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Paragoni atomici: francesi miracolati dal nucleare

A Flamanville, cittadina nel nord della Francia, l’Edf con l'Enel sta costruendo un nuovo impianto nucleare

A Flamanville, cittadina nel nord della Francia, l’Edf con l’Enel sta costruendo un nuovo impianto nucleare

“Il fatto di avere un’attività industriale importante, e duratura, qui ha messo in moto molte altre iniziative”. Parola di Patrick Fauchon, 56 anni, da 26 sindaco del comune di Flamanville, cittadina della Bassa Normandia, nel nord della Francia: qui l’Edf, insieme all’italiana Enel, sta costruendo un nuovo impianto nucleare, il terzo nello stesso sito sul mare e il primo di terza generazione avanzata, la tecnologia Epr (European pressurized water reactor) che in futuro l’Enel vorrebbe utilizzare anche in Italia. Continua

Ritardi, caos bagagli e disservizi: benvenuti nello scalo-imbuto di Fiumicino

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Intollerabile, insopportabile, inaccettabile… Gli aggettivi diventano pesanti quando si parla con le associazioni dei consumatori di partenze e arrivi all’aeroporto di Fiumicino.
Tutti i servizi sono sotto accusa. “Non te la puoi cavare con una sanzione pecuniaria se lasci a terra centinaia di persone nel momento delle ferie, che con la crisi magari durano una sola settimana, perché hai venduto più biglietti dei posti disponibili” dice a Panorama Rosario Trefiletti, presidente della Federconsumatori, invocando un cambiamento radicale delle norme. “È inaccettabile che venga perduta o consegnata con grandi ritardi una mole così importante di bagagli” rincara Paolo Landi, segretario generale dell’Adiconsum (ultimo caso, quello sperimentato il 25 agosto dal sindaco di Roma Gianni Alemanno: un’ora abbondante davanti al na­stro della riconsegna bagagli “in piedi e senza aria condizionata”, racconta il Corriere della Sera). Senza contare la reprimenda sulla pulizia di Primo Mastrobuoni, segretario dell’Aduc, dopo un sopralluogo compiuto sabato 25 luglio. O la rabbia dei passeggeri, bloccati per ore in fila, venerdì 7 agosto, perché gli impianti per le accettazioni erano andati in tilt.

Certo, le code estive aggiungono esasperazione e non tengono forse conto di due elementi: in ogni aeroporto il periodo di massimo movimento produce caos; altri grandi scali europei sono inefficienti (Gatwick, per esempio). Quindi sui pesanti giudizi c’è un po’ di ingenerosità. Ma a testimoniare che a Fiumicino i problemi ci sono intervengono numeri e statistiche. Le ultime rilevazioni dell’Eurocontrol, organizzazione civile e militare che vigila sul traffico aereo, mostrano che il ritardo medio delle partenze da Fiumicino è stato pari in maggio a 16,9 minuti per ogni volo: primo posto negativo della graduatoria internazionale. E in cima alla scala dei maggiori ritardi medi per collegamento in Europa c’è una tratta che parte da Roma: quella per Torino. Non solo: oltre la metà dei voli in partenza da Fiumicino sono in ritardo o hanno problemi con i bagagli (e per questo l’Enac ha appena multato l’Alitalia).
Da che cosa dipendono ritardi e disfunzioni? Bastano le difficoltà dell’Alitalia a spiegare tutto? Ci sono anche responsabilità delle imprese autonome di servizio a terra, come dell’azienda che gestisce lo scalo, la società Aeroporti di Roma? La verità è che in un grande aeroporto funziona un sistema a catena, con decine di protagonisti, ciascuno con la propria attività.

Una specie di puzzle delle responsabilità in cui spiccano tre attori principali: il gestore dello scalo per l’adeguatezza delle infrastrutture, in questo caso la Aeroporti di Roma; la principale compagnia di volo, e cioè l’Alitalia, per la propria efficienza; le società di servizio a terra, autonome ma che lavorano per le diverse compagnie. Dice a Panorama Claudio Claudiani, sindacalista della Cisl che ben conosce il trasporto aereo: “A Fiumicino il primo dato è che gli investimenti della società Aeroporti di Roma sono da tempo annunciati ma poco praticati. Il problema risale alla precedente gestione di Cesare Romiti. Lo scalo è stato acquistato per larga parte a debito. Forse non restavano molte risorse da impiegare”. La storia ha avuto inizio nel 2000, anno in cui fu privatizzata la società Adr.

Dal 2000 al 2006 gli investimenti ammontarono in media a 46 milioni l’anno, accumulando ritardi sulle previsioni.
Nel 2007, con il cambio degli azionisti e l’ingresso del gruppo Benetton, si passò a circa 87 milioni di euro, che diventarono 110 nel 2008. Quest’anno si sfioreranno i 90 milioni. Un netto miglioramento, dunque. Però i ritardi sulla tabella di marcia restano. L’ultimo grande intervento riguardò nel 2001 il terminal A di Fiumicino, oggi dedicato ai voli interni e che dal prossimo ottobre, grazie a un accordo con l’Alitalia, sarà riservato alla compagnia italiana e ai partner dello Sky team (Air France e Klm in primo luogo).
Un passaggio da tempo necessario ma al quale, prima della fusione con l’Alitalia, si opponeva Carlo Toto della AirOne.
Ritardi significativi riguardano altre due strutture decisive. La prima è il molo C. Solo nel marzo 2008 è stata posta la prima pietra e dovrebbe essere pronto fra 3 anni e mezzo. Costo: 300 milioni di euro. La seconda struttura è il nuovo impianto di smistamento automatico dei bagagli, che dovrebbe essere pronto fra due anni, costo 100 milioni di euro.
Ci sono colpe dell’Adr? Solo in parte. Nel contratto di privatizzazione era previsto che le tariffe aeroportuali fossero collegate al tasso di inflazione. La norma è stata disattesa, gli introiti dell’Adr sono rimasti fermi al 2000, perdendo valore in termini reali. Insomma, gli azionisti dell’Adr non hanno potuto contare sulle entrate previste e solo adesso, con il decreto anticrisi del governo, è stata prevista una procedura più rapida per decidere. Anche se la fase da allarme rosso che sta attraversando il trasporto aereo nel mondo difficilmente potrà agevolare rincari. Il contributo più rilevante alle difficoltà di Fiumicino arriva dall’Alitalia, che rappresenta metà del lavoro dell’aeroporto Leonardo Da Vinci. O meglio, dall’eredità lasciata dalla vecchia Alitalia, unita alle difficoltà organizzative che la nuova compagnia sta cercando di risolvere in corsa.

Basti pensare al funzionamento delle due società di servizi a terra (biglietteria, accettazione, bagagli) collegate alla compagnia, la Az Service (ex Alitalia) e la Eas (ex AirOne). Oppure ricordare che l’Hub control center, struttura di software della compagnia aerea, è da tempo giudicato obsoleto. La vecchia Alitalia cercava di compensare la mancanza di investimento su questo sistema con più lavoro umano. Oggi, anche per il taglio degli organici, limiti e problemi riemergono. Sta di fatto che, con il 25 per cento di traffico in meno e con gli aerei che a giugno erano pieni in media per il 66,4 per cento, la puntualità dell’Alitalia risulta peggiorata rispetto al 2008. Ma i problemi di Fiumicino non derivano solo da Alitalia o Adr.
Il treno che collega la Stazione Termini all’aeroporto, struttura che in altre città del mondo è un fiore all’occhiello, parte da un binario scomodissimo, per buona parte della notte non funziona e certo non brilla per comodità e pulizia.

Passeggeri in attesa a Fiumicino

PARTENZE, IL PUZZLE DEI SERVIZI IN AEROPORTO: UNA GIUNGLA DI RESPONSABILITÀ
Ma di chi è la colpa se un volo parte in ritardo? Ecco in questa scheda chi deve fare che cosa.
- La Aeroporti di Roma (Adr) deve informare i passeggeri.
- L’Ente nazionale aviazione civile controlla che tutto sia regolare.
- Le società autonome di servizio (handling) affittano le strutture (di Adr) e a pagamento curano per le compagnie aeree accettazione, controllo identità, carte di imbarco, ritiro bagagli. A Fiumicino sono: Az Servizi ed Eas (nuova Alitalia); Flight Care (spagnola); Aviapartner (belga).
- Gli handler indirizzano il bagaglio, ma l’Adr risponde della struttura di smistamento.
- L’Adr cura la sicurezza, ma nei voli internazionali intervengono polizia di frontiera e Agenzia dogane.
- L’Adr assegna le uscite di imbarco, ma questo è fatto da compagnie e handler.
- Pulizia di aerei, vettovaglie e carburanti sono assicurati da altre società di servizio. - L’Adr aiuta i passeggeri con handicap.
- I finger per gli aerei (di Adr) sono affittati e gestiti dagli handler.
- L’Ente nazionale assistenza al volo indirizza rullaggio e decollo.

Campagna d’estate contro il club degli evasori: stavolta il fisco fa sul serio?

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Primo caso: dichiarava al fisco un reddito da fame nera ma sul conto corrente muoveva somme a sei cifre. Secondo caso: aveva denunciato solo il possesso di una barca a vela, poi si è scoperto che l’amore per il mare lo aveva condotto fino alle spiagge dei più esotici paradisi fiscali.
Terzo caso: come una specie di Dottor Jekyll e Mister Hyde si baloccava con Bmw appariscenti e appartamenti da sogno, ma come contribuente risultava un uomo a dir poco modesto.

Sono storie diverse per il sesso e la professione dei protagonisti, i luoghi e i tempi in cui si sono svolte. Ma c’è un filo che le collega: il fatto che i contribuenti infedeli siano stati stangati nel corso dell’offensiva che l’Agenzia delle entrate, guidata da Attilio Befera, ha lanciato su tre diversi fronti per rimpinguare le casse dello Stato, colpite dalla crisi ma anche dalla perdurante evasione fiscale. Un fenomeno che in Italia fa ancora mancare all’Erario, secondo stime, sui 100 miliardi di euro ogni anno. Primo fronte scelto per la campagna d’estate: le vacanze.
Attraverso un’offensiva condotta dai militari della Guardia di finanza e dal personale civile del l’Agenzia delle entrate, il fisco ha cominciato a registrare il livello di vita sfoggiato da un certo numero di contribuenti al mare o in montagna, valutando poi il reddito minimo necessario per possedere o affittare yacht, ville, automobili costose, per riservare campi da golf, stanze in alberghi di lusso, consumare cene e pranzi in ristoranti inavvicinabili o partecipare a feste in locali da milionari. In secondo luogo l’Agenzia delle entrate ha confermato l’impegno nell’uso delle rilevazioni di cui dispongono il fisco e gli altri settori dello Stato.

Il sistema è quello dell’incrocio via computer delle notizie disponibili: un metodo capace di far emergere le differenze tra le dichiarazioni dei redditi consegnate al fisco e i movimenti finanziari che risultano da conti correnti e investimenti in titoli e immobili.
Infine, ma non in ordine di importanza, è partito l’attacco contro chi ha nascosto all’estero ricchezze. Dopo le ultime norme sui paradisi fiscali, varate dal governo e approvate dal Parlamento, i patrimoni nascosti nei paesi inseriti nella lista dei paradisi fiscali con il bollino grigio o nero sono considerati di fatto sfuggiti al fisco, a meno di una prova contraria (sono invece rimaste salve le principali banche italiane, che pure in quegli stessi paradisi fiscali hanno società controllate).
Non basta, l’Agenzia delle entrate ha pure messo a confronto le dichiarazioni fiscali dei contribuenti e i movimenti di capitali che risultano dalle rilevazioni delle autorità valutarie. Sono così finiti nel mirino di Befera e collaboratori 170 mila italiani, perché nei documenti che hanno consegnato al fisco non risultano acquisti, pagamenti, spostamenti di denaro e patrimoni che invece sono emersi dalle banche dati pubbliche sui movimenti di capitale. Ora corrono il rischio di pagare cara la propria faciloneria, soprattutto se si scoprirà che su quelle somme non sono state pagate le tasse in Italia o all’estero. Inoltre, sono state passate al vaglio svariate liste di italiani con sospetta residenza all’estero. E alcuni risultati sono stati già raggiunti e pubblicizzati, come dimostrano i 3,3 miliardi di euro di redditi non dichiarati scoperti dalla Guardia di finanza nei primi 7 mesi del 2009. L’obiettivo di questo affondo sull’estero è chiaro: ottenere il massimo risultato di incasso con i controlli, ma soprattutto con il prossimo scudo fiscale.
Il fisco, cioè, ha suonato l’allarme, ricordando ai contribuenti che correranno un serio rischio se non hanno denunciato i redditi prodotti e lasciati all’estero e se non faranno rientrare i capitali illegalmente detenuti fuori dai confini. Tanto più che per godere dell’immunità per le violazioni fiscali, e restare nell’anonimato, basterà versare un’una tantum pari al 5 per cento del patrimonio, come prevedono le norme sullo scudo fiscale italiano, di gran lunga il più favorevole per i contribuenti infedeli fra quelli varati da diversi paesi. Come ulteriore avvertimento sono trapelate notizie su personaggi noti e potenti.
L’Agenzia delle entrate ha confermato, per esempio, di avere aperto un’indagine su un presunto tesoretto estero della famiglia Agnelli che sospettano sottratto al prelievo fiscale. E nell’ambito della ricerca sugli italiani che hanno spostato la residenza al di fuori dei confini è finito nel mirino il cantante Tiziano Ferro, trasferitosi a Londra. Insomma, il messaggio che l’amministrazione fiscale ha voluto dare quest’estate è che i controlli si fanno, portano a risultati e non riguardano solo alcune attività particolari, bensì le situazioni più disparate.

I redditi medi degli italiani

Come dimostrano anche gli esempi di blitz fiscali che seguono, scelti da Panorama fra le migliaia di casi di cui si è occupata e si sta occupando l’Agenzia delle entrate.

L’IMMOBILIARISTA
La signora M.A. era socia di un’azienda, con una base azionaria molto ristretta, che si occupa di attività immobiliari. Negli anni passati ha dichiarato al fisco un reddito lordo di 3 mila euro l’anno: come dire 250 euro al mese. Insospettiti da tanta povertà, i funzionari del fisco hanno avviato un’indagine finanziaria. E hanno scoperto versamenti non giustificati sul conto corrente bancario della signora per 196.325 euro. A quel punto, scattato l’accertamento, la contribuente ha chiuso l’accordo con la cosiddetta adesione. Importo complessivo pagato, fra imposta e sanzioni: 112 mila euro.

L’INVESTITORE
Passando al setaccio la dichiarazione fiscale del signor L.R., amministratore di società di capitali, gli agenti del fisco hanno rilevato che denunciava appena 28 mila euro lordi. È bastata, però, una ricerca al computer per far emergere che lo stesso contribuente aveva acquistato azioni con tre diversi atti per un valore totale di oltre 1,7 milioni di euro. Non solo, allo shopping sul mercato azionario si era aggiunta l’acquisizione in leasing, quindi attraverso il pagamento di un canone, di due macchinoni Cherokee. E subito dopo anche la sottoscrizione di polizze assicurative e di fondi esteri per un ammontare pari a circa 150 mila euro. La stangata è stata inevitabile. Il fisco, sulla base di questi elementi, ha accertato un reddito “sintetico”, cioè valutabile attraverso spese e consumi secondo un meccanismo codificato e che è volto anche a difendere il contribuente, di 457 mila euro lordi. Come dire 16 volte la somma dichiarata dal signor L.R. L’esito? Di fronte all’accertamento il contribuente ha scelto la strada dell’adesione, pagando in tutto 194 mila euro. Ma è scattato anche un accertamento sulla società di cui L.R. era amministratore, mossa che ha prodotto un ulteriore incasso in tema di iva.

L’EVASORE TOTALE
Al fisco G.R. aveva dichiarato di avere percepito modesti redditi per prestazione di lavoro occasionale. Insomma, il prototipo dell’italiano appartenente al mondo del precariato. Poi sono spuntati contratti pesanti. L’indagine finanziaria è scattata e si è scoperto che sul conto corrente c’erano movimenti per oltre 8 milioni di euro. Il contribuente, invitato, non si è presentato al contraddittorio. Sono stati quindi accertati sinteticamente redditi per oltre 4 milioni di euro. L’accertamento non è stato impugnato e le imposte e le sanzioni dovute sono state iscritte a ruolo.

CAPITALI ALL’ESTERO
Si sa, chi ama andare per mare pensa sempre a magnifiche spiagge, magari con le palme. Se però la titolarità della barca a vela conduce a un porto offshore la curiosità degli agenti del fisco si risveglia. È accaduto al signor M.G., che sottoposto per questo a indagine finanziaria è finito nei guai per una complessa movimentazione di fondi attraverso fiduciarie e trust in paradisi fiscali. L’accertamento, notificato dopo un lungo contraddittorio con la persona fisica titolare dei conti, ha portato alla notifica di un avviso di accertamento con maggiore reddito imponibile pari a circa 6 milioni di euro.

TROPPE AUTO
M.L. aveva dichiarato un reddito tutto sommato non modesto, 60 mila euro lordi l’anno. Solo che bastava guardare il parco automobili, tutte superpotenti, e l’elenco degli immobili per dubitare che fosse vero. È scattata la verifica e, inevitabile, anche la stangata.
CONTROLLI PER 30MILA
Gli italiani nel mirino del fisco

Terremoti d’Italia: ma quelle mappe sono affidabili?

Le macerie della Casa dello studente dell'Aquila

Anche i piemontesi hanno avuto la loro dose di paura quando, domenica 19 aprile, un terremoto di magnitudo 3,9 ha colpito la provincia di Cuneo. La scossa è stata avvertita chiaramente fino a Torino. Per fortuna non ci sono stati danni, ma le immagini del dramma abruzzese sono ormai negli occhi di tutti. E per un attimo il panico ha vinto tutti. Nelle periferie di Torino molti cittadini sono scesi per la strada, innumerevoli le telefonate ai vigili urbani. Poi, passati il pericolo e la paura, sono sorti dubbi, perplessità e tante, tante domande.
Eh sì, perché nella mappa della pericolosità sismica, disegnata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (pubblicata più sotto), al Piemonte è stato assegnato un colore che dovrebbe ispirare serenità. È quasi bianco che contrasta con l’inquietante rosso fiamma di altre regioni, come l’Abruzzo, la Campania, la Calabria.

Grande è stata, dunque, la sorpresa. E molti i dubbi. A cominciare da quelli che riguardano l’attendibilità di questa mappa sismica. Ci dobbiamo credere? Non ci dobbiamo credere? Quale rischio corriamo davvero?
“Intanto chiariamo una cosa” dice a Panorama uno degli autori materiali di questo lavoro, Carlo Meletti: “la mappa indica la pericolosità e non il rischio sismico, cioè chiarisce che tipo di terremoto potrebbe avvenire, e con quale probabilità, nelle diverse zone d’Italia. Il rischio riguarda invece le conseguenze possibili di un sisma, cioè se ci potranno essere danni economici, materiali, feriti, morti o altro. Questo nella mappa non è previsto che ci sia”.
Ma appurato che il rischio è un’altra cosa, alla pericolosità che significato dobbiamo dare? Un italiano che vive in una zona a colore grigio-bianco può stare tranquillo di non incappare mai in un terremoto? La risposta è una sola, inequivocabile: no.
Nessuno può sentirsi al sicuro. E non perché la mappa sia sbagliata. Più semplicemente, come è chiarito nei documenti che accompagnano il disegno con i vari colori che indicano la pericolosità delle varie regioni, bisogna partire dal presupposto che tutta l’Italia è considerata zona sismica. Anzi, la zona più sismica d’Europa, come ha ricordato subito dopo il terremoto in Piemonte Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: “In Italia ogni anno si registrano 8 mila scosse di questa grandezza. Fa parte della realtà del Paese”.
Le aree più tranquille sono censite, dunque, come territori “a bassa pericolosità” sismica. Ma questa è una categoria che nel linguaggio degli esperti significa ben altra cosa da quello che pensano i comuni mortali. La traduzione per tutti, che è bene tenere a mente, è la seguente: in quei territori vi possono essere terremoti fino a magnitudo 5, ma con una probabilità molto bassa. Nel caso del Piemonte, come ha chiarito lo stesso Boschi, “anche nel passato ci sono state sequenze sismiche di bassa magnitudo. Complessivamente è una regione a bassa pericolosità, ovvero non ci sono terremoti forti”.
Come dire: non bisogna cadere negli equivoci quando si legge la mappa sismica, tracciata nel 2004 e validata anche da un gruppo di esperti internazionali. Spiega Meletti: “Le stime vengono effettuate sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili oggi, dalle faglie attive ai dati del catalogo dei terremoti. Sono stime di tipo probabilistico, non c’è la certezza. Si considerano delle serie temporali di terremoti e si fa una stima, lo ripeto, di tipo probabilistico. Noi diciamo quale può essere un terremoto probabile in un certo periodo di tempo. È un documento che guarda in avanti. Serve nel medio e nel lungo periodo, più che sul breve termine. Ed è stato fatto soprattutto per individuare le normative antisismiche”.

i dati del sisma

Traduzione brutale, ma concreta: dato che una casa in muratura dura più di 100 anni, la mappa serve tra l’altro a capire quante probabilità ci siano di incappare, in quella zona, in un terremoto forte, tale da rendere necessarie tecniche di costruzione straordinarie. E quando si parla di zona si indica uno dei 16 mila punti in cui è divisa la mappa, ciascuno distante dall’altro circa 5 chilometri.
Per avere indicazioni più ristrette non ci si deve rivolgere più all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, bensì agli enti locali e alle regioni, che possono disegnare una cosiddetta microzonazione sismica in base alle linee guida stabilite appena poche settimane or sono in un accordo tra la Protezione civile e le regioni italiane.
Il Lazio, per esempio, ha appena svolto in collaborazione con l’Enea uno studio particolareggiato in base al quale alcuni quartieri della capitale, per esempio quelli più vicini ai Colli Albani, hanno un grado di pericolosità sismica ben diverso da altre zone di Roma.
Insomma, tutti gli italiani sono avvertiti: anche se la zona dove abitano risulta fuori dalle aree di maggior pericolo, nulla garantisce, neppure il colore rassicurante usato nelle mappe sismiche, che non possano prima o poi incappare in un terremoto.

Piano casa: istruzioni per l’uso. Per cittadini, comuni e regioni

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Una stanza in più, la sopraelevazione di un piano, l’allargamento del capannone per l’azienda, la pensilina per coprire l’auto… Più metri quadrati e presto, magari entro un paio d’anni. La promessa del governo è chiara, le aziende delle costruzioni hanno già l’acquolina in bocca. Secondo il Cresme, uno dei centri studi sull’edilizia più accreditati, sarebbero 9,5 milioni gli immobili potenzialmente interessati, 490 milioni i metri quadrati aggiuntivi realizzabili e addirittura 60 i miliardi di euro che verrebbero investiti se tutti i proprietari decidessero di avvalersi delle semplificazioni previste dal piano per l’edilizia.
Le questioni aperte. Dal punto di vista del singolo cittadino, però, le domande sono ancora numerose. Quali procedure seguire? Quali costi bisognerà sostenere per balzelli, tasse e bolli vari? Quali approvazioni sarà necessario ottenere e quali limiti non dovranno comunque essere superati? Insomma, che cosa potrà fare davvero una famiglia? Per capirlo bisognerà verificare quali norme saranno approvate da ogni regione, perché è a queste amministrazioni che, sulla scia del progetto nazionale, spetterà il potere di decidere se e come tagliare lacci e lacciuoli che regolano l’attività edilizia dei privati.
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Proprio per offrire queste informazioni Panorama ha svolto un lavoro di ricerca, raccogliendo esempi concreti di possibili interventi e delle relative procedure dai tecnici delle regioni favorevoli al provvedimento, come la Sardegna , la Lombardia e soprattutto il Veneto, dove la giunta del presidente Giancarlo Galan ha già approvato un disegno di legge che ora passa all’esame dell’assemblea.

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Il primo capitolo riguarda gli ampliamenti per gli immobili destinati ad abitazione. Ma non tutti: sarà vietata qualunque iniziativa sugli edifici abusivi, costruiti su aree demaniali o destinate a uso pubblico. Per gli edifici vincolati per motivi storici, artistici, ambientali, e là dove vi siano limiti urbanistici più stringenti fissati dai piani dei Comuni, sarà invece necessario il benestare delle autorità competenti. Cioè non sarà vietato ampliare la cubatura, ma bisognerà ottenere l’autorizzazione.
In tutti gli altri casi in Veneto si potranno fare lavori per ampliare del 20 per cento la cubatura della propria abitazione con la semplice Dia, la denuncia di inizio attività redatta da un professionista.
Un esempio concreto: per una casa di 100 metri quadrati e con un soffitto a 3 metri di altezza, si potrà aggiungere una cubatura di 60 metri. Tradotta in superficie, significa circa 20 metri quadrati. Come dire: una stanza da 5 metri per 4. Gli esempi sono numerosi.

La chiusura del terrazzino. Tamponare un poggiolo, come si dice al Nord, e creare così una nuova stanzetta è uno degli interventi più diretti e meno difficili da eseguire. Oggi c’è bisogno della concessione edilizia del comune. Domani basterà la Dia (e che il condominio non si opponga). Se l’immobile funge da prima casa, la Regione Veneto propone di abbattere i costi di urbanizzazione del 60 per cento.
La sopraelevazione. Con le stesse modalità del terrazzino si potrà sopraelevare l’immobile, sempre che sia tecnicamente possibile. Nel caso di un condominio, la decisione sarà collettiva e la nuova cubatura apparterrà pro quota a tutti i condomini.
Allargamento casa unifamiliare. Nel caso di un villino, si potrà allargare la costruzione fino al 20 per cento in più di cubatura.
Costruzione separata. Se si ha un giardino, o comunque un’area annessa, si potrà realizzare la cubatura aggiuntiva separata dall’immobile principale, con una costruzione a parte.
Box e cantine. Là dove possibile dal punto di vista tecnico, si potrà ampliare del 20 per cento la cubatura anche di box e cantine. Ma ciò non cambierà la destinazione d’uso dell’immobile.
Un caso diverso riguarda l’ampliamento degli edifici con destinazione diversa dall’abitazione. I grandi centri commerciali non potranno fare alcunché. Tutti gli altri, fermi restando i limiti previsti anche per le abitazioni, potranno ampliare la superficie dell’immobile del 20 per cento.
Il capannone. A un edificio industriale di 1.000 metri quadrati se ne potranno aggiungere 200.
Il negozio o la bottega artigiana. Se c’è la possibilità tecnica, si potrà allargare la superficie dell’immobile del 20 per cento.
Tettoie e pensiline. In tutti i casi, abitazione o no, ma anche semplice terreno, non saranno considerate cubatura le tettoie e le pensiline costruite o usate per impianti fotovoltaici per la produzione di energia fino a 6 chilowatt. Stando al parere dei tecnici del settore, si parla di una superficie che potrà arrivare a 45-50 metri quadrati. Così, per esempio, si potranno coprire i posti auto del villino senza che la struttura rientri nella cubatura della casa.
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Colf, badanti e quelle tasse fantasma

Una badante

Tra colf e badanti in Italia sono al lavoro poco meno di 1 milione 200 mila collaboratori domestici. Nel fare la stima per conto di Panorama, il Censis è stato volutamente prudente. Ma anche con questo accorgimento i conti non tornano. Di tutte queste persone all’Inps ne risultano appena 560 mila, comprendendo pure chi versa i contributi per una sola ora di servizio a settimana. Per il fisco, poi, la maggior parte è sconosciuta. Secondo l’esperienza dei caf interpellati da Panorama, cioè le organizzazioni che aiutano i contribuenti a fare la dichiarazione dei redditi, appena un terzo delle colf e delle badanti con i contratti a orario più lungo presenta redditi che superano la soglia minima dell’esenzione e quindi deve versare le imposte.
Per avere un’idea delle grandezze in gioco basti dire che la contribuzione per i contratti da oltre 30 ore a settimana ha riguardato nel 2007, secondo le più recenti tabelle dell’Inps, 65.219 persone, di cui oltre 55 mila stranieri.

Riassunto in pochi dati, ecco quello che il direttore del Censis, Giuseppe Roma, chiama il “welfare fai da te delle famiglie italiane”. Un’enorme, capillare organizzazione di assistenza, con due opposte facce: da un lato svolge una funzione essenziale, senza la quale migliaia di famiglie non saprebbero come assistere i propri anziani, come tenere i bambini, come curare la casa quando sono tutti al lavoro; dall’altro sfugge per larghissima parte alle norme sulla cittadinanza, alle regole previdenziali, agli obblighi fiscali. Ed è un fenomeno così vasto da rendere difficile qualsiasi rimedio.
Dice a Panorama il nuovo presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua: “Noi assolviamo al meglio il nostro compito. Forniamo informazione e servizio, facciamo vigilanza. Ma credo che dobbiamo anche lanciare un invito ai datori di lavoro, il numero dei quali è elevato; un invito alla correttezza nei confronti di queste persone, a far emergere ciò che oggi è nascosto”.
I numeri, in effetti, sono impressionanti. Secondo il Censis, elaborando le indagini campionarie dell’Istat e le risposte delle famiglie sul rapporto con eventuali collaboratori domestici, si arriva alla conclusione che gli irregolari, cioè i lavoratori totalmente in nero, siano in numero più o meno equivalente, anzi leggermente più alto di quello dei dipendenti regolarmente denunciati all’Inps, sia per quanto riguarda gli italiani sia per quanto riguarda gli stranieri. Da qui si arriva a sfiorare nel complesso il milione 200 mila unità, una cifra che lo stesso Censis considera stimata in modo assai prudente e che è composta per oltre il 70 per cento da personale proveniente da altri paesi.
Per larga parte i lavoratori totalmente in nero sono, appunto, stranieri, spesso anche senza permesso di soggiorno.

Un’indagine condotta dalle Acli, una delle organizzazioni più attive in questo settore, indica che solo il 4,5 per cento dei collaboratori familiari stranieri è entrato in Italia con un visto di lavoro. La maggior parte, cioè il 63,1 per cento, ha oltrepassato i confini nazionali con un visto turistico e poi, trascorsi i tre mesi previsti, è rimasta a svolgere la propria attività ma senza permesso. Ben il 18,4 per cento non aveva alcun visto quando ha passato il confine. E il resto delle motivazioni si può dividere tra lavoro stagionale, ragioni familiari e studio. Oggi, dopo tante ondate di immigrazione, si può notare che tra coloro che sono entrati in Italia prima della regolarizzazione del 2002 il 66,6 per cento può vantare un permesso di soggiorno. Tra coloro che sono entrati dopo il 2002, solo il 41,5.
Anche gli italiani, però, quanto a lavoro nero non scherzano. Dice Pina Brustolini, responsabile nazionale delle Acli colf che conosce questo settore come le proprie tasche: “Molte collaboratrici familiari sono donne immigrate senza permesso di soggiorno, ma una parte non meno rilevante è composta dalle tante donne italiane che lavorano a ore e che sono abituate da sempre a svolgere servizi presso le famiglie senza versare alcun contributo”.

La verità è che il fenomeno dell’irregolarità è ben più esteso del semplice nero e pervade quasi ogni meandro dei rapporti di lavoro domestico. Anche i contratti formalmente emersi, cioè denunciati all’Inps e al fisco, presentano infatti vaste zone grigie. Sempre l’indagine condotta dalle Acli rivela che moltissime colf e badanti hanno sia contratti regolari che rapporti irregolari, non dichiarati. Le italiane, per esempio, hanno solitamente diversi datori di lavoro, “sono multitasking” come dice Paolo Conti, direttore centrale dei Caf Acli, e spesso sono in regola solo per uno o due rapporti. È una delle differenze di fondo tra italiane e straniere: colf e badanti italiane hanno un’età di solito più avanzata e prestano servizio presso diverse famiglie; le straniere sono mediamente più giovani e hanno più spesso un rapporto di lavoro a orario lungo, presso una sola famiglia.
Anche tra coloro che affermano di non avere alcun rapporto di lavoro in nero è davvero elevata la percentuale dei casi in cui le ore di attività denunciate all’Inps sono inferiori alla realtà. Racconta sulla base della propria esperienza Pina Brustolini: “Si sa che molte collaboratrici convivono con la famiglia presso la quale prestano il proprio servizio e quindi, di fatto, lavorano 50 e più ore a settimana. Poi, però, versano contributi per 24-30 ore”.
Perché avviene tutto questo? Ovviamente la famiglia ha interesse a risparmiare e la badante ad avere più soldi netti in tasca. Ma l’accordo perverso tra datore di lavoro e dipendente in questo caso non spiega fino in fondo la vastità del fenomeno. Basti citare a titolo di esempio altre due ragioni che oggi sono alla base della generale tendenza all’irregolarità nel lavoro domestico. La prima riguarda la consistenza della pensione che, data la scarsa entità dello stipendio, maturano colf e badanti: dopo 30 anni di contributi pieni, magari per otto ore al giorno, si è no arrivano al minimo Inps. La seconda ragione deriva dalla provenienza geografica delle collaboratrici familiari: a differenza delle prime ondate di immigrazione, dalle Filippine o dal Sud America, oggi prevale l’arrivo di collocaboratori familiari dai paesi dell’Europa dell’Est. Ciò ha provocato un cambiamento di fondo. Tutte le indagini indicano che le nuove colf e badanti non vogliono restare qui e neppure portarsi a casa i contributi, tanto più che molti dei loro paesi di origine non hanno neppure firmato le convenzioni con l’Italia. Il loro obiettivo è un altro: mettere da parte il gruzzolo più pingue possibile in pochi anni e poi tornare dai propri cari. In altre parole, hanno interesse a incassare soldi, non contributi.
Una colf fa le pulizie

La conseguenza di tutta questa irregolarità alla fine si scarica sul sistema fiscale. Spiega Paolo Conti del Caf Acli: “Il reddito dei collaboratori domestici è a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Il minimo per essere obbligati a fare la dichiarazione è pari a 7.500 euro l’anno. Se poi si hanno familiari a carico il limite sale: per esempio, con un figlio si superano i 9 mila euro e così via”. Oltre queste soglie si pagano le imposte. Al di sotto, niente. Ma appunto, con tutte queste irregolarità, chi arriva a versare qualche manciata di euro?
L’Agenzia delle entrate non ha dati generali: non c’è un codice che identifichi colf e badanti e dunque queste si confondono con gli altri lavoratori dipendenti. Ma Panorama ha interpellato in proposito diversi caf. Le risposte sono risultate abbastanza omogenee: da un quarto a un terzo di coloro che versano contributi all’Inps per i contratti di lavoro più consistenti arrivano a versare le imposte.
Un’esigua minoranza, insomma, rispetto a coloro che effettivamente lavorano, anche tenendo conto che si tratta comunque di dipendenti a bassissimo reddito. Basti ricordare appunto che i contratti da oltre 30 ore per i quali vengono versati i contributi hanno riguardato, nel 2007, 65.219 persone, di cui oltre 55 mila stranieri. E che anche se si estende lo sguardo alla fascia oraria più popolosa, quella relativa ai contratti da 20 a 30 ore a settimana (leggere le tabelle Inps a pagina 37) si può verificare che si arriva appena a 191.824 persone (162.081 stranieri). “Di fatto è in atto nel nostro Paese uno scambio come quello che vi fu negli anni Cinquanta per la casa” commenta Giuseppe Roma del Censis. “Allora l’accordo tacito fu: fatevi la casa e noi chiuderemo un occhio. Ora l’accordo riguarda questo welfare fai da te, con la famiglia che risolve da sola i suoi problemi”.

Ma può essere sopportabile un tale tasso di irregolarità? Una cosa è certa. Porvi rimedio non è facile. Un esempio delle difficoltà è rappresentato da ciò che sta accadendo con l’applicazione delle norme, garantiste e di controllo, entrate in vigore a gennaio di quest’anno: da allora l’Inps può riconoscere la validità delle denunce dei datori di lavoro solo se le comunicazioni relative ad assunzioni o cessazioni del rapporto con il dipendente gli arrivano dai cosiddetti Servizi per l’impiego. Risultato? È bastata questa piccola complicazione a provocare una valanga di iscrizioni in meno per il lavoro domestico e oltre 200 milioni di euro di contributi in meno da incassare.

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