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C’è il bang e non c’è più un big. L’esplosione del Partito democratico dopo il voto in Sardegna fa secco il segretario Walter Veltroni, i morti e feriti sul campo non si contano. Il Pd è in coma, al punto che la parola scissione non è più tabù. O meglio, viene evocata attraverso un’altra formula, più gentile ma dagli stessi esiti: “scioglimento dell’associazione”, un esodo volontario da una casa non più comune. Silvio Berlusconi in Sardegna ha fatto una vera e propria (s)elezione darwiniana provocando l’estinzione dell’Homo Sorus (Renato Soru, l’aspirante segretario) e del Veltrosauro (Walter Veltroni, il leader), costringendo l’ircocervo del Pd alla mutazione genetica. Il problema infatti investe non solo la leadership, ma il dna del partito. E mentre i riflettori s’accendono sulla galleria di personaggi che hanno fatto (e disfatto) la storia degli ultimi venti anni del Pci-Pds-Ds, in un cono d’ombra sono cominciate le manovre dei centristi.
Il sismografo rutelliano. “Walter è il Pd e se lui se ne va che resterà di questo partito?” si chiedeva Linda Lanzillotta mentre infuriava il caos. Parole che non si potevano classificare alla voce scossa d’assestamento. In quella frase c’è molto di più: un terremoto. C’è il Francesco Rutelli che non vuole passare per un subalterno “del partito contadino polacco”, c’è il gruppo inquieto degli ex Popolari, c’è un Franco Marini a dir poco preoccupato e confuso, c’è “una base che non vede l’ora di sciogliere questo equivoco”.
I pochi petali rimasti di quella che un tempo era la Margherita si sentono in balìa di un vento minaccioso e, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il tam-tam parlamentare è quello di un esercito in rotta che cerca di salvare il resto delle truppe. “Finito Veltroni non siamo più garantiti”. “Nonostante le rassicurazioni ricevute da Rutelli, il segretario ha lasciato e ora la società non è più quella: o si trova un nuovo amministratore o è meglio scioglierla”. Chi lo conosce bene, assicura che Rutelli ora non farà niente e lascerà che il gruppo dirigente ds commetta altri fatali errori. Fino alla sconfitta alle elezioni europee e amministrative di giugno. E poi? “Poi dovrà inventarsi qualcosa” dicono le frequenze clandestine di Radio Margherita. Sì, ma cosa?
Exit strategy. La via più logica è quella di un atterraggio morbido in zona Udc prima che la frana veltroniana travolga tutto e tutti. Qualcuno pensa a un progetto di partenza, minimo, per uscire dalle macerie. Con l’Udc c’è un terreno politico comune sui temi della bioetica e dell’economia e soprattutto c’è un patto generazionale da stringere per il futuro. Rutelli e Pier Ferdinando Casini sono politicamente giovani. Alternative? Poche: la via per un rilancio del Pd è strettissima e impervia.
La Caporetto al voto europeo è già messa nel conto, con relativa perdita di finanziamenti e risorse vitali, ma le mine sparse sono tante. “Napoli è una bomba a orologeria ed è già persa a tavolino. Grazie a Veltroni abbiamo rotto con Ciriaco De Mita, non abbiamo recuperato Clemente Mastella e abbiamo espulso Riccardo Villari. Chi troverà i voti al centro? A Firenze abbiamo salvato la situazione per il rotto della cuffia con Matteo Renzi e i suoi volontari che hanno vinto le primarie contro i candidati di Veltroni e D’Alema. Abbiamo davanti il deserto” commentano i centristi in cerca di una exit strategy.
C’è già chi è uscito allo scoperto, come Pierluigi Mantini (”per restare chiedo scelte nette e uno stop alla sinistra”), ma la scelta per ora è stare sotto coperta. Per quanto tempo? Difficile resistere a lungo in una posizione d’attesa: l’elettorato cattolico è in fuga dal Pd e la prova generale c’è stata con l’elezione del sindaco di Roma e i preti in virata verso Gianni Alemanno. “L’elettorato cattolico è libero e legge molto” osserva chi conosce l’urna centrista, così “di disfatta in disfatta si arriverà alla scissione”.
Ulivo reloaded. È uno scenario dove personaggi diversi con biografie lontane come Sergio Chiamparino (preoccupato come tutti i sindaci del Pd per le elezioni amministrative che s’annunciano perigliose) e Arturo Parisi cercano una nuova versione dell’Ulivo. Il professore sardo prova a suggerire una via d’uscita, ma non prima di aver picconato un’ultima volta l’ex segretario: “Le dimissioni sono tardive e comunque fuori tempo” dice a Panorama “quando le propose ad aprile fui l’unico a condividerle. Condivisi in particolare l’idea di chiudere il percorso il 14 ottobre in occasione del primo anniversario delle primarie. Sarebbe stato meglio. Molto meglio”.
Parisi individua il percorso in quelle che lui chiama “le vie ordinarie”. “Chiediamo fino alla noia il rispetto della democrazia, con la convocazione del parlamento del Pd, l’assemblea eletta dalle primarie, la stessa che Veltroni ha di fatto sciolto preferendo rimettersi ai caminetti e agli organi nominati dalle correnti, salvo poi lamentarsi di esse. Vuoi vedere che prima o poi se ne ricordano?”. Parisi ribadisce che la liquidazione del partito non può essere la soluzione. Bisogna ritornare allo spirito originario, quello dell’Ulivo: “Nel 2000, quando Veltroni era segretario dei Ds e io dei Democratici, gli dissi: perché non pensiamo di sciogliere almeno in un futuro i nostri partiti in uno nuovo? Il Partito democratico, appunto, nel solco dell’Ulivo. Fui considerato un provocatore. Ricordo ancora il suo no e quello corale del congresso di Torino. Lo ricordo per dare un senso al sì di oggi, e alla nostra fatica di allora. La Sardegna è una realtà a sé, ma la nettezza della sconfitta di una personalità forte come Renato Soru e il crollo del Pd fanno capire che questo partito oramai, non solo non tira, ma sta diventando una palla al piede”. Campane a morto per la forza veltroniana autosufficiente dall’ala sinistra. La parola d’ordine degli ulivisti (e non solo) oggi è di nuovo includere e non escludere.
L’8 settembre di Walter. Riuscirà il Pd a salvarsi dal richiamo della foresta delle vecchie sigle? Impresa davvero ardua, perché il gruppo dirigente “farà di tutto per non morire” e la scelta di Dario Franceschini come reggente non è vissuta come un’apertura al centro perché il numero due del Pd è considerato “uno che si è legato mani e piedi a Veltroni”. L’uscita di Veltroni è vissuta come un 8 settembre, la fuga prima del disastro delle elezioni europee. Nessuna autocritica sulla linea da parte di Veltroni, quasi che la sconfitta fosse arrivata per caso. “Si è dimesso davanti al caminetto dei suoi quattro amici, gli stessi che ora devono nominare un reggente”.
Servirebbe tornare alla logica di un centrosinistra bipolare e a un leader autorevole. Servirebbe, paradossalmente, una figura dal carisma di ferro, un Silvio Berlusconi. Piuttosto che sottoscrivere pubblicamente una dichiarazione del genere, un alto esponente del Pd si farebbe impalare, ma in privato non ci sono remore: “Alla nostra assenza di linea corrisponde, dall’altra parte, un leader che ha sempre resistito, ha portato An al governo e non è mai scappato dopo una sconfitta”. Freccia che va a segno, perché nelle dimissioni veltroniane molti colgono la recidiva: “Già nel 2001 si dimise affondando i Ds e lasciandoli in balia di Pietro Folena”. La soluzione è disarmante nella sua semplicità: serve una persona capace di alzare la mano e dire “ho un’idea”. Chi?

Gioacchino Genchi, consulente del magistrato Luigi De Magistris per le inchieste Why not e Poseidon
Può lo Stato essere messo sotto controllo? Eccome se può. Il ministero degli Esteri, per esempio: due utenze sottoposte a monitoraggio del traffico. Attività produttive: un’utenza. Trasporti: un’utenza. Comunicazioni: un’utenza. Difesa: due utenze. Marina mercantile: un’utenza. Presidenza del Consiglio: sei utenze. Una decina per il ministero della Giustizia. Va peggio di tutti al regno della sicurezza, il Viminale: decine di utenze controllate. Non si salvano la presidenza della Camera e quella del Senato. La Guardia di finanza è auscultata in tutta Italia. Non sono sicuri i telefoni di Margherita, Udc, Ds, Forza Italia.
L’elenco bipartisan dei parlamentari senza privacy, presenti e passati, va da Clemente Mastella (Udeur) a Gianni Pittelli (Forza Italia), da Giovanni Kessler e Marco Minniti (Pd) a Beppe Pisanu (Forza Italia). Neppure i servizi segreti sfuggono al Grande fratello: sei utenze del Sismi osservate speciali, tra cui quelle del direttore Nicolò Pollari, del responsabile dei centri Sismi del Nord Italia Marco Mancini e del generale dei carabinieri (ora defunto) Gustavo Pignero. Non sfugge alla rete la Direzione nazionale antimafia: controllato il numero del procuratore nazionale Piero Grasso, come quelli dei magistrati Alberto Cisterna, Nicola Gratteri ed Emilio Ledonne. Tenuto d’occhio il sostituto procuratore Francesco Mollace. Ispezionato telefonicamente il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller. Nella categoria avvocati troviamo Massimo Dinoia. Naturalmente in questa galleria non può mancare l’Autorità del garante della privacy rappresentata dal vicepresidente Giuseppe Chiaravalloti. Ciliegina sulla torta di “Interceptor”, ecco spuntare il nome di Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza Telecom, e i numeri telefonici della Pirelli.
“Il più grande scandalo della storia della Repubblica” l’ha definito Silvio Berlusconi. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle istituzioni sotto controllo, di cui Panorama rivela alcuni dettagli, il presidente del Consiglio non ha tutti i torti. Anche Francesco Rutelli, presidente del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), è preoccupato. Le istituzioni scoprono di essere vulnerabili: politici, magistrati, alte cariche dello Stato, uomini dei servizi e della Guardia di finanza sono monitorati nei loro contatti telefonici, nei loro scambi per via elettronica e nei loro spostamenti. Al centro di tutta questa attività ci sono un uomo, Gioacchino Genchi, un magistrato, Luigi De Magistris, e un metodo investigativo che è dilagato al punto da assumere la forma sinistra di una ragnatela nella quale perfino lo Stato è impigliato.
Da Castelbuono alla Rete
Genchi Gioacchino da Castelbuono (Palermo) non è un investigatore di paese. Vicequestore in aspettativa sindacale alla questura di Palermo, 49 anni, uomo di grande sicurezza ed ego smisurato, è probabilmente il più abile e intelligente detective informatico d’Italia. Il suo pensiero è sofisticato, la sua conoscenza del software e dell’hardware sorprendente. Il suo talento micidiale ha cominciato a rivelarsi fin dagli anni Ottanta, quando “smanettava” sui primi pc in commercio. Nel 1985 entra in polizia e già dopo tre anni il capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, lo mette alla testa della direzione telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Carriera fulminante.
Nel 1996 diventa consulente tecnico dell’autorità giudiziaria. Su incarico del Csm tiene corsi di formazione e aggiornamento per magistrati e uditori giudiziari. In breve, Genchi diventa un punto di riferimento: “I risultati del mio lavoro sono consacrati in centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce alla Corte di cassazione” si vanta sul suo sito web. È vero, ma la sua attività vista in controluce ha più di una zona oscura. Tanto che già nel 1993 Ilda Boccassini, allora sostituto procuratore di Caltanissetta, drizza le antenne e si scontra con Genchi, che all’epoca è il tecnico del pool investigativo sulla strage di Capaci e vuole allargare l’indagine ai contatti telefonici privati e alle carte di credito di Giovanni Falcone. O me o lui, dice “Ilda la rossa”. E la spunta.
Questione di metodo
De Magistris, sostituto procuratore a Catanzaro, non si pone tutti questi dubbi e ricorre al “metodo Genchi” per le sue inchieste Why not e Poseidon. Così il lavoro dell’uomo venuto da Castelbuono esce dal cono d’ombra. Le indagini partono da presunti casi di malaffare locale e si allargano a macchia di leopardo fino a toccare le più alte istituzioni dello Stato.
Nel 2005 l’inchiesta Poseidon, nata su un uso illecito dei fondi europei, accende i fari su Walter Cretella-Lombardo, ufficiale della Guardia di finanza, consigliere dell’allora commissario europeo Franco Frattini, e tocca Lorenzo Cesa (segretario Udc) e Giuseppe Chiaravalloti, presidente della Regione Calabria e oggi commissario del garante della Privacy. Nel 2007 l’inchiesta Why not ha il colpo d’ala quando De Magistris, seguendo le tracce (informatiche e telefoniche) di Antonio Saladino, presidente della Compagnia delle opere in Calabria, arriva fino a Romano Prodi e Clemente Mastella (per entrambi è giunta l’archiviazione).
La pesca a strascico
È durante queste indagini che Genchi dispiega il suo metodo: la pesca a strascico per via elettronica. Una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel suo raggio d’azione. Genchi, su autorizzazione del magistrato, chiede ai gestori della telefonia italiana i dati anagrafici di migliaia di utenze e i tabulati del traffico in entrata e in uscita. Organizza il monitoraggio dei numeri sospetti e ricostruisce, attraverso un’analisi incrociata delle telefonate, i rapporti fra i titolari. Usa le connessioni telefoniche per consentire alla magistratura di fare connessioni investigative. Perché Genchi è più che un mero fornitore di tabulati: è l’eminenza grigia delle indagini.
Su autorizzazione del solo De Magistris, Genchi accumula 578 mila schede anagrafiche e 1.042 tabulati, controlla 390 mila persone e 1 milione di contatti telefonici. Non sappiamo quali dati abbia archiviato attraverso altre consulenze e soprattutto chi conservi oggi questi dati.
Genchi sostiene che non ci sono intercettazioni, soltanto analisi dei tabulati telefonici. Il problema è che i dati del traffico sono come un pedinamento: attraverso il sistema delle celle si è in grado di controllare non solo le chiamate in entrata e in uscita, ma gli spostamenti del titolare del telefonino e ovviamente gli sms e la posta elettronica. Lecito e illecito, mogli, mariti ed eventuali amanti, amici, affari, passioni, odi, gioia e dolore. Tutto finisce nel calderone elettronico. L’Italia, vale la pena di ricordarlo, è uno dei paesi con la massima diffusione di telefonini nel mondo. Ma c’è un orwelliano Grande fratello che tutto vede e tutto sa. Genchi non è il solo a svolgere quest’attività di pesca: i consulenti delle procure sono centinaia e a questi bisogna aggiungere i detective privati e i responsabili della sicurezza delle aziende in stile Tavaroli.
Chi controlla Interceptor?
Perfino i dati raccolti lecitamente sono a rischio. “Un consulente dell’autorità giudiziaria, secondo la legge, è equiparabile a un pubblico ufficiale e quindi è tenuto a rispettare gli stessi obblighi che vigono in un ufficio giudiziario” ricorda l’avvocato Giovanni Guerra, 43 anni, otto anni di lavoro all’Autorità sulla privacy, uno dei massimi esperti di nuove tecnologie, diritti della persona e comunicazioni elettroniche. Perfetto, ma, chiuso il rapporto di consulenza con i magistrati, siamo certi che i dati vengano conservati secondo quanto dispone la legge? O la tentazione di farsi un backup (salvataggio dei dati) illecito su un server delle Isole Cayman è troppo forte? Siamo certi che le informazioni delicate non finiscano nelle mani di qualche ricattatore o vengano utilizzate per fini illeciti? Guerra spiega che “per finalità di giustizia penale i dati devono essere conservati in strutture di massima sicurezza. Anche gli accessi ai dati da parte degli amministratori di sistema devono essere tracciati. In America c’è stato un adeguamento dopo l’11 settembre”. E in Italia? Le norme ci sono, ma sui controlli il dubbio è più che lecito.
Si è disquisito sulla differenza sostanziale tra intercettazioni e il semplice tracciamento dei dati. In realtà un tabulato senza conversazioni può fornire un sacco di notizie private e per niente neutre, soprattutto se consideriamo l’intestatario delle utenze, i suoi contatti e i suoi spostamenti. Secondo Guerra, intercettazioni e traffico dati “in sostanza sono equiparati: c’è una lesività maggiore nell’intercettazione, ma un’altrettanto grave lesione c’è quando si pongono sotto monitoraggio gli spostamenti telefonici. Esistono software in grado di ricostruire la tua posizione geografica mentre sei al telefono”. È sicuro un Paese dove i membri della Direzione nazionale antimafia possono essere localizzati quando e come si vuole? È sicuro un paese dove il Parlamento e il governo sono sotto scacco telefonico? È sicuro un Paese dove il direttore del servizio segreto non ha più un segreto? Semplicemente: è un Paese?
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Sui muri di Roma tempo fa è comparso un manifesto. La faccia austera di Enrico Berlinguer e un’epigrafe: “La questione morale è il centro del problema italiano”. Colta al volo, sembrava propaganda del Partito democratico, ma in basso a destra compariva il logo di Rifondazione comunista, il memento di un “ennemi a gauche”, il nemico a sinistra del partito di Walter Veltroni. Il Pd è in bilico sulla bilancia della giustizia e si avvia alla resa dei conti del 2009.
Incudine, toga e martello
Stretto tra l’incudine dell’Italia dei valori e il martello della sinistra antagonista che si sta rianimando in vista delle elezioni europee di giugno, il Pd si ritrova sul vulcano della questione morale e del suo ormai sbrindellato rapporto con la magistratura, che ha decimato la giunta comunale di Napoli, azzoppato quelle di Firenze e Genova, decapitato quella di Pescara e stretto d’assedio la Regione Campania. In un primo momento Veltroni aveva pensato di approfittarne per puntellare le sue posizioni nel partito, usare le inchieste come una scopa per spazzare via i nemici interni, ma dopo la pallida direzione di fine 2008 l’obiettivo è apparso temerario.
Pericoloso cavalcare una seconda Mani pulite con una magistratura imprevedibile, difficile sorvolare sui buchi neri delle inchieste, ingenuo far finta che una riforma della giustizia non sia urgente, eppure impossibile ignorare le critiche pesanti che piovono sul Pd dai fori della magistratura associata. Sul numero 4 di Questione giustizia, la rivista di Magistratura democratica, non ci si lambicca sui giri di parole: “La sinistra (…) sul tema dei diritti e della giustizia è assente e, in ogni caso, silente. Nella migliore delle ipotesi gioca di rimessa contestando, debolmente, questa o quella iniziativa del governo e della maggioranza senza mai uscire da una situazione di subalternità apparentemente irrimediabile anche in settori classici della sua riflessione e del suo impegno: la centralità della Costituzione e dei suoi principi, la “questione morale” (scomparsa dalla sua prassi e dal suo vocabolario), la sicurezza dei cittadini (appiattita sulla “emergenza criminalità” senza coglierne la connessione con condizioni di vita sempre più precarie e incerte) e via elencando”. Un giudizio durissimo che viene dalla corrente delle toghe che per decenni, dai tempi del Pci fino a ieri, è stata un punto di riferimento.
Rotto l’incantesimo, il partito di Veltroni è di fronte a un triplo problema: gestire le crisi determinate dalle inchieste giudiziarie, riannodare i rapporti con la magistratura, provare a sedersi al tavolo della riforma della giustizia. Tre palle, un soldo e un segretario che appare indeciso a tutto.
Rosetta e Luciano
A Napoli Rosa Russo Iervolino ha rattoppato gli strappi provocati dalle manette con una nuova giunta che ha innescato le dimissioni del segretario provinciale del Pd Luigi Nicolais. Brutta storia che, come ciliegina sulla torta, ha visto la pasionaria Rosetta armarsi di registratore per carpire un colloquio privato con lo stesso Nicolais. Cose da Bisanzio che hanno messo Veltroni in grave imbarazzo e difficoltà.
A Pescara il sindaco Luciano D’Alfonso dopo essere uscito dalla prigione ci pensa un po’ su, ritira le dimissioni (motivo fra l’altro della sua scarcerazione) e presenta un certificato medico per non recarsi al lavoro in comune e arrivare alle elezioni di giugno senza il commissario e con la giunta in carica. Se il segretario del Pd il giorno della scarcerazione parlava di “fatto gravissimo” e coglieva la palla al balzo per criticare gli arresti facili, dopo la mossa di D’Alfonso i musi lunghi in largo del Nazareno si sono di nuovo moltiplicati.
Massimo Brutti, commissario del Pd in Abruzzo, non nasconde che quella di D’Alfonso “è una scelta personale, non concordata con il partito” e cerca di leggere la vicenda in chiave positiva. “Lui fa un passo indietro sull’amministrazione e manifesta la volontà di difendersi nel processo. Essere ricorso allo strumento dell’impedimento fa sì che l’ordinaria amministrazione venga svolta dalla giunta uscente. Questo non è un fatto negativo” aggiunge Brutti a Panorama “visto che si vota a giugno. Dati i tempi stretti, è una soluzione migliore rispetto a quella del commissario. Le critiche da parte della destra in questo caso non hanno grande fondamento. L’effetto è identico a quello delle dimissioni. Ripeto, è una sua scelta e la rispettiamo”.
Però l’altro commissario in Abruzzo, il senatore e vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello, dà fuoco alle polveri: “D’Alfonso si è trovato di fronte alla scelta di lasciare, ovvero di contraddire un elemento sul quale il gip aveva fondato la scarcerazione: il fatto che si fosse dimesso da sindaco. Non entriamo nel merito del processo, ma quello che non è possibile considerare come un fatto ordinario è che si ricorra a un certificato medico per evitare il commissariamento di un comune. Non è in discussione se la scelta sia migliore o peggiore, ma il fatto che istituzionalmente si configura una forzatura finora mai vista e su questo il nostro è un giudizio politico: si tratta di una vergogna”. Scintille.
Cambiare la Carta
Nel frattempo il guardasigilli Angelino Alfano è seduto al tavolo da poker della riforma e si appresta a chiedere al croupier parlamentare di cambiare la Costituzione. Alfano ribadisce che sulla giustizia il governo vuole modificare la Carta e riformare il Consiglio superiore della magistratura: “C’è una grande sintonia sulle questioni di fondo, anche di rango costituzionale, e non vedo vicende collaterali capaci di intralciare il cammino sulla giustizia” ha spiegato più volte Alfano.
Un assist arriva dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che sul Corriere della sera ha aperto alle modifiche: “Al Csm serve una riforma: solo un terzo dei membri sia nominato dalle toghe. Il Parlamento indichi i reati da perseguire”.
Una rivoluzione copernicana per Palazzo de’ Marescialli. Gioco nel quale la Lega Nord potrebbe inserire il suo pallino: l’elezione dei giudici popolari e l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la partecipazione diretta del popolo nell’amministrazione della giustizia. Il Carroccio è in movimento, Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera, lo conferma a Panorama: “Stiamo lavorando al tavolo della riforma con Alfano con spirito costruttivo. Ci sono tutte le condizioni per dare il via subito all’elezione popolare dei giudici di pace e dei viceprocuratori onorari. Pensiamo anche a un ampliamento delle competenze dei giudici di pace. Per fare questo non è necessario modificare la Costituzione bensì semplicemente attuarla”. E le proposte di Mancino? “Ha ragione, dice quello che diciamo noi da sempre. È incredibile che il Csm, che deve garantire l’indipendenza della magistratura, funzioni peggio di un organismo politico con logiche di corrente”.
Democratici all’angolo
La maggioranza e il governo andranno avanti e il Pd, se non scioglie i dubbi, si ritroverà all’angolo e con le difficili elezioni europee alle porte. Ascoltare Arturo Parisi, il primo (e oggi non più isolato) critico del “partito liquido” teorizzato da Veltroni: “Di fronte all’esplosione di casi locali, dall’Abruzzo alla Sardegna e ora a Napoli, non possiamo che ripetere quello che andiamo inutilmente dicendo da tempo. Non si può costruire un partito forte attorno a una somma di debolezze, di linea, di organizzazione di leadership”.
Parisi lancia l’attacco diretto a Veltroni: “Debolezza di linea: perché dire ‘avrei dovuto fare piazza pulita prima’? Non dimentichiamo che l’origine è proprio la scelta di mettere tutti assieme intorno a una persona in nome della continuità invece che attorno a una linea politica, non a una supposta linea morale. Debolezza di organizzazione: come denunciare l’inesistenza del partito se si è proposta la sua costruzione alla conquista del governo? Debolezza di leadership: come potrebbe mai Veltroni essere forte dopo le ripetute sconfitte elettorali, sulle quali si continua a rifiutare ogni confronto? Come potrebbe mai un partito reggersi su una leadership circondata da organi nominati dall’alto e sempre più affidata a commissari, dopo aver annullato di imperio l’assemblea costituente e gli organi locali democraticamente eletti? Se di fronte a questo disastro crescono a Trento e a Roma i nostalgici del passato, ci sono altri che hanno nostalgia del futuro e di questo continuano a chiedere conto a Veltroni”.
Il Pd per Parisi non scricchiola a livello locale, ma nazionale: “Persino Massimo D’Alema ora comincia a dirlo: prima che in Abruzzo, in Sardegna, o a Napoli, il problema è nel partito che non riesce a decollare a livello nazionale”.
Scorre rapida la sabbia nella clessidra del 2009 e se il Pd non decolla, decollano il segretario.
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Resa dei conti rimandata, molte parole, pochi fatti e nessuna soluzione concreta alla cosiddetta questione morale. Al centro del ciclone giudiziario (e politico), la direzione del Partito democratico avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per fare luce sulla “zona grigia” (lobby e appalti) sulla quale la magistratura conduce le sue indagini e il Parlamento da vent’anni non interviene con una legge. Ma niente è uscito dalle labbra di Walter Veltroni. Forse perché l’ombra di Alfredo Romeo incombe sui suoi sette anni al Campidoglio?
Oh Romeo, Romeo, ma perché sei Romeo?
C’è poco di scespiriano nelle intercettazioni tra i politici e l’imprenditore che gestiva gli appalti per la manutenzione stradale a Napoli e a Roma. Dal telefono galeotto emerge uno scenario tutto prosa e niente poesia, ma dai contorni poco chiari. Un imprenditore chiama i politici (Renzo Lusetti e Italo Bocchino) e avanza richieste sugli appalti a Roma e Napoli. Per ora siamo fermi a questo, non c’è traccia di denaro. Domanda: è reato? Se il lobbismo in Italia è senza regole e confini, è chiaro che tutto è affidato a una elastica interpretazione del Codice penale.
Claudio Velardi è forse il miglior testimone di questa situazione: è proprietario della Reti, società di relazioni pubbliche che fa anche lobbying, tra i suoi clienti c’è l’imprenditore Romeo ed è assessore al Turismo al Comune di Napoli. Un uomo, tre ruoli. “Da quando sono assessore non c’è alcun intervento della Reti su Napoli” dice Velardi a Panorama. “Nella vicenda napoletana vedo proprio chiara l’assenza di un’azione di lobbying regolata, trasparente”. Secondo Velardi il lobbying è una garanzia: “Quando si svolgono queste attività, come le svolge la Reti, le cose vanno diversamente. Si cerca di proporre e immaginare le soluzioni più adeguate alle amministrazioni pubbliche che, ovviamente, sono libere di scegliere.
Quando tutto avviene in maniera trasparente e professionale, non c’è possibilità di entrare in questa zona grigia. Da tempo c’è un’azione in corso per legiferare e la stessa Reti ha presentato diverse proposte”.
Mentre al Parlamento europeo l’attività delle lobby è regolata e le aziende italiane sono presenti, in Italia tutto è affidato al caso e alla praticaccia quotidiana. Trasparenti a Bruxelles, opachi a Roma. Per Velardi è un buco legislativo: “Il Parlamento finora non è intervenuto perché (diciamocela tutta) c’è chi pensa sia più conveniente lasciare il vuoto: l’esistenza della zona grigia consente di fare azioni eticamente, e in qualche caso penalmente, molto discutibili”.
I lobbisti in Italia sono riuniti in un’associazione che si chiama Il Chiostro: per uno dei fondatori, Alberto Cattaneo, della Cattaneo Zanetto & C, una delle più importanti aziende del settore, il nero napoletano è la prova che occorre un intervento. “Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica” spiega Cattaneo. Modelli replicabili? “Sia la legislazione americana sia quella usata a Bruxelles sono replicabili in Italia. Servono registri pubblici e pubblicità degli incontri tra lobbisti e politici, per il politico deve essere impossibile fare lobbying mentre è in carica e nei due, tre anni successivi alla cessazione del suo mandato”.
Camere con lobby
Dovrebbero essere i partiti (e il Pd in testa in questo drammatico momento) e le istituzioni a cogliere la palla al balzo. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, pensa sia ora di rompere gli indugi: “Bisogna regolamentare l’attività di lobby, in accordo con le società di categoria, Confindustria, Confcommercio e altri che, di fatto, svolgono un’azione di difesa dei propri interessi. Rendiamo trasparente tutto questo, altrimenti anche una lecita conversazione diventa un argomento da intercettazione”.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, fa un’analisi politica e la proietta sugli enti locali: “In Parlamento l’attività di lobby è palese perché c’è una collettività politica che controlla. Ogni frase che viene approvata su un disegno di legge o un decreto è vista da tanti occhi. L’operazione deve essere per forza trasparente. Le cose sono più complicate per gli enti locali. Il potere è concentrato in un triangolo di ferro: sindaci, assessori nominati dai sindaci, burocrazia. Poi ci sono le imprese che vanno a caccia. Tutto questo però avviene nella totale debolezza dei partiti”.
La lettura che dà Cicchitto vede nell’Italia dei Valori il beneficiario finale “proprio perché si è sbriciolato il meccanismo difensivo e offensivo della cordata che copriva a sinistra”. Ora che il partito è veltronianamente “liquido” ecco all’orizzonte Tonino da Montenero di Bisaccia. Per Cicchitto “bisogna sottrarre alla politica questa sfera, perché si è visto che non è bastata Tangentopoli e la magistratura altrimenti colpisce sistemi di potere di per sé ambigui, anche quando il reato non c’è”.
Lavori in corso
Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, è concreto come deve essere un costruttore: “La vicenda di Napoli è istruttiva: l’appalto di manutenzione stradale a Romeo non funzionava fin dall’inizio, perché si è tolto il lavoro alle imprese che fanno manutenzione per trasferirlo a una società di servizi che in seconda battuta mette in campo le imprese. Un doppio esproprio: all’amministrazione locale sul controllo e alle imprese di costruzione che intervenivano dopo. Basta vedere anche la situazione romana per rendersene conto”.
Buzzetti non pensa che levare alla politica la decisione sugli appalti sia per forza la soluzione del problema: “Negli appalti ordinari c’è un metodo di gara che comunque l’Ance considera sufficiente, la riforma è partita dopo Tangentopoli e poi si è perfezionata. Gli assessori in questo caso hanno una funzione automatica. Non si inventano un percorso. Non esproprierei gli assessori di questo ruolo, faccio fatica a vedere una rivoluzione. Alcune funzioni non possono essere che svolte dalle istituzioni”.
Il controcanto è di Velardi, stavolta nei panni dell’assessore: “Non sono convinto che il sistema delle gare e degli appalti sia il più efficace. L’attuale sistema favorisce i ribassi e non aiuta la qualità”. Levare la competenza agli assessori? “Quando un politico è in grado di prendere tranquillamente le decisioni, non vedo ostacoli. Molto spesso questa bardatura di norme serve a coprire chi ha la coscienza sporca”.
Serve una cura, altrimenti sarà… lobby continua.

Ce lo teniamo o lo facciamo cadere? La domanda circola tra le stanze del Pd in largo del Nazareno a Roma, ultima tappa di un tam tam che sale per i rami delle città d’Italia e arriva fino alla chioma umida e arruffata della capitale. Ma la politica se non bara è certamente cinica e in queste ore di burrasca tutti corrono sotto coperta. Ha scelto lui la rotta e ora che infuria la bufera tanto vale lasciare il capitano Walter Veltroni al timone del bastimento democratico. Sarà lui a prendersi i fulmini sul ponte? O la crisi esplosa dopo il voto in Abruzzo impone uno shock, l’archiviazione prima delle europee di giugno 2009 della sfortunata esperienza veltroniana e il varo di un “direttorio” per traghettare il partito fuori dalla crisi?
Toga! Toga! Toga!
Mentre Veltroni sciorinava la dottrina Tonino (”Dobbiamo fare di più sulla moralizzazione della vita pubblica”) e rovesciava su Silvio Berlusconi un anatema (”Lui non può parlare di questione morale”), i magistrati arrestavano il sindaco di Pescara e coordinatore regionale del Pd. Ironia della sorte: proprio da Pescara partiva il 17 febbraio scorso il pullman elettorale di Veltroni. Una doccia fredda seguita dal no del Pdl alla proposta veltroniana di istituire una commissione per la riforma della giustizia e 24 ore dopo dalla richiesta di arresto per il deputato del Pd Salvatore Margiotta, nel mirino dei magistrati che indagano sugli affari petroliferi nella regione.
Le toghe per il segretario del Pd saranno soltanto croce e niente delizia. Nessuna riedizione di Mani pulite. Minacciato dalla ghigliottina dipietrista sul piano politico, assediato dalle inchieste che tirano in ballo suoi amministratori di primo piano in Campania, Toscana, Abruzzo e Basilicata (e si addensano nuvoloni anche sulle Marche), indeciso al bivio tra l’antico sentiero del partito dei giudici e la strada del riequilibrio tra i poteri, per il Pd oggi è impossibile urlare “Toga! Toga! Toga!”. Nello stesso tempo Veltroni sopravvive grazie a quello che è stato definito “equilibrio del terrore”, un accerchiamento giudiziario che impedisce a Franco Marini e Massimo D’Alema di lanciare l’affondo finale.
L’isola di Arturo
La sconfitta in Abruzzo è un gong da penultimo round per Veltroni, che secondo Arturo Parisi “spera che prima o poi gli capiti una carta vincente”. Parisi spiega a Panorama: “Ormai è evidente che niente della linea di Veltroni ha retto alla prova dei fatti. Non la pretesa di vincere da soli, visto che tutte le prove elettorali hanno dimostrato che il partito da solo va addirittura indietro. Non la tesi delle maggioranze omogenee come condizione della vittoria e del governo, visto che in Abruzzo si è rimpianta un’alleanza da Rifondazione all’Udc. Non la ridefinizione del rapporto con Berlusconi, che è tornato a essere il nemico di sempre: quasi che il problema fosse lui e non invece il più grave fenomeno del berlusconismo che va trasferendosi dal centro alla periferia e dal centrodestra al centrosinistra”. Parisi però non si arrende e rilancia: “Non riesco ad arrendermi all’idea che il voto europeo sia il nostro vero congresso, come pensano i suoi “anonimi” oppositori”. Per Parisi bisogna fare qualcosa subito, servono immaginazione e coraggio, cose che nel Pd ora latitano.
Dal loft al direttorio
Ma cosa? La crisi è profondissima e le soluzioni a portata di mano sono poche. Veltroni tiene duro (”Voglio fare più Pd”) e i dipietristi in Parlamento si fregano pubblicamente le mani (”Bene, porterà ancora fieno alla nostra cascina”), il congresso appare un’araba fenice. Si ragiona su un pressing sul segretario per costringerlo ad accettare la soluzione di un direttorio. Un ex ds con il cervello fino, il politologo Gianfranco Pasquino, che in gennaio per Il Mulino pubblicherà una ricerca su Le primarie comunali in Italia, ha pochi dubbi: “Le soluzioni a portata di mano per un partito composto da due gruppi dirigenti, che nonostante siano giovani sono vecchi politicamente non è a portata di mano. Richiederebbe un conflitto vero, tra visioni diverse, su cosa deve essere un partito di sinistra. Un conflitto tra leadership, aperto, trasparente, pubblico, che non fosse in alcun modo diplomatizzato”. Secondo Pasquino “una parte del gruppo dirigente non lo vuole perché si è impadronito del partito e ha paura di perderlo, una seconda ha dei riflessi semplicemente comunisti, per cui fa una lotta sotterranea e non si esprime pubblicamente. Una terza parte quella più moderna, lo vorrebbe, ma non è abbastanza forte per imporlo.
Penso a Sergio Chiamparino, Massimo Cacciari, Mercedes Bresso. Buoni amministratori, ma politicamente deboli. Il congresso avrebbe già dovuto tenersi” spiega Pasquino “perché c’è un leader che è stato plebiscitato da una base, ma per il resto il partito non esiste. Dopo le elezioni europee ci sarà certamente una resa dei conti che non è la stessa cosa di un conflitto tra leadership. Nella resa dei conti si individua un capro espiatorio – che sarà Veltroni – mentre nel congresso si confrontano due, tre proposte e si vota”.
Serve una transizione e Pasquino pensa che la soluzione del direttorio sia praticabile: “I direttori ci sono nelle situazioni eccezionali e questa lo è: da un lato la crisi di un bambino nato male e dall’altro è una crisi in cui l’alternativa di governo si allontana sempre di più. Sarebbe una guida collettiva del partito, ma con l’impegno che da lì non escano poi i candidati alla segreteria. Un direttorio di persone che facciano un servizio al partito in maniera disinteressata, senza chiedere cariche per il dopo”.
«Non vi è dubbio che il Parlamento su un tema così delicato, dovrà esprimersi al meglio. Una bicamerale come quella evocata da Fini e D’Alema, sebbene con poteri più limitati, rispetto a quella degli anni Novanta, desta qualche perplessità dovuta alla inopportunità di istituire nuovi organismi. Ritengo che la commissione bicamerale Affari regionali possa svolgere benissimo quel compito. È citata nella Costituzione e sarebbe sufficiente una sua integrazione con alcuni esponenti parlamentari dotati di specifica preparazione sui temi finanziari per evitare costituzioni di nuovi organismi che costano e impiegano tempo ad avviarsi». Così il presidente del Senato Renato Schifani giudica la proposta avanzata dal presidente della Camera Gianfranco Fini e da Massimo D’Alema sulle riforme istituzionali e il federalismo.
In un’intervista esclusiva a Panorama pubblicata sul numero in edicola da venerdì 14 novembre, Schifani parla a tutto campo dell’attualità politica e del suo ruolo alla guida di Palazzo Madama, tratteggia un percorso ideale per le riforme e stempera la polemica sull’utilizzo dei fondi speciali per il Mezzogiorno. Secondo il presidente del Senato «l’utilizzo dei fondi Fas per altri fini non può essere interpretato come un’inversione di rotta sul Mezzogiorno. In questo momento difficile per le famiglie e le imprese quei soldi sono stati usati per tutta la collettività nazionale. Confido sul fatto che in Finanziaria si sta discutendo di una norma che regolamenta meglio l’utilizzo di queste risorse. I fondi poi vengono rimodulati di anno in anno e non sono affatto preoccupato, il problema del Mezzogiorno resta quello dell’assenza di progetti da finanziare. Ripartiranno, primi tra tutti, il ponte sullo Stretto e il completamento della Salerno-Reggio Calabria, su questi argomenti non si può indugiare e mi sono assicurato del fatto che il governo abbia l’intenzione di provvedere a breve».
Il presidente del Senato si sofferma con Panorama anche sull’informazione pubblica e su una possibile riforma della Rai: «Così com’è lottizzata politicamente, la Rai difficilmente riesce a dare un corretto servizio pubblico. I cittadini pagano un canone e quindi devono avere un’informazione pluralista, equilibrata, pacata. Dobbiamo pensare a un’ipotesi di privatizzazione e ritengo che la proprietà non vada concentrata nelle mani di pochi, ma frazionata. Una Rai privata, sì, ma che comunque assicura attraverso almeno un canale, un’informazione pubblica corretta ed equilibrata. Questa è la Rai che vedo e non certo quella attuale dove a volte non mancano cattiverie e violenze verbali. C’è un grande bisogno di formare e informare meglio».
Sulla politica estera Schifani ribadisce a Panorama il grande impegno dei militari italiani all’estero, anticipa la sua prossima visita ai soldati italiani in missione in Libano per il 24 dicembre e su un eventuale maggiore impegno che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si appresta a chiedere agli alleati spiega che «la decisione verrà presa in sede Nato e là l’Italia come sempre farà la sua parte. Il nostro Paese è tra i primi nelle missioni di peacekeeping, siamo orgogliosi dei nostri soldati e per testimoniare tutta la nostra vicinanza alle truppe che lavorano per la pace, il 24 dicembre andrò in Libano».
È un ex che le basse frequenze di Radio Transatlantico danno in corsa (con Massimo D’Alema) per il rientro sul ponte di comando. Solo rumori di fondo ai quali bisogna dare un peso relativo, ma è certo che al Piero Fassino intervistato da Panorama l’energia e la tenacia non mancano. Quello con l’ultimo leader della Quercia è un colloquio molto franco, senza reticenze. Visti i tempi, Fassino ha una sorprendente visione del futuro del Pd e uno straordinario orgoglio nel ricordare il suo lavoro al Botteghino: “Sono stato segretario dei Ds per sette anni. E ho sempre vinto”. Un memento per chi è arrivato dopo di lui, Walter Veltroni.
Onorevole Fassino, il Pd è in crisi?
No. Anzi, contesto la rappresentazione di un partito allo sbando e senza bussola. Le chiedo: in quale Paese democratico, sei mesi dopo le elezioni, chi ha vinto è già in crisi e chi ha perso è già pronto a sostituire il governo? In nessuno. Capisco che da un punto di vista emotivo i nostri elettori vorrebbero il centrodestra sostituito domani mattina, ma razionalmente non può essere così. La costruzione di un’alternativa credibile ha bisogno di tempo. L’importante è mettersi in cammino e darsi il passo giusto.
Il Pd festeggia il suo primo compleanno e non appare in grande salute.
Se guardiamo a questi primi 12 mesi, beh, abbiamo fatto un enorme tratto di strada: 3,5 milioni di persone alle primarie, 8 mila circoli, il voto di un terzo degli elettori. Segnalo che sull’intero arco delle forze progressiste dei 27 paesi Ue, i partiti con più del 33 per cento sono cinque. Nel prossimo Parlamento europeo molto probabilmente gli eletti nel Pd saranno una delle prime tre delegazioni dell’intero campo progressista.
Come sono andate le feste del Pd?
Benissimo. Ne abbiamo fatte più che negli anni precedenti.
Così sembra il Pd delle meraviglie. Progetto concluso, dunque?
No, abbiamo ancora tanto lavoro da fare e il cantiere è ancora aperto. Abbiamo costruito gli elementi portanti dell’edificio: le fondamenta, i muri maestri, il tetto. È una casa solida per tutti i riformisti italiani. Adesso si tratta di completarla.
Casa chiusa? Casa aperta?
Casa aperta.
E allora perché i socialisti sono rimasti fuori?
Le elezioni europee e amministrative dovranno essere l’occasione per aprire il Pd ai socialisti, così come a quel riformismo ambientalista che con la crisi dei Verdi rischia di non avere più un riferimento. Poi c’è da dare al partito un’architettura politico-organizzativa solida. Antonio Gramsci nelle note sul Machiavelli scrive che un partito non è fatto solo da generali e soldati. Sono decisivi i quadri intermedi, quelli che guidano e organizzano il partito nei tanti territori del Paese. E lì dobbiamo investire su una nuova leva di quadri locali. Non partiamo da zero: all’appuntamento del Pd, i Ds sono arrivati portando la dote di una nuova generazione di dirigenti regionali e provinciali.
La dialettica al vertice del partito funziona o ha dei limiti?
Dobbiamo migliorare la nostra vita democratica. È naturale che in un partito grande ci sia una pluralità di culture che si organizzano per correnti, parola che non mi spaventa.
Non è preoccupato dalla balcanizzazione del Pd?
Le correnti sono utili se ciascuno ha chiare due cose: che non sostituiscono il partito, ma ne sono parte; che obiettivo di ciascuno è concorrere alla costruzione di una sintesi comune.
E se il leader non ha correnti?
Io ho fatto il segretario dei Ds per sette anni e non avevo correnti.
Il Pd è cosa ben diversa dai Ds.
Il segretario nazionale ha una funzione di sintesi che lo porta naturalmente a essere sopra le parti. Scegliendo Veltroni non abbiamo scelto il direttore di una campagna elettorale, ma un leader capace di fare sintesi e di guidarci per diventare maggioranza.
Progetto lento, si direbbe.
Non stiamo con le mani in mano. Lo stiamo costruendo. Sei mesi dopo le vittorie di Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Nicolas Sarkozy nessuna opposizione in quei paesi era in piena salute. Ma le cose possono cambiare in fretta. Nel 2001 abbiamo perso le elezioni. Poi dal 2002 al 2006 ogni anno abbiamo vinto.
Lei cita politici che sono stati degli shock culturali per la controparte. Per voi il Cavaliere è stato lo stesso?
Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni con un messaggio semplice, fondato su due affermazioni. La prima: “Con me ognuno sarà più libero di fare ciò che vuole”, intercettando così coloro che vivono la politica, lo Stato, la pubblica amministrazione come un peso e un vincolo. La seconda: “Nel momento del bisogno vi proteggerò io”, raccogliendo così il consenso di una società percorsa da mille paure. La destra ha vinto più che per un progetto, per la sua capacità di rassicurare le inquietudini di chi guadagna mille euro al mese, del pensionato che ne riceve 500, del piccolo imprenditore che ha paura della concorrenza cinese, di chi pensa che la sua sicurezza sia a rischio. Inquietudini di segno diverso, che con un messaggio efficace si possono tenere insieme.
Solo un messaggio efficace?
Non dico questo, ma ai messaggi non corrisponde ancora un’altrettanto efficace politica di governo. Berlusconi ha l’onere della prova. Noi dobbiamo partire dalle stesse inquietudini dei cittadini e dimostrare di avere risposte più credibili.
Lei riduce il discorso a questione di pura comunicazione. Ma Berlusconi governa.
No, affatto. Berlusconi ha fatto una scelta efficace partendo dall’emergenza rifiuti. Dopo che per mesi Napoli è stata soffocata dall’immondizia, è chiaro che toglierla è un fatto che la gente riconosce. Partendo da questo successo, Berlusconi ha messo in campo una strategia che ogni giorno dice agli italiani: “Adesso c’è un governo che governa e che decide”. Se però si va a vedere su cosa è fondato questo messaggio, in realtà spesso si scopre una strategia della doppia verità.
Ne è davvero sicuro?
Le faccio esempi concreti. In questi giorni di crisi finanziaria Berlusconi ha detto che ridurrà le tasse, ma il suo ministro dell’Economia ribadisce che non si ridurranno prima di cinque anni. Si accredita che con un governo che fa la faccia feroce, gli immigrati clandestini non arrivino più, ma secondo il Viminale ad agosto ne sono sbarcati un numero superiore all’anno scorso. Si rassicura la gente che teme per la propria sicurezza schierando l’esercito nelle città, però in Finanziaria hanno ridotto i soldi per forze dell’ordine e magistratura. Si è abolita l’Ici e poi si sta per rintrodurla con un altro nome.
Il governo cresce nei sondaggi.
Il centrodestra appare credibile perché tocca temi che sono sofferenti da così lungo periodo che basta evocarli per raccogliere consenso. Non c’è dubbio, per esempio, che quello che dice Renato Brunetta sui dipendenti pubblici incontra, soprattutto al Nord, il consenso di una larga opinione pubblica. Scontiamo il fatto di non aver affrontato per un lungo periodo il tema della qualità della pubblica amministrazione, la sua efficienza e produttività. Non mi sfugge insomma che ci sono problemi veri su cui il centrodestra si muove.
Cosa manca al Pd?
Noi abbiamo il dovere di denunciare ciò che riteniamo dannoso per il Paese. Ma questo non basta. Dobbiamo dare risposte più convincenti. Penso, ad esempio, che il ministro Gelmini sulla scuola sbagli, ma non possiamo fingere che nella scuola italiana non ci siano un sacco di problemi. È giustissimo dire che occorre mettere in campo delle riduzioni fiscali per dare fiato ai redditi bassi e medi, ma dobbiamo anche dire su quali voci di spesa pubblica recuperiamo risorse. Insomma, possiamo battere Berlusconi se alziamo la qualità del nostro progetto. Anche per questo ci siamo dati la forma del governo ombra.
La sua rivendicazione del governo-ombra stride con il fatto che non volete istituzionalizzarlo cambiando i regolamenti di Camera e Senato.
Il governo ombra è espressione del Pd e in Parlamento ci sono altre due forze di opposizione, istituzionalizzarlo vorrebbe dire imporre questa forma agli altri. A me ora interessa che il Governo-ombra abbia proposte credibili e sia accreditato nella società. Se diventa questo, troveremo una soluzione anche per la sua istituzionalizzazione.
Siete comunque pronti a riscrivere, con la maggioranza, i regolamenti parlamentari?
Siamo pronti a discutere tutto ciò che accelera la capacità di decidere della politica: riforma dei regolamenti, riduzione delle materie su cui intervenire per legge, il superamento del bicameralismo perfetto. Ma la maggioranza deve essere pronta a riconoscere all’opposizione gli strumenti di garanzia e controllo che sono necessari
Ma se lei ha una visione così chiara, perché Veltroni appare ondivago, e non solo su questo? E perché calate vistosamente nei sondaggi?
Liberiamoci dalla ossessione dei sondaggi. Contano i voti che si prendono alle elezioni. E bisogna liberarsi delle caricature. Sarebbe fin troppo facile ricordare gli anatemi che si lanciavano Berlusconi e Gianfranco Fini 60 giorni prima delle elezioni.
Come no? Litigavano…
… e poi si sono messi insieme e hanno vinto le elezioni. Dunque, non impicchiamo un leader politico alla frase di un giorno.
Al momento voi, la sinistra moderata e riformista, vi preparate ad andare in piazza.
Guardi che la piazza non è qualcosa di eversivo. Nell’agorà, la piazza, è nata la democrazia. Nel dicembre del 2006 Berlusconi organizzò contro il governo Prodi una manifestazione nazionale a piazza del Popolo. Libero scrisse “10, 100, 1000 spallate”. Berlusconi urlava dal palco: “Chi non salta comunista è”.
Eravate per il dialogo e ora fate le barricate.
Toccò a me intervenire per primo in Parlamento per manifestare la nostra disponibilità al dialogo. Ma ci siamo trovati di fronte a una maggioranza che non ci ha dato margini di discussione. Procedono a colpi di fiducia su ogni materia rilevante.
Lo faceva anche il governo Prodi.
Ma Berlusconi ha cento seggi in più! Che bisogno ha di blindare una maggioranza così larga?
Lei è pronto a discutere, ma il suo segretario lo è?
Certo, Veltroni è pronto a discutere.
Lei sostiene alleanze variabili sul territorio. Governerebbe con la Lega?
Con la politica leghista di oggi, mi pare complicato. Tuttavia non mi sfugge che la Lega non è assimilabile tout court a Berlusconi e men che meno ad An. In molti territori del Nord ha radici popolari ed esprime domande, tensioni e esigenze con cui noi dobbiamo fare i conti.
Il Pd avrà il suo vero test nelle elezioni del 2009.
Non per mettere le mani avanti, ma per avere il quadro: il 65 per cento dei quasi 5 mila comuni e 70 provincie che andranno al voto sono governati dal Pd. È chiaro che è un test molto impegnativo, che parte da un dato molto alto e il centrodestra rischia molto meno.
Qual è la soglia di sopravvivenza del segretario Veltroni?
È un gioco al quale non partecipo (sorride). È un voto amministrativo e più articolato rispetto a quello politico. E conteranno molto i fattori locali. È inutile fare previsioni. Noi comunque puntiamo a vincere nel maggior numero dei comuni.
Il ministro Giulio Tremonti vi ha scavalcato a sinistra?
Tremonti è certamente intelligente, ma in questi anni ha detto tutto e il contrario di tutto. Anche con una buona dose di spregiudicatezza e cinismo.
Può darsi, ma piace anche ai suoi elettori. E poi siamo il paese di Machiavelli…
Io distinguo tra Machiavelli e il machiavellismo. Nel colbertismo di Tremonti c’è un fumus protezionistico che non è convincente. E anche il suo recente europeismo contraddice quanto ha detto per anni. Comunque, meglio tardi che mai.
Lei preferisce Bersani?
Non c’è dubbio.
Anche come prossimo segretario del Pd?
Noi il Segretario lo abbiamo.
A Panorama Bersani ha detto di puntare a un ruolo più grande per il domani.
Fa parte delle umane ambizioni.

Decisionismo: è l’ultima scoperta politica degli italiani, popolo di cui Winston Churchill soleva dire che «perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre». Cittadini distratti per lustri, volutamente ignari delle questioni fondamentali dello Stato, oggi si risvegliano chiedendo legge, ordine, sovranità e un ritorno a una tradizione che l’Italia aveva coltivato fino al ’68 e dopo gli anni dell’immaginazione al potere sembrava perduta.
Pochi hanno letto i saggi di Carl Schmitt sul decisionismo, ma molti seguono l’azione di governo, quel che fanno e dicono il presidente del Consiglio e i suoi ministri. Osservano e giudicano. L’effetto sul piano politico è micidiale: non basta più essere noti per essere apprezzati dai cittadini. Occorre dimostrare di saper fare, decidere e recuperare pezzi di tradizione italiana.
Così Mariastella Gelmini, una donna fino a ieri sconosciuta al grande pubblico, diventa sorprendentemente il ministro più amato dagli italiani. Il suo indice di fiducia arriva al 66 per cento (tabella a pagina 40) secondo i sondaggi dell’Istituto Piepoli. E il suo stile cattura l’immaginario.
Giovane e moderna, Gelmini centra l’obiettivo con un ritorno all’antico: maestro unico, voti in pagella e in condotta, grembiule. Massimo D’Alema le definisce «cose autoritarie che sanno di passato», ma è esattamente ciò che l’opinione pubblica sembra chiedere.
«Gelmini ha deciso di tornare all’antico e la gente la premia perché è stufa dell’assenza di ordine e senso civico, del vandalismo. L’opinione pubblica, a differenza di quello che sostengono alcuni miei amici, non è affatto morta, è estremamente viva e sensibile, vuole legge e ordine» dice Nicola Piepoli a Panorama. In fondo anche il suo «tableau de bord», un sondaggio periodico sull’azione di governo, viene da un nobile passato. «Fu il generale Charles De Gaulle a servirsene per primo. Aveva un tableau de bord in due edizioni settimanali e questo gli consentiva di avere l’opinione dei francesi». Seguiva sempre quel che chiedeva il popolo? «No, ascoltava e poi decideva nell’interesse dello stato».
Nel momento in cui l’Ocse boccia per l’ennesima volta la scuola italiana (si salvano solo le scuole elementari) Gelmini lavora a riforme grandi e piccole. Ha detto stop all’assunzione di precari e acceso il faro sugli esuberi, ha sottoscritto un accordo per trasferire alle scuole 230 immobili confiscati alla mafia, ha aperto un tavolo sulla legalità a scuola e un altro sul disagio degli adolescenti, potenziato il numero verde per i casi di violenza, messo a punto un piano nazionale per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri (il 6,4 per cento degli alunni, 10 anni fa erano appena lo 0,8), pensa alla diffusione della lavagna multimediale già sperimentata con successo in alcune scuole.
Il suo decisionismo piace al pubblico e alle famiglie, spiazza i sindacati della scuola, fa orrore ai progressisti, ma lei, una sorta di Sarah Palin senza fucile, tira dritto con semplicità.
«Se oggi l’Italia si trova in una situazione di difficoltà, è perché la politica del passato ha preferito non decidere e affidarsi a una concertazione infinita, ritardando il nostro sviluppo. Questo governo è aperto al confronto, ma poi decide. Lo faccio io e lo fanno ministri come Renato Brunetta, Giulio Tremonti, Roberto Maroni, Maurizio Sacconi e tutti gli altri. È un governo che non cerca alibi e si assume la responsabilità delle proprie decisioni. Non si possono accampare scuse. Sarebbe sbagliato perdere tempo e sarebbe grave difendere lo status quo, abbiamo il dovere di voltare pagina» commenta Gelmini.
Donna piacevole, croce al petto e pugno di ferro, ha risposto a tono alle parole ruvide di un pezzo da novanta come Umberto Bossi. Decisionista e pure tosta. «Per una donna c’è un’inclinazione al pragmatismo, per natura siamo portate ad affrontare i problemi in modo pratico» chiosa il ministro mentre si appresta al confronto (duro) con i sindacati.
Il governo è in luna di miele con gli elettori e, nonostante le difficoltà economiche, la difficile congiuntura mondiale, la fiducia non cala. Durerà?
«Non c’è un limite, dipende da come viene gestita la cosa pubblica, ma tenga conto che l’opinione è terribilmente sensibile. In termini di opinione oscilla moltissimo, in termini di trend invece no. Per smuovere la fiducia ci vogliono più episodi negativi» spiega Piepoli. «La media generale della fiducia nei ministri è superiore a 45 su 100 intervistati, dato mai visto prima. E Gelmini è al primo posto».
«Il consenso è destinato a durare ancora a lungo» sostiene Giulio Tremonti. Il titolare dell’Economia è il decisionista ante litteram dell’esecutivo, quello più temuto e rispettato dagli avversari. Impossibile non riconoscergli la competenza, possibile contrastarlo solo mettendo sul ring pesi massimi (D’Alema), pensa che la sintonia con gli elettori non si romperà facilmente «perché 5 anni sono lunghi, il pil si riprenderà e ci sarà spazio per altre riduzioni fiscali», il cuore del programma del governo.
Il trend elettorale è inusuale e le intenzioni di voto raccolte dall’Istituto Piepoli chiare: a distanza di 5 mesi dal voto del 13-14 aprile, la coalizione di centrodestra ha il 52 per cento dei consensi, contro il 37,5 per cento di Pd e Italia dei valori. Un distacco di oltre 14 punti frutto proprio del decisionismo mostrato da Berlusconi e i suoi ministri: «Agli elettori piace chi decide, è così semplice. Tra il mandare l’Alitalia in fallimento e il salvataggio c’è la differenza di uno che decide. Tra i bimbi vestiti alla moda e il grembiulino c’è chi decide. Fra premiare chi fa bene nel pubblico e punirlo se fa male, c’è sempre una persona che decide. Tutte le volte che sottoponiamo queste domande ai cittadini c’è un osanna generale e noi questo finora non l’avevamo mai registrato» spiega Piepoli.
Fenomeno di lunga durata? Agli occhi del cronista appare probabile, perché quando Renato Brunetta lancia «l’operazione trasparenza» modifica il costume politico e chi verrà dopo di lui difficilmente potrà tornare a rendere opaca la pubblica amministrazione. Il ministro della Funzione pubblica è un altro dei duri della galleria governativa. Anch’egli premiato nel gradimento del pubblico, è al quinto posto nella top five dell’Istituto Piepoli con il 56 per cento dei consensi (al primo posto Gelmini, al secondo Gianni Letta, al terzo Franco Frattini e al quarto posto un’altra donna, Giorgia Meloni).
Visto il piglio potremmo definire Brunetta, più che un riformatore, un rivoluzionario: ha attaccato con le unghie e con i denti l’assenteismo, pubblicato online le consulenze, punito i cattivi e (sorpresa per chi lo immaginava solo nella versione con la faccia feroce) premiato i virtuosi. Un modello di comunicazione. «Brunetta è un grande fenomeno mediatico» dice Piepoli «un ministro che ha tirato qualche milione di copie dei suoi libri sui più vasti problemi politici e pratici dello Stato è uno che sa stare al mondo. La gente si sente vicina a ministri come Brunetta e Gelmini perché li sente partecipi dei propri problemi, sanno quello che vogliono. Ma anche ministri come Claudio Scajola, Roberto Maroni e Maurizio Sacconi hanno ottimi portati di immagine».
Analogie con il passato? Nessuna di lunga durata, ma un flashback al Bettino Craxi del decreto sulla scala mobile (1984) e di Sigonella (1985) appare obbligato. «C’è un’analogia tra Craxi e Berlusconi, entrambi grandi decisori. Mentre Craxi aveva il pugno di ferro in guanto di velluto, Berlusconi ha pugno di velluto in guanto di velluto. Ma la decisione c’è sempre» afferma Piepoli, che ha abbastanza primavere per fare un tuffo nel passato del decisionista più decisionista della storia italiana: Benito Mussolini.
«Ho vissuto il tardo fascismo a Torino, mio padre a 5 anni mi faceva leggere la Gazzetta del popolo e ricordo molto bene la dichiarazione di guerra. Rispetto a quel periodo le decisioni degli uomini di governo di oggi sono bazzecole, ma per chi non è abituato al decisionismo queste sono significative. E questo perché fino a poco tempo fa c’era l’abitudine alla pastetta, alla tecnica andreottiana di governo, cioè al rinvio. Basta leggere i libri di Giulio Andreotti per farsi un’idea dello stile di governo democristiano: rinviare perché poi tanto tutto s’aggiusta. È per questo che quando si è inserito nella storia italiana Craxi c’è stata una rivoluzione».
Proseguita da un outsider come Berlusconi che oggi appare al massimo della sua leadership e ha un indicatore di fiducia che secondo l’Istituto Piepoli stacca di 14 punti il capo dell’opposizione Walter Veltroni.
Sono i primi passi della «rivoluzione conservatrice» sognata e teorizzata nel centrodestra più di 15 anni fa? È matura l’opinione pubblica, sono un po’ più deboli i poteri forti e consapevoli i politici? Il decollo della nuova Alitalia e la riforma della scuola saranno due banchi di prova per i decisionisti.
La storia italiana è come la battaglia tra gli antichi e i moderni, dove falsamente si pensava che il bene fosse tutto nel nuovo e non anche nella tradizione. Gli italiani apprezzano il nuovo che sa recuperarla. L’importante è non farsi ingannare da chi parla di conservazione, ma la pensa senza rivoluzione. LEGGI ANCHE: Muro contro muro della regione Toscana contro la riforma Gelmini