Archivio per autore: » paolo_di_bruno

Il sindaco di Perugia: basta con il garantismo peloso, siamo disarmati contro lo spaccio

Raffaele Sollecito ed Amanda Marie Knox vicino alla villetta dove è stata uccisa  Meredith Kercher a Perugia
“In Italia c’è un garantismo peloso che indebolisce soprattutto i deboli”. Così il Sindaco di Perugia, Renato Locchi, una tessera del Pci dal 1967 e attualmente membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico, in un’intervista rilasciata questa mattina al Giornale Radio Rai. Il tema è quello della sicurezza in una città in cui, ben prima dell’omicidio di Meredith Kercher, l’allarme per le aggressioni e lo spaccio di droga era già altissimo. “Quello che fa infuriare i miei cittadini” dice Locchi “è vedere tre o quattro spacciatori che vengono arrestati, e dopo 48 ore sono di nuovo lì. Poi li riarrestano. Alla terza volta immagino che anche il poliziotto che deve arrestarli li rincorre con meno determinazione perché è frustrato”. Il primo cittadino del capoluogo umbro chiede più certezza della pena, pene più severe e meno “lassismo”. Secco no di Locchi anche a una visione “vagamente terzomondista del genere ‘Poveretto viene da un paese così disagiato’… E no, basta!”

Primarie: a spasso tra i seggi. Fenomenologia dell’elettore Pd

Una famiglia romana al voto per le primarie del Pd
Un quotidiano sotto il braccio non fa il monaco. Ma almeno ti fa capire come la pensa.
Roma, Campo de’ Fiori, Via de Giubbonari 38, esterno giorno. Già casa del fascio, già sezione del Pci, Pds, Ds, Ulivo e ora Pd: la storia politica d’Italia in un numero civico. Ore nove e trenta. Sole, molto sole. Temperatura da “ottobrata romana”. Fosse stata estate sarebbe stato un pessimo giorno per le urne. Meglio la cabina balneare che quella elettorale. E invece la fila arriva in strada. Ha appena votato il candidato outsider Mario Adinolfi. Lui dice di voler intercettare parte dei “vaffaboy”. Il popolo di Grillo: un po’ blogger, un po’ esasperato. Fuori dal seggio delle primarie almeno dieci persone con giornale sotto braccio. Per l’esattezza: quattro “Repubbliche”, due “Corrieri della Sera”, tre “Messaggeri”, una “Unità”. E poi due cani di piccola taglia al guinzaglio, due passeggini al seguito. A votare sono per la maggior parte persone sopra i sessantanni. Persone benestanti, lontane da quel popolino che ha abbandonato quasi completamente le vecchie case nel cuore di Roma. Professionisti e vecchi professori. Qualche artista, qualche sopravvissuto allo tusunami immobiliare degli ultimi vent’anni. Per lo più a fare la fila è il popolo dei soffitti a cassettone di Via Giulia, sono i fortunati proprietari degli attici sul Lungotevere, sono quelli che magari con qualche sacrificio vivono nei deliziosi appartamenti del Ghetto. Alle 10 e 30 avevano votato già mille persone. Il cuore a sinistra e il portafoglio a destra.

Pochi chilometri più in là, sulla stessa sponda del Tevere, Piazza del Popolo abbraccia la città. Il seggio elettorale del Pd è all’inizio del “Tridente”, il punto di partenza di via del Corso, di via di Ripetta e di via del Babuino. Accanto l’Associazione dei diritti del pedone, con un gazebo simile a quello delle “primarie”, sensibilizza i passanti contro le stragi sulle strade. Per chi azzecca il gazebo giusto la fila è scorrevole.
Zona d’elite anche questa. Molti “Corrieri della Sera”, a sopresa un “Manifesto”. Turisti stranieri incuriositi, italiani per il week end nella Capitale più interessati alle vetrine dei negozi.
A Pochi metri lo storico bar Rosati. Di fronte, in divieto di sosta, due macchine di scorta e una di rappresentanza. Anche la “casta” fa colazione.
Un giovane a Roma vota per le primarie del Pd
D’altra riva del fiume, il popolo del Pd vota a Piazza Risorgimento. Il “cupolone” incombe. L’Angelus del Papa è appena terminato. Fedeli, turisti, preti e suore passano veloci. C’è più fila alle bancarelle che al gazebo del Pd. “Il flusso è stato continuo da questa mattina”, dice un rappresentante di lista. Sacerdoti? Per ora nessuno”. La Guardia di Finanza presidia la piazza contro gli ambulanti che vendono borse e occhiali contraffatti. Così loro, gli ambulanti, invece che sulla piazza espongono la merce sui marciapiedi di Via Ottaviano.
Distanza in metri dalla pattuglia delle Fiamme Gialle? Quaranta, forse trentacinque. Ma è dietro l’angolo. I finanzieri sono due, gli ambulanti una cinquantina. Perché rovinarsi la domenica?
La legge è assente per riposo settimanale.

Ultima tappa, via Trionfale, periferia nord della città. In zona risiedono molti giornalisti, anche volti noti della Rai. Nessun vip da segnalare. Gazebo nascosto in un parcheggio. Qui le bandiere verdi del Pd e dell’Ulivo non le hanno consegnate. Si fuma, si vota, si legge il giornale al sole. Una signora vorrebbe votare. Il seggio non è il suo. Respinta. Poi, dietro di lei, un’altra signora con lo stesso problema riesce a farsi consegnare le schede. La respinta ci riprova. E ci riesce. Le regole sono flessibili. L’affluenza è buona. Manca il resto, qualcuno lascia un contributo di due euro. Finanziamento del pubblico al partito.
Walter Veltroni, nel seggio di Roma per le Primarie del Pd

LEGGI ANCHE: Facce da Pd, qui Milano

In viaggio sulla A3, l’autostrada a prova di in-Ciucci


Viaggiare infornati. Sulla graticola della Salerno-Reggio Calabria, senza possibilità di staccarsi dai cantieri, con percorsi alternativi dal sapore allucinogeno e soprattutto senza una corretta informazione. Perché prima che vi mettiate in viaggio sulla famigerata A3 è bene sapere che tra il paese reale e quello delle notizie sul traffico c’è un filtro potente, un potabilizzatore di cantieri, capace di ridicolizzare anche la coda più immobile: il suo nome è Anas.
L’ex Ente nazionale per le strade, dal 2003 trasformato in società per azioni, è il padrone di casa su tutta l’autostrada: la costruisce, la gestisce, la sorveglia, ne cura la manutenzione e forse, un giorno, ne incasserà il pedaggio. Non solo: esercita anche il controllo su se stesso, anche se raramente si autopunisce. Per questo complicato multiruolo, percepisce dallo Stato svariati milioni di euro: con “lotteria del tesoretto” ne ha vinto 4,7 milioni. Indietro con i creditori, nel 2006 il Governo ha dovuto sborsare 3,8 miliardi solo per pagare le fatture insolute. Miliardi, non milioni.
Per questi motivi l’Anas è il parafulmine di tutto quello che non va sul tratto di (in)competenza della Salerno Reggio Calabria. Mentre l’Italia del cemento, dei ponti e dei viadotti si fa lentamente strada, l’Anas ha messo su una formidabile macchina della comunicazione. L’equazione è semplice: se gli automobilisti si lamentano, i giornalisti parleranno male dei cantieri; e se la stampa ci attacca, il governo non sarà soddisfatto. E tutto ciò non è cosa buona e giusta per le casse della società e soprattutto per gli stipendi e le poltrone dei dirigenti.

Ne sa qualcosa Vincenzo Pozzi, ex presidente della Spa di Stato, dimissionario a luglio dopo il difficile parto del bilancio 2006. Pozzi era stato apertamente sfiduciato dal Ministro delle infrastrutture, Antonio Di Pietro, dopo la scoperta di alcune presunte irregolarità nei conti dell’Anas. Ora a guidare la società è Pietro Ciucci, amministratore delegato della Società Stretto di Messina Spa. Ma per arrivare sullo Stretto, Ciucci permettendo, sempre dalla autostrada A3 è necessario passare. Non potendo fare miracoli, la strategia escogitata è stata quella di spargere miele. Miele sulle code, miele sulle file, miele sui cantieri.

Allora, in un week end di mezza estate, magari quello precedente il ferragosto, capita di leggere il seguente comunicato stampa (qui in .pdf): ”L’autostrada Salerno-Reggio Calabria ha sostenuto il transito dei vacanzieri senza alcuna criticità”. Firmato Anas. Ma che bel quadretto, verrebbe da dire: quasi che Polla o Contursi fossero due amene località sul Lago di Ginevra. In effetti mentre l’Anas era intenta a rendere la realtà più dolce, un mostruoso incolonnamento di una trentina di chilometri accarezzava dolcemente l’asfalto verso sud. Da Sala Consilina a Sicignano. Comunque la vogliate chiamare, la coda era fatta di autovetture, caravan, pullman e qualche camion: uno appresso all’altro, tendenzialmente più statici che in movimento.

E ancora: mentre l’Anas, lo stesso giorno, comunicava “piccole chiusure programmate” dell’A3, la realtà era un’altra. Le chiusure, per nulla programmate, erano chiusure nel senso che a un bel momento, all’altezza di Polla, un signore vestito di giallo fluorescente ti invitava cortesemente a uscire dall’autostrada e a imboccare la comoda statale Tirrenica. Ciò che è normale, consueto, non allarmante per l’Anas, si è tradotto in quel giorno in un incubo per molti italiani. Ma naturalmente, di questi disagi, nulla è trapelato, soprattutto sulle frequenze radiofoniche di Isoradio. Perché poi alla fine l’attrazione del mare, l’entusiasmo dell’attesa per le vacanze, cancella tutto, anche una coda di un paio d’ore su una strada del secolo scorso.

Ma perché Isoradio non fornisce in tempo reale informazioni vere e non allungate con il brodo dell’Anas? Semplice. Perché alla Rai le notizie su cosa accade sulla Salerno-Reggio Calabria le fornisce l’Anas. E l’Anas, prima di dare l’ok su una notizia, concorda la versione con la Polizia Stradale. Che di mettersi contro un altro ente dello Stato, alla fine non ne ha voglia. Più per il quieto vivere che per altro.

A salvarci dall’incubo A3 sarà, entro il 2012, il presidente dell’Anas Pietro Ciucci. La sua prima preoccupazione, ottenuta la firma del Governo sul contratto di servizio nello scorso luglio, è stata quella di tranquillizzare tutti sulla conclusione della grande opera. D’altronde Ciucci è Presidente dell’Anas, componente del Cda dell’Anas, Direttore generale dell’Anas, amministratore delegato della società Stretto di Messina Spa, consigliere di amministrazione della societa’ Stretto di Messina spa, consigliere di amministrazione della Banca Popolare di Roma. Speriamo che tra tutti questi incarichi abbia il tempo di finire un’autostrada.

Una esilarante descrizione della Salerno Reggio Calabria in questo VIDEO di Simone Schettino

La corsia del desiderio

Sulle tracce dei 5 milioni di euro in arrivo alle comunità antidroga


Don ut des, così può cambiare il motto latino: tu dai a me e forse, un giorno, Dio te ne renderà gloria. Ovvero quando l’abito talare non basta, ma aiuta. Aiuta a metter su centri di assistenza per tossicodipendenti. Aiuta a restaurare locali donati da privati o enti pubblici e a trasformali in case di accoglienza, aiuta a realizzare progetti di prevenzione. Aiuta, insomma, a metter su quel business dell’assistenza sociale che prende il nome di “comunità di recupero”.
Più ti fai vedere, più conti sui giornali, più qualcuno ti darà retta. Come i politici, ad esempio. Di destra e di sinistra. Perché la droga è un problema e perché la droga, che la si voglia abolire o liberalizzare, è un tema che conta nelle scelte elettorali. Ma per mandare avanti baracca e burattini servono soldi. Tanti soldi. E quando ci sono di mezzo gli euro, la mia comunità è sempre meglio della tua.
Sarà un caso infatti, ma a settembre il Ministero della Solidarietà Sociale dovrà decidere a chi assegnare la bellezza di 5 milioni di euro. Soldi che vengono da lontano, dal dicembre del 2005, quando il Governo Berlusconi tirò fuori dal cilindro il “Fondo nazionale per le comunità giovanili” per “favorire le attività dei giovani in materia di sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno delle tossicodipendenze”. In molti si chiesero cosa fossero esattamente le comunità giovanili e a più di qualcuno, soprattutto negli ambienti antiproibizionisti e dell’associazionismo di sinistra, venne il sospetto che il finanziamento fosse stato tagliato su misura per qualche abito, talare. Tanto più che la spiegazione su cosa e quali fossero esattamente le “comunità giovanili” fu rimpallata a un comitato nuovo nuovo: l’Osservatorio per il disagio giovanile legato alle tossicodipendenze; appositamente istituito presso il Dipartimento nazionale per le politiche antidroga.
Entro 60 giorni dall’approvazione della Finanziaria, quella 2006, un decreto del Presidente del Consiglio avrebbe dovuto fornire gli elenchi delle comunità che sarebbero state giubilate della pioggia di denaro pubblico. Ma di giorni, ormai, più che 60 ne sono passati 600: l’Osservatorio è rimasto solo sulla carta e l’albero della cuccagna è ormai maturo.
Alla fine dei conti, quanti sono i tossicodipendenti a vario titolo in cura presso strutture pubbliche o convenzionate? Secondo la Federazione italiana dei servizi pubblici delle dipendenze (Federserd) e la Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict), non più di 180 mila persone; assistite da circa 6.500 operatori pubblici, circa la metà di quelli previsti, e sei mila dipendenti privati. Tutti uniti nella convinzione che le risorse non bastano.
Alla fine dello scorso giugno, in un tavolo di confronto con il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, Federsed e Fict hanno denunciato la parziale scomparsa del fondo nazionale per la lotta alla droga. Disperso sul fronte dei tagli alla spesa. Il 75% del fondo, assegnato alle Regioni, non è più vincolato nella destinazione ed è stato speso anche per interventi sociali non strettamente legati alla droga. Senza dimenticare che le Regioni spendono per il settore dipendenze una cifra in media pari allo 0,8% del Fondo sanitario nazionale. C’è poi il problema delle differenze tra regioni per i rimborsi corrisposti alle Comunità: le rette per ogni tossicodipendente assistito possono andare dai 40 euro agli 80 euro al giorno. Quasi che un ragazzo della Basilicata sia differente da uno del Veneto.
D’altronde sono state proprio le Regioni, di destra e di sinistra, a mandare all’aria l’istituzione dell’Osservatorio sul disagio giovanile. Il Governo Berlusconi aveva sottovalutato la sete di risorse degli Enti locali. Appena la Finanziaria 2006 è stata legge, le regioni hanno sollevato una questione di legittimità costituzionale. Alla fine la toppa ce l’ha messa la Finanziaria del 2007, prevedendo che il decreto del Ministro della Solidarietà sociale, istitutivo dell’Osservatorio, abbia l’intesa della Conferenza Stato-Regioni. Compreso l’ok sul decreto per l’utilizzo del Fondo nazionale per le comunità giovanili: i famosi, attesi, invidiati 5 milioni di euro.

LEGGI ANCHE: L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità - Don Gelmini e i suoi fratelli: le comunità dei preti di frontiera - Don Gelmini indagato per molestie sessuali

Lotta all’evasione, Prodi cerca alleati. In alto


“Scambiatevi un segno di pace. E ricordate fratelli e sorelle, pagate le tasse: lassù qualcuno vi osserva”.
La nuova strategia del governo per recuperare l’evasione fiscale potrebbe passare anche dalle oltre 25 mila parrocchie italiane. Ad augurarselo è il premier Romano Prodi, che ha lanciato un appello direttamente da Famiglia Cristiana (qui l’intervista), settimanale cattolico, da sempre di tendenze progressiste: “Abbiamo recuperato 10 miliardi di evasione fiscale - ha detto il presidente del Consiglio - ma dobbiamo fare tutti il nostro dovere di contribuenti, perché tutti possano pagare meno tasse”.
E allora che cosa c’è di meglio se non la predica della domenica per raggiungere tutto il popolo degli evasori o presunti tali: commercianti, medici, artigiani, liberi professionisti, agenti immobiliari, parrucchieri e perché no, anche grandi imprenditori. D’altronde se come dice Prodi su 40 milioni di contribuenti sono solo 300 mila quelli che dichiarano più di 100 mila euro di reddito, è evidente che qualcosa, qui sulla terra, proprio non va. E tutte quelle pellicce sfoggiate sui primi banchi delle nostre chiese da signore ingioiellate? Quei macchinoni tedeschi parcheggiati fuori dalla parrocchia? “Ci vuole un cambiamento di mentalità - spiega il capo del governo - a partire dagli educatori, scuola e Chiesa compresa. Perché quando vado a messa questo tema, che pure ha una forte carica etica, non è quasi mai toccato nelle omelie?”
E non sarebbe una novità. Il tema della giustizia economica ricorre frequentemente nelle Sacre Scritture. “Rendete a tutti ciò che è dovuto, a chi chiede la tassa, la tassa; a chi chiede il tributo, il tributo; a chi chiede timore, tale timore; a chi chiede onore, tale onore”, era l’esortazione di San Paolo apostolo in una lettera ai Romani. E non è forse lo stesso Gesù in persona - lo racconta il discepolo Marco - che diceva agli ebrei vessati dalle tasse imposte da Roma: “Rendete a Cesare le cose di Cesare, ma a Dio le cose di Dio”?

Per il momento dal Vaticano ha risposto solo Monsignor Domenico Calcagno, segretario dell’Apsa, l’ente che amministra il patrimonio della Santa Sede. “Le tasse - ha detto salomonicamente il porporato - vanno pagate”.
Magari, la prossima volta, prima del condono fiscale, si potrà fare un estremo tentativo con il sacramento della Santa Confessione.
Ite missa est. E mi raccomando, fratelli e sorelle, non scordate l’acconto Irpef.

La guerra civile di Rignano Flaminio: una partita legale sulle spalle dei bambini

L'entrata della scuola materna dell'istituto comprensivo 'Olga Rovere' di Rignano Flaminio (Roma), dove si sarebbero verificati i presunti episodi di pedofilia in una foto scattata il 24 aprile 2007
Prima la guerra civile, a Rignano. Le accuse, le fazioni, il paesone alle porte di Roma separato in casa, tra garantisti e forcaioli.
Ora la guerra legale, tra gli avvocati della parti in causa e contro il Tribunale di Tivoli. Una battaglia di posizione, di trincea, in cui tutti mirano ad altezza uomo, sperando di non ferire i bambini coinvolti, già vittime di una vicenda che non dimenticheranno mai.
Ieri, dopo il secondo incidente probatorio su uno dei bambini ritenuti “idonei a testimoniare”, il fuoco si è fatto più intenso. A sparare all’impazzata è stato soprattutto l’avvocato Giosuè Naso, uno dei legali delle maestre indagate: ha annunciato che presenterà un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro il Gip Elvira Tamburelli. Durante la testimonianza di una delle piccole ex alunne della scuola materna Olga Rovere, il magistrato ha deciso di violare la stanza dove la piccola stava giocando e raccontando la sua storia a una psicologa. Una stanza opportunamente allestita con giochi e disegni, da dove la bambina poteva essere ascoltata, via auricolare, dal giudice, dai genitori, dai legali delle due parti. Poi la piccola si è stancata, innervosita, ammutolita. Ed è stato il momento in cui il giudice per le indagini preliminari ha deciso di entrare e di varcare il confine tra il gioco, l’analisi e il procedimento giudiziario.
Un atteggiamento condannato dagli avvocati delle maestre sotto accusa. Ma che ha lasciato dubbiosi anche i legali dei genitori. L’avvocato Franco Merlino, che rappresenta la parte civile, ha chiesto di mettere un freno agli esami sui piccoli e ha presentato un’istanza per trasferire i prossimi incidenti probatori direttamente a casa dei bambini.

È Bindi la nuova icona del popolo gay?

È Rosy Bindi la nuova one woman show della politica italiana. In un solo giorno, ieri, la ministra della famiglia è riuscita ad attaccare i magistrati, difendere i diritti delle minoranze sessuali e candidarsi per la guida del Partito democratico. E così la poliedrica toscana ha raggiunto l’obiettivo: avere la botte piena e la moglie ubriaca. Più dell’onorevole transgender Valdimir Luxuria, più del deputato Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, è dunque lei la nuova icona parlamentare del popolo omosessuale? E nonostante l’esclusione di quello stesso popolo dalla conferenza nazionale sulla Famiglia, lo scorso maggio a Firenze?

Per elevare la Bindi agli altari dell’orgoglio gay è stato sufficiente il duro attacco sferrato alla Procura di Roma. Nel mirino, il pasticciaccio brutto der Colosseo. “L’indagine è eccessiva” ha detto la ministra “credo che l’arresto sia ingiusto e sia avvenuto nel momento meno opportuno. Proprio in questi giorni la Cassazione ha riconosciuto alle persone il diritto a manifestare il proprio orientamento omosessuale”.

Naturalmente la Bindi avrà fatto confusione, dimenticando per un attimo la differenza tra il fermo di polizia e l’arresto. Per la pace e l’amore di tutti è bene specificare che nessuno ha arrestato nessuno. In compenso Roberto e Michele, i due ragazzi pizzicati dai carabinieri ad amarsi su un muretto vista Colosseo, sono stati ufficialmente indagati per atti osceni in luogo pubblico.

Lapidaria, la Bindi non ha lasciato spazio né alla verifica da parte della magistratura né alla possibilità, anche solo remota, che i carabinieri non abbiano detto bugie. Ipotesi questa, che se invece fosse verificata costerebbe ai due militari una denuncia per falso e abuso d’ufficio. Così Rosy ha rimediato un invito al Kiss day, la notte bianca del bacio omosessuale in programma il 2 agosto prossimo al Colosseo. La strada verso la leadership del partito democratico passa anche da lì.

Il bacio gay delle polemiche: notte di effusioni solidali al Colosseo


Pensavano fosse amore. E invece erano atti osceni in luogo pubblico.
Ma non ieri sera, a Roma, dove è andata in scena la versione romantica, cicale e ponentino compresi, del gay pride.
A quattro giorni dal “fattaccio” dei due ragazzi fermati dai Carabinieri perché rei di un bacio troppo appassionato, un centinaio di omosessuali romani si è dato appuntamento per un manifestazione di solidarietà, per rivendicare l’orgoglio gay e il diritto a potersi scambiare tenerezze senza essere denunciati.
Nessuno prende in considerazione la versione dei militari e cioè che il bacio non fosse tale, ma qualcosa di più, qualcosa oltre il cosiddetto “comune senso del pudore”. “E invece no” - dicono i ragazzi di via San Giovanni in Laterano, la via dei locali come il Coming out, la strada con vista sul Foro Romano che in molti hanno già ribattezzato Gay street: “Quei Carabinieri erano nuovi della zona, inesperti, qui tutti conoscono la nostra comunità e sanno come ci comportiamo: mai oltre”.
Sotto la luna, all’ombra del Colosseo e alla luce dei flash si sono baciate una trentina di coppie. A fare da guardoni – invitati, però - dieci telecamere e un pattuglione di una ventina di cronisti, con fotografi al seguito. Tutti ad inseguire i baci, appassionati e poco naturali, che ragazzi, ma non ragazze, si sono dati a favore dell’obiettivo. “Una sera siamo stati aggrediti a Trastevere – raccontano Nico e Michelle – abbiamo chiamato il 112 e i Carabinieri sono arrivati dopo 50 minuti. Vi sembra giusto? Forse erano a caccia di coppiette”.
Al Colosseo sventolavano le bandiere del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ma non quelle dell’Arcigay che ha organizzato una manifestazione fotocopia per il 2 agosto.
I baci dividono, i baci uniscono; i baci, a volte, causano guai. Le conseguenze dell’amore.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101