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Risparmiare, tagliare le spese inutili, ridurre i benefit dei parlamentari. In attesa di qualche provvedimento concreto per abbassare i conti del Parlamento (il disegno congiunto di Camera e Senato c’è, verrà esaminato da deputati e senatori lunedì 16 e prevede la riduzione del 20% dei vitalizi degli onorevoli a partire dalla prossima legislatura) a Roma pensano bene di discuterne davanti a un buon piatto, preparato a spese dei cittadini.
Così, in occasione della settimana dell’Alta Moda, che si conclude oggi nella Capitale, il presidente del Senato Franco Marini ha convocato un bel po’ di stilisti, tutti a cena a Palazzo Giustiniani. L’appuntamento, per i commensali, è alle ore 21. Per tutti, tranne che per Renato Balestra. Certo che è stato invitato ma, alla stessa ora, ha in programma la sfilata della nuova collezione. “Non trovo giusto che si sia organizzata una cena al Senato alle 21 con il mondo della moda, contemporaneamente alla mia sfilata a Palazzo Valentini“, ha dichiarato piuttosto seccato il designer, “non c’è rispetto per il lavoro degli altri, perché tutti conoscevano il programma”.
Balestra se la prende proprio con chi ha organizzato la cena, perché rischia di vedere dimezzato il suo parterre di ospiti: “Il presidente della Provincia, Enrico Gasbarra, e il vicesindaco Maria Pia Garavaglia vengono alla mia sfilata. Come faranno ad arrivare al Senato in orario?”. La soluzione era stata trovata, ma lo stilista non gradisce. “Mi hanno chiesto di anticipare di mezz’ora il defilé, dalle 21 alle 20,30, cosa che mi procurerà molti problemi perché c’è ancora la luce del giorno”.
Un grattacapo in più per il presidente Marini. E per i senatori, impegnati in Aula nella bagarre sulla riforma giudiziaria del ministro Mastella.
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Qualcuno penserà: per fortuna è finita. Sì, la bagarre della settimana di Milano Moda Uomo si è ufficialmente conclusa. Da giovedì 28, tutti a Parigi: fotografi, giornalisti, modelli. E i buyer stranieri, gli ospiti internazionali e pure i curiosi. Tutti all’ombra della Tour Eiffel. I milanesi si riappropriano così delle strade, dei taxi (che è impossibile trovare in tempo di sfilate), persino dei luoghi cittadini che fanno da cornice alle passerelle modaiole.
Nonostante in città non manchino strutture adeguate, gli stilisti negli ultimi giorni hanno invaso teatri, studi fotografici, musei, una scuola militare (la Teulié di Corso Italia), l’ex sala delle grida di Piazza Affari (ribattezzata Congress and training Centre di Palazzo Mezzanotte (nella foto), la Galleria Meravigli e persino una piscina (la Cozzi di viale Tunisia) e i Giardini di Porta Venezia. Ogni angolo della città è diventato passerella, costringendo gli operatori del settore a spostarsi freneticamente da un luogo all’altro e intasando il già difficile traffico quotidiano. Sempre la stessa scena, specialmente in occasione delle sfilate maschili: “La moda donna storicamente è più legata alla Fiera, che per 25 anni ha ospitato le passerelle in piazza VI Febbraio, mentre ora molte si svolgono nella struttura di via Gattamelata“, dice Mario Boselli, Presidente della Camera Nazionale della Moda (Cnmi), “quando invece si tratta della moda maschile, con meno sfilate, gli stilisti vogliono atmosfera e scelgono posti strani, anche se farebbero meglio a seguire la nostra organizzazione: con le sale che mettiamo a disposizione tutti potrebbero sfilare negli stessi luoghi, risparmiando tempo, fatica a chi deve seguire gli eventi e soprattutto soldi, poiché i nostri costi sarebbero molto inferiori rispetto alle medie di mercato”. Invece no. A parte chi organizza gli eventi all’interno della maison o in strutture private, come Armani nel suo Teatro di via Bergognone o Iceberg nella Pelota di via Palermo, gli altri si sono divisi tra la gettonatissima via Tortona, dove c’è il Superstudio, e le altre location: “Abbiamo organizzato il calendario studiando i tragitti e i percorsi meno impegnativi”, continua Boselli, “ma a volte ciò non è bastato”. Come nel caso della sfilata di Valentino, o in quella di Laura Biagiotti, che hanno rispettato l’orario previsto ma alle quali molti sono arrivati in ritardo. “Una sfilata dura tra i 12 e i 14 minuti, se tutti fossero nello stesso posto, realisticamente, potremmo avere un defilé ogni tre quarti d’ora, contro l’ora in media prevista attualmente dal calendario (e mai rispettata, ndr)”. Ma allora perché i designer preferiscono cercare uno spazio diverso? “Perché chi non ha un luogo privato tende ad individuare un posto bello, centrale e facile da raggiungere, e a conservarlo nel tempo, quasi a renderlo riconoscibile e identificabile con la griffe”, raccontano da Gazzarrini, che da qualche stagione ha scelto la Galleria Meravigli. Così Richmond da anni sfila ai Giardini di Porta Venezia, Versace per due stagioni ha preferito Piazza Affari e Gucci per ben cinque anni ha presentato le collezioni all’interno del Museo della Permanente, utilizzato ora dallo stilista Valentino. I costi? Da 10 mila a 60 mila euro, a seconda della location e dello stilista. Tanto più centrale, tanto più cara: da Piazza Affari fanno sapere che il successo di Palazzo Mezzanotte dipende dal fatto di far rivivere le emozioni del cuore della finanza italiana, ma anche perché è a due passi dal quadrilatero della moda e per lo spazio antistante, che consente eventi collaterali. Compresi gli ingorghi: taxi e macchine private in doppia fila, traffico bloccato, andirivieni di fotografi e cineoperatori.
Tuttavia il business non manca: “La sfilata rappresenta l’evento visibile di un sistema complesso fatto di piccole e medie imprese che lavorano a tutti i livelli”, ha dichiarato Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, “favorire l’evento sfilata vuol dire favorire tutte le imprese che lavorano ai servizi, gli showroom commerciali, le pubbliche relazioni, la manifattura stessa, con una serie di ricadute positive non solo per il sistema moda ma per l’intera città”. Così il marchio Milano si impone in tutto il mondo: “all’estero siamo talmente considerati che non spostano la data di una sfilata senza consultarci”, chiosa Boselli, “mentre qui puntualmente dobbiamo lottare con chi vorrebbe stravolgere il calendario che prepariamo”. La soluzione? Superare la diffidenza e i protagonismi di ognuno. Difficile. Com’è difficile che vada meglio la prossima volta. Quando? Dal 23 settembre con Milano Moda donna. La città è avvisata.
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Gianfranco Ferré è morto. Emorragia cerebrale. La notizia, preannunciata da quel ricovero urgente e dal primo bollettino medico di venerdì sera, che giudicava gravissime le condizioni dello stilista, è giunta domenica 17 in serata, dopo due giorni di ricovero all’Ospedale San Raffaele di Milano.
Conosciuto da tutti come l’architetto della moda, per via della laurea conseguita nel 1969, Ferrè verrà ricordato come unico italiano ad aver guidato la maison di Dior. Ma, soprattutto, rimarranno nella storia della moda le linee geometriche dei suoi abiti e il taglio sartoriale della camicia bianca, vero cavallo di battaglia: declinata in mille fogge, tessuti e dettagli, con i grandi colli che sapevano rendere regale il più classico dei capi. Oggi tutti lo ricordano: giornalisti, stilisti, semplici collaboratori. Le parole sono tante, ma forse non bastano a descrivere il genio creativo e riservato dell’omaccione di Legnano, che nei principi dell’architettura aveva trovato il rigore e le leggi dell’arte.
Ecco il video dell’ultima sfilata milanese. Quella dedicata alla moda maschile del prossimo autunno inverno. Tra qualche giorno avrebbe presentato la primavera estate 2008. A quello stava lavorando venerdì, prima del ricovero in ospedale.
È nata poche settimane fa, si chiama Associazione dei parlamentari amici delle nuove tecnologie e, a voler fare una battuta facile facile, verrebbe da dire che è un’amicizia così solida da non meritare nemmeno un sito. L’associazione è presieduta dal diessino Franco Grillini, vanta come presidente onorario Francesco Cossiga e ha come scopo il progresso multimediale delle strutture parlamentari. Una battaglia trasversale a cui hanno aderito una settantina di parlamentari, per una volta senza distinzioni tra maggioranza e opposizione. Il primo obiettivo che si propongono i deputati multimediali è l’ingresso del wi-fi alla Camera, la tecnologia senza fili che consentirebbe a tutti di connettersi alla rete in qualunque ambiente di Montecitorio. “Un passo avanti importante”, spiega Grillini, “perché qui alla Camera è in costante aumento il numero di persone disposte ad imparare”. Anche se le mail restano un mistero per molti: “c’è chi fa leggere la propria posta elettronica agli assistenti, agli stessi ai quali chiede di rispondere. Ma sono ancora circa 200 i deputati che, invece, di posta elettronica e di internet non ne vogliono sapere”. Attualmente i messaggi in entrata e in uscita dalla Camera sono più di 500 mila al mese, con un aumento compreso tra il 20 e il 30 per cento rispetto allo scorso anno. Se a ciò si aggiunge che nel 2005 la Camera ha speso circa 4 milioni di euro tra hardware e software, e che, con numerosi ordini del giorno, è stato deciso l’acquisto di palmari Balckberry da 490 euro per ciascun parlamentare, non si può certo dire che lo Stato non fa di tutto per migliorare le capacità tecnologiche dei nostri parlamentari. L’unico problema vero? L’età media dei fortunati: uno su quattro ha più di 70 anni. E la rete, ai loro tempi, era solo quella del gol.
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Politica e Internet provano ad andare d’accordo. Nell’era della globalizzazione fioriscono siti, blog e persino sezioni distaccate dei partiti nostrani in quel di Second Life. La rete e il Palazzo si tendono una mano. Anche se, sarebbe il caso di dire, si cercano ma spesso non si trovano. L’anteprima del monitoraggio annuale dei siti politici curata dal Francesco Pira professore dell’Università di Udine, che Panorama.it pubblica in esclusiva, rivela che i primi della classe sono i parlamentari della Margherita.
Paolo Gentiloni, Ministro delle Comunicazioni, ha il sito più agile, animato e longevo, con un archivio che risale al 2005. “Ci sono poi” spiega Pira “Linda Lanzillotta, con un blog che sembra essere nato di recente, nel novembre 2006, ma che è ben costruito sotto il profilo delle notizie personali, anch’esso aggiornato e frequentato da utenti commentatori”.
Dario Franceschini raccoglie consensi in base ai criteri della ricerca che tengono conto di voci quali grafica, usabilità, contenuti e comunicazione interattiva. Tra gli esponenti del Governo, grande successo riscuote il blog di Antonio Di Pietro. Il Ministro, reduce da una sfortunata esperienza su Second Life, dove aveva cercato di creare una sezione politica, generando una violenta rivolta degli avatar, conta almeno un centinaio di commenti per ogni intervento pubblicato, scrive quotidianamente e ha un’agenda sempre aggiornata. Tonino posta video anche su Youtube e dice così la sua sui principali fatti del paese. Diligente e moderno, come il collega di Forza Italia Antonio Palmieri, il migliore in forza al centrodestra. Grazie ad una newsletter, sostengono sempre all’Università di Udine, Palmieri mantiene un contatto costante con il suo elettorato e risponde puntualmente alle mail, tanto da essersi guadagnato il titolo di miglior sito personale in diverse rilevazioni. Di buon livello anche i siti personali di Luca Volonté e Carlo Giovanardi dell’Udc. Decisamente sottotono sono invece altri colleghi della Casa delle libertà, mentre si guadagnano una citazione di merito il radicale Marco Cappato e la versione blog del sito della Lega Nord. E dire che a Montecitorio è nata anche un’associazione ad hoc Amici delle nuove tecnologie.
A proposito di politica nella blogosfera, da una ricerca condotta da Giuseppe Veltri della London School of Economics su un campione di oltre 1100 blogger, con la collaborazione delle tre principali piattaforme di blogging italiane(Dada.net, Splinder e il Cannocchiale), risulta che il profilo dei blogger politici italiani è in maggior parte costituito da adulti di sesso maschile (71%), di buon livello culturale, orientati a sinistra (solo il 27% dei blog si colloca a destra). “Nel caso dei politici” come spiega lo stesso autore della ricerca “il blog è visto come il passo successivo al sito personale. La maggioranza dei blogger ritiene l’utilizzo del social networking lo strumento di un politico per promuovere eventi, dibattiti, manifestazioni, in altre parole per mobilitare il proprio elettorato”. Il 47% degli interpellati considera i blog come una fonte complementare ai media tradizionali e giudica meglio i politici che decidono di interagire con il proprio elettorato. In pratica, quelli che rispondono alle mail e si aprono ai commenti dei visitatori dei loro siti.

Politica e tv, un binomio quasi sempre destinato a far discutere, ma di cui a volte si può anche sorridere. C’è la volta in cui i politici ritengono di essere stati trattati male, ultimo caso il ministro Clemente Mastella che abbandona gli studi di Annozero, quell’altra in cui il politico di turno raccoglie meno consensi (share) del previsto o fa capolino nel programma di intrattenimento come una autentica pop star. In tutti i casi, i politici dimostrano di amare, e tanto, il tubo catodico. Per qualche minuto di celebrità sono disposti a dividersi tra mille impegni, mille studi di registrazione, mille scalette da ricordare. In base ai dati diffusi dal Centro di ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva risulta che sono 256 i parlamentari ospitati in tv nel mese di febbraio nelle principali trasmissioni di approfondimento giornalistico delle reti nazionali (ecco dove sono andati). Mica pochi, se si considera che il dato lascia fuori molte delle ospitate nei programmi comici, nei grandi contenitori per famiglie e persino nei programmi di cucina. Novelli intrattenitori, i politici nostrani nascondono negli archivi esibizioni da romantici chanteur, come in una memorabile performance di Mastella in versione Peppino di Capri (guarda il video sotto) o da linguacciuti attaccabrighe, come nella querelle tra Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini, partita negli studi de La pupa e il secchione e finita in ogni dove televisivo. Ministri canterini, parlamentari litigiosi e a volte poco colti, come ha dimostrato la dissacrante inchiesta delle Iene di qualche tempo fa. L’importante è apparire: via libera allora alle torte in faccia, dove sempre Mastella ha fatto da apripista, alle lezioni casereccie di cucina, come in un vecchio filmato di D’Alema alle prese con il risotto, alle divertenti gag del parlamentare trasgender più discusso, Vladimir Luxuria. E a chi si chiede perché i politici preferiscano programmi leggeri a vecchie tribune elettorali, gli interessati rispondono che tutto ciò risponde alla necessità di avvicinarsi il più possibile alla gente. Probabile, anche se a volte viene il dubbio che la vera ragione sia un po’ di narcisismo: insomma, la voglia di essere riconosciuti per la strada, come dei divi del grande schermo.
Guarda Mastella canta Champagne
Le Iene: Sabrina Nobile “interroga” i politici
In assoluto sono più numerosi quelli che vanno a Omnibus, la trasmissione del mattino di La7. Nel mese di febbraio sono stati ben 69 i politici ospiti di Antonello Piroso &Co. Solo tre invece i parlamentari nei salotti di 10 minuti, il dopo tg di raidue, e di Che tempo fa, il programma di Fabio Fazio.
Equamente divisi tra destra e sinistra, i politici sembrano gradire molto gli inviti del piccolo schermo: dicono sempre sì, anche più volte nello stesso mese e, a volte, nella stessa settimana.
A scorrere le cifre del Centro d’ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva, si scopre così che, ad esempio, il ministro Giovanna Meandri è stata ospite nel mese di febbraio due volte di Porta a Porta e una di Primo Piano su Raitre. Meglio di lei Paolo Cento, avvistato due volte all’Infedele, una a Matrix e una a Omnibus. Anche Rocco Bottiglione non è da meno. Anzi, non manca mai: lo abbiamo trovato due volte da Vespa, una a Primo Piano, una da Giuliano Ferrara a Otto e mezzo e due volte a Omnibus. Totale per l’ex ministro: sei presenze in meno di trenta giorni. E via via tutti gli altri, perché in Italia vige una nuova regola: politico è chi televisione fa’.
Il 61% degli scolari tra gli 8 e gli 11 anni ha il telefonino. In base alla ricerca condotta dall’Università di Udine su un campione di 1212 scolari nelle regioni di Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Toscana e Veneto, risulta che solo il 39% degli intervistati dichiara di non possedere un telefono cellulare. Lo studio, contenuto nel libro Infanzia, media e nuove tecnologie, racconta che i bambini del sud hanno un cellulare addirittura nel 90% dei casi. I motivi per il quale lo utilizzano sono l’invio di sms, la possibilità di cercare un amico, scaricare musica e inviare mms. Spendono in media 12 euro al mese per le ricariche, e nel 63% dei casi fanno da una a tre telefonate al giorno. Esattamente come vedono in famiglia: i bambini dicono che il 93% delle mamme ha un numero proprio, così come il 92% dei papà e il 47% di fratelli e sorelle.
Le cifre parlano chiaro: il Rapporto e-family 2007, presentato qualche giorno fa da Confindustria Servizi innovativi e tecnologici, traccia il quadro di un’Italia appassionata di tecnologia: c’è almeno un apparecchio di telefonia mobile nel 90% delle famiglie, nel 69% dei casi ci sono invece più cellulari. Per quanto riguarda i telefonini di terza generazione il loro ingresso nel mercato sta procedendo velocemente: il numero dei possessori è più che raddoppiato nel giro di un anno, in particolare nelle case che non hanno la linea fissa. La spesa annuale media per servizi di telefonia (fissa e mobile) si aggira intorno ai 1.000 euro, di cui il 60% destinata a servizi di telefonia mobile. Del resto già il Rapporto Eurostat 2006 sulle telecomunicazioni nell’Unione Europea, analizzando gli ultimi dati disponibili, parlava di 63 milioni di cellulari in Italia nel 2004, a fronte di 58 milioni di abitanti (108,4 telefonini ogni 100 abitanti). Nella classifica europea stilata dal rapporto dall’Eurostat, il Belpaese risulta battuto solamente da Lussemburgo, con circa 1,5 abbonamenti per abitante, e Svezia, con 109 contratti su 100 abitanti.
In testa alle preferenze c’è il colosso Nokia, che prevede di vendere 1,2 miliardi di cellulari in tutto il mondo nel 2007, seguito da Motorola e Samsung. La stima, fornita dagli esperti di Gartner Group, società leader nel settore ricerche e consulenze, completa il quadro con i numeri delle vendite: nel 2006 sono stati venduti in totale quasi 991 milioni di telefoni mobili, con un incremento del 21,3% rispetto all’anno precedente.