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Che non abbiano molto in comune l’Idv di Antonio Di Pietro e la sinistra radicale extraparlamentare (il Prc di Ferrero, Sd di Fava, il Pdci di Diliberto e i Verdi della Francescato), si sa. Ma qualcosa (e qualcuno) che riesce ad accomunare le loro rivendicazioni c’è: in primis, i provvedimenti dell’esecutivo Belrusconi. In subordine, il principale esponente dello schieramento a lui opposto: Walter Veltroni, leader del Pd.
Succede così anche a Roma, i cortei e i leader restano separati ma il bersaglio è uno solo, anzi due: il governo reale e il governo ombra. Preso di mira, il primo, tanto negli slogan, scanditi dai manifestanti e negli attacchi dal palco, quanto nella raccolta di firme per il referendum contro il lodo Alfano, promosso dall’Idv e nel desiderio di smantellare gli atti dell’esecutivo, dalla riforma Gelmini all’economia.
Il tutto per rivendicare che l’opposizione dura e pura, contro quella “gentile, anzi ambigua” del Pd” che scenderà in piazza il 25 ottobre, sta qui per le strade di Roma.
E infatti, vogliono gustarsi il sapore della rinascita, l’11 ottobre, quelli della sinistra radicale, che sfila da piazza della Repubblica alla Bocca della Verità , dopo il terremoto elettorale e le guerre intestine dentro Rifondazione. ”Oggi è la fine del ritiro”, annuncia il segretario Prc Paolo Ferrero. Molto più baldanzoso appare Di Pietro che torna a piazza Navona con 12 gazebo per la raccolta delle firme e l’orgoglio della ”piazza che nessuno riesce a zittire”.
Tra slogan contro il ministro Gelmini e il premier Berlusconi, la canzone “Bella Ciao” cantata a squarciagola, la sinistra rimasta fuori dal Parlamento, attraversa la capitale dietro lo striscione ”L’opposizione è nelle nostre mani” e critica, per bocca dell’ex segretario Prc Franco Giordano ed il leader Pdci Oliviero Diliberto, ”Un Pd che non fa un’opposizione né sociale né politica”. Parole poco accoglienti, proprio quando al corteo si affacciano per un saluto i due dirigenti Pd Livia Turco e Vincenzo Vita, convinti che tra oggi ed il 25 ottobre ci sono differenze ”ma c’è un’unica opposizione contro questo governo”.
Auspicio che è anche di Di Pietro che, scatenando la reazione della maggioranza, chiama ”alla resistenza subito quando c’è la dittatura alle porte” ed invita i colleghi democratici a ‘’svegliarsi per fare fronte comune contro il governo”. Perché, dice l’ex pm ai giornalisti (mentre dal palco si fanno vedere Dario Fo e Franca Rame, Simone Cristicchi, Andrea Rivera, esponenti del Movimento antimafia Ammazzateci Tutti, del comitato Addio Pizzo): “Non vogliamo aspettare domani per fare l’opposizione”.
E se nel Pd ci si è interrogati, per poi confermare il 25 ottobre, sull’opportunità di andare in piazza mentre impazza la crisi finanziaria, il dubbio non coglie per niente i manifestanti di questo sabato d’inizio autunno.
Anzi per i leader della Sinistra, questa più che mai è l’occasione per mettere l’accento sull’assenza di misure sociali da parte del governo per mettere un freno all’impoverimento dei cittadini. Misure che mancano anche a livello europeo, come fa notare il redivivo Fausto Bertinotti: “Oggi è importante esserci”, ha detto “perché si ridà voce alla sinistra, dimostriamo di esserci in questo deserto dei tempi. Ma noi”, ha commentato l’ex presidente della Camera, ora semplice iscritto: “siamo solo testimoni e per essere protagonisti bisogna colmare il vuoto drammatico che c’è nella sinistra europea di fronte alla crisi finanziaria dei mercati che invece dovrebbe ridarle pienamente parola”.
Anche Di Pietro attualizza in senso economico i suoi slogan, nonostante il tema giustizia e l’obiettivo di raccogliere ”500mila firme in due giorni” contro il Lodo Alfano, definito ”un’idea criminale”, restino la priorità del suo intervento dal palco.
Eppure, da tempo il leader Idv mostra un presenzialismo spiccato nelle vertenze di lavoro (come nel caso Alitalia), ha preso a commentare attivamente le problematiche sociali, e non manca mai di citare i “lavoratori” nei suoi discorsi parlamentari. Insomma, si è messo a giocare, nei confronti di Veltroni e del Pd, lo stesso ruolo da pungolo che Prc e Pdci giocavano nei confronti di Prodi e dell’Ulivo.
A sinistra, invece, è guerra aperta per la conquista dell’elettorato più radicale. A Diliberto che rilancia “liste comuni con Rifondazione alle europee”, Rifondazione replica a due voci: con il segretario Ferrero che lo invita a pensare a “fare opposizione” perché “la sinistra ha discusso già troppo di come andare alle elezioni” e in questo modo “i voti non vengono”. E con Gennaro Migliore, a nome dell’area Vendola, che risponde secco: “esclusa ogni ipotesi di unità dei comunisti”. Mentre Fava della Sinistra Democratica propone “di fare una lista con chi ci sta”.
Difficile dare numeri: la kermesse di piazza Navona si è snodata per l’intera giornata odierna, quindi la partecipazione non è misurabile. Il popolo di sinistra si è invece contato: 300mila, secondo gli organizzatori. Ventimila secondo la Questura. Comunque pochi, rispetto al milione visto sfilare per Roma il 20 ottobre di un anno fa, in una analoga ed effettivamente affollatissima manifestazione su welfare e pensioni. Un’altra epoca: allora c’era da premere sul governo Romano Prodi, oggi c’è da criticare l’opposizione di Veltroni.
“È successo tutto intorno alle 10. Squilla il telefono, rispondo e dall’altra parte c’è la Cancelleria della X Sezione del Tribunale di Milano. Mi dicono che c’è da difendere un cliente un po’ particolare: Silvio Berlusconi. E io, come difensore di turno, non ho avuto esitazioni: ho subito detto sì. Senza pensarci troppo, mi sono buttata. Ed è andata bene”.
La racconta così, Chiara Zardi, milanese, 28 anni, avvocatessa da quasi due, la sua “giornata di ordinaria follia”, come lei stessa definisce la mattinata in cui si è trovata a sostituire, nel caso Mills, i legali del Cavaliere, Nicolò Ghedini e Piero Longo che nei giorni scorsi avevano fatto sapere di non poter presenziare, perché impegnati alla Camera. E non ha tradito emozione e paura.
Sentimenti che, dice, è riuscita a lasciare fuori anche dall’aula. “In realtà all’inizio ho pensato a uno scherzo. Ma la voce ferma della Cancelliera mi ha fatto capire che non era così. D’altronde può succedere che si ricorra a un difensore d’ufficio. Anche se mi sorprende un po’ che stavolta ad averne bisogno fosse il presidente del Consiglio”.
Dicono che durante l’udienza si sia comportata bene…
Credo di sì. È stata un’udienza molto formale, durata circa due ore. C’era una cosa sola che potevo fare e l’ho fatta: chiedere dei termini a difesa per esaminare la situazione. Quindi ho richiesto il rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dei difensori titolari (rinvio ottenuto: la prossima udienza è stata fissata per il 27 settembre, ndr). Solo un po’ d’apprensione all’arrivo al Palazzo di Giustizia, con la folla di giornalisti e fotografi che mi aspettava. Ma dentro è andato tutto liscio.
Non è stato il suo debutto in un aula, vero?
No. Faccio il difensore d’ufficio da quand’ero praticante. Non ho una grande esperienza ma essendo civilista e penalista di casi ne ho già visti e vissuti.
La sua biografia ora è diventata pubblica. E recita che lei lavora per l’associazione dei consumatori Assoutenti
Non è corretto. Per loro faccio la consulente. Collaboro invece per lo studio milanese Turra.
E se Berlusconi le chiedesse di restare?
Credo di essere ancora troppo giovane. I legali del premier hanno un’esperienza che io ancora mi sogno. Comunque continuerò a occuparmi del caso. Ma solo per interesse personale. Parteciperò alle udienze da spettatrice.
Capelli lunghi e frangetta, viso da ragazzina che sa il fatto suo. Ha già bruciato parecchie tappe. Che studi ha fatto?
Scientifico prima e poi laurea alla Statale di Milano. Infine due anni di praticantato. Percorso classico, insomma. Anche se al primo anno di università mi è balenata l’idea di impiegarmi nel giornalismo.
E da due anni esercita. Adesso che per un giorno è stata il difensore più giovane del Cavaliere la sua parcella lieviterà ?
Non credo proprio che mi farò pagare di più.
Il premier si è fatto sentire dopo l’udienza?
No. Ma mi sembra che in questi giorni abbia altro a cui pensare.
Chi l’ha chiamata allora? Parenti, amici, il fidanzato?
…
Ce l’ha il fidanzato?
Non rispondo.
Abbottonata. Riproviamo: per chi ha votato?
Anche a questo non rispondo.
Ho capito, non vuole rispondere a domande sulla sua vita privata…
Ok, qualcosa posso svelare: tifo Inter, mi piace correre (da giovane facevo atletica) e non guardo molto la televisione perché spesso mi porto il lavoro a casa.
E “da grande” cosa vuole fare?
Ovviamente l’avvocato. Ma con uno studio tutto mio.

L’ultimo? Franco Turigliatto, leader della Sinistra Critica. Dicendosi incompatibile con il leader di Forza Nuova Roberto Fiore (”Una forza politica esplicitamente e dichiaratamente neofascista e neo nazista”, ha detto il senatore anticapitalista), ha abbandonato polemicamente gli studi di Porta a Porta. E pensare, dice Bruno Vespa, che Turigliatto era stato informato della presenza di Fiore, e non aveva posto pregiudiziali.
Nel 2006 fu Silvio Berlusconi a duellare in diretta con Lucia Annunziata, nella puntata del 12 marzo di In mezz’ora. Puntata che finì prima del previsto, con il Cavaliere che si alzò, tese la mano, salutò e abbandonò lo studio: “Me ne vado. Mi ha fatto una domanda, non mi ha fatto rispondere”. Fece scuola? Diciamo che fece tendenza. E infatti tra il primo strappo del Cavaliere e l’ultimo addio di Turigliatto, in due anni, quanti altri politici hanno “messo in scena l’uscita di scena”? Parecchi, tanto che oggi sembra quasi che per onorevoli e candidati sia diventata una moda. Non difficile da praticare, del resto. E con una location facile da allestire: bastano uno studio tv, un programma di approfondimento politico e le telecamere della diretta. La scena è assicurata. L’eco mediatica pure: ci si alza da poltrone e divani, si urla “basta, me ne vado” e si lasciano di stucco conduttore, ospiti e pubblico.
Solo la scorsa settimana è toccato prima al socialista Enrico Boselli (il 6 marzo) e poi all’Udc Pierferdinando Casini. Il primo, per esprimere la sua protesta contro una campagna elettorale (a suo dire) truccata, si è alzato dal divano bianco di Bruno Vespa (ecco il FILMATO). Il secondo, due giorni dopo, ha fatto il bis della scena, abbandonando pochi secondi prima della fine, il programma di Lanfranco Pace e di Ritanna Armeni , 8 e mezzo (qui il VIDEO), dopo le ripetute insistenze dei giornalisti ospiti sull’inserimento di Mastella in lista: “Mi avete invitato per parlare del programma, invece mi ritrovo a rispondere a domande su Mastella”. E a proposito del leader dell’Udeur, come non ricordare la sua uscita di scena dallo studio caldo di AnnoZero di Santoro: era l’otto marzo 2007 e l’allora ministro della Giustizia se ne andò, in segno di protesta con una trasmissione, secondo lui, troppo faziosa.
Ma la lezione si è impressa bene nella mente dei politici, tanto da far tornare attuale il classico adagio morettiano: “Mi si nota di più se vado o se non vado?”. Giuliano Ferrara ha preferito la seconda opzione: invitato a Unomattina per confrontarsi con il leader radicale Marco Pannella sull’aborto, il 15 febbraio scorso, lasciò solo il suo avversario a inveire in diretta. “La tv è antiveritativa. Un bel mezzo per comunicare, rispettabile e fatto da persone rispettabili, tra cui io stesso fino a ieri. Ma sul ponte di Messina o sull’Ici valgono le opinioni, sulla vita umana e l’amore vale la solitaria e pubblica ricerca della verità ” disse Ferrara.

Al di là della tesi del direttore del Foglio, ora tutti a chiedersi se la politica (che già non gode del favore dei cittadini) sia in rotta anche con la tv. Oppure se, in tempi di antipolitica conclamata, gli abitanti del Palazzo non cerchino il coup de théâtre, convinti di far più scalpore abbandonando il confronto tv piuttosto che restare a parlare di programmi, punti, sondaggi, cifre, candidature. L’ardua sentenza? I telespettatori-elettori la depositeranno nell’urna di aprile.

11 marzo: data da ricordare per il Pd. È caduto un “muro”. Anzi due.
Il primo è quello che, secondo il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, divideva il Nord-est e il centrosinistra riformista. Muro che ora non c’è più, butta lì speranzoso l’ex sindaco di Roma, che sta tentando di creare dal nulla un rapporto con il popolo delle partite Iva, anche grazie alla candidatura nel Pd di Massimo Calearo.
Il secondo muro si potrebbe definire “psicologico”. Un velo, ma di un certo peso. E anche questo è caduto, tolto. Sempre da Veltroni, che prima a Vicenza poi a Padova ha ufficialmente preso le distanze dal governo Prodi e dalla variegata maggioranza che lo sosteneva. E infatti lo si sente dire: “la colpa” della distanza tra Nord-est e Pd “è del vecchio centrosinistra”. Ora, dice l’ex sindaco di Roma, l’abbattimento di quelle barriere “non so se si tradurrà subito in un risultato elettorale, ma ciò che importa è che sia caduto”.
11 marzo, data simbolo per i democratici italiani: è il giorno della riconciliazione tra la sinistra riformista e gli imprenditori della locomotiva d’Italia. Certo non è come la caduta del Muro di Berlino, ma dal punto di vista della strategia elettorale veltroniana è un punto molto importante. Messo a segno (guarda caso) a soli due giorni dall’addio alla politica annunciato da Romano Prodi.
Come se, con il Professore fuorigioco, Veltroni si trovasse di colpo con le mani e le parole più libere. Come se ormai avesse trovato il coraggio di osare, di non nasconere più le colpe dell’Unione nel fin qui farraginoso dialogo tra il centrosinistra e gli elettori storicamente attratti da Berlusconi e Bossi: “Nel Nord-est c’è delusione verso la destra, perché le cose non sono cambiate anche se hanno governato per cinque anni. Inoltre c’è stato il nostro cambiamento, con una separazione consensuale della sinistra che permette a tutti di non essere più costretti a mediare”.
Una strategia che finora era stata solo abbozzata dal leader democratico. Un’operazione in crescendo, perseguita giorno dopo giorno. Dalla candidature di Matteo Colaninno in avanti, fino a quella di Massimo Calearo (il “falco” di Federmeccanica, secondo la Sinistra Arcobaleno). E se, sui tabelloni pubblicitari che tappezzano le città , le scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma senza impegni concreti (invitano gli elettori a “voltare pagina”, a “uscire dal caos”, a “cambiare l’Italia”), da oggi l’operazione di rimozione, nei confronti del governo precedente e dell’Unione prodiana, appare più incisiva. Parla di “colpe” Veltroni, quasi a liberarsi di un peso, di fronte alla platea (numerosa, “nonostante l’orario e il giorno settimanale”, dice orgoglioso il candidato democratico) dell’auditorium vicentino. Che infatti non contesta, semplicemente ascolta. E resta anche fredda di fronte alla stretta di mano tra il proprio rappresentante Calearo e Paolo Nerozzi, sindacalista della Cgil (entrambi in lista per i democratici).
Unici a protestare: i circa cinquanta dissidenti del presidio “No Dal Molin” che attendono il segretario del Pd all’uscita: “Venduto, venduto”, urlano. Ma si sa: i duri che a mesi si oppongono alla costruzione della nuova base militare sono più vicini alla sinistra radicale. Che Veltroni, con il muro ormai caduto, oggi si è lasciato alle spalle.
Lo aspettano per un aperitivo, dove a brindare alla svolta veltroniana, di imprenditori non se ne sono visti tanti.
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La corsa tra partiti unici e la fine delle “grandi coalizioni”? No.
La gara a chi candida i nomi più noti o i personaggi più rappresentativi? Neanche.
L’appello per un voto utile, quindi per i due grandi partiti Pd o Pdl? Macché.
La vera sorpresa della campagna elettorale 2008 è il tormentone del “non è più tempo di miracoli”, del “dipende dalla congiuntura economica”, del “faremo alcune cose, altre si vedrà ”: insomma, la (quasi) totale assenza di promesse da parte dei candidati premier in gara.
A varcare la nuova frontiera della prudenza è stato, a sorpresa, Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, com’è ovvio, va chiedendo il voto agli italiani ma si guarda bene dal promettere quello che non potrebbe mantenere. Anzi: “È il tempo dei sacrifici”, ha detto nella sua ultima apparizione nel salotto televisivo di Bruno Vespa. E pensare che il candidato premier del Pdl nel 1994 e nel 2001 vinse proprio perché percepito come un uomo capace di far sognare gli italiani. E nel 2006 sfiorò la vittoria dopo una clamorosa rimonta perché convinse gli indecisi che Romano Prodi avrebbe messo più tasse e lui le avrebbe tolte, a cominciare dall’Ici. E ora?
Oggi, ripresentandosi per la sua ultima corsa, il Cavaliere - come ben scrive Bruno Vespa - va esponendo il programma del Popolo della libertà secondo una nuova ottica: sognare sì, ma con i piedi per terra. E anche quando al Cavaliere “scappano” annunci ammalianti (come l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e l’abolizione di ogni tassa sulle successioni e le donazioni) si tratta sempre di promesse dall’alto valore simbolico, che costano relativamente poco: 2 miliardi la prima, 300 milioni la seconda.
Eppure: non dovrebbe essere, la campagna elettorale, il momento delle facili promesse, dell’ottimismo sparso a piene mani, degli annunci mirabolanti? Ieri, forse. Oggi non più.
Oggi nessuno si prende la responsabilità di spendere parole alle quali non potranno seguire i fatti.
Dall’altra parte del campo, anche Veltroni parla un linguaggio diverso. E per forza di cose. In un faccia a faccia con Berlusconi, due anni fa, Romano Prodi si spinse addirittura a promettere “la felicità ”: poi, per i venti mesi a Palazzo Chigi, ha dovuto quotidianamente faticare più per uscire indenne dalle mille beghe della sua maggioranza che per governare. Raccogliendone l’eredità , l’ex sindaco sa di non poter promettere miracoli. Nei tabelloni pubblicitari che tappezzano le città , le scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma senza impegni concreti: invitano gli elettori a “voltare pagina”, a “uscire dal caos”, a “cambiare il Paese”. Quasi un’operazione di rimozione nei confronti del governo precedente, come se Veltroni volesse dire: siamo diversi chi ci ha preceduto (l’Unione prodiana).
Che cosa sia successo in soli due anni, che cosa sia scattato nei candidati premier che prima promettevano l’impossibile e ora paventano sacrifici, non è facile dire. Sono cambiati i politici o è cambiata l’Italia? Come spesso accade, la risposta sta nel mezzo. Innanzi tutto, con l’onda antipolitica che ha caratterizzato gli ultimi 12 mesi, è cambiato l’elettorato. Che si è fatto più smaliziato, più attento, più critico. Oltre che deluso dalla politica degli annunci degli onorevoli inquilini del Palazzo. Ai quali si chiedono impegno, onestà e concretezza. Un diffuso malcontento testimoniato, per esempio, dal numero di indecisi (un buon 20% secondo gli ultimi rilevamenti) che ancora non sanno a chi dare il voto il 13 aprile.
Una seconda risposta è nella semplificazione avvenuta (proprio grazie a Veltroni e Berlusconi) del quadro politico. Presentandosi da soli (o al massimo con alleati apparentati) Pd e Pdl hanno smesso i panni delle grandi, eterogenee e variegate, coalizioni di due anni fa. Che - solo per fare l’esempio del 2006 - andando dall’estrema sinistra di Franco Giordano al centrismo puro di Clemente Mastella, oltre a essere ingovernabili, erano anche costrette a fare promesse, difficilmente mantenibili, per tenere buone tutte le varie anime.
Infine, e gli italiani lo toccano con mano ogni giorno, il Paese è - all’interno di un non brillante andamento economico mondiale - sull’orlo del declino. E prima di invitare gli elettori a sognare, meglio condurli, con i piedi ben piantati per terra, lontano dal baratro.
Il VIDEO servizio:

Happy end. Proprio come le storie che piacciono a Walter Veltroni.
Drammoni tormentati che però si chiudono nel migliore dei modi. E infatti. L’altalena su cui era seduto Giuseppe Lumia, vicepresidente della commissione parlamentare antimafia, ha smesso di dondolare. Prima escluso dalle liste veltroniane, poi recuperato da Di Pietro; alla fine catapultato proprio là dove voleva: a guidare la lista del Pd al Senato in Sicilia. Il beau geste alla Garrone lo ha fatto il chirurgo e senatore Ignazio Marino che ha rinunciato alla doppia candidatura nel Lazio e nell’isola. “Sono convinto” ha commentato Veltroni “che contro la mafia sia indispensabile schierare e spendere tutte le migliori energie della società e delle istituzioni. Ho chiesto perciò al professor Ignazio Marino, candidato anche nel Lazio, di rinunciare alla sua doppia candidatura per far posto, come capolista al Senato in Sicilia, a Beppe Lumia. Il professor Marino, per la sua sensibilità e il suo amore per la Sicilia, ha accettato la mia proposta”. E tutti vissero felici e contenti. Ma.
Ma quanto c’è voluto perché Lumia venisse ripescato e gli fosse concessa quella deroga (questa sarà la sua quarta elezione) valida solo per alcuni nomi del Partito Democratico (in Sicilia ne ha goduto finora solo l’ex sindaco di Catania Enzo Bianco). La sua iniziale esclusione dalle liste del Pd aveva suscitato infatti parecchie proteste: per il sindaco di Gela Crocetta e per il presidente di Confindustria Lo Bello la decisione del Pd indeboliva “l’intero movimento antimafia”. Giudizi che Veltroni non aveva preso bene: “La lotta alla mafia è una pratica e non una persona”.
Non soddisfatti delle parole dell’ex sindaco, alcuni politici siciliani, esponenti della società civile, sindacalisti e giornalisti dell’isola avevano firmato un appello affinché il segretario “rivedesse la sua decisione”. E alla fine il risultato è stato raggiunto. Non fosse stato così, Beppe Lumia avrebbe anche potuto scegliere di aderire all’IdV di Antonio Di Pietro, che da subito si era detto pronto ad offrirgli un seggio sicuro. Il leader dell’Italia dei valori, dal suo blog, lanciava la proposta: una candidatura “sia alle regionali in Sicilia che alle politiche nella circoscrizione Lombardia 1, al secondo posto dopo di me, quindi con un posto effettivo e una elezione pressoché certa, giacché è verosimile che l’Italia dei Valori vi eleggerà due deputati”. Lo stesso Di Pietro riprendeva l’appello pubblicato sul blog di Beppe Grillo “perché un servitore dello Stato non sia lasciato solo a combattere la mafia”. Se siano pesati di più la mossa dell’alleato e l’appello del blogger genovese, rispetto ai giudizi dell’opinione pubblica siciliana è difficile a dirsi.
Di fatto, il riposizionamento di Veltroni sulla vicenda ora potrebbe costituire un precedente sulla questione ancora calda delle candidature democratiche. Un passo indietro che fa ben sperare i radicali, pronti a rivedere l’accordo con Veltroni se non verranno assicurati i nove seggi promessi. Per ora dal Pd è partito l’ennesimo ultimatum a Bonino&Co: o “accettano” le candidature o il Pd si “considera sciolto da ogni impegno”.
A meno che non ci sia qualcun altro disposto a fare il bel gesto di farsi da parte per mettere al sicuro i tre radicali a rischio. Per un nuovo strabiliante lieto fine alla Veltroni.

I cattolici alzano la posta dopo l’ingresso dei Radicali nelle liste, gli ex Ds fanno sentire la loro voce davanti al rischio di un ridimensionamento della Quercia, i socialisti premono alle porte. E Veltroni si trova di nuovo costretto a mediare. Sui temi etici. Sulle candidature. Dando prova di sintesi e facendo uso del bilancino.
Sono giornate cruciali per il segretario Pd, impegnato prima a ricucire lo strappo con l’ala cattolica (riunitasi a Roma, senza Rosy Bindi ma in odore di corrente, al convegno sull’Educare al bene comune) e poi a stabilire nomi e posizioni degli aspiranti onorevoli Democratici.
La prima operazione, delicata, dicono dallo staff dell’ex sindaco capitolino, ha avuto esito positivo. Anche se poi si scopre che le parole di Veltroni non hanno convinto del tutto Paola Binetti, Luigi Bobba. Che infatti promettono (o minacciano?) che vigileranno e manterranno alta la soglia di guardia sui temi etici. L’intervento con cui Veltroni voleva sancire il disgelo è partito da lontano: da Porta Pia per approdare all’”assemblea costituente che evitò l’innalzamento di muri”. E fin qui, tutti d’accordo. Tutti in visibilio poi quando Uolter, mestro nel non scontentare quasi mai nessuno, ha scandito: “Valori come la famiglia, la dignità della persona umana, i limiti che la scienza deve porsi interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze”. Quindi se la Chiesa interviene su qesti temi “non sono ingerenze ma sollecitazioni”.
Ma quello che interessava alla platea era ascoltare come il segretario del partito avrebbe spiegato l’offerta ai Radicali. E allora: “A loro abbiamo detto no all’apparentamento ma di entrare nel Pd e sottoscrivere il nostro programma superando una posizione di pura identità . Se così non fosse successo i Radicali avrebbero esasperato le loro posizioni laiciste”. Dunque, accoglierli vuol dire metterli nel percorso “di una sintesi tra laici e cattolici” evitando nuovi conflitti.
Ma come si tradurrà nella pratica (cioè nella stesura delle liste: l’altra questione del giorno) questa sintesi? E qui Veltroni, nonostante sostenga il contrario, estrae dal cilindro il bilancino. Stando cioè bene attento a distribuire posti e a valutare i pesi delle correnti, dapprima ha lanciato due candidature: Andrea Sarubbi: faccia pulita, scuole dai salesiani, microfono dei papa boys all’epoca di Tor Vergata, “fan della Binetti” e conduttore della rubrica A sua immagine il sabato e domenica; e il filosofo Mauro Cerruti, uno degli estensori della Carta dei valori del Pd. Poi , dopo aver incassato il no del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ne ha annunciata una terza, “un’esponente del mondo cattolico del Nord” che molti individuano in Maria Grazia Guida, della Caritas di Milano e già nell’Esecutivo Pd.
Ma non è solo lo spazio da dare nelle liste alla componente cattolica a preoccupare Veltroni. Anche il tempo stringe. Mentre il segretario era impegnato al convegno, al loft di Santa Anastasia è cominciata la “sfilata” dei segretari regionali davanti a Dario Franceschini e Goffredo Bettini, i “Caronte” democratici verso la sponda parlamentare, per mettere a punto i nomi. Il timbro finale alle liste è previsto per lunedì mattina. L’operazione dovrà essere veloce, secondo l’indicazione che arriva dal loft, non solo per anticipare la campagna elettorale ma anche per rendere meno lunga una trattativa che inevitabilmente lascerà per strada esclusi e malumori.
E basta guardare i volti, all’uscita dalla sede dei Democratici, per capire che i punti fermi sono ancora pochi, come ad esempio che è certo che Massimo D’Alema sarà capolista per la Camera in Puglia. In Veneto si parla invece di Rosy Bindi, Enrico Letta o Bersani alla Camera mentre al Senato potrebbe andare Enrico Morando. Saranno candidati anche Francesco Rutelli (ma per dare le dimissioni se vincerà il Campidoglio) e Anna Finocchiaro (in gara anche per la poltrona di governatore della Sicilia) forse nel Lazio. Balla invece la collocazione di Achille Serra che era dato per sicuro in Campania – dove però le tensioni nel Pd sono alle stelle – e allora potrebbe essere candidato in Toscana con il regista Paolo Virzì e una giovane ricercatrice.
Certi invece di esserci i tre operai che il segretario ha presentato con lo slogan: “Siamo il parito del lavoro”: sono, oltre al già annunciato Antonio Boccuzzi, il sopravvisuto della Thyssen; la dipendente e sindacalista di una Asl piemontese, Franca Biondelli; Loredana Ilardi, 33 anni, palermitana e lavoratrice di un call center, a 700 euro al mese.
Eppure: “la questione non sono i nomi ma i posti in lista”, spiega il segretario regionale del Pd Antonello Cabras che è arrivato a Roma con una lista di 79 nomi e tornerà in Sardegna con 27.

Ma la preoccupazione dei segretari regionali resta: tra politici nazionali “paracadutati” da Roma e nomi nuovi voluti da Veltroni, quanto spazio rimane alle candidature locali? Dilemma che, tra uno strappo di qui e uno di là , andrà avanti fino alla stretta finale tra sabato e domenica, se non addirittura, come prevede il margheritino Antonello Giacomelli, ”domenica notte”. E se cattolici ed ex ppi hanno fatto capire che l’ingresso dei Radicali richiede una compensazione cattolica, gli ex Ds, attraverso Maurizio Migliavacca, hanno fatto presente, a quanto si apprende, a Bettini la loro contrarietà al ridimensionamento della propria area.
Ma di non poter/voler accontentare tutti, il segretario del Pd l’ha messo in conto nel momento in cui ha deciso di seguire una linea “di rottura” rispetto al passato: dalla scelta delle alleanze alla scelta delle candidature. Insomma Veltroni tira dritto, ben sapendo che dal ballare da solo al ballo coi lupi, il passo è breve.
Il VIDEO servizio:

Il primo problema da affrontare è quello dei rifiuti di Napoli, poi l’abolizione completa dell’Ici, la detassazione degli straordinari, i sostegni per la famiglia con il bonus bebè. Ecco i punti chiave che Silvio Berlusconi cercherà di realizzare nei primi 100 giorni di governo, se vincesse le elezioni. Anzi, senza se: “Tolga il se, dato che ahimè avremo la responsabilità di governare…”, dice il leader del Popolo della Libertà a un radioascoltatore nel corso di Radio anch’io.
Sondaggi alla mano, programma ormai steso, il Cavaliere è insomma sicuro della vittoria: “Io sono qui solo per spirito di servizio. Penso francamente che sia inutile fare una campagna elettorale, non vedo come dopo il governo Prodi gli italiani possano avere ancora fiducia nelle capacità della sinistra. Se però gli italiani dovessero far vincere Veltroni” puntualizza l’ex premier “allora vorrà dire che se la saranno cercata e se lo meritano…”.
E nel citare l’ex sindaco di Roma, il Cavaliere ribadisce un concetto chiaro e caro: non esiste possibilità che vinca qualcun altro dei partiti che si presenteranno il 13 e il 14 aprile.
“Io non ho parlato male di Casini” puntualizza Berlusconi, tornando sulla questione Udc e la cessata alleanza con Pier Ferdinando Casini, “la realtà è che hanno possibilità di vincere solo due forze politiche: il Pdl con il 46% nei sondaggi e il 36% il Pd. Le altre formazioni politiche hanno solo il problema di superare la soglia per avere deputati e senatori. Noi pensiamo che i voti dati in quella direzione favoriscano la frammentazione e non la possibilità di governare. È una cosa ovvia che non può essere discussa né negata”.
E a chi gli fa notare che sostenendo il MpA di Raffaele Lomabrdo, in Sicilia il Pdl sta a fianco dell’Udc, risponde: “Ho grande fiducia in Raffaele Lombardo e sono molto soddisfatto” per l’alleanza “con una forza autonomista” come il Movimento per l’Autonomia; ma, aggiunge: “Noi non siamo alleati con l’Udc, noi abbiamo dato il nostro sostegno a Lombardo e al suo movimento ed è Lombardo che avrà il voto dell’Udc, mentre noi non abbiamo nessuna alleanza con l’Udc, così come non ce l’abbiamo su tutto il territorio nazionale, al contrario della sinistra che, mentre dichiara di aver rotto con la ‘cosa rossa’, poi invece si presenta alleata con la sinistra in tutte le elezioni amministrative”.
E dopo essersi detto disposto a un confronto televisivo con gli altri candidati premier, l’ultima stoccata del Cavaliere è per Antonio Di Pietro: “Io ho orrore di Di Pietro e lo dico alto e forte”, perché il leader dell’Idv è “il campione delle manette”. Quindi: l’alleanza tra Veltroni e Idv: “significa che c’è nel Pd una cultura giustizialista che non è venuta meno”.
Intanto, a Palazzo Grazioli, si lavora su tavoli paralleli per trovare la quadra su candidature e programma. Di quest’ultimo (10 punti, chiamati da Tremonti il “decalogo”) stanno andando alle stampe le bozze. Sono trenta cartelle un preambolo in cui si dice chiaramente che i valori del Pdl sono quelli del Ppe, una conclusione su fattibilità e sostenibilità economica delle proposte. La presentazione avverrà a giorni a Roma ma, nel prossimo week end, il testo sarà oggetto di una grande consultazione popolare organizzata negli 8000 gazebo del nuovo partito in tutta Italia. Ai cittadini verranno proposte soluzioni diverse su tre temi “caldi”: sicurezza, famiglia, sviluppo. E in base alle loro risposte il “decalogo” del Pdl verrà ritoccato. Fissa invece l’immagine che campeggia sugli opuscoli per gli italiani con l’invito di Berlusconi a seguirlo in una nuova “grande avventura rivoluzionaria”. E per non farsi superare dal bus veltroniano, ecco i 200 camper per la campagna elettorale.
Tra le poche certezze, sul tavolo delle liste, c’è soltanto che Silvio Berlusconi sarà capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni e Gianfranco Fini numero due. Per il resto la situazione è ancora di stallo. E non tanto, o non ancora, sui nomi ma sulle quote che spettano alle due principali formazioni politiche. Il Cavaliere ha in mente una ripartizione che assegni il 75% dei posti agli azzurri e il restante 25 agli aennini (con un rapporto di 3 a 1). Ma l’ex vicepremier si oppone e chiede che la distribuzione sia 60% Forza Italia e 40 Alleanza Nazionale. Insomma, la quadra non c’è ancora. Anche perché i piccoli partiti che hanno aderito al Pdl sono sul piede di guerra. In prima fila Michela Vittoria Brambilla, che ha chiesto almeno 25 seggi per gli uomini e le donne dei Circoli della Libertà , una proposta che ha mandato su tutte le furie i colonnelli azzurri.
Gli altri - dalla Dca di Rotondi a Dini, da Giovanardi alla Mussolini, passando per i Riformatori Liberali di Dini e i Pensionati - pretendono posti sicuri. E non vogliono finire in fondo alla lista rischiando così di restare fuori dal Parlamento.
Il puzzle è ancora tutto da risolvere, insomma, tanto che il vertice di martedì a Palazzo Grazioli tra Berlusconi, Fini e i capigruppo è stato del tutto interlocutorio.
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Giovani inesperti, volti noti e uomini d’ordine. Passa da questa lista il “rinnovamento” democratico di Walter Veltroni. Che, come aveva promesso, a ogni tappa del suo tour butta lì un nome che gli elettori si troveranno sulla scheda sotto il simbolo del Pd. Ultimo, e sorprendente, l’ex prefetto di Roma, Achille Serra. Sorprendente sia perché conferma la “sarkosizzazione” (nata ai tempi del dramma Reggiani) del sindaco di Roma. Sia perché, aggiungendo il nome di Serra a liste già eterogenee, Veltroni - libero dai vincoli delle primarie - può continuare a sparigliare le carte. Anche nel suo stesso terreno.
Prima una massiccia campagna giovanilista, con l’obiettivo di presentare il Partito democratico secondo la filosofia del “voltare pagina”. E allora dentro neolaureate di “straordinaria esperienza” ma dai grandi sponsor, operai da mille euro al mese, giovani imprendiori dal cognome illustre (quelli che Montezemolo ha chiamato”i figli di”). Anche a costo di far pagare ai nomi storici della politica italiana (di centrosinistra): da Ciriaco De Mita a Giuliano Amato; da Romano Prodi a Vincenzo Visco a Luciano Violante.
Poi la seconda infornata: personaggi di lustro, uomini di successo nel loro campo d’azione: l’oncologo Umberto Veronesi (che però dovrà convivere con gli ultrà cattolici come Binetti e Bobba); il professor Pietro Ichino (che tesse le lodi della Legge 30 ma dovrà coabitare con Paolo Nerozzi, segretario Cgil di Bologna, che il testo Biagi lo farebbe a pezzetti); l’anima della Comunità di Sant’Egidio (l’Onu di Trastevere): il pacifista Andrea Riccardi.
Che dovrà fronteggiare almeno i due uomini d’ordine dell’ennesima tornata veltroniana. E mica due qualunque: il primo è il prefetto Luigi De Sena, già vice capo della polizia, e scelto come capolista del Pd in Calabria per il Senato. Perché, dice il segretario, De Sena è “uno dei protagonisti della lotta contro la mafia e la criminalità ”. Il secondo è un altro pezzo da novanta: il prefetto Achille Serra. “Con lui” spiega a Radio Anch’io l’ex sindaco “ho lavorato a Roma e ne ho una grande stima”.
Serra (classe ‘41) è infatti stato prefetto nella capitale negli stessi anni in cui Veltroni era sindaco e ora è “Alto commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione nella Pubblica amministrazione” (e l’incarico di rimettere ordine nel sistema sanitario calabrese).
Senonché Achille Serra una puntatina alla Camera l’aveva già fatta - dal ‘96 al ‘98 - nelle fila di Forza Italia. Trasformismo? Per Maurizio Gasparri, di An, anche qualcosa in più: “Si vede che l’età della pensione gioca brutti scherzi”. E aggiunge: “Da commissario anti-corruzione a parlamentare disposto a candidarsi una volta a destra una volta a sinistra per una poltrona ed arrotondare lo stipendio. Cosa non si farebbe per qualche euro in più”. Ma Veltroni è irremovibile: “La candidatura di Serra risponde al nostro sforzo per un grande rinnovamento delle liste e del Parlamento”. Considerazioni condivise dallo stesso aspirante deputato: “Sono orgoglioso di questa candidatura perché penso che Veltroni possa essere veramente il nuovo”.
Ecco la parola d’ordine, che sta alla base del mosaico veltroniano. La prima vera missione del Pd è infatti apparire come un partito completamente nuovo. E con candidati che provengono dalla società civile e sono scelti, una volta messe da parte le consultazioni degli iscritti, con un criterio diverso: la volontà del segretario di conciliare gli opposti e non dispiacere a nessuno.
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Capitava anche a Prodi. Non passava giorno che l’azione del suo governo non fosse oscurata dalle liti dei suoi ministri o dalle battaglie (verbali e di piazza) degli esponenti della sua stessa maggioranza.
Sta capitando anche a Veltroni: nel giorno in cui l’ex sindaco di Roma presenta il programma del Pd, l’attenzione viene catturata dall’accesa polemica tra Emma Bonino e Rosy Bindi. A sferrare il primo colpo è il ministro della Famiglia, che dalle colonne de La Stampa attacca a testa bassa i Radicali: “Se sono coerenti non dovrebbero firmare l’accordo con Veltroni e non dovrebbero candidarsi” con il Pd.
A stretto giro di posta arriva la risposta dell’attuale e futuribile ministro Bonino (Veltroni, per strapparle il sì all’accordo, le ha dovuto promettere un dicastero, in caso di vittoria): “L’intervista della Bindi mi stupisce, la attribuisco ad un dato di pressione a cui lei è probabilmente sottoposta. Se vuole dire che avrebbe preferito liste radicali collegate al Pd si sarebbe potuta spendere in quel senso, cosa che non ha fatto. Ciò che trovo stupefacente è quando lei dice sì a Bonino in quanto ministro e non in quanto radicale”.
Rosy la pasionaria, nell’intervista che ha innescato la polemica, aveva puntualizzato che il programma del Pd non è soggetto a modifiche: “A proposito di testamento biologico, diritti dei conviventi, legge 194, sono scritte alcune cose e sono stati messi punti e virgole pesanti. Non è che se uno si candida con noi può permettersi di firmare quel documento e il giorno dopo in parlamento presenta robe che non hanno niente a che fare con quanto stabilito”.
E poi, a proposito della diversità di posizioni interne al Pd come quelle tra una Emma Bonino e una Paola Binetti, invita tutti a “limitarsi perché la forza del Pd dev’essere la logica opposta a quella dell’Unione dove uno compensava l’altro alzando la voce in una confusione generale che era la sola percepita dagli italiani”. Ma l’ennesimo schiaffo di Rosy all’esperienza prodiana non basta ad allontanare da Veltroni il fantasma del Professore, quotidianamente impegnato a mediare tra le diverse e avverse posizioni della sua rissosa maggioranza.
In realtà , già ai primi accenni di protesta e preoccupazione espressi dalla “corrente” cattolica dei Democratici (che si riunirà in un convegno il prossimo 27 febbraio), il candidato premier aveva fatto spallucce: “Serve la sintesi, i partiti moderni sono così”, aveva detto. Citando a memoria dal copione di un film già visto: quello vissuto, senza troppa fortuna, dal premier dimissionario. Oggi Walter ci riprova: “Davvero in Italia ci deve essere di nuovo una divaricazione tra laici e cattolici? Ma davvero, nel 2008, dobbiamo tornare a mettere in discussione il fatto che ci sono due verità : la prima è che le istituzioni sono laiche per loro natura e sono quelle che decidono. La seconda è che, però, ciascuno deve poter portare il suo punto di vista, anche religioso, nell’impegno civile”.
A mettere una pietra sopra, non al duello tra le due donne, ma alle liste “radicalizzate” del Pd ci pensa alla fine Famiglia cristiana in uscita mercoledi.
E la pietra è di quelle tombali: “Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”, titola un editoriale del settimanale dei Paolini. Che recita: “I cattolici che hanno deciso di fare politica nel Partito democratico giudicano severamente la scelta di Veltroni di imbarcare nelle liste i radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino e si pongono pure qualche dubbio circa la scelta di candidare a Milano il professor Umberto Veronesi, autore di una sorta di manifesto per la ‘libera scelta di morire’, cioè l’eutanasia, anche se lui ha detto che si occuperà solo di migliorare la sanità in Italia. I radicali hanno una concezione confessionale della loro identità . Ogni scelta, ogni nome ha valore simbolico. La squadra di candidati, negoziata con Walter Veltroni, ha una forte fisionomia radicale, connotata su battaglie che, come ha detto Emma Bonino, non si interrompono affatto”.
E ora l’impressione che Veltroni debba mediare anche fuori dal partito è più reale che mai.
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