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Il primo problema da affrontare è quello dei rifiuti di Napoli, poi l’abolizione completa dell’Ici, la detassazione degli straordinari, i sostegni per la famiglia con il bonus bebè. Ecco i punti chiave che Silvio Berlusconi cercherà di realizzare nei primi 100 giorni di governo, se vincesse le elezioni. Anzi, senza se: “Tolga il se, dato che ahimè avremo la responsabilità di governare…”, dice il leader del Popolo della Libertà a un radioascoltatore nel corso di Radio anch’io.
Sondaggi alla mano, programma ormai steso, il Cavaliere è insomma sicuro della vittoria: “Io sono qui solo per spirito di servizio. Penso francamente che sia inutile fare una campagna elettorale, non vedo come dopo il governo Prodi gli italiani possano avere ancora fiducia nelle capacità della sinistra. Se però gli italiani dovessero far vincere Veltroni” puntualizza l’ex premier “allora vorrà dire che se la saranno cercata e se lo meritano…”.
E nel citare l’ex sindaco di Roma, il Cavaliere ribadisce un concetto chiaro e caro: non esiste possibilità che vinca qualcun altro dei partiti che si presenteranno il 13 e il 14 aprile.
“Io non ho parlato male di Casini” puntualizza Berlusconi, tornando sulla questione Udc e la cessata alleanza con Pier Ferdinando Casini, “la realtà è che hanno possibilità di vincere solo due forze politiche: il Pdl con il 46% nei sondaggi e il 36% il Pd. Le altre formazioni politiche hanno solo il problema di superare la soglia per avere deputati e senatori. Noi pensiamo che i voti dati in quella direzione favoriscano la frammentazione e non la possibilità di governare. È una cosa ovvia che non può essere discussa né negata”.
E a chi gli fa notare che sostenendo il MpA di Raffaele Lomabrdo, in Sicilia il Pdl sta a fianco dell’Udc, risponde: “Ho grande fiducia in Raffaele Lombardo e sono molto soddisfatto” per l’alleanza “con una forza autonomista” come il Movimento per l’Autonomia; ma, aggiunge: “Noi non siamo alleati con l’Udc, noi abbiamo dato il nostro sostegno a Lombardo e al suo movimento ed è Lombardo che avrà il voto dell’Udc, mentre noi non abbiamo nessuna alleanza con l’Udc, così come non ce l’abbiamo su tutto il territorio nazionale, al contrario della sinistra che, mentre dichiara di aver rotto con la ‘cosa rossa’, poi invece si presenta alleata con la sinistra in tutte le elezioni amministrative”.
E dopo essersi detto disposto a un confronto televisivo con gli altri candidati premier, l’ultima stoccata del Cavaliere è per Antonio Di Pietro: “Io ho orrore di Di Pietro e lo dico alto e forte”, perché il leader dell’Idv è “il campione delle manette”. Quindi: l’alleanza tra Veltroni e Idv: “significa che c’è nel Pd una cultura giustizialista che non è venuta meno”.
Intanto, a Palazzo Grazioli, si lavora su tavoli paralleli per trovare la quadra su candidature e programma. Di quest’ultimo (10 punti, chiamati da Tremonti il “decalogo”) stanno andando alle stampe le bozze. Sono trenta cartelle un preambolo in cui si dice chiaramente che i valori del Pdl sono quelli del Ppe, una conclusione su fattibilità e sostenibilità economica delle proposte. La presentazione avverrà a giorni a Roma ma, nel prossimo week end, il testo sarà oggetto di una grande consultazione popolare organizzata negli 8000 gazebo del nuovo partito in tutta Italia. Ai cittadini verranno proposte soluzioni diverse su tre temi “caldi”: sicurezza, famiglia, sviluppo. E in base alle loro risposte il “decalogo” del Pdl verrà ritoccato. Fissa invece l’immagine che campeggia sugli opuscoli per gli italiani con l’invito di Berlusconi a seguirlo in una nuova “grande avventura rivoluzionaria”. E per non farsi superare dal bus veltroniano, ecco i 200 camper per la campagna elettorale.
Tra le poche certezze, sul tavolo delle liste, c’è soltanto che Silvio Berlusconi sarà capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni e Gianfranco Fini numero due. Per il resto la situazione è ancora di stallo. E non tanto, o non ancora, sui nomi ma sulle quote che spettano alle due principali formazioni politiche. Il Cavaliere ha in mente una ripartizione che assegni il 75% dei posti agli azzurri e il restante 25 agli aennini (con un rapporto di 3 a 1). Ma l’ex vicepremier si oppone e chiede che la distribuzione sia 60% Forza Italia e 40 Alleanza Nazionale. Insomma, la quadra non c’è ancora. Anche perché i piccoli partiti che hanno aderito al Pdl sono sul piede di guerra. In prima fila Michela Vittoria Brambilla, che ha chiesto almeno 25 seggi per gli uomini e le donne dei Circoli della Libertà, una proposta che ha mandato su tutte le furie i colonnelli azzurri.
Gli altri - dalla Dca di Rotondi a Dini, da Giovanardi alla Mussolini, passando per i Riformatori Liberali di Dini e i Pensionati - pretendono posti sicuri. E non vogliono finire in fondo alla lista rischiando così di restare fuori dal Parlamento.
Il puzzle è ancora tutto da risolvere, insomma, tanto che il vertice di martedì a Palazzo Grazioli tra Berlusconi, Fini e i capigruppo è stato del tutto interlocutorio.
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Giovani inesperti, volti noti e uomini d’ordine. Passa da questa lista il “rinnovamento” democratico di Walter Veltroni. Che, come aveva promesso, a ogni tappa del suo tour butta lì un nome che gli elettori si troveranno sulla scheda sotto il simbolo del Pd. Ultimo, e sorprendente, l’ex prefetto di Roma, Achille Serra. Sorprendente sia perché conferma la “sarkosizzazione” (nata ai tempi del dramma Reggiani) del sindaco di Roma. Sia perché, aggiungendo il nome di Serra a liste già eterogenee, Veltroni - libero dai vincoli delle primarie - può continuare a sparigliare le carte. Anche nel suo stesso terreno.
Prima una massiccia campagna giovanilista, con l’obiettivo di presentare il Partito democratico secondo la filosofia del “voltare pagina”. E allora dentro neolaureate di “straordinaria esperienza” ma dai grandi sponsor, operai da mille euro al mese, giovani imprendiori dal cognome illustre (quelli che Montezemolo ha chiamato”i figli di”). Anche a costo di far pagare ai nomi storici della politica italiana (di centrosinistra): da Ciriaco De Mita a Giuliano Amato; da Romano Prodi a Vincenzo Visco a Luciano Violante.
Poi la seconda infornata: personaggi di lustro, uomini di successo nel loro campo d’azione: l’oncologo Umberto Veronesi (che però dovrà convivere con gli ultrà cattolici come Binetti e Bobba); il professor Pietro Ichino (che tesse le lodi della Legge 30 ma dovrà coabitare con Paolo Nerozzi, segretario Cgil di Bologna, che il testo Biagi lo farebbe a pezzetti); l’anima della Comunità di Sant’Egidio (l’Onu di Trastevere): il pacifista Andrea Riccardi.
Che dovrà fronteggiare almeno i due uomini d’ordine dell’ennesima tornata veltroniana. E mica due qualunque: il primo è il prefetto Luigi De Sena, già vice capo della polizia, e scelto come capolista del Pd in Calabria per il Senato. Perché, dice il segretario, De Sena è “uno dei protagonisti della lotta contro la mafia e la criminalità”. Il secondo è un altro pezzo da novanta: il prefetto Achille Serra. “Con lui” spiega a Radio Anch’io l’ex sindaco “ho lavorato a Roma e ne ho una grande stima”.
Serra (classe ‘41) è infatti stato prefetto nella capitale negli stessi anni in cui Veltroni era sindaco e ora è “Alto commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione nella Pubblica amministrazione” (e l’incarico di rimettere ordine nel sistema sanitario calabrese).
Senonché Achille Serra una puntatina alla Camera l’aveva già fatta - dal ‘96 al ‘98 - nelle fila di Forza Italia. Trasformismo? Per Maurizio Gasparri, di An, anche qualcosa in più: “Si vede che l’età della pensione gioca brutti scherzi”. E aggiunge: “Da commissario anti-corruzione a parlamentare disposto a candidarsi una volta a destra una volta a sinistra per una poltrona ed arrotondare lo stipendio. Cosa non si farebbe per qualche euro in più”. Ma Veltroni è irremovibile: “La candidatura di Serra risponde al nostro sforzo per un grande rinnovamento delle liste e del Parlamento”. Considerazioni condivise dallo stesso aspirante deputato: “Sono orgoglioso di questa candidatura perché penso che Veltroni possa essere veramente il nuovo”.
Ecco la parola d’ordine, che sta alla base del mosaico veltroniano. La prima vera missione del Pd è infatti apparire come un partito completamente nuovo. E con candidati che provengono dalla società civile e sono scelti, una volta messe da parte le consultazioni degli iscritti, con un criterio diverso: la volontà del segretario di conciliare gli opposti e non dispiacere a nessuno.
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Capitava anche a Prodi. Non passava giorno che l’azione del suo governo non fosse oscurata dalle liti dei suoi ministri o dalle battaglie (verbali e di piazza) degli esponenti della sua stessa maggioranza.
Sta capitando anche a Veltroni: nel giorno in cui l’ex sindaco di Roma presenta il programma del Pd, l’attenzione viene catturata dall’accesa polemica tra Emma Bonino e Rosy Bindi. A sferrare il primo colpo è il ministro della Famiglia, che dalle colonne de La Stampa attacca a testa bassa i Radicali: “Se sono coerenti non dovrebbero firmare l’accordo con Veltroni e non dovrebbero candidarsi” con il Pd.
A stretto giro di posta arriva la risposta dell’attuale e futuribile ministro Bonino (Veltroni, per strapparle il sì all’accordo, le ha dovuto promettere un dicastero, in caso di vittoria): “L’intervista della Bindi mi stupisce, la attribuisco ad un dato di pressione a cui lei è probabilmente sottoposta. Se vuole dire che avrebbe preferito liste radicali collegate al Pd si sarebbe potuta spendere in quel senso, cosa che non ha fatto. Ciò che trovo stupefacente è quando lei dice sì a Bonino in quanto ministro e non in quanto radicale”.
Rosy la pasionaria, nell’intervista che ha innescato la polemica, aveva puntualizzato che il programma del Pd non è soggetto a modifiche: “A proposito di testamento biologico, diritti dei conviventi, legge 194, sono scritte alcune cose e sono stati messi punti e virgole pesanti. Non è che se uno si candida con noi può permettersi di firmare quel documento e il giorno dopo in parlamento presenta robe che non hanno niente a che fare con quanto stabilito”.
E poi, a proposito della diversità di posizioni interne al Pd come quelle tra una Emma Bonino e una Paola Binetti, invita tutti a “limitarsi perché la forza del Pd dev’essere la logica opposta a quella dell’Unione dove uno compensava l’altro alzando la voce in una confusione generale che era la sola percepita dagli italiani”. Ma l’ennesimo schiaffo di Rosy all’esperienza prodiana non basta ad allontanare da Veltroni il fantasma del Professore, quotidianamente impegnato a mediare tra le diverse e avverse posizioni della sua rissosa maggioranza.
In realtà, già ai primi accenni di protesta e preoccupazione espressi dalla “corrente” cattolica dei Democratici (che si riunirà in un convegno il prossimo 27 febbraio), il candidato premier aveva fatto spallucce: “Serve la sintesi, i partiti moderni sono così”, aveva detto. Citando a memoria dal copione di un film già visto: quello vissuto, senza troppa fortuna, dal premier dimissionario. Oggi Walter ci riprova: “Davvero in Italia ci deve essere di nuovo una divaricazione tra laici e cattolici? Ma davvero, nel 2008, dobbiamo tornare a mettere in discussione il fatto che ci sono due verità: la prima è che le istituzioni sono laiche per loro natura e sono quelle che decidono. La seconda è che, però, ciascuno deve poter portare il suo punto di vista, anche religioso, nell’impegno civile”.
A mettere una pietra sopra, non al duello tra le due donne, ma alle liste “radicalizzate” del Pd ci pensa alla fine Famiglia cristiana in uscita mercoledi.
E la pietra è di quelle tombali: “Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”, titola un editoriale del settimanale dei Paolini. Che recita: “I cattolici che hanno deciso di fare politica nel Partito democratico giudicano severamente la scelta di Veltroni di imbarcare nelle liste i radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino e si pongono pure qualche dubbio circa la scelta di candidare a Milano il professor Umberto Veronesi, autore di una sorta di manifesto per la ‘libera scelta di morire’, cioè l’eutanasia, anche se lui ha detto che si occuperà solo di migliorare la sanità in Italia. I radicali hanno una concezione confessionale della loro identità. Ogni scelta, ogni nome ha valore simbolico. La squadra di candidati, negoziata con Walter Veltroni, ha una forte fisionomia radicale, connotata su battaglie che, come ha detto Emma Bonino, non si interrompono affatto”.
E ora l’impressione che Veltroni debba mediare anche fuori dal partito è più reale che mai.
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“Fino a due settimane fa mai avrei immaginato che oggi sarei stato qui per raccogliere il testimone da Veltroni e ricominciare il lavoro che ho svolto fino al 2001. Mi ha convinto Goffredo Bettini e anche Walter qualche giorno fa mi ha detto: se poi avessi voglia di candidarti a Roma… Allora ho rotto gli indugi e sono sceso in campo”.
Esordisce così il candidato sindaco del Pd, Francesco Rutelli, attuale vicepremier di Romano Prodi. Davanti alla platea di “Viva Roma” la festa organizzata non tanto per il ritorno in corsa di Francesco, quanto per salutare “Uolter”, il sindaco uscente. Che dopo sette anni lascia il Campidoglio per tentare la corsa a sindaco d’Italia.
Un addio alla “sua” Roma in puro stile “veltroniano”: parole intense, emozioni forti, un bagno di folla e di vip e le commoventi immagini che scorrono sul megaschermo alle sue spalle. Nei tanti cameo proiettati, ci sono stati anche gli auguri di Francesco Totti: “Grazie a Walter” ha detto il capitano giallorosso “per l’amicizia che mi hai dato, che hai dato a Roma e ai romani”.
E l’ex sindaco ha risposto da par suo: “Quelli trascorsi al Campidoglio” spiega Veltroni “sono anni che rimarranno per sempre nella mia vita”. A rendergli omaggio al Palalottomatica c’erano anche la madre di Renato Biagetti, il giovane ucciso a Ostia, la famiglia di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso in una stazione di servizio, i genitori di Marta Russo. E poi la “generazione Africa”, voluta da Veltroni, gli anziani, la sua squadra in Consiglio, capitanata dalla vicesindaco Mariapia Garavaglia avvolta in una sciarpa tricolore. E ancora Max Pezzali e Fiorella Mannoia con la loro musica.
Una ricetta semplice da raccontare la sua, ma impossibile da realizzare, ha detto in sostanza Veltroni, senza la collaborazione con cui Roma ha cercato di contrastare “l’odio e la violenza. Che non hanno mai prodotto nulla di buono, se non dolore, lacrime, abbandono e solitudine”, ha aggiunto l’ex sindaco di Roma. E a chiudere la stagione dell’odio, l’ex sindaco chiama sul palco la madre di Valerio Verbano, il militante dell’ultrasinistra ucciso 28 anni fa in casa dai sicari che lo aspettavano dopo aver legato i genitori e Gianpaolo Mattei, il fratello di Virgilio e Stefano, i due appartenenti al Msi, morti nel rogo della loro casa di Primavalle a cui avevano appiccato il fuoco gli extraparlamentari di sinistra di Potere Operaio. Sono i flash dei fotografi a suggellare l’emozionante momento della pacificazione, quando la madre di Verbano e Mattei si sono abbracciati.
Ma a chi crede che in questa Roma idilliaca, la rielezione di un sindaco Democratico possa essere una passeggiata, risponde lo stesso Rutelli: “La battaglia non sarà facile. Non diamo per scontata la vittoria, non è così. Qualunque sia il mio avversario del centro destra, sarà necessario impegnarsi ogni giorno della campagna elettorale, occorrerà lavorare duro. Io cercherò di dare il meglio di me stesso e lo metterò al servizio della città. Ci metterò passione e forza”, ha concluso Rutelli, “perché Roma lo merita e perché ne vale la pena”.
Il ministro della Cultura del governo Prodi, dovrà vedersela, con Gianni Alemanno, candidato per il Pdl nella corsa al Campidoglio. Due anni fa Alemanno, già candidato del centrodestra al Campidoglio, fu sconfitto proprio da Veltroni.
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Campagna elettorale sempre più nel vivo. I toni si scaldano, le sorprese aumentano e il tanto agognato fair play comincia a scendere. Certo, i vari protagonisti in campo non hanno ancora la clava in mano, come nel 2006, ma le battute che, a distanza, sfoderano l’un contro l’altro (anche all’interno degli stessi schieramenti) sono frecciate che lasciano il segno.
Da un lato Walter Veltroni liquida prima il governo Prodi: “In caso di vittoria ne faremo uno molto diverso” e poi le larghe intese: “È stato un errore non farle prima. La gente” scandisce il leader del Pd “si domanda perché le larghe intese non sono state fatte prima. L’Italia politica arriva sempre dopo e perde il treno”. E uno. Il segretario dei Democratici non cita mai Berlusconi, ma è chiaro che è a lui che imputa la colpa del mancato accordo sulle riforme quando “disse non al tentativo di governo Marini”.
Dall’altro il Cavaliere risponde, dal palco dell’assemblea dei Popolari Liberali che fanno capo all’ex Udc Carlo Giovanardi così: “Venerdì sera sono rimasto fino a tardi per vedere Matrix. Poi sabato mattina ho letto i giornali e viene fuori che io avrei detto di voler lavorare per larghe intese. Voglio smentire, io sono qui per vincere e avere una larga maggioranza e ottenere il diritto e il dovere di governare l’Italia”. Poi in serata rincara la dose: “A Roma stiamo assistendo a un giro di Walter: lui prima era vice di Prodi e Rutelli stava al Campidoglio, poi Francesco ha fatto il vice di Prodi e Veltroni era al Campidoglio. Ora di nuovo il contrario ma sono sempre gli stessi due…”. Infatti, spiega il leader del Pdl: “Veltroni è in politica da anni, non si abbia la faccia tosta di dire che si rappresenta il nuovo”. Ancora, improvvisando un siparietto con una simpatizzante di Forza Italia: “Ma lei fa l’attrice, signora. Deve farsi assumere da Veltroni, è lui che ha il diploma in cinematografia, io sono semplicemente laureato con 110 su 110”. E due.
E via di questo passo. Per un Berlusconi che si dice “Sconcertato per l’accordo Pd-Idv, e la mossa dei Radicali mette in conflitto il diavolo e l’acqua santa”, ecco la risposta del candidato del Pd: “Forza Italia si è opposta l’altro giorno, nella conversione del decreto milleproroghe, all’aumento dei salari”. Ci sarà da abituarsi, il ping-pong ci accompagnerà fino al 13 aprile, con variazioni sul tema e con leader che fino al mese scorso cantavano dalla stessa coalizione e oggi se le suonano da fronti opposti.
Per esempio, lo scontro Veltroni-Bertinotti. Anche qui, salgono i toni. Il leader Pd presenta il compagno Fausto alla stregua di retrogrado: “Siamo nel 2008, non nel ’53. Può una persona ragionevole pensare che la candidatura di un operaio contrasta con quella di un imprenditore?”. Certo che si può, s’entusiasma Bertinotti, la lotta di classe è ancora attuale. Oppure: la sfida Berlusconi-Casini. Il Cavaliere svela da Mentana che il leader dell’Udc è pronto a cambiare il suo simbolo pur di avere in lista De Mita che vuol rifondare la Dc. Secca replica di Casini: “Berlusconi ha detto ieri quello che sanno tutti gli italiani. I voti dati a lui serviranno ad una grande coalizione con la sinistra. Lo sfido a un dibattito in tv”. E il Cavaliere? “Abbiamo avuto tanto tempo per chiarirci, ma per me va benissimo fare il duello televisivo”.
E ancora: Boselli contro Veltroni. ”Walter Veltroni da sindaco di Roma ha impedito la realizzazione del registro delle unioni civili. Se il buongiorno si vede dal mattino credo che da segretario del Pd non farà nulla di diverso e cercherà di occultare i temi della laicità”, dice il segretario del Partito Socialista, partecipando a una manifestazione sulle coppie di fatto, insieme con Franco Grillini, candidato sindaco di Roma per il Ps. Insomma, il candidato premier del Pd sembra diventato il bersaglio preferito dagli ex compagni dell’Unione. Lo stesso ruolo che fino a poche settimane fa toccava proprio a Romano Prodi.
Ad attaccare l’ex sindaco di Roma ci si mette anche il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, intervenendo al comitato politico di Rifondazione Comunista: “Veltroni è stata la causa del fallimento del governo e noi non siamo riusciti a imporre un cambiamento. Non si può governare con Veltroni, ma c’è di peggio anche alla vittoria di Berlusconi e cioè che vengano fatte delle larghe intese con cui fare grandi porcherie”.
E non va meglio al segretario sul tema dell’accordo coi Radicali. Cotto e mangiato (manca solo la firma in calce al programma da parte di Bonino &Co, sull’esempio di Di Pietro che l’ha sottoscritto, giurando lealtà), ma non ancora digerito da buona parte dell’ala cattolica del Pd. Alla contrarietà (già nota) di Paola Binetti (che ora se la prende anche solo con l’idea che il collega di partito Umberto Veronesi possa diventare ministro della Salute), si associano gli allarmi di Pierluigi Castagnetti che parla a nome dei “cattolici che stanno all’interno del Pd, preoccupati per questa presenza però ci sentiamo impegnati a ridurre gli eventuali rischi che non ci siamo nascosti”. Dubbi e perplessità che sfoceranno il prossimo 27 febbraio, giorno della convention dell’area cattolica del Pd. E se non è una corrente, poco ci manca. Ma il leader Pd è preoccupato? Macché: “Serve la sintesi, i partiti moderni sono così”, dice, mutuando un’espressione che a Romano Prodi non ha portato molta fortuna…

E se si pensa che tutta questa ridda di dichiarazioni, battute, giudizi è stata profusa in una sola giornata, hai voglia a immaginare (e a sperare) una campagna elettorale “dai toni soft e incentrata sui problemi del Paese”, come auspica Franco Marini. Troppo ottimista il presidente del Senato? Forse sì, se alla fine, l’immancabile Beppe Grillo da Napoli, nel corso della giornata del rifiuto, chiosa: “Non vado a votare e ne sono orgoglioso. Mi sento umiliato perché non si può scegliere un partito, non si può esprimere una preferenza e non si può scegliere un programma perché sono uguali: Veltroni e Berlusconi vogliono le stesse cose”. Alla faccia delle larghe intese…

Il primo (Raffaele Lombardo) dice: “Non mollo, vado avanti per la mia strada”. L’altro (Gianfranco Miccichè) dopo aver scritto: “Sono con voi per la sfida, dura ma possibile, contro i nemici della Sicilia e contro gli amanti degli affari loschi!”, oggi sceglie il silenzio. Tra i due litiganti la terza si presenta, a sorpresa.
Donna, bionda, capace, mamma ed ex ministro. È l’identikit che corrisponde al nome di Stefania Prestigiacomo. Sarebbe infatti lei l’asso nella manica che Silvio Berlusconi, stando ai rumors siciliani provenienti dagli ambienti del Pdl, potrebbe calare nella complessa partita a poker che riguarda la candidatura del centrodestra a Governatore della Sicilia.
Il nome dell’ex ministro per le Pari Opportunità, si sottolinea, sarebbe emerso ieri, nel corso del colloquio a Palazzo Grazioli tra il Cavaliere e Gianfranco Miccichè, che all’uscita ha ribadito la sua intenzione di candidarsi alla Presidenza della Regione nonostante l’accordo raggiunto tra il Pdl e il leader del Mpa Raffaele Lombardo, sostenuto in Sicilia anche dall’Udc.
La candidatura della Prestigiacomo, in raltà già avanzata in tempi non sospetti dallo stesso presidente dell’Ars, servirebbe dunque a “sparigliare” i giochi, visto che sul nome dell’ex presidente dell’Ars si erano registrati una serie di veti contrapposti, in particolare da parte dell’ex Governatore Salvatore Cuffaro, protagonista di un duro scontro con Miccichè e tra i principali sponsor della candidatura di Lombardo.
Con la Prestigiacomo in campo lo stesso Miccichè sarebbe disposto a fare un passo indietro e a riporre nel casseto il “sogno” di correre anche da solo, fuori dal Popolo della libertà, con la lista “rivoluzione siciliana”: “Il nome di Stefania, per me, offre ampie garanzie, può essere lei a continuare la mia battaglia. Credo che su questa soluzione si arriverà a una convergenza di tutte le forze del centrodestra, compresa l’Udc”.

Non sono dello stesso avviso quelli dell’MpA che, corroborati dal pieno appoggio dell’Udc, non demordono: “Noi andiamo avanti per la nostra strada. Prendiamo atto che Forza Italia cambia il suo candidato, ma non cambia il nostro atteggiamento: domenica pomeriggio in provincia di Catania rilanceremo la candidatura autonomistica di Raffaele Lombardo, a presidente della Regione”. Soltanto giovedì sera, Raffaele Lombardo, in un’intervista al Tg1, aveva ribadito di essere già in campagna elettorale, concludendo l’intervista con un’affermazione secca: “Io non mi ritiro”.
Così quello che sembrava un capitolo chiuso, torna ad essere un problema aperto per Silvio Berlusconi. Anche perché tra gli azzurri siciliani la convinzione è che non si possa non avere, a 50 giorni dall’election day, un nome definitivo e un’intesa stabile: ”Finché era Miccichè, nessun problema, si tratta dell’uomo che ha generato Forza Italia in Sicilia. Se al posto di Miccichè spunta Alfano, bene lo stesso perché è il leader regionale del partito. Ma questa storia della Prestigiacomo è difficile da mandare giù”, fa sapere l’europarlamentare di FI, Francesco Musotto, commissario provinciale di Palermo del partito. Il timore è insomma che frammentando il blocco di centrodestra si rischia di fare il gioco degli avversari dell’Unione. Che invece corre spedita sul tandem tutto al femminile Anna Finocchiaro - Rita Borsellino.

Niente espulsioni, poca sicurezza. Per la seconda volta.
E non consola il fatto che il governo, a meno di due mesi dal voto, di fatto sopravviva solo per le “pratiche correnti”. Piuttosto fa male costatare come l’esecutivo abbia rinunciato alla sicurezza, scegliendo di non convertire in legge il decreto “in materia di espulsioni e di allontanamenti per terrorismo e per motivi imperativi di pubblica sicurezza”.
E alla rinuncia si somma la beffa: la scelta di lasciare cadere il provvedimento viene annunciata mentre le agenzie di stampa battono la notizia che quel giorno sciagurato a Tor di Quinto furono tre i rumeni che assistettero all’assassinio di Giovanna Reggiani senza muovere un dito per fermare l’assassino. Anzi, uno di loro prese al volo la borsa strappata alla donna e la nascose, come Mailat, il giovane killer, gli diceva di fare.
E pensare che quel decreto era nato, d’urgenza, proprio dopo la morte della signora Reggiani. A volerlo era stato Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, che per primo e con insistenza aveva chiesto un provvedimento immediato in materia di espulsioni e contrasto della criminalità straniera. Aveva chiesto, l’attuale candidato premier del Pd, il pugno duro a Prodi. Aveva richiamato il mondo della politica “all’unità nazionale”, aveva addirittura “veltronizato” il governo, chiedendo di non transigere in tema di sicurezza. E invece.
Ad annunciare la rinuncia è stato il sottosegretario ai Rapporti col Parlamento Giampaolo D’Andrea, spiegando che su gran parte del contenuto del decreto mancava “il consenso unanime dei gruppi” e per questo il governo aveva deciso “di non procedere”. Insomma, quel decreto non sarà mai legge, resterà lettera morta. Come resteranno solo ipotesi i calcoli fatti dall’esecutivo sull’efficacia del provvedimento. A dicembre si stimava, sulle allora 181 espulsioni effettuate, che in un anno lo Stato avrebbe allontanato circa 1200 persone. Ora nessuno verrà espulso.
Quel che è sicuro è che il Viminale sta correndo ai ripari: “Le norme del pacchetto sicurezza che verranno trasferite per intero in un decreto legislativo che sarà approvato la prossima settimana in Consiglio dei ministri”. Amato garantisce che ci sarà un nuovo decreto subito operativo, visto che quello di ieri ha registrato una seconda sconfitta. La prima volta Amato era stato “obbligato” a lasciarlo cadere. Infatti, durante le procedure di conversione in legge in Parlamento, una modifica al testo originale del governo, per inserire le norme anti-omofobia, aveva causato un bel “pasticcio”. Un emendamento sostituiva la legge Mancino. Cancellava la legge contro l’odio e la persecuzione razziale. Si è dovuto rimediare all’errore rinunciando alla conversione in legge.
Ieri l’ultimo capitolo. E, come detto, la decisione sul decreto legge è stata la rinuncia: verrà lasciato decadere. I tempi infatti non ci sono, il Parlamento non può attuare la conversione in legge. Le conseguenze ora potrebbero essere gravissime. Come bene spiega il leghista Roberto Cota, perché tecnicamente non è possibile reiterare un decreto con gli stessi contenuti: “La nostra Costituzione lo vieta” dice l’onorevole del Carroccio. “Oltretutto quando il decreto decadrà tutte le espulsioni eseguite fino ad ora potranno essere contestate”. Al problema pratico per Cota si aggiunge quello politico: “In materia di sicurezza nel centrosinistra non c’è unità. Questo la dice lunga sull’affidabilità del candidato premier Veltroni”.

Nove seggi “sicuri” (ma non per Pannella), un posto da ministro per la Bonino, una quota dei rimborsi elettorali, e la garanzia del 10% degli spazi in tv destinati al Pd in campagna elettorale.
A queste condizioni e alla fine di una lunga e travagliata trattativa, è arrivata la fumata bianca: i radicali hanno detto sì al Pd di Walter Veltroni.
Via libera quindi, dopo una riunione fiume di sette ore, a Largo di Torre Argentina, allo sciogliemnto nelle liste democratiche della pattuglia radicale. Nessun apparentamento, nessuna coalizione. Passa quindi la proposta fatta, in nome dei democratici, dal plenipotenziario veltroniano Goffredo Bettini. Proposta definitiva, da prendere o lasciare.
E i radicali l’hanno presa. E si portano a casa un pacchetto generoso. Appunto: nove parlamentari sicuri (anche se con l’apparentamento del simbolo e il 2% nelle urne i radicali calcolavano di averne dodici), Emma capolista e uno dei dodici eventuali ministri di un governo Veltroni, il trasferimento di una quota di rimborsi elettorali pari al numero dei seggi e la garanzia del 10% degli spazi televisivi elettorali destinati al Pd.
Soddisfatti, quindi? Sì e no. E per capire perché basta sentire la segretaria dei Radicali italiani Rita Bernardini e il segretario dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato annunciando il via libera a chiarire che la proposta è una “base di partenza, che sarà ora necessario trasformare in un vero e proprio accordo politico-elettorale con il segretario Veltroni”. Accordo sottoposto ora al vaglio, previsto per sabato e domenica prossimi, del comitato dei Radicali italiani e del Consiglio generale dell’associazione Coscioni. E comunque: prendiamo atto - continuano Bernardini e Cappato - che “la nostra offerta di collegare la lista radicale al candidato presidente del consiglio Veltroni e al partito democratico si scontra con un pregiudiziale rifiuto nonostante il sostegno di personalità della cultura e della politica. Ci assumiamo la responsabilità di subire l’impostazione alternativa di inserimento di candidati radicali nelle liste del Pd, nonostante continuiamo a ritenerla meno efficace per conquistare una maggioranza riformatrice in occasione delle prossime elezioni politiche”.
Anche nei democratici c’è comunque chi storce il naso. A parte l’ala “teodem” del partito già in subbuglio (Pier Luigi Castagnetti paventa una tragica “fuga di voti cattolici” davanti al Satana radicale e Paola Binetti rincara: “Se si toccano i temi etici, le loro posizioni sono impossibili da condividere”), anche un big come il ministro Arturo Parisi ha confessato la sua preferenza per un apparentamento con i radicali piuttosto che con Antonio Di Pietro.
Ma Veltroni è stato netto: il leader teneva all’ingresso della Bonino (”A un bravo ministro come lei non si può rinunciare” aveva detto nei giorni scorsi), ma temeva contemporaneamente di essere risucchiato in una di quelle infinite querelle mediatiche di cui “l’incontrollabile” Pannella è insuperato maestro. Magari trovandosi costretto a riaprire le trattative con i socialisti, i democristiani delusi, i referendari.
E allora chi ha vinto? Il segretario Democratico che concedendo ai radicali solo nove seggi non corre il rischio che dopo le elezioni, questi costituiscano un gruppo autonomo, libero da qualsiasi disciplina di partito? O hanno vinto i radicali che, correndo in braccio al Pd anche a costo di sciogliere la storica coppia Bonino-Pannella, possono ora usufruire di risorse e spazi mediatici ai quali difficilmente avrebbero potuto aspirare andando soli?
La risposta la daranno gli elettori, il 13 e il 1 aprile.