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(Bruno Ehrs/Corbis)
“Sai che bello svegliarsi con il canto del muezzin!” scrive Bobo su un blog. “No alla moscheizzazione territoriale” gli risponde un altro. Corrono sulla rete i commenti al referendum che domenica 29 novembre ha sancito il divieto “costituzionale” di costruire nuovi minareti in Svizzera.
La scelta è stata condannata con forza nelle sedi ufficiali, dall’Unione Europea all’Onu, dai giornali agli intellettuali di tutto il mondo. Ma, a giudicare dai risultati del sondaggio (sotto i grafici) che Panorama ha commissionato alla Euromedia Research, ancora una volta la “pancia” degli italiani ragiona in modo diverso dal cervello delle élite culturali, che peraltro avevano pronosticato un fallimento del referendum svizzero. Continua

Nome: Gianfranco Pasquino. Professione: indipendente, da tutto. Logica conseguenza per chi ha poppato il latte delle idee di sinistra direttamente dalla fonte: Norberto Bobbio. Per 11 anni è stato senatore della sinistra indipendente, maître à penser di un mondo che non si riconosce nel radicalismo di Rifondazione, né nel piano inclinato della sinistra verso il centrismo: Pci-Pds-Ds-Pd. Il professore di scienze politiche all’Università di Bologna, ma indipendente dal giro prodiano (che è quello che conta in città), a 67 anni si candida alla carica di sindaco di Bologna con una lista, ovviamente, indipendente. E arrabbiata, soprattutto contro l’ex sindaco Sergio Cofferati, il Pd e la sinistra tutta.
Pasquino, per Pasquino, è “la sinistra”, quella vera, che manca, quella di cui, secondo lui, c’è nostalgia. “Noi siamo quelli che starebbero a casa se non ci fossi io, che non voterebbero uno scialbo candidato ufficiale del Pd, Flavio Del Bono, un imprenditore come Alfredo Cazzola o un ex sindaco come Giorgio Guazzaloca”.
Professore, lei lo sa, vero, che non diventerà mai sindaco…
Ma scherza? Io arrivo al ballottaggio sull’onda di un grande scontento della città nei confronti del candidato del Pd, e a quel punto loro non possono che votare me.
Sicuro di arrivare al ballottaggio?
Che fa, ci prova? Vuole che le risponda di no? E io le dico di sì.
D’altra parte lei è dato al 6 per cento…
Così mi deprime. Siamo in crescita.
Lei è stato comunista?
Mai.
Ma è stato 11 anni senatore della sinistra indipendente. E i suoi elettori erano comunisti.
Sì, però io non sono mai stato comunista. Né come pensiero né come appartenenza partitica. Tecnicamente sono un azionista.
Quindi laicista.
Laico.
Come mai a sinistra nessuno si dice comunista?
Walter Veltroni lo è stato, Massimo D’Alema lo è stato…
Veltroni dice di no.
L’insostenibile leggerezza della politica.
Perché è deluso dall’ex sindaco Sergio Cofferati?
Ha sempre dimostrato di non essere assolutamente interessato alla città. E poi la sua candidatura è nata male, paracadutato da Roma senza nemmeno fare le primarie.
E perché lei non ha partecipato alle primarie? Il Pd le aveva offerto i voti necessari.
Mi aveva offerto le firme necessarie per essere sconfitto in un confronto con Del Bono, sostenuto dall’apparato. Una polpetta avvelenata che non ho mangiato.
Lo sa che il suo amico Luigi Pedrazzi, sociologo del Mulino, ha detto che la finanzierà ma non sa se la voterà?
Gigi ha sempre voglia di scherzare. Però è vero che la pensiamo diversamente su molte cose. Per esempio io penso che gli israeliani abbiano non solo il diritto di sopravvivere, ma anche di reagire; lui pensa che gli israeliani esagerino sempre.
Lei ha detto che la prima cosa che farebbe da sindaco sarebbe abolire tutte le consulenze. Fa il dipietrista?
Antonio Di Pietro molto spesso ha ragione. E, anche se non lo sa, dice cose di sinistra. Però c’è una differenza di stile, io bene o male sono uno studioso e Di Pietro no, e poi io non tratto sulle poltrone, lui sì.
Perché il Pd ha scelto Del Bono, che nessuno conosce?
Ho una risposta cattivissima, la vuole?
La prego.
Perché è l’unico che, se vince, libera ben tre poltrone: assessore al Bilancio, vicepresidente della regione e consigliere regionale.
Dica qualcosa di sinistra.
Facile: giustizia sociale. Chi ha di più favorisca un riequilibrio con coloro che hanno meno.
Lei guadagna più o meno di 120 mila euro l’anno?
Francamente non lo so, ma credo di più. Comunque Dario Franceschini ha ragione. Bisogna chiedere ai ricchi un contributo.
Chi guadagna 120 mila euro è un ricco?
No, però è probabile che chi dichiara 120 mila euro ne guadagni molti di più.
Ti faccio pagare anche quello che non dichiari anche se non so quanto sia.
Esatto.
Capisco…
Ma dovrebbero essere i parlamentari a dare l’esempio, solo che nemmeno Rifondazione ha preso questo impegno. La casta è davvero potente.
Alla sua età si mette a fare campagna elettorale? Non era più comodo continuare a scrivere per La Repubblica?
Uhhh, certamente sì. Tra l’altro gli altri candidati hanno più soldi di me.
Ma lei ha la Lega.
La Lega?
Delle coop.
Ah… eh, magari, non mi ha dato un centesimo e non controlla i suoi.
A Bologna ci sono 26 mila cassintegrati. Che si fa?
Ha visto come è ridotta Bologna?
No, come?
Ci sono buchi e sporcizia da tutte le parti. Una volta era pulita, ordinata, e credo che ci sia una enorme opportunità per impiegare chi ha perso il lavoro per farla tornare bella e appetibile per i turisti.
Paga il comune?
Sì, sono keynesiano. Qualcosa in contrario?
Facile essere keynesiano adesso, dopo che il monetarismo ha portato a questa crisi.
Io lo ero anche prima.
Che cosa vuol dire essere keynesiano?
Un governo stabile, onesto, che dura, costringe i sindacati a essere molto più moderati nelle loro richieste e gli industriali a fare i conti con un comune che decide dove si investe e dove no. Questo è il compromesso keynesiano con gli industriali: noi vi controlliamo i sindacati, per così dire, perché sanno che noi, governo di sinistra, siamo il miglior governo che possono avere, e voi investite dove diciamo noi. Questo è il compromesso che ha fatto grandi Bologna, Reggio Emilia, Modena…
Che ne pensa di Pancho Pardi, il professore fiorentino inventore dei girotondi?
Simpatico con alcune idee fisse: antiberlusconismo e sinistra fallimentare. Non si va lontano con Pardi.
Qual è il problema del Paese?
Siamo poco competitivi, impastoiati nel familismo, nessuno è disposto a combattere per vincere rischiando.
Quindi hanno ragione Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, il liberismo è di sinistra?
No, non il liberismo, ma la competizione è di sinistra.
Allora sarà favorevole alla liberalizzazione delle farmacie e dei taxi.
Beh, con un regolamento comunale apposito certamente sì.
Lei è un intellettuale?
Sì, ma della curva.
Sul caso Englaro il Pd in provincia di Bologna si è astenuto, lei cosa avrebbe fatto?
Totale libertà di scelta. Beppino Englaro, per le infamie che gli sono state rivolte, dovrebbe chiedere i danni.
Accetterebbe una centrale nucleare sul territorio del comune?
Bisogna coinvolgere la cittadinanza.
Devo scrivere no?
In Italia la cittadinanza non viene in genere coinvolta; e se lo fosse, alla fine non sono certo che direbbe un no.
Lo sa che le polemiche migliori le ha fatte contro il centrosinistra invece che contro il centrodestra?
Questa è un’accusa infamante. È il Pd che polemizza con me.
Dopo Bologna leader del Pd?
Il Pd è un vagone piombato. Farei il leader di un partito socialdemocratico, che è il partito che davvero manca all’Italia.
La sinistra perderà alle europee?
La società italiana non è divisa in classi sociali, ma in ceti. Nei ceti conta lo status e questo impedisce i grandi movimenti sociali.
Non ho capito.
Non è in sintonia con la società da tantissimo tempo. Basta guardare Milano, la dimostrazione dell’incapacità della sinistra di capire cosa succede nella realtà: prima hanno candidato sindaco il baffuto Nando Dalla Chiesa, poi l’industriale Aldo Fumagalli, poi il sindacalista Sandro Antoniazzi e poi il prefetto Bruno Ferrante. Con questi candidati non avrebbero mai vinto.
Romano Prodi cosa dice?
Sta con Del Bono.
Lei non ha mai amato Prodi, vero?
Scriva: Pasquino dice che preferisce non rispondere.

“La maggior parte li ho inventati io: 40 anni fa”. Aldo Brandirali, fondatore di Servire il Popolo negli Anni ‘60 e uno dei leader della rivolta studentesta del ‘68, legge con un sorriso pieno di compassione gli slogan della protesta studentesca versione 2008. Davanti alla sua spremuta d’arancia seduto al tavolino di un bar della periferia milanese, li legge e sorride. “Roba un po’ vecchia”, ripete rammaricato, “questi slogan non colgono la sostanza del problema scolastico, ovvero che non è più un luogo di formazione dell’uomo, dove una persona può fare delle esperienze educative”. È cambiato, Brandirali. O forse no. Da leader del partito marxista-leninista italiano oggi è consigliere di Forza Italia al comune di Milano. Quindi cambiato, è cambiato anche se continua a “servire il popolo” guidando ben sei associazioni che si occupano di disagio sociale delle famiglie e delle persone che gravitano nelle periferie cementificate di Milano. Nel sito del comune la sua biografia aggiunge: “È diventato adulto correggendo il suo pensiero sulla politica e a 50 anni è diventato cristiano”. Ed è con questi occhi che rilegge gli slogan scanditi da studenti, insegnanti e genitori durante lo sciopero contro la riforma del ministro Gelmini. Slogan incredibilmente simili a quelli che gridava lui nelle stesse strade, nelle stesse piazze dove martedì 21 hanno sfilato i contestatori del XXI secolo. Per Panorama Brandirali ha accettato di commentarli uno per uno.
La scuola è degli studenti e dei docenti non della Gelmini e di Tremonti
Questo slogan rientra perfettamente nella mitologia sessantottina, solo che non ha mai funzionato perché la logica di questo slogan porta inevitabilmente al 6 politico e ai bambini nei cortei.
Cacciamo i Baroni, torneranno i conti
Contiene la quintessenza del ‘68 che prese origine proprio come rivolta contro le baronie universitarie. Ma ciò che mi colpisce non è che dopo 40 anni i baroni sono ancora nelle scuole, ma che i baroni di oggi sono i sessantottini di ieri.
Decreto e fiducia sono in sostanza paura del confronto e arroganza
Questo la può avere inventata solo il figlio di Walter Veltroni.
Cultura uguale a dissidio
È la prova della totale decadenza della scuola perché in questa frase la cultura viene ristretta nell’ambito del pensiero critico. Se non hai un pensiero critico non hai cultura. Di conseguenza se distruggi sei nel giusto e nel vero. L’esperienza del ‘68 porta a concludere che alla distruzione, provocata proprio dal pensiero critico, non è seguita alcuna forma di costruzione.
Fuori Confindustria da scuole e università
Questo è nuovo. Quarant’anni fa non c’era nemmeno lontanamente questa possibilità mentre adesso gli imprenditori dimostrano una attenzione verso la formazione. Dire che devono stare fuori dai luoghi dove si forma il sapere e la conoscenza è un puro pregiudizio.
Contro la scuola dei padroni, 10, 100, 1000 occupazioni
Questo lo gridavo io al tempo del Vietnam. In sostanza il messaggio implicito consiste nel sostenere che la minoranza di oggi sarà la maggioranza di domani e che anche se sono in minoranza sono nel giusto. E se proprio la maggioranza non dovesse seguirti allora si passa alla lotta armata.
No alle classi differenziali, i bambini sono tutti uguali
Questo è l’errore dell’uguaglianza che è il più grave degli errori ideologici perché è vero che i bambini sono tutti uguali, ma alcuni hanno diritto ad un aiuto maggiore perché, semplicemente, non conoscono la lingua italiana come la conosce un bambino italiano. Applicare nel concreto questo slogan significa discriminare ancora di più chi è già in difficoltà sostenendo però che lo si fa per il suo bene.
Quando la scuola è in vendita, ribellarsi è giusto.
È un altro storico slogan sessantottino. Ancora oggi io credo che ribellarsi sia giusto salvo il fatto che il ribelle è, nei fatti, un uomo solo, isolato e isolare l’uomo è da sempre l’obiettivo primario del potere.
Contro la riforma non basta una sfilata: lotta dal basso autorganizzata
Questo l’ho inventato io. Ne feci anche una variante e sulla facciata di una vetreria di Cernusco appesi uno striscione gigantesco con su scritto: “La lotta è l’unica democrazia degli sfruttati”.
No alle scuole di classe
Giusto, spero che a gridare questo slogan ci fossero anche i figli di papà. Infatti oggi c’è ancora qualcuno che crede alla lotta di classe, solo che non sono i poveri, sono i ricchi.
Berlusconi, Tremonti, Gelmini: non vogliono studenti ma solo burattini
Io, che di queste cose ho una certa esperienza, starei più attento a non essere ridotto a burattino da chi dirige la protesta, questa come qualsiasi altra. Questa, in particolare, non è nata in casa Pd, ma in casa Cgil la cui unica preoccupazione è che non si tagli l’occupazione. Se gli studenti non fossero dei burattini avrebbero dovuto gridare: meno dipendenti e più insegnanti.
Non saremo noi a pagare la vostra crisi
È giusto in sé, solo che ciò che sta avvenendo è che siamo noi, inteso come popolo, a pagare la loro crisi, intesi come banchieri.
Le mie maestre sono già uniche
Magari!
Meno scuola, lo dice il decreto, per fare le letterine basta l’alfabeto
Molto creativo, lo condivido in pieno.
Bloccheremo tutto
Noi nel ‘68 bloccammo tutto e fu un disastro.
La riforma fatela davvero, libri di testo a costo zero
Buona idea.
L’Università pubblica non si tocca, la difenderemo con la lotta
È uno slogan colmo di pregiudizi e io ne ho vissuti a tonnellate di pregiudizi. Schierarsi da una parte contro un’altra a prescindere dalla realtà è il modo migliore per coltivare pregiudizi
Tagliate le armi per risparmiare, la scuola pubblica deve restare
Ma perché deve restare solo quella pubblica? E della Bocconi che ne facciamo, la chiudiamo?
Ministro Gelmini, ma dell’istruzione capisci qualcosa o vuoi una lezione?
La domanda è giusta, anche se espressa in una forma vagamente minacciosa.
Se l’istruzione vi sembra un costo, provate l’ignoranza
Bello. Esprime la tradizionale creatività di chi protesta. Meglio di questo slogan c’è solo: Meglio bionda che Brunetta. Ma, almeno questo, non l’ho inventato io.
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In un futuro non lontano “giù per il tubo” non sarà solo il titolo di un film di animazione, ma un’indicazione stradale. Almeno otto città italiane stanno studiando la possibilità di incanalare una parte del traffico, quello delle direttrici più intasate, dentro tunnel autostradali scavati a 35 metri di profondità, lunghi anche decine di chilometri, con uscite in corrispondenza di autostrade, aeroporti, quartieri residenziali o centri direzionali. Non è fantascienza: l’hanno già fatto in mezza Europa, Roma compresa.
Ora la Torno vuole costruirne in Italia almeno otto, tante sono le città alle quali lo ha proposto ma i cui nomi vuole mantenere riservati. Sarà probabilmente Milano a battere le altre sul tempo. La Torno e il raggruppamento di imprese del quale è leader (comprende, tra gli altri, Unicredit e Falck) proposero di costruire un’autostrada interrata già nel 2001, quando sindaco di Milano era Gabriele Albertini. Il progetto, che ha già ricevuto la dichiarazione di pubblica utilità, collegava l’attuale area dell’Expo 2015 e piazza della Repubblica, in centro. Il sindaco Letizia Moratti immagina l’allungamento del tunnel fino all’aeroporto di Linate.
Risultato: 15 chilometri di strada sotterranea che tagliano Milano, alta circa 5 metri, a 6 corsie (due per senso di marcia più due d’emergenza) con nove uscite verso la superficie, per ridurre del 50 per cento le emissioni nocive (i gas di scarico vengono trattati all’interno del tunnel) e con un costo per il Comune pari a zero. Perché la Torno incasserà i pedaggi.
“L’opera è una delle priorità che abbiamo individuato in vista dell’Expo” dice Carlo Masseroli, assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, “per alleggerire il traffico di superficie”.
Ma si farà davvero? “Io spero di sì” conclude Masseroli, per nulla preoccupato dei costi di realizzazione: poco più di 2 miliardi di euro, totalmente in carico alla Torno, colosso impiantistico (impegnato in tutte le cinque linee della metropolitana milanese) che fino a ieri era di proprietà di Carlos Bulgheroni, l’italoargentino più ricco del mondo, e oggi è al 40 per cento di Alberto Rigotti. “A tutte le città alle quali abbiamo presentato il progetto abbiamo proposto di prenderci in carico i costi dell’opera in cambio della gestione. A Milano la concessione è di 60 anni, compresi gli 8 che servono per realizzarla”.
Secondo il progetto, ogni anno passeranno nell’autostrada 170 milioni di veicoli per chilometro, l’87 per cento dei quali privati e il 13 per cento merci, riducendo del 20 per cento il traffico di superficie e del 25 per cento i tempi di percorrenza. “Il problema sta nei tempi” avverte Rigotti “perché se non si parte entro la fine dell’anno, l’opera non potrà essere pronta per il 2015. Milano deve scegliere: diventare un punto di snodo del corridoio 5 Lisbona-Kiev oppure essere il collo di bottiglia dell’Europa”.