitane e capoluogo di regione. Un esercito complicato da gestire, tanto che “di norma si riunirà una volta l’anno”.
La struttura piramidale del Pdl si completa con la nomina dei coordinatori regionali e dei loro vice. Ancora una volta, sarà il presidente (entro tre giorni dalla sua elezione) a sceglierli. Quest’architettura consentirà al leader di controllare il partito sul territorio, a cascata fino alle province, ai comuni e alle aree metropolitane. Su quest’ultimo punto c’è un’innovazione. L’articolo 19 ter dello statuto prevede 16 aree metropolitane che godono di una rappresentanza speciale e di un coordinamento specifico: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Palermo, Bari, Venezia, Bologna, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Sassari e Trieste.
I giovani e il partito internet
Per iscriversi al Pdl basta aver compiuto 14 anni. È chiara la scelta di coinvolgere i giovani nella politica. Altro elemento interessante che tiene conto dell’evoluzione degli stili di consumo giovanili (e non) è la codificazione all’articolo 9 dell’importanza politica di internet: “Il Popolo della libertà nella sua organizzazione nazionale e territoriale si avvale di siti web ufficiali, dove pubblicare le deliberazioni, registrare le adesioni e gestire consultazioni, anche periodiche, su temi di rilievo”.
Problema: cosa ne sarà dei movimenti giovanili dei due partiti? Azione giovani in passato non ha nascosto la sua ferma volontà di restare elemento distinto e autonomo dal partito. La soluzione è agli articoli 33, 34 e 35 della bozza di statuto, dove si prevede l’affiliazione di “circoli territoriali o tematici, anche telematici”, cioè di “libere associazioni di cittadini che si propongono di sviluppare iniziative culturali, sociali e politiche volte alla diffusione delle idee del Pdl”. I circoli sono vicini al partito ma non sono il partito e non rappresenteranno uno strumento per lanciare una scalata nel partito.
Le donne
Il lessico è importante, è la forma che diventa sostanza. Qualcuno direbbe che siamo di fronte al rituale del politicamente corretto, tuttavia non passa inosservato l’articolo 1: “Il Popolo della libertà è un movimento di donne e uomini”. Negli articoli successivi il riferimento a “cittadine e cittadini” è una costante dello statuto. Dalla sinistra si mutua il linguaggio della differenza di genere, ma non lo si declina in quote d’accesso alle cariche elettive e di partito.
L’avversione per la politica delle “quote panda” nel centrodestra è nota, ma è anche vero che la questione dell’alternanza tra uomini e donne in lista è stata già fonte di discussione. Le liste per le elezioni europee saranno il primo banco di prova.

Il terreno comune
Il lavoro sullo statuto è ancora in corso, il risultato finale sarà un compromesso tra la forza carismatica di un leader come Berlusconi e la rivoluzione conservatrice guidata da Gianfranco Fini. Il terreno comune c’è, è quello della “destra nuova” descritta da Alessandro Campi e Angelo Mellone in un volume edito dalla Marsilio: “Né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice”. È il terreno comune in cui s’incontrano Forza Italia e An. Vedremo fin dall’applicazione dello statuto se saranno capaci di coltivarlo.
- Tags: An, congresso, coordinatore, Denis-verdini, Fi, Fondazione, Gianfranco Fini, Ignazi-La-Russa, ministri, opposizione, pdl, Popolo-della-Libertà , premier, Sandro-Bondi, Silvio Berlusconi
-

Battute parlamentari: “La voluminosa biografia di von Verdini racconta che un giorno il centrodestra italiano passò dal Parteienstaat teorizzato da Hans Kelsen al Gazebostaat…”. Evocato al cospetto dei gonfi arancini di riso della buvette di Montecitorio, il von Verdini (per la storia contemporanea di nome fa Denis), ultimo coordinatore dell’età di mezzo di Forza Italia, prossimo triumviro con Sandro Bondi (sì, a volte ritornano) e Ignazio La Russa dell’età del partito unico, il Popolo della libertà che il 27 marzo prossimo alla Nuova Fiera di Roma celebra il congresso fondativo. Sarà un venerdì, giorno dedicato a San Ruperto, predicatore itinerante dell’Ottavo secolo, a tenere a battesimo il Pdl. Due i padrini: Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, tanti gli invitati a un evento che però è più interessante nella preparazione piuttosto che nella celebrazione. Partiamo comunque da quest’ultima, visto che Panorama è in grado di anticipare la scaletta della due giorni congressuale. Possono cambiare ancora i nomi di alcuni personaggi, ma la sceneggiatura del film è scritta. Chi immagina un’assemblea che sia occasione per un confronto tra correnti, visioni del mondo differenti o più modestamente visioni del partito, può chiudere il taccuino. La ferraglia del partito novecentesco, superstrutturato, è archiviata. Il partito secondo Berlusconi è la fucina di due prodotti: nuova classe dirigente ed esperienza di governo. Fine dell’ideologia, spazio al pragmatismo.
Il programma. I lavori si apriranno alle 17 con i saluti dei rappresentanti del Partito popolare europeo (Hans-Gert Pöttering e Wilfried Martens), ai quali seguiranno gli interventi di cinque giovani rappresentanti di circoli, fondazioni culturali, associazioni del mondo del lavoro e della scuola. I giovani, insieme al governo, rappresentano il leitmotiv dell’assemblea. Berlusconi già a Palazzo Chigi ha rinnovato la sua squadra nell’anagrafe e nella sostanza, nell’immagine del Pdl che verrà proiettata durante il congresso questo aspetto sarà accentuato. Il presidente del Consiglio prenderà la parola alle 18.30 per ripercorrere le tappe dell’avventura politica del centrodestra: “Dal 1994 a oggi: la storia del Popolo della libertà ”. Il primo giorno si chiude così, con la prima performance del Cavaliere. Punto e a capo.
Si riparte sabato, dopo aver consumato cappuccino e cornetto è il turno di quattro parlamentari trentenni (per Forza Italia saranno Simone Baldelli e Beatrice Lorenzin) ai quali poi seguirà il primo blocco dei big: Franco Frattini, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Stefania Prestigiacomo, Giorgia Meloni, Claudio Scajola, Italo Bocchino, Altero Matteoli. Sono ministri e capigruppo, non esponenti del vecchio apparato di Forza Italia e An.
E Gianfranco Fini, socio fondatore, alleato-concorrente del Cav? Il Fini day sarà proprio sabato e forse dal suo intervento verranno gli spunti più stimolanti rispetto alla futura dialettica interna del Pdl. Qualcuno si attende scintille, ma è difficile che il presidente della Camera (destinato a essere l’ambasciatore del Pdl dentro la famiglia dei Popolari europei) voglia esibirsi in un discorso ad alto voltaggio. Ci sarà qualche scarica, ma non il cortocircuito.
Pomeriggio “a specchio”: altri quattro giovani e seconda tranche di big: Giulio Tremonti, Fabrizio Cicchitto, Mariastella Gelmini, Gianni Alemanno, Mara Carfagna, Angelino Alfano, Maurizio Gasparri, Raffaele Fitto, Elio Vito e Andrea Ronchi. Ancora ministri e capigruppo con l’eccezione della figura istituzionale del sindaco di Roma, uno degli astri della futura galassia postberlusconiana e postfiniana. La seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Renato Schifani, parlerà subito dopo; quindi si aprirà una serie di interventi ancora da definire.
Il terzo giorno nella Genesi “nelle acque inferiori viene separata la terra e viene generato il regno vegetale”, nella storia del Pdl invece sarà domenica e dopo aver votato l’ufficio di presidenza e i coordinatori, cioè lo stato maggiore del partito, ci sarà l’intervento di chiusura del congresso di Berlusconi dal titolo: “Il nuovo partito e il futuro”. Bottiglia che s’infrange sulla chiglia, varo del partito-transatlantico, apoteosi finale.
A tutto questo si arriva attraverso un percorso lungo, difficile, a tratti tormentato, che in queste ore giunge al rush finale. Forza Italia e An hanno storie profondamente diverse: partito pragmatico con le sue radici nella rivoluzione reaganiana il primo, figlio della drammatica storia del Novecento, post-fascista, poi approdato alla destra europea il secondo. È lo scontro-incontro di culture diverse e sistemi di potere ormai consolidati. Una fusione tutt’altro che fredda (i lettori pensino all’esperimento malriuscito del Partito democratico); piuttosto, rovente. La ripartizione della rappresentanza tra Forza Italia e An sarà quella racchiusa nella formula 70-30. Così agli azzurri andranno due coordinatori (Bondi e Verdini) e uno al partito di Fini (La Russa). Forza Italia avrà 14 coordinatori regionali e sei ne spetteranno ad An (due regioni grandi, due medie e due piccole). Con un occhio all’incrocio fra poteri, perché dove c’è una forte presenza istituzionale ci sarà un bilanciamento. Per esempio a Roma, dove An esprime il sindaco, il coordinamento dovrebbe essere di Forza Italia.
In ogni caso al Nord An avrà un suo proconsole, probabilmente nel Veneto, superando così un gap che costringerebbe la classe politica proveniente da An a riversarsi nel Centro-Sud.
Il diavolo si annida nei dettagli e in queste ore si curano proprio questi: la direzione del partito, inizialmente di 20 elementi compresi i ministri, sarà allargata a 50-60 persone per evitare lo schiacciamento sul governo. Da questo organismo poi uscirà un comitato esecutivo, l’ufficio di collegamento tra il leader e la macchina del partito.
L’esperimento del Pdl è un caso unico. Un partito carismatico strutturato su vari livelli: eletti, iscritti e, come aveva spiegato Mario Valducci su Panorama il 21 gennaio scorso, “partito dei registrati che non sono interessati a impegnarsi nella vita politica, ma vogliono dire la loro”. I primi nelle istituzioni, i secondi nel partito, i terzi nella società civile che di volta in volta si mobilita ai gazebo per scegliere i suoi rappresentanti. Funzionerà ? La risposta arriverà con il tempo, di certo per la politica italiana è qualcosa di nuovo, di moderno. Vedremo, e non solo per il Pdl, se sarà il futuro.
- Tags: elezioni, governatore, governo, Pd, pdl, Renato-Soru, Sardegna, squadra, Tiscali, Ugo-Cappellacci, Unità , vincitore
-

Doveva brillare come la stella del firmamento della sinistra, rischia di trasformarsi in un buco nero. La parabola di Renato Soru è di quelle che richiedono le cinture di sicurezza ben allacciate. Sparato come un missile nello spazio lunare della politica, s’è ritrovato senza carburante (i voti), sconfitto da una nave avversaria armata di raggio laser (Silvio Berlusconi) e senza neppure un vecchio Lem per fare l’atterraggio morbido. Risultato: un ritorno sulla Terra (ironia della sorte, nella sua Sardegna) segnato dal clangore della ferraglia. Crash. E ora?, si chiedevano a urne ancora calde i suoi adepti, interrogandosi sulla sorte dei mirabolanti piani del tycoon della Tiscali che avrebbe dovuto scalare la vetta del Pd e fare dell’Unità un grande giornale.
Immerso nelle rovine fumanti della caduta, Soru sulle prime aveva conservato l’aureola dell’imprenditore illuminato, ma già pochi giorni dopo il suo groppo in gola, gli occhi lucidi la sera della sconfitta e il suo silenzio sono divenuti un incubo per L’Unità e la Tiscali. Il Cavaliere aveva detto: “Soru è un fallito in tutto”. Di certo non naviga in buone acque. Il 19 marzo la Tiscali riunisce il suo consiglio d’amministrazione per approvare un bilancio annuale zavorrato dai debiti. Il 23 marzo L’Unità , se non trova nuovi capitali (e capitani), potrebbe cessare le pubblicazioni e portare i libri contabili in tribunale. Due date, pochi soldi da mettere sul piatto.
Il red carpet dell’”Unità “. Partiamo dal giornale fondato da Antonio Gramsci. Soru nel maggio 2008 firma l’accordo con la Nie (società editrice dell’Unità ), in giugno perfeziona il contratto e si impegna a gestire il quotidiano con una fondazione. Quanto sborsa davvero non si è mai capito. “Non era giusto che il giornale di Gramsci e di Enrico Berlinguer, che ha rappresentato tanto nella storia del nostro Paese, fosse trattato come una merce qualsiasi” si limita a pontificare il neoeditore gonfio d’orgoglio.
Respinto l’ingresso della famiglia Angelucci, editori di Libero e Il Riformista, la gestione Soru parte in quarta. La vecchia guardia dell’Unità viene rasa al suolo: il direttore Antonio Padellaro viene fatto accomodare ed entra, sotto gli auspici di Walter Veltroni, una firma della Repubblica, Concita De Gregorio. Grandi progetti, pubblicità osé firmata da Oliviero Toscani, assunzioni. Stile red carpet. I giornalisti passano da una settantina a un centinaio, il formato viene clonato dal quotidiano free press E-Polis (inventato da Nichi Grauso). Squilli di tromba, si parte. Otto mesi dopo L’Unità vende 47 mila copie. Meglio della gestione passata (+10 per cento), ma insufficienti per raggiungere il pareggio dei conti.
Cuore a sinistra, portafoglio a destra. La partita doppia diventa un problema quando Soru perde la partita politica. Addio presidenza della Regione Sardegna. Impossibile la scalata al Pd. E L’Unità ? È una fornace, va ricapitalizzata, ma Soru, e lo annuncia personalmente a Piero Fassino, anticipandogli il suo smarcamento, non ha intenzione di scucire più un solo euro. Figurarsi i 4 milioni che servirebbero per arrivare senza acqua alla gola al consiglio d’amministrazione fissato per il 23 marzo, lunedì, giorno di San Turibio di Mogrovejo, difensore degli indios e nemico dei conquistadores.
Nella redazione dell’Unità l’inquietudine che aleggiava dopo la sconfitta elettorale si è materializzata pochi giorni fa davanti ai piani dell’amministratore: serve capitale fresco, bisogna contenere i costi. Traduzione: non si cercano solo nuovi soci (le voci parlano di un ingresso di Carlo Feltrinelli, Fassino sta facendo appello al movimento cooperativo e all’Unipol), bisogna chiudere alcune redazioni, ridurre le pagine e tagliare i contratti a termine. Via la cronaca di Roma e quella di Milano, la redazione ambrosiana (che segue l’economia) si sposta nella capitale, a casa una ventina di giornalisti con contratto a termine, riduzione degli stipendi con l’applicazione di un contratto di solidarietà .
Un piano di lacrime e sangue (tutto da discutere) che si specchia nella profonda crisi del mercato editoriale, ma anche nella delusione politica di Soru e nei travagli del suo gioiello di un tempo, la Tiscali.
Tiscali e il gorilla game. L’avventura su internet comincia nel 1998. La Tiscali offre carte telefoniche prepagate, parte il mito della new economy e l’anno dopo il piccolo provider sardo si quota al Nuovo mercato. Scatta l’euforia irrazionale, capitalizzazione di borsa superiore a quella della Fiat. Soru usa la sua abilità finanziaria e gioca a quello che gli americani chiamano “gorilla game”: diventare più grande di tutti per abbattere i concorrenti. Fa shopping globale, inghiotte la Worldonline: la Tiscali dalla pianura campidanese si erge fra i titani del mondo.
Il sogno dura poco: nel 2000 la bolla di internet fa bum, la capitalizzazione crolla, la Tiscali diventa il titolo che fa la gioia dei trader più scaltri e i dolori dei piccoli azionisti che, dopo aver comprato ai massimi, si ritrovano spennati. Otto anni dopo l’azienda di Soru come Crono si mangia i suoi figli. Partono un lungo rosario di dismissioni e un taglio annunciato di 250 posti di lavoro su 850 in Italia.
Oggi la Tiscali si dibatte in un mercato travolto dalla crisi e concentra i suoi sforzi su Regno Unito (68 per cento dei ricavi) e Italia (30 per cento dei ricavi). Secondo uno studio societario firmato dal Citigroup il 21 gennaio scorso, la società “brucia ancora cassa”; lo conferma il resoconto intermedio di gestione: “Al 30 settembre 2008, il gruppo Tiscali può contare su disponibilità liquide per 34,4 milioni di euro, a fronte di una posizione finanziaria netta alla stessa data negativa per 556,7 milioni di euro”.
Secondo gli analisti del Citi, “il nuovo business plan non è convincente”: è simile a quello di altre aziende del settore e “non c’è un chiaro vantaggio competitivo, se si escludono i prezzi bassi”.
Il tentativo di cedere il ramo delle attività inglesi alla BSkyB di Rupert Murdoch si è arenato di fronte al crollo delle borse e alla svalutazione del cambio con la sterlina. Il debito netto calcolato dagli analisti del Citi è di circa 605 milioni di euro, il ramo inglese vale 400 milioni, quello italiano 300 milioni. Risultato: il valore dell’attività Tiscali è di circa 100 milioni, cioè 15 centesimi di euro per azione.
La Banca Imi in novembre mostrava più fiducia: “Il business plan presentato dall’amministratore delegato Mario Rosso potrebbe generare positive sorprese”.
Intanto il vertice societario ha subito due perdite. Mauro Mariani, uno dei pionieri dell’azienda, l’11 novembre 2008 ha lasciato l’incarico di amministratore delegato della Tiscali Italia. E qualche giorno fa è uscito il consigliere Arnaldo Borghesi, esperto di finanza straordinaria. Ufficialmente nessun dissidio con Rosso, ma la sua sostituzione con Gabriele Racugno, il fiduciario del blind trust creato prima del voto per evitare le accuse di conflitto di interessi, è il segnale che Soru si sta blindando.
La Tiscali in Sardegna è una presenza importante, nella sede cagliaritana di Sa Illetta c’è preoccupazione. Soru giustamente si è sempre vantato di aver creato nell’isola centinaia di posti di lavoro e ora, ironia della sorte, il neopresidente della regione Ugo Cappellacci potrebbe essere costretto a occuparsi non solo della crisi della chimica, ma anche di quella della Tiscali.
In questo scenario all’Unità si interrogano: abbiamo respinto gli Angelucci, ma davvero era meglio Soru?