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Luca Zaia nasce 38 anni fa a Conegliano da madre casalinga e padre artigiano. È sposato dal 1998 e risiede a Bibano di Godega di Sant’Urbano nella sinistra Piave trevigiana. Si diploma nel 1987 alla scuola enologica G.B. Cerletti di Conegliano. Nel 1993 si laurea all’Università di Udine, in scienze della produzione animale. È eletto, nel 1993, a 25 anni, nelle file della Lega nord Liga veneta come consigliere comunale di Godega di Sant’Urbano. Nel 1995 è consigliere provinciale e assessore all’agricoltura. Nel 1998 diventa presidente della Provincia di Treviso: è il presidente più giovane d’Italia. Nel 2002 viene riconfermato presidente di una giunta monocolore. Nel 2005 è nominato vicepresidente della giunta regionale del Veneto con delega alle politiche dell’agricoltura e del turismo.
A 193 km all’ora in autostrada, 407 euro di multa e la patente ritirata: Zaia, dire che la Lega in Veneto va forte è una metafora, non la prenda alla lettera.
Per la precisione andavo a 183 chilometri all’ora. Dai, è chiaro, era una scusa per darmi addosso, ma non pensavo con questa violenza. Una settimana di articoli contro, articoli sulla stampa nazionale e una pagina anonima di insulti sulla Tribuna di Treviso.
Scusi, da presidente della Provincia di Treviso ha fatto un sacco di campagne sulla sicurezza stradale. E poi si fa beccare in flagrante.
Chi mi attaccava diceva che buttavo via i soldi. Almeno adesso ho avuto questo tardivo riconoscimento.
Ma che fretta c’era, maledetta primavera?
Ero sotto una tromba d’aria. Dovevo tornare a Venezia con urgenza per aprire un tavolo di crisi su altre due trombe d’aria a Vicenza e a Verona. Ma non voglio giustificarmi, chi sbaglia paga. E io ho pagato senza fiatare.
Meno male che non si è ricordato di Gustavo Selva, se no chiamava un’ambulanza…
Pensi che qualcuno ha insinuato che siamo della stessa pasta. Assolutamente no: vorrei ricordare a tutti i cittadini che io non giro con l’auto blu e non ho detto: “Lei non sa chi sono io”.
Chi sarebbero i mandanti della campagna?
La sinistra e i suoi giornali, che si sono lanciati in un linciaggio mediatico senza precedenti. Io la critica la accetto, gli insulti no.
Io guarderei anche in casa sua, nel centrodestra. Lei in fondo dovrebbe essere l’erede di Giancarlo Galan e qualcuno rosica.
Non mi ritengo l’erede di nessuno, sono uno che si è fatto da solo studiando e lavorando. Magari qualcuno tra i miei sarà stato contento, ma la campagna è stata orchestrata dall’opposizione.
Comunque a piedi non ci resta, se è vero che in 150 si sono offerti di farle da autista.
Macché 150, più di 1.000. Conservo sms ed email. Sceglierò tra i giovani neopatentati che mi hanno scritto, e in macchina parleremo di quello che non bisogna fare, compreso quello che ho fatto io. E con l’occasione discuteremo di questa famigerata “casta on the road”.
Casta on the road è bellissimo. Se la sente Gianantonio Stella ne fa un secondo libro.
Faccio 80 mila km all’anno, non rimborsati a piè di lista. E qui dicono che vado in giro con la mia macchina perché mi pagano, una puttanata. Ho solo il rimborso forfettario che spetta ai consiglieri regionali, 1.200 euro al mese, indipendentemente dalla strada che faccio. E io abito a Conegliano.
Però, toccando ferro e più tardi possibile, ha il funerale pagato dalla Regione: “casta on the tomb”.
Sì, 7.500 euro, l’ho letto sui giornali. Mi sono informato, era una vergognosa leggina del 1973 che abbiamo eliminato. Senza contare che molti consiglieri la ignoravano e si pagavano loro i funerali.
Caro Zaia, le toccherà tornare alla scuola guida. Scriva cento volte: chi va piano va sano e lontano.
Beh, mi hanno tolto dieci punti. Potrei fare il corso che me ne ridà sei, anche per dare un segnale alla gente. Ma se a volte si corre è perché abbiamo degli impegni, non stavo mica andando in discoteca. Per esempio, mentre le parlo sto viaggiando a 130 all’ora. E infatti tutti mi sorpassano.
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Claudio Costamagna è nato nel 1956, lo stesso anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca e la Ford si quotava a Wall Street.
Ha fatto il liceo a Bruxelles, poi la Bocconi a Milano, di cui ora è presidente della potente associazione di ex alunni, tra le cui file militano alcuni tra i più bei nomi della finanza italiana. Ha lavorato in Citibank, Montedison e fino al maggio del 2006 in Goldman Sachs, che ha lasciato quando era chairman della divisione Investment banking per l’Europa e il Medio Oriente.
Come indipendente, è consigliere d’amministrazione di alcune note società come Luxottica, Bulgari e Value Partners. Ora lavora in proprio come superconsulente per grandi operazioni di fusione e acquisizione. Grande appassionato di scherma, predilige duellare di fioretto.
Di questi tempi si parla molto di lei. Per esempio non sapevamo che era intervenuto per dissuadere Stefano Ricucci dal lanciare l’opa sul Corriere.
Guardi, tutto ciò che è uscito mi sembrano sciocchezze. Io non c’entro nulla con quella vicenda. Conosco Ricucci perché è molto amico di mio fratello. E ho solo fatto due telefonate per vedere se si poteva trovare un accordo pacifico tra lui e il patto di sindacato del Corriere della sera. Ma perché mai in Italia si parla solo del Corriere?
Cosa vuole che le dica, perché in tanti hanno cercato di metterci le mani, perché per noi provinciali è l’ombelico del mondo. Ma capisco la meraviglia, lei è di cultura anglosassone…
Ha ragione, ma deve capire la mia insofferenza nel sentirmi chiedere, ogni qualvolta vengo in Italia, notizie sulle manovre intorno al giornale.
A proposito, come andò il suo tentativo di mettere pace tra Ricucci e i soci del giornale?
Beh, ha visto anche lei come è finita. Allora perché me lo chiede?
Quante cose fa lei, Costamagna. Doveva diventare il capo di Mittel, poi era con Murdoch nella trattativa con Telecom. Nel frattempo ha fatto da testimone alle nozze di Angelo Rovati e, ciliegina sulla torta, superconsulente di Geronzi nella fusione con Unicredit.
Ha dimenticato che sono consigliere indipendente in quattro società. E che per vent’anni sono stato in Goldman Sachs, nella posizione più alta mai ricoperta da un non americano.
Dicono che Cesare Geronzi l’abbia usata come un taxi, scaricandola quando non serviva più.
Ma quale taxi! Geronzi doveva fare l’operazione con Unicredit senza coinvolgere la struttura di Capitalia, che era nelle mani di Matteo Arpe, l’amministratore delegato. Né voleva coinvolgere le banche d’affari, per tenere il massimo di riservatezza. Allora ha chiamato me.
Anche perché, dicono, così facendo si conquistava la benevolenza di Romano Prodi, cui lei è molto vicino.
Mi sono rotto i co…. di essere considerato in Italia solo come l’amico di Prodi. Io ho buoni rapporti con il premier, ma prima di tutto sono un banchiere d’affari che ha curato operazioni importantissime.
Dicono anche che Geronzi le avesse promesso un posto nel comitato di gestione di Mediobanca, salvo poi cambiare idea.
Nessuno mai mi ha chiesto o detto niente in tal senso. Ma se lo faranno valuterò la proposta.
Nella vicenda Mittel, si è reso protagonista di un lungo tiramolla con Giovanni Bazoli per poi mandare tutto a monte.
Su Mittel tutto si è svolto in modo molto semplice. Dovevo diventare amministratore delegato, e la cosa era fatta al 95 per cento. Poi una mattina mi sono svegliato e mi sono detto: «Ma a me, chi lo fa fare di legarmi a una struttura?». In fondo avevo appena lasciato Goldman Sachs. Perciò ho telefonato al professor Bazoli, l’ho ringraziato, ma gli ho detto che in quel momento non era la cosa che mi sentivo di fare.
Da quello che si sa pare che non ci sia rimasto benissimo…
Non so che dirle, quando ci siamo parlati ha capito perfettamente il senso della mia scelta.
Non sembrava felice nemmeno quando ha visto che lei stava al fianco di Geronzi.
No, anzi. Mi ha fatto i complimenti. Mi ha detto: “Come banchiere ha fatto una bella operazione”.
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Dal suo sito: Nicola Latorre è nato a Fasano (Br) il 14 settembre 1955. Avvocato, sposato, due figli. Vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato e componente della IV commissione - Difesa. Membro della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra (Ds) dal 2005. Eletto nel collegio senatoriale di Bari-Bitonto alle elezioni suppletive del 2005 e nel 2006 nella lista dei Democratici di sinistra al Senato. Nel 2000 ha fondato, insieme con Massimo D’Alema e Giuliano Amato, l’Associazione Futura. Capo della segreteria del presidente del Consiglio durante il governo D’Alema dal 1998 al 2000.
Latorre, piange il telefono. Nulla di penalmente rilevante, ma molto di simbolicamente imbarazzante.
Nessun imbarazzo, io credo che la politica non si debba disinteressare di queste questioni. Semmai sarebbe sbagliato se intervenisse per alterare il mercato, o peggio per trarre dei benefici personali. Cosa di cui non c’è traccia.
Ma allora non era meglio giocare alla luce del sole, invece che fare le verginelle che nulla sanno o vogliono sapere?
Nelle poche volte in cui sono stato chiamato a esprimermi l’ho fatto. Le ripeto, la politica ha tutto il diritto di interessarsi a ciò che succede in economia e in finanza.
E il compagno Ricucci che vuol prendere la tessera del partito?
Ho ricevuto una telefonata da Stefano Ricucci: tono e contenuti la dicono lunga sulla natura insignificante di quella conversazione.
Allora non è andato al suo matrimonio con Anna Falchi…
Ma scherza? Fra l’altro alle nozze non sono neanche stato invitato. Quella di Santo Stefano a cui mi invitava era una festa cittadina che viene sponsorizzata da lui, dove di solito chiama varie autorità.
Al di là del compagno, dal tono delle conversazioni sembrava che tra lei e Ricucci ci fosse una certa familiarità.
Ma no, era il periodo in cui alcuni giornali l’avevano definito compagno, dunque si accreditava avesse rapporti con il nostro partito.
Era quando Massimo D’Alema fece quella intervista in cui disse che Ricucci in fondo non aveva la rogna?
No, credo fosse dopo. Ma non mi faccia domande da pubblico ministero.
Beh, sono mestieri un po’ simili. Anche i giornalisti, nel loro piccolo, indagano. E Piero Fassino che non ci capisce nulla?
L’ho detto per tagliare corto, non era assolutamente irriverente. Anzi, era un modo per proteggere il mio segretario, per dire che non c’entrava niente con queste operazioni finanziarie.
Ammetta almeno che il “Facci sognare” di D’Alema a Giovanni Consorte è un po’ eccessivo.
Lei conosce D’Alema e sa benissimo che lui è uno che fa del sarcasmo la forma retorica del suo discorso. Dunque è così che bisogna leggere quell’esortazione. Del resto tutto il tono della conversazione era ironico. Lo so perché io vi ho assistito per intero, visto che D’Alema l’ha fatta col mio telefono. E le giuro che invece era molto serio nel dire che bisognava rispettare le regole e le domande poste dagli organi di controllo.
E gli amici milanesi di cui il presidente dei Ds fa menzione con Consorte chi sono?
Visto che c’ero le traduco il senso di quella frase. D’Alema voleva dire: adesso l’operazione Unipol su Bnl incontra resistenze, ma se andrà in porto alla fine sarà accettata anche da quegli ambienti finanziari milanesi che ora sono scettici verso chi è considerato un parvenu della grande finanza. Tutto qua.
E l’”Attento alle comunicazioni” con cui avverte Consorte di essere intercettato?
Questa è fantastica, peccato manchi un pezzo che lei potrà trovare leggendo tutta l’intercettazione. D’Alema dice: “Attento alle comunicazioni agli organi di controllo”, non si riferisce alle comunicazioni telefoniche intercettate. È un invito al rigore. E poi le pare uno così ingenuo da dire una cosa simile se avesse saputo che la conversazione era intercettata?
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Diciamo la verità: facili battute sul collateralismo di Unipol e compagnia a parte, il Pci, poi Pds, poi Ds, sulle banche non ci ha mai campato, anzi. Come dice Nicola Latorre parlando di Piero Fassino, il suo segretario, non ci ha mai capito nulla. E quelle poche volte che ha deciso di capirci qualcosa si è mosso tra goffaggini, titubanze e ingenuità. Una per tutte: ma si può permettere, simpatizzando il partito per la scalata della Olivetti alla Telecom, che nell’azionariato della lussemburghese Bell di Roberto Colaninno, Chicco Gnutti e soci ci fosse un fondo di nome Oak, Quercia, su cui si sarebbero scatenate le facili insinuazioni di molti? E pensare che persino Giuliano Tavaroli e la security-spectre della Pirelli, che sull’Oak hanno cercato fino alla morte tracce di tesoretti diessini, alla fine si sono dovuti arrendere al nulla che emergeva.
Al confronto, i democristiani erano dei marziani, gente che si muoveva con stratosferica perizia, specie quando si doveva decidere di nomine e finanziamenti nelle famose nottate spese dai notabili bivaccando a Palazzo Chigi per sistemare nomi e caselle.
Tant’è che la Dc ha dato al mondo bancario fior di dirigenti, mentre i Ds sono rimasti a bocc’asciutta. L’elenco scudocrociato è lungo, va da Giuseppe Guzzetti a Roberto Mazzotta, da Gianni Zandano a Fabrizio Palenzona, solo per citare gli ultimi.
E i Ds? La lista dei banchieri di riferimento è sempre stata piuttosto scarna: il massiccio Giuseppe Zadra, poi finito alla direzione generale dell’Abi. Il pensoso Alfonso Iozzo, che ora sta alla Cassa depositi e prestiti. Il tenace Silvano Andriani, che fu presidio al Montepaschi, che però, più che la banca comunista per eccellenza, è sempre stata la banca dove le correnti del partito, anche quando vigeva la ferrea regola del centralismo democratico, si facevano la guerra.
Last but not least, Pietro Modiano, il direttore generale dell’Intesa Sanpaolo, il quale deve la nomea diessina forse più al fatto di essere sposato con il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini che non per intima vocazione. Leggenda vuole, comunque, che Massimo D’Alema lo sponsorizzi ogniqualvolta si libera qualche poltrona di rango, di recente quella di Matteo Arpe quando ancora la Capitalia non si era promessa in sposa all’Unicredito. Leggenda vuole, ma non è vero, che D’Alema abbia cercato di spingere Modiano anche in un recente colloquio milanese con Giovanni Bazoli.
Andando indietro nel tempo (non poi tanto) il banchiere diessino per eccellenza è stato Angelo De Mattia, ex sindacalista della Cgil, famoso responsabile della sezione credito del partito, arguto corsivista del Manifesto con lo pseudonimo di Galapagos, ora commentatore con nome e cognome sulle pagine dell’Unità. Una breve militanza, la sua, prima di essere folgorato sulla via del pio Antonio Fazio, che seguì come un’ombra nei suoi anni di governatorato alla Banca d’Italia.

Tutto qui, e francamente è un po’ poco per parlare di presenza nel mondo delle banche. Persino il tanto biasimato rapporto con Giovanni Consorte e la sua Unipol alla fine si riduce a un blando collateralismo dove i diessini guardano dal buco della serratura le mirabolanti mosse del capo delle cooperative, perfettamente a suo agio tra le alchimie della finanza. Il quale ha buon gioco nel dire, con un certo sarcasmo simildalemiano, che erano i diessini a informarsi da lui, non lui a cercare loro per farsi dettare la linea.
Alla base di questa estraneità quasi antropologica al mondo del credito ci sono almeno due buone ragioni.
La prima: i comunisti hanno sempre pensato che fossero altri i settori della società da privilegiare. Per esempio il sindacato e la cultura, cui hanno infatti fornito fior di uomini e idee.
La seconda, di fatto quella pregiudiziale: come Bertolt Brecht, avevano sempre pensato che reato non fosse svaligiare una banca, ma fondarla. Perché ci fu un tempo in cui il denaro era sterco del demonio e l’ideologia non consentiva il ben che minimo immerdamento. E quando lo consentiva, era sempre stato difficile andare d’accordo sulla spartizione della torta e del territorio.
Abbiamo detto del Montepaschi, per antonomasia l’unica banca dove i comunisti potevano fare il bello e il cattivo tempo. Quando il fu sindaco Pierluigi Piccini, inviso a Botteghe Oscure, cercò di diventare presidente della fondazione che controllava la banca, l’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco firmò dal giorno alla notte un decreto (questo sì davvero speciale) che gli sbarrava la strada.
Piccini, che prima di fare il sindaco lavorava al Monte, avrebbe dunque dovuto ritornarsene al suo modesto incarico da 35 mila euro lordi l’anno. Invece, “promoveatur ut amoveatur”, fu mandato a capo dell’ufficio parigino della banca per il modico stipendio di 442 mila euro, più casa, più una quarantina di voli business pagati nel caso gli fosse venuta con una certa frequenza la nostalgia di rivedere Siena.

Segno, inequivocabile, che il denaro non era più sterco del demonio. Una consapevolezza arrivata però troppo tardi per influenzare il grande risiko bancario che stava per iniziare. E se Massimo D’Alema ha governato due anni senza che nessun matrimonio epocale venisse celebrato, Romano Prodi ci ha messo sei mesi a benedire quello tra Intesa e Sanpaolo. E altri sei per l’ultimo, tra Unicredito e Capitalia, celebrato alla velocità della luce, su cui i Ds hanno cercato di mettere il cappello nel tentativo di bilanciare l’attivismo prodiano in materia.
Leggenda vuole che D’Alema abbia insistito con Cesare Geronzi perché acconsentisse alle nozze, ma non è vero. Che tra il banchiere di Marino e il presidente diessino ci siano buoni rapporti è cosa nota, altro però è pensare che il bianco Cesare sia uno che si fa suggerire le mosse. Lui le mosse non se le fa suggerire da nessuno e i politici, semmai, sono quello che erano per la buon’anima di Enrico Mattei: dei taxi buoni a farci un pezzo di strada. Nel caso dei Ds, poi, nemmeno tanto lungo.

“Sono nato a Verona, dove abito tuttora, il 18 giugno 1969″ così si racconta Flavio Tosi sul suo sito. “La politica è la mia passione da sempre: iscritto alla Lega nord-Liga veneta sin dall’inizio del 1991, nel 1994 sono stato eletto consigliere comunale a Verona: da allora e fino a oggi sono sempre stato capogruppo per il mio partito. Dal 1997 al 2003 ho ricoperto il ruolo di segretario provinciale della Lega nord-Liga veneta: questo incarico mi ha reso particolarmente orgoglioso, perché ho potuto esprimermi all’interno del partito in cui sono nato e che mi ha dato tanto. Nell’aprile del 2000 sono stato eletto consigliere regionale, e rieletto alle ultime votazioni del 2005, con il record assoluto di preferenze tra tutti i candidati, cosa che mi ha riempito di orgoglio e di affetto verso chi mi ha sostenuto. Da due anni sono assessore regionale alla Sanità”
Adesso che è diventato sindaco girerà ancora col leone al guinzaglio dicendo “El leon magna el teròn”?
Intanto non era un leone ma un tigrotto. Lo avevamo portato alla conferenza stampa in comune per promuovere il Circo padano che girava per le città del Nord. E poi non ho mai detto che mangiava il terrone. Piuttosto ho rischiato che mangiasse me.
Ha vinto con un plebiscito, più del 60 per cento dei voti. Siete forti voi o inesistenti gli altri?
Forti noi. La sinistra sta sulla luna, non affronta i problemi. Parla in politichese: si sono totalmente imborghesiti e cianciano nei salotti. Ma lo sanno o no che gli operai hanno votato per noi della Lega?
Pensare che Forza Italia e Udc non la volevano. Il governatore Giancarlo Galan ha dato ai suoi dei “coglioni”.
Forza Italia ha delle divisioni interne fortissime, il partito a Verona è retto da un direttorio, dunque nessuno decide mai niente. Meglio per me: se loro avessero espresso un candidato forte, forse a quest’ora non sarei il nuovo sindaco.
Scusi, ma lei si considera un leghista di lotta o di governo?
Tutti e due. In Veneto di governo, visto che per due anni ho fatto l’assessore regionale alla Sanità. Ma con Roma sono in lotta perenne, sia quando governiamo noi e tanto più adesso che governano loro. Roma è sempre e comunque un problema.
Per capirci, tendenza Maroni o tendenza Borghezio?
Vado d’accordo e ho uno splendido rapporto con entrambi. E poi sono tutti e due avvocati.
Per un amministratore leghista in Veneto il mito resta sempre Giancarlo Gentilini, il sindaco sceriffo?
Certo, oggi Treviso grazie a Gentilini è diventata una bomboniera pulita, ordinata, e con un grande senso civico. Un modello da seguire
Perciò anche lei toglierà le panchine per non far sdraiare gli extracomunitari?
No, ma la sicurezza e la pulizia sono priorità, e alcune misure immediate si possono prendere. Poi dobbiamo decidere cosa fare di alcuni grandi spazi dismessi. E farò sgomberare il centro sociale: l’ho detto in campagna elettorale e manterrò la parola.
Mi tolga una curiosità: chi è l’esponente del centrosinistra che ha detto a Roberto Maroni che lei è un nazista?
Paolo Ferrero, il ministro di Rifondazione. Gli ha detto: ma lo sai che a Verona avete eletto un sindaco nazista? Cosa vuole, questi hanno perso il contatto con la realtà. Non a caso in città moltissimi elettori di centrosinistra hanno votato la mia lista civica, che per la verità ha rubato un bel po’ di voti anche a Forza Italia.
Federalista o secessionista autonomista?
Io sono uno pragmatico. L’obiettivo è ovviamente quello dell’autonomia fiscale. Poi, vista l’aria che tira a Roma, la via per arrivarci purtroppo si traduce soltanto in qualche timida riforma federalista.
L’Unione si è fermata al 33 per cento, dopo aver governato Verona gli ultimi cinque anni. Dove hanno sbagliato?
Sono stati cinque anni chiusi nel palazzo, convinti di avere sempre ragione su tutto. Noi invece stiamo in mezzo alla gente, ci siamo dati come metodo l’obbligo di rispondere a tutte le richieste. E si governa fuori, non dentro il palazzo.
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Dalla biografia ufficiale di Giorgio Oldrini: “Sesto San Giovanni è la mia città di adozione anche se sono nato casualmente a Milano il 14 febbraio 1946 da Italia Rosati e Abramo Oldrini. Mio padre fu sindaco di Sesto dal 1946 al 1962.
Le mie esperienze politiche e amministrative hanno radici nel 1985, quando fui assessore alla Cultura, sport e giovani nella prima giunta Bassoli. Sono stato anche consigliere comunale fino al 1990, prima del Pci poi del Pds. Sono giornalista professionista dal 1973 e ho lavorato a lungo per L’Unità in America Latina. Nel 1990 sono diventato caposervizio al settimanale Panorama e sono stato direttore del periodico locale Nuovasesto. Ho fatto parte degli organismi sindacali e professionali dei giornalisti lombardi. Da maggio 2002 sono sindaco di Sesto San Giovanni”.
Sondaggi amari: Silvio Berlusconi è il politico più amato dai suoi concittadini, Romano Prodi soltanto terzo. Non c’è più religione…
Beh, se nella rosa dei nomi il sondaggista avesse incluso quelli di Massimo D’Alema o Walter Veltroni, di sicuro avrebbero vinto loro.
Resta il fatto che Berlusconi numero uno e Gianfranco Fini secondo nella Stalingrado d’Italia è un risultato che dà da pensare.
Se è vero, dà certamente da pensare. Ma per la verità non mi aspettavo diversamente. Prodi a Sesto San Giovanni è meno popolare di altri leader del centrosinistra. Questa è una città che la sinistra ha governato ininterrottamente per sessant’anni.
Ma che da oltre dieci alle elezioni politiche fa vincere regolarmente Forza Italia.
Ormai siamo abituati, è dal ‘94 che succede. Del resto non siamo più una roccaforte operaia, bensì una città elettoralmente strabica, che a livello locale apprezza la sinistra, invece alle politiche preferisce cambiare cavallo.
Stavolta rischia di cambiarlo anche alle amministrative di fine maggio. A sentire i sondaggi, il suo sfidante polista Giuseppe Pasini è dato al 52 per cento.
Falso. Lui dice: il 67 per cento mi conosce, il 52 mi approva. Quindi vuol dire il 35 dei sestesi. Noi lo diamo al 31 per cento, perciò sono tranquillo.
C’è ancora qualcosa di rosso a Sesto, oltre ai muri del municipio?
Quello è un rosso che ricorda la colata della Falck. Poi c’è la luce del carroponte, la struttura che abbiamo trasformato in teatro all’aperto, che è illuminata di rosso perché lì c’era la colata della Breda.
Il segno che Sesto è postindustriale e postmoderna, che le acciaierie sono solo un ricordo.
C’è l’università con 3.800 studenti, e poi grandi società di servizi e tlc. La produzione manifatturiera, sebbene sofisticata, è rimasta poca cosa.
Sindaco, da diessino doc mi dice cosa resta dei Ds dopo la scissione di Fabio Mussi e compagni?
Sono contrario alle scissioni e alle balcanizzazioni della politica. Tanto che qui abbiamo una lista dell’Ulivo con dentro anche i socialisti. Ma penso che le divisioni siano un problema per tutti, non solo per la sinistra.
Non l’ha sorpresa che nessuno dei Ds sia andato alla manifestazione laica di piazza Navona?
No, io ero contrario al Family day, ma anche alla contromanifestazione. Credo che non si debbano imbastire giochi politici sulla famiglia e sulle scelte delle persone.
Se non verrà riconfermato tornerà fra noi di Panorama?
Sono in pensione. Ho lavorato a Panorama con piacere per molti anni, rispettando il giornale e me stesso.
Dopo i risultati della Sicilia lei rischia l’assedio.
Siamo abituati all’assedio. Mio padre era sindaco nel dopoguerra in piena Brianza bianca, con Milano tra il bianco e il socialdemocratico.
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Dal sito dell’onorevole Santanché: “Sono nata a Cuneo, il 7 aprile 1961 sotto il segno dell’Ariete e dell’Ariete ho la caparbietà, la tenacia e la passione. Laureata in scienze politiche, un master alla Sda Bocconi. Ho iniziato il mio percorso in Alleanza nazionale con Ignazio La Russa dopo la svolta di Fiuggi del 1995. A giugno del 2001 sono stata eletta deputato nella circoscrizione elettorale Lombardia 3. Nel 2005, dopo aver ricoperto la presidenza del Comitato di controllo per la spesa pubblica presso la commissione Bilancio, sono stata nominata relatrice della Legge finanziaria 2006. Prima donna nella storia della Repubblica a ricoprire questo ruolo. Nel 2005 ho ricevuto anche l’incarico, da parte di Gianfranco Fini, di coordinatore nazionale del dipartimento pari opportunità di Alleanza nazionale”.
Se le donne nel Partito democratico non vanno di moda, in An ancora meno. Il suo segretario ne parla poco.
Gianfranco Fini resta il leader di un grande partito che ha un problema serio: perde pezzi, soprattutto fra i giovani e le donne. Una costante emorragia di persone e di risorse che non vengono rimpiazzate da nuovi ingressi, se non qualche ex socialista che si piazza nelle fondazioni.
Le fondazioni sono considerate il rifugio dove superare la vecchia forma partito. Le fanno tutti…
È vero. Oggi tutti copiano Massimo D’Alema che ha capito prima di altri come le fondazioni siano macchine perfette per coltivare il culto della personalità.
Dunque anche la sua di personalità, visto che lei si è fatta una fondazione, il Circolo D-Donna.
A differenza delle fondazioni i circoli sono formati da cittadini comuni, sono fatti per stare tra la gente e, invece di rendere, costano denaro, tempo e fatica. Non saranno in grado di elaborare raffinate teorie sul mondo, ma scaldano il cuore di chi ne fa parte.
E di cosa si discute nei suoi circoli?
Dei valori della destra, dall’identità nazionale alla sacralità della vita. Contro il Corano nelle scuole e l’ingresso della Turchia nella Ue.
Tempo fa ha dato del “palle di velluto” ai colonnelli troppo arrendevoli verso Fini. Pentita?
No, l’espressione è sempre di attualità. Solo che, vista l’emergenza caldo, la cambierei in “palle di lino”.
Anche Francesco Storace è un “palle di lino”?
Storace è cresciuto all’interno di questa classe dirigente, ma è allergico al velluto e anche al lino. Per questo chiede con forza e a ragione un congresso così da fare chiarezza sulla linea politica. Mentre il partito perde pezzi, quando lui gira l’Italia riempie i teatri e riesce a unire i cuori giovani con quelli vecchi del partito. Vorrà pur dire qualcosa.
Invece quelle di Ignazio La Russa, il suo ex mentore, come sono? Lui la critica pesantemente, si dice che le abbia tolto il saluto.
Non è vero, ci ho parlato anche mezz’ora fa. Ignazio resta un amico. E io gli amici li rispetto.
Dopo le minacce che lei ha ricevuto dagli estremisti islamici, il Corriere della sera ha scritto che se fosse stata di sinistra sarebbe già diventata un’icona femminile.
Quell’articolo mi ha fatto pensare. Soprattutto da Barbara Pollastrini e dal Vaticano ho ricevuto una solidarietà non di facciata.
Quasi quasi meglio abbandonare questa destra di “senza palle” e passare al Partito democratico…
Bella prospettiva: 8 donne su 2 mila delegati. La verità è che le donne autonome e controcorrente danno fastidio a destra come a sinistra. Solo che di là nessuna ha il coraggio di ribellarsi apertamente. Io ballo da sola e l’ho dimostrato pagando in prima persona i diktat del mio capo ma resto dove sono.
E il suo arcinemico al Viminale? Giuliano Amato è l’ispiratore della nuova politica sull’immigrazione che supera la Bossi-Fini e punta sul coinvolgimento della Consulta islamica.
A tutt’oggi chi predica odio non viene espulso, e le scuole clandestine proliferano. I bilanci delle associazioni musulmane non sono trasparenti, ma non si svolgono le inchieste per paura di turbare gli “amici islamici”. Il Dottor Sottile deve ricordarsi che è anche ministro di polizia e quindi deve fare rispettare la legge.
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Dal blog di Linda Lanzillotta, esponente della Margherita e ministro per gli Affari regionali e le autonomie locali: “Sono nata a Cassano Ionio, un paese della Calabria in provincia di Cosenza, da cui molto presto sono emigrata a Roma. Sono sposata con Franco Bassanini e ho una figlia bella e intelligente. Ho lavorato nelle istituzioni pubbliche per più di 30 anni, qui ho maturato esperienze diverse e sempre ricche che mi hanno insegnato a conoscere a fondo il funzionamento della politica e dell’amministrazione. Dal 2001 insegno programmazione e controllo delle pubbliche amministrazioni presso la facoltà di scienze politiche dell’Università Roma Tre e mi dedico alla Margherita con l’obiettivo di contribuire a costruire un partito che sia capace di affrontare le sfide del XXI secolo”.
Margherita: visto il peso delle donne, direi sostantivo singolare di genere maschile…
Numeri sconsolanti: 8 donne su 98 elette all’assemblea federale del partito. Non ho puntato i piedi giusto per chiudere il congresso in modo unitario. Però adesso basta, si apre una fase nuova. Dobbiamo pretendere che negli organismi di direzione la quota del 30 per cento sia rispettata.
Anche perché molte donne, lei in testa, si sono dannate per costruire questo benedetto Partito democratico.
Sì, si sono impegnate e hanno avuto un ruolo significativo. Perché le donne sono più capaci di elaborare idee e progetti che non di fare battaglie di potere all’interno degli apparati di partito. Però è ora di combattere per liberarsi dalle tutele dei maschi.
In effetti gli uomini si ricordano di voi giusto per circostanza, per dire quanto sono aperti e non sessisti.
In politica nessuno regala niente. Quindi nemmeno le donne possono pensare che qualcosa venga loro regalato. Se lo devono conquistare, perché la politica non è certo un luogo diverso dalla società. Ma le donne sono il 53 per cento del Paese. Se la politica non le rappresenta si inaridisce.
L’Unità maliziosamente ha sottolineato che nei Ds le donne sono più considerate.
E ha ragione. C’è stata una maggior attenzione, e non da oggi. I Ds hanno una storia più antica, con molti esempi di donne che hanno svolto ruoli di direzione. E anche stavolta bisogna riconoscere che hanno fatto meglio di noi. Mi auguro che far parte dello stesso partito abbia un effetto traino anche per le donne della Margherita.
Sì consoli, non è che nel Polo le donne finora abbiano avuto miglior fortuna. Si ricorda il pianto di Stefania Prestigiacomo?
Magra consolazione. La destra ha sempre avuto una cultura molto maschilista, pensi ad An e soprattutto alla Lega. Quindi non può essere quello il termine di paragone. Anche se all’estero ci sono esempi come quello di Angela Merkel, che non è certo una donna di sinistra. Ma io guardo dentro casa mia, non mi interessa cosa fanno dall’altra parte.
Però che brutto parlare di donne in termini di quote, come si fa con i sussidi all’agricoltura.
Per molto tempo sono stata contraria. Però a mali estremi estremi rimedi, visto che la questione della presenza femminile si sta configurando come una emergenza democratica. Quindi ben venga tutto quello che serve per cambiare questa situazione, quote rosa comprese.
Sogni che diventano realtà. Pensi che in Finlandia il governo è composto per metà di donne.
Ecco, là certo non hanno più bisogno di quote. La presenza delle donne è un normale fatto culturale.
Da uno a dieci, quante possibilità ci sono di vedere il Partito democratico guidato da una donna?
Direi sei. Perché sono ottimista: penso che alla fine il gruppo di testa del Partito democratico vedrà la presenza di molte donne.
Intanto Giancarlo Galan, il governatore del Veneto, l’ha candidata alla leadership.
Gentile, lo ringrazio. Ma il leader sarà scelto dai Democratici, tra i quali, a meno che non me ne sia accorta, non figura Galan. Però il fatto che lui mi candidi mi fa capire qualcosa.
Cosa le fa capire?
Che il centrosinistra può riprendere il dialogo interrotto con il Nord del Paese, dalle cui sensibilità e problemi in questi anni siamo rimasti lontani.