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Il crollo dello studio Vitali: lo specchio del pressapochismo italiano

Navada, 2005, ferro e catrame. 66x46x97 cm

Navada, 2005, ferro e catrame. 66×46x97 cm

Quindici tele a rischio di cui sei danneggiate pesantemente e due irrecuperabili. Tre cani scultura (i suoi famosi cani di vari materiali, esposti nel mondo e nelle case blasonate) coperte di macerie e calcestruzzo liquido, sepolti, inermi, uno senza speranza di recupero. E ovunque, macerie, polvere. Continua

Eutanasia: la morte di James Hillman è una lezione sulla vita

morfinaC’è un momento in cui il corpo vince sulla psiche: è quando il dolore fisico (cugino cattivo e contraltare del sommo piacere erotico) schiaccia la persona. La psiche, l’anima, il senso di sé, chiamatelo come si vuole. E lì c’è il bivio: terapia del dolore, con la morfina ad ovattare tutto, o lucidità della mente a prezzo di una sofferenza acida, impietosa, mortifera. Continua

Elena e le curve pericolose della Lega


Elena Morali, 20 anni

Elena Morali, 20 anni

Succede che ventunenne con cognome arcinoto incontri ventenne ben corazzata, curvilinea e di belle speranze (televisive). Nessuno sa dire se i due abbiano lo stesso Q.I., ovvero un identico quoziente intellettuale, o se fanno testo le tre bocciature del ragazzo alla maturità. Per mesi la natura della liaison è stata avvolta dal più stretto riserbo: amicizia, gagliarda attrazione con consumo e conseguente sfogo di ormoni, o amore vero, anticamera di fiori d’arancio? Nulla. Finché i due sono stati paparazzati: le loro effusioni sono finite dritte sulle pagine di Diva e donna.
Continua

Nell’alcova della trans più desiderata d’Italia

Trans
Il suo canale di Suez fra il sopra da donna (terza di reggiseno) e il sotto da attore porno è stretto: Efe ha un punto vita da fare invidia a qualsiasi donna. Taglia 44, 68 chili su 1 metro e 90 di altezza, occhi da cerbiatta, volto da attrice francese, buona per Chéreau, Resnais, Rohmer. Voce controllata, non da baritono e neppure da fatina.
È andata a letto con 3 mila uomini in 10 anni. La sua attuale media mensile è di 120, una trentina di clienti a settimana, ma quando ha iniziato l’attività arrivava a 15-18 al giorno. Parla quattro lingue, è intelligente, ha la stoffa della manager: una bocconiana del sesso mercenario. Continua

Kaka: Stavolta parlo io. E non solo di calcio

kaka esulta dopo un gol
Quando firma un autografo prima scrive “Dio è grande” e poi Kakà: giusto per chiarire per chi tifa e a chi sta sotto in linea diretta. È evangelico Ricardo Izecson dos Santos Leite (qui la scheda sul sito del Milan), è cioè un ultrà del Cristianesimo, uno da curva sud della Bibbia: Cristo al centro, no alla Chiesa istituzione, verginità prematrimoniale, niente alcol, mai una canna, neanche per sbaglio, molta beneficenza e il comandamento interiore di allenarsi alla bontà più che al dribbling.
È pure in debito con il Padreterno, Kakà, per quella volta che lo ha salvato da una brutta caduta in piscina; e per quei gol così belli, improbabili e perfetti da sospettare lo zampino divino. Ci sta la pubblicità gratis. Senza contare che il ventottenne trequartista del Milan si è ritrovato con una faccia d’angelo e natali brasiliani, ma non in una favela: famiglia bene i Leite, padre ex manager, madre insegnante.

I VIDEO da Youtube
Le magie di Kakà

I dieci migliori gol di Kakà

Gli assist migliori di Kakà

Kakà a 15 anni

Kakà palleggia con due palloni

Kakà e l’affaire Manchester City

I tifosi assediano la finestra di Kakà: “Non ci lasciare”

Bello e buono, sempre. Mai stufo?
Non è che davanti alle telecamere sono in un modo e nella realtà in un altro. Non mento.
Però una volta ammise che in campo qualche bestemmia le è scappata…
Per noi brasiliani non esiste la bestemmia. Proprio non la conosciamo. Ho ammesso di dire “cazzo”, “merda”, parole che scappano quando si è sotto pressione, per noi quello è bestemmiare.
E come la mette con i suoi colleghi, serial killer verbali del Padreterno?
“Cosa c’entra Dio? Cerca un’altra parola!” dico loro. Mi limito a questo rimprovero.
A se stesso cosa rimprovera, invece?
Di essere impaziente, di non saper stare tranquillo. Anche a casa devo trovarmi qualcosa da fare.
Non è che ha creato una mistica intorno al mancato incidente mortale?
È successo nel 2000, una brutta botta al collo, la morte sfiorata. Io credo che Dio mi abbia aiutato, ma è solo una delle tante esperienze che ho avuto con lui da quando sono nato.
Si sente protetto?
No, benedetto.
Si è sposato il 23 dicembre, data simbolica, da presepe.
Erano gli unici giorni liberi che avevamo mia moglie e io, intorno a Natale.
E siete arrivati entrambi illibati.
C’era chi mi prendeva in giro, chi compiangeva la mia castità: “Oh, poverino!”. E battute da spogliatoio. Arrivare vergini al matrimonio per noi era importante, il celibato è un valore di Dio.
Soddisfatti o rimborsati? Ne è valsa la pena, per dirla in soldoni?
Sicuramente. Oggi ho una moglie e un figlio meravigliosi. Una benedizione di Dio. Non mi sono mai pentito.
E adesso come la mette con i rapporti? Secondo i sacri testi dovrebbero essere solo procreativi, più che ricreativi…
No, va bene.
Va bene come? Metodi anticoncezionali?
Controlliamo.
Tentazioni?
Mi piace mia moglie.
E la signora Kakà non si irrita per la scritta “I belong to Jesus”, “Appartengo a Gesù”, stampata sulla maglietta e mostrata a ogni gol?
Condivide. Forse dovrei correggere la scritta: “We belong to Jesus”, tutti e tre, Caroline, Luca e io.
Marcello Lippi ha detto che non ci sono gay nel mondo del calcio.
Mai trovati.
Oltre alle donne, piace anche agli uomini. Si sente un’icona?
Non lo so. Non mi interessa essere un sex symbol, non cerco nulla di ciò. Mi interessano i valori familiari, sono quelli che voglio comunicare.
Casa, chiesa e bottega Milan. Ciclicamente girano voci che sia in trattativa con altre squadre. La religione ha pesato nel no al Manchester City, il cui proprietario è un musulmano?
No, per nulla.
Da uno a dieci, quanto contano i soldi nella sua vita?
Sono importanti, ma non è il mio primo valore.
Sarebbe disposto ad autoridursi l’ingaggio, come ha proposto Gennaro Gattuso?
Dipende. È da valutare.
Sembra un no. È suo padre, che le fa da procuratore, a decidere?
Per fortuna non è un dittatore. Non mi dice “fa’ questo o fa’ quello”. Discutiamo.
Non crede che fra supercontratti, sponsor e diritti tv, il sistema calcio sia drogato?
Si parla sempre di quello che non funziona e mai della parte buona, che invece c’è. E che io tento di comunicare.
Mai un’espulsione, pochi cartellini gialli: dà il buon esempio, insomma.
Ci provo.
Paolo Maldini lascia la fascia di capitano: la vorrebbe?
Un giorno, magari.
Sempre perbene.
È che ci sono altri prima di me.
I leader dello spogliatoio?
Gattuso, Nesta, Ronaldinho. E anch’io.
Il più bello della squadra: lei?
Adesso c’è anche David Beckham.
Il più dotato: una volta si è lasciato scappare che è Clarence Seedorf…
Gli sto facendo pubblicità: mi dà dei soldi.
I più donnaioli?
Ronaldinho, Borriello, Flamini.
I più pronti a fare casino?
Gattuso, Nesta, Pato, Inzaghi.
Pelè o Diego Armando Maradona?
Pelè.
Doccia o bagno?
Doccia.
Bionde o brune?
Guardi chi ho scelto. Brune, brune.
Suv o Cinquecento?
La Q7 della Audi: è uno sponsor.
È vero che fa pubblicità solo a marchi “puliti”?
Non potrei mai fare da testimonial a sigarette o bevande alcoliche.
Un integralista dello spot: dicono che abbia accettato i Ringo perché erano metà bianchi, metà neri.
Mi piaceva quel messaggio.

 Kakà e la moglie

George W. Bush o Barack Obama?
Sono contento che ci sia un nero alla presidenza. Un’altra barriera abbattuta.
Lo sa che è talmente politically correct da spezzare le gambe a un intervistatore?
Gliel’ho detto, non fingo.
Ci riprovo: perché ha vinto sempre l’Inter dopo Calciopoli?
Non è vero, noi abbiamo portato a casa la Coppa dei campioni.
E degli arbitri cosa dice, è cambiato qualcosa da quando c’è Pierluigi Collina al vertice?
Di solito non parlo mai degli arbitri, in pochi secondi devono valutare un’azione che noi rivediamo alla moviola cinque o sei volte. Non è semplice.
Insomma, è meglio o peggio adesso?
Gli arbitri stanno migliorando, ma la preparazione è fondamentale, si può fare di più.
Quanto ha pesato Leonardo nella sua carriera?
Tantissimo. È stato sei mesi in Brasile e quando è tornato ha fatto il mio nome ai dirigenti del Milan, ha spiegato loro chi ero e come giocavo. Era il 2002, ero un ragazzino, mi conoscevano in pochi.
E ora se lo ritrova allenatore…
È un carissimo amico, per me questo conta.
Il suo maestro calcistico?
Raì, centrocampista, brasiliano. Era più lento di me, ma più tecnico. L’ho sempre considerato il mio modello.
Se le dico Ancona-Milan, anno 2003, cosa mi risponde?
La mia prima partita con la maglia rossonera. E da titolare. Mi ritrovavo in campo con alcuni dei miei miti.
E poche settimane dopo il derby.
Gol di testa su cross di Gattuso. La mia prima rete milanista. Da raccontare ai nipoti.
Il gol più bello, invece?
Alla semifinale della Champions, aprile 2007, contro il Manchester in Inghilterra: lancio di Dida e colpo mio di testa.
E dire che da ragazzino era partito con un handicap di costituzione.
Fino a 15 anni sono stato sempre il più piccolo. A scuola, a calcio. Il più basso. In una parola: uno sfigato. Ero in ritardo nella calcificazione delle ossa. Loro, allenatori e presidenti, non hanno tempo per aspettarti.
E allora?
Giocavo nel San Paolo. Per fortuna qualcuno ha detto: “È un talento, non perdiamolo”. Così mi hanno portato da uno specialista: facevo una cura a base di creatina e aminoacidi, ogni tre-quattro mesi. A poco a poco le ossa si sono messe a posto e intanto io avevo potenziato la massa muscolare. Anche stavolta mi ha aiutato Dio.
Niente libero arbitrio, si direbbe a sentirla parlare.
Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità. Io cerco di stare vicino a lui il più possibile. Prego parecchie ore al giorno, quando cammino, quando faccio la doccia, guido. Ogni volta che posso.
È per pietas che ha difeso Adriano?
Non condivido le sue scelte, ma le rispetto. Non giudico. So capire quello che sta attraversando.
Che cosa le manca in bacheca?
Il secondo pallone d’oro, il secondo Mondiale, la seconda Champion. Il bis di tutto.
Nel 2000 le chiesero di scrivere i suoi dieci desiderata: erano tutti calcistici. Oggi?
Cento gol con la maglia del Milan, giocare bene nella nazionale brasiliana ai Mondiali, e alla Confederation cup in Sud Africa a giugno. E trasmettere valori sani a mio figlio.
Ha la bacchetta magica: cosa fa?
Elimino la fame nel mondo: se hai la pancia vuota, non ragioni.
E per il calcio?
Tolgo la violenza dagli stadi

2009 se bevi, non guidi: la nostra inchiesta

TestAlcool

Diventerà esecutiva la prossima estate. E stavolta il condizionale non è d’obbligo perché la proposta di spostare il limite del tasso alcolemico per chi guida dall’attuale 0,5 per cento a 0,2 mg/l è bipartisan: destra e sinistra sono una volta tanto in pieno accordo, compatte nella guerra all’ebbrezza mortifera. La commissione Trasporti della Camera sta per approvare una proposta di legge che, nelle intenzioni, ridurrà il numero di incidenti dovuti a stati di ubriachezza.
Nei primi 10 mesi del 2008, su 6.214 incidenti, 245 sono stati mortali, con 280 vittime: è la conta fredda dei numeri secondo l’Osservatorio permanente delle stragi del sabato sera. E il bicchiere, anzi i bicchieri di troppo hanno portato al ritiro della patente per 22.145 fermati. Per il test dell’etilometro (lo strumento che misura l’alcol nel sangue, il cosiddetto palloncino) gli uomini sono stati i più fermati (184.251); e anche i più inclini ad alzare il gomito (11,01 per cento dei controllati contro il 3,68 delle donne).
“Lo 0,2 è un tasso veramente basso, è un indicatore irrisorio, è una quantità simbolica” spiega Raffaella Rossin, coordinatrice dei servizi di alcologia della asl di Milano. “E ogni singola persona fa storia a sé. Contano peso, età, sesso, naturalmente. Ma anche lo stato del fegato: se è compromesso, avrà una certa reazione. E il metabolismo. E la capacità di assorbimento cerebrale. E la condizione psichica: se una persona è agitata, o in stato di shock, o in crisi, avrà facoltà ridotte. Le variabili sono così tante che non è possibile fare generalizzazioni”.
Non c’è, insomma, formula matematica certa, anche se il ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali ha schematizzato dicendo che per toccare la futura soglia dello 0,2 per cento a una donna o a un uomo di circa 60 chili basterà un bicchierino di superalcolico, o un bicchiere da 125 ml di vino, o una lattina media di birra, o 12 grammi di alcol puro.
La “prova su strada” fatta da Panorama fa pensare che da quest’estate usi e costumi degli italiani dovranno cambiare non poco, schiacciati come saremo dalla domanda: se la polizia mi ferma, supererò o no la prova palloncino? Dodici giornalisti, fra i 25 e i 54 anni, hanno bevuto alla stessa ora, a stomaco pieno, alcolici di vario tipo. Una pattuglia della Polizia stradale con etilometro a bordo ha misurato i loro valori.
Addio limoncello per molti, se i risultati ottenuti da Nadia V. , 48 anni, 80 chili, possono essere illuminanti: 0,16 al primo test, 0,09 al secondo (eseguiti, come prescrive la legge, a distanza di cinque minuti). Nessun pericolo per lei, sempre sotto la soglia dello 0,2. Peccato che il suo limoncello non arrivasse a fine di un pasto con brindisi, come di consueto. Era l’unica bevanda alcolica ingerita.
Paolo P., 39 anni, 82 chili, ha brindato con champagne (due calici): 0,20 e 0,18. Con un solo goccio in più (un vino, o l’ammazzacaffè) da luglio incorrerebbe nelle sanzioni previste.
Addio anche ai mischioni che fanno molto vita da serial americano, i vari Negroni, mojito, moderna elegia degli happy hour: Matteo D., 36 anni, 68 chili, registra lo 0,46 col primo test, 0,43 col secondo. Ha bevuto un mojito, mentre Claudio M., 27 anni, 72 chili, ha ingollato felice un Negroni dando soddisfazione all’etilometro con 0,80 e 0,75. Per lui scatterebbero da subito i provvedimenti perché l’articolo 186 del Codice della strada (i dettagli a pagina 19) parla chiaro: multa salata, ritiro patente, 10 punti in meno.
Anche Antonio Bufano, dirigente della Polizia stradale per la Lombardia, è solito parlar chiaro, coi dati alla mano e le riflessioni di chi lavora sul campo: “Qualcuno polemizza sulla scarsità dei controlli, come se l’abbassamento del tasso alcolico fosse una scorciatoia, un deterrente furbo. Niente di tutto questo: nel 2006 abbiamo controllato 241.935 veicoli, l’anno successivo 790.319. Paragoniamo per esempio gennaio 2007 con gennaio 2008: c’è un incremento quasi del 100 per cento, si passa dai 594.624 a 1.158.157. Il risultato su cui riflettere è che le infrazioni accertate in base al 186 sono state quasi uguali, pur col doppio di fermati”.
Due gli strumenti con i quali le volanti operano: il precursore, una sorta di misuratore elettronico, e l’etilometro, più noto come la prova palloncino: si soffia dentro, l’apparecchio legge la quantità d’alcol presente nei polmoni e sentenzia. Riprende Bufano: “Per guidare bisogna essere in condizioni fisiche perfette, così dice l’art.115 del Codice della strada. L’optimum sarebbe non assumere né alcol né farmaci. Ma il vero traguardo è capire che dobbiamo rivedere le nostre abitudini. Noi italiani siamo soliti bere, è radicato nel nostro costume nazionale: lo spritz, l’ombretta, la grappa, l’amaro, il vino a mescita, il caffè corretto e via così. Bisogna che incominciamo a prevedere il conducente designato, l’amico che non tocca alcol a una cena e rimane perfettamente lucido”.
Pratica che il popolo dello sballo da discoteca ha già brevettato da tempo: quattro amici liberi di calarsi pasticche e beveroni bomba, il quinto “pulito”, versione chaperon del sabato sera. Anche perché ormai non si scherza: con il decreto legge del maggio 2008, chiunque guidi in stato di ebbrezza commette un reato, non è più un illecito amministrativo (solo multa) ma diventa di competenza del tribunale.
“Bisogna svolgere un’attività preventiva non solo repressiva. Spiegare, far capire che si deve essere lucidi. Noi andiamo nelle scuole, abbiamo attivato campagne di sensibilizzazione” continua Antonio Bufano.
Secondo i dati emersi nella Prima conferenza nazionale sull’alcol, 800 mila ragazzi sotto i 16 anni, ovvero sotto l’età legale per consumare alcol, beve e non solo nel finesettimana. L’80 per cento dei giovani beve e molti di loro si mettono alla guida dopo aver alzato il gomito, anche se in alcuni locali sono stati installati, fuori, gratuiti, apparecchi per rilevare il tasso alcolico. “È anche una forma di presa di coscienza. Ma bisogna far passare l’idea: cosa devo fare per non essere pericoloso per me e per gli altri. In certi paesi, come la Germania, la scelta è stata 0,0: non si guida se si è bevuto” ricorda Raffaella Rossin.
E 0,0 è risultata nella prova su strada di Panorama Cristina B., 31 anni, 55 chili: beve un whisky e l’etilometro per due volte segna 0,0. Ne beve un secondo, ripete il test, e lampeggia sempre lo 0,0. Come è possibile? Risponde Rossin: “Magari la giovane ha un tasso di assorbimento lento. Gli effetti dell’alcol potevano esserci però a livello cerebrale: sarebbe stato interessante fare una prova riflessi”.
Come si è detto, troppe sono le varianti per mettersi in tasca la ricetta che salva dalla sanzione, anche se gli italiani se ne stanno inventando di ogni tipo (riquadro in alto). Carla D., 44 anni,75 chili, ha bevuto per Panorama una birra media e l’etilometro ha segnato 0,36 a entrambi i test. Da quest’estate con una birra si sarà fuorilegge. E pure con il classico spritz: Anna B., 27 anni, 45 chili, non regge proprio l’alcol, ride, le gira la testa e il bigliettino della volante sentenzia: 0,52 e 0,41. Da quest’estate sarebbe perseguibile perché solo se entrambi i test superano il valore limite scatta la sanzione.
Alla stretta dei parametri, si ribellano in molti: chi vede l’avanzata di una sorta di stato di polizia tutto controlli e divieti e chi ritiene esagerati i provvedimenti, anche perché taglierebbero le gambe a una parte del mondo del lavoro. La Tavola della comunicazione alimentare è esplicita: “L’introduzione di un limite così basso esclude di fatto ogni possibilità di spostamento autonomo a chiunque abbia a che fare con il comparto vitivinicolo”.
Difficile però far digerire l’argomentazione all’Associazione italiana familiari e vittime della strada, sempre più determinata a far passare la tolleranza zero come c’è in Germania. E in Spagna José Luis Zapatero ha spedito in carcere 100 conducenti sui 26.820 sanzionati, forte del reato contro la sicurezza stradale introdotto un anno fa. Col risultato che in due anni i morti per gli incidenti nelle «carreteras» spagnole sono diminuiti del 22 per cento.
Antonio Bufano cerca di tirare le fila dicendo: “L’alcol non deve essere limitato solo ai giovani, la cui perdita fa più scalpore, ma a tutta la società. Non si muore solo di sabato dopo la discoteca, si muore tutta la settimana e nei luoghi più vari d’Italia”.
Si muore anche guidando mezzi pesanti e sui posti di lavoro: “Quante delle morti bianche sono dovute a persone che si mettono ai comandi di una gru, di un complicato automezzo, dopo la pausa pranzo dove il vino è ospite fisso?” si domanda Rossin. “C’è solo un modo per smaltire l’alcol ingerito: far passare tempo. Parecchio tempo”.
La prova dell’etilometro in redazione:

Segreti di letto: l’estate al tempo del Viagra

Sesso

Vuoi vedere che tedesche e svedesi hanno ragione nel mitizzare il maschio del Sud? Da quando il Viagra è stato introdotto in Italia (ottobre ’98, il compleanno dei 10 anni dietro l’angolo), la Calabria è l’ultima nella classifica delle vendite. Il cliché machista del gallo che non deve chiedere mai, tantomeno al farmacista, è confermato. E prima della Calabria ci sono Molise, Basilicata, Sicilia, mentre i primi posti vanno, inesorabili, dati alla mano, a Lazio, Toscana, Emilia-Romagna. E Pistoia tiene stretto il primato della città a più alta concentrazione di pillole blu, anche se i farmacisti locali giurano che i loro concittadini non sono dei fondisti delle lenzuola o degli impotenti cronici, no, ad alzare la media ci sono i fiorentini che si vergognano di fare acquisti a rischio sberleffo dove sono conosciuti, e soprattutto ci sono i turisti di Montecatini, noto centro termale e di incontri più o meno romantici. Fra una cura d’acqua e un fango molti dei 14 mila ospiti degli alberghi (oltre ai 21 mila letti nelle case) fanno una gita furoriporta a Pistoia e, ricetta alla mano, o sorriso complice al farmacista, chiedono l’«aiutino».
Con 24 milioni di italiani in vacanza, molti dei quali diretti alle spiagge del Sud, la classifica potrebbe subire degli scossoni. Perché è da molte stagioni che il Viagra e i suoi fratelli (anche più graditi, come si vedrà più avanti) hanno smesso di essere semplicemente un rimedio farmacologico a chi soffre di disfunzione erettiva.
La pillola blu (Viagra), la gialla (Cialis) e l’arancione (Levitra), questo mezzo arcobaleno di pasticche ha colorato e ingrigito al tempo stesso il nostro vivere. Tanto più d’estate, stagione di amori facili, incontri, serate in discoteca, brandelli di libertà ritrovati (Quando la moglie è in vacanza, titolo del film con Marilyn Monroe e stato della mente).
Ammettono alla farmacia Scarfone, zona Taormina: «Comprano il Viagra persone di varie età, non necessariamente anziani. Una volta si vergognavano, ora lo chiedono con disinvoltura. Nel mese di giugno abbiamo venduto sei confezioni, sulle 22 dell’intero anno». E a Rimini, zona di discoteche e goliardate, non fanno che confermare. Alla farmacia Donati va così: «Molti tentano di avere le pillolette senza prescrizione, ma siamo irremovibili. L’acquirente tipo è maschio, età variabile, col fare di chi sta comprando per conto terzi. Certo, d’estate le vendite aumentano: Rimini si popola».
In fondo all’arcobaleno non c’è però la pentola di dobloni come ci raccontavano da piccoli, ma il fenomeno delle amanti-badanti, ovvero dei molti over 60 che sposano o frequentano biblicamente la filippina di turno; c’è il fast-sex, sesso veloce, 4 ore di paracadute contro possibili brutte figure; c’è l’uso ludico di chi ogni tanto si prende il gusto di una serata gagliarda; ci sono i matrimoni con trent’anni di differenza, benedetti dal dopante per lui; c’è la cultura dell’aiutino che in questi anni è passata direttamente dai quiz televisivi al talamo. E c’è lo sballo da sabato sera dei ragazzini che mischiano alcol a sexypasticche, fenomeno preoccupante e sintomatico dei tempi. «Però non esageriamo… È vero, puoi trovare qualsiasi tipo di sostanza stupefacente in certe discoteche» racconta Matteo Gallo, milanese, 20 anni «ma 10 euro per una pasticca di Viagra è una spesa superflua per molti. Casomai rompi le inibizioni bevendoti qualcosa di forte».
In Italia sono stati venduti finora circa 54 milioni di pillole blu (dati Pfizer, la casa farmaceutica produttrice), mentre nel mondo il numero sale a 1,7 miliardi. Siamo al terzo posto in Europa dopo Gran Bretagna e Germania.
Ma c’è una rivoluzione in corso non ancora registrata. Secondo i dati forniti a Panorama dal Centro regionale di riferimento sul farmaco della Regione Veneto che monitorizza le vendite dei principi attivi delle medicine, gli italiani stanno orientandosi verso il Cialis, 36 ore di efficacia contro le 4 del Viagra. Il tadalafil, principio attivo della pasticca gialla, ha registrato fra il 2006 e il 2007 un più 18,6 per cento in termini di confezioni e più 21 come spesa. Gli stessi dati per il sildenafil (Viagra) hanno il segno meno davanti: 2,1 alla voce confezioni e 1,1 a quella relativa alla spesa.
La tabella dei principi attivi segna anche un più 3.052,5 per il vardenafil, base del Levitra, fresco di lancio e dunque con performance da primato.
«Il Viagra risponde alla formula qui e ora, il Cialis è un aiuto strutturato, prevede una sessualità senza l’assillo del consumo immediato» spiega Roberta Giommi, direttore dell’Istituto internazionale di sessuologia a Firenze. Dal suo punto prospettico, osserva la nostra società accelerata, precaria, paurosa, e dice: «Queste pillole vengono usate per sedare l’ansia di prestazione, a vari livelli. I giovani hanno paura delle ragazze della loro età, che sentono aggressive. Le dinamiche di coppia sono cambiate, le donne lo sono. E i cinquantenni evitano di misurarsi con l’inevitabile fragilità sessuale che ha inizio in quel periodo. Purtroppo c’è chi prescrive queste pillole con facilità solo per infondere sicurezza al paziente. Ma se fornisci il salvagente, chi imparerà mai a nuotare?».
«La zona più erotica è la testa» diceva Sigmund Freud, il piacere segue percorsi articolati, mentre la Viagra generation sembra avere come manifesto programmatico il sesso meccanico, una revisione al ribasso della mitologia machista con l’uomo sempre pronto a possedere, non importa se di nascosto ha ingollato la pillolletta in technicolor.
Il pensiero forte del desiderio debole: come ci si è arrivati? Non ci sono più relazioni profonde, non si parla più, lamenta Fiamma Satta, celebre voce radiofonica sui sentimenti (La posta del cuore, Radiodue) in uno degli interventi raccolti in queste pagine.
A fare da terreno di coltura della Viagra generation c’è anche la cultura imperante, narcisistica ed egoriferita, del sempre belli, sempre in forma e giovani.
Non solo, ci sono le donne che fanno gli uomini e che in nome di una presunta emancipazione hanno da loro mutuato il sesso per il sesso, i voti agli amanti, le richieste esibite. E c’è un’altra cultura, imperante anche questa: quella della medicalizzazione diffusa che trasforma in patologia, per esempio, la naturale iperattività dei bambini e fa etichettare i momenti difficili o la malinconia come depressione. Così «la pillola va giù, la pillola va giù» e le case farmaceutiche ingrassano.
Lella Ravasi Bellocchio, psichiatra junghiana di fama, spiega: «Il corpo ti manda dei segnali e tu li sedi, li blocchi. Ancora una volta si nega il corpo. L’aspetto più sconcertante di Viagra e Cialis è la sostituzione di un rapporto erotico, dove ci sono dei gesti, dei silenzi, delle parole, delle paure, con una cosa meccanica. Sostituire il tempo dell’eros con quello del sesso è un modo per stare lontani dalla sessualità, che è crescita individuale, scoperta».
L’estate al tempo del Viagra merita dunque una riflessione agrodolce, quasi escatologica, suggerisce ancora Bellocchio: «Finché posso contare sul fatto di essere efficiente a letto, e andare con ragazze, spassarmela, vuol dire che non muoio. Viagra & C non si misurano con l’impotenza, ma con l’onnipotenza».
E mentre si moltiplicano gli studi che magnificano i benefici effetti delle pilloline colorate (curano anche il jet lag, carenze d’ossigeno, sembrano essere preziose contro l’invecchiamento femminile in quanto antiossidanti…), c’è chi sta facendo i soldi vendendo in internet imitazioni, quasi tutte prodotte in Brasile e Cina, con molta fecola di patate inclusa. E c’è chi rischia 20 anni di prigione (un imprenditore di New York) per avere, al contrario, messo il principio attivo del Viagra dentro il proprio integratore alimentare che, neanche a dirlo, è stato un successo grazie al passaparola. Eppure il nome, Boom, avrebbe dovuto insospettire.
E siccome gli italiani hanno la fantasia dalla loro, nei quasi 10 anni di vita il Viagra è finito anche in minestroni e ragù, sbriciolato da mogli stanche di disattenzione, con conseguenti corse all’ospeale per imprevisti malori del marito.
Se l’estate cambierà i flussi di spesa degli aiutini da letto seguendo la carovana dei vacanzieri, Sicilia e Calabria potrebbero trovarsi a fine settembre in testa alla classifica. Anche se è al Cialis che bisogna guardare, perché a soli 10 anni di età il Viagra rischia di andare in pensione. Troppo poche 4 ore di stato d’allerta contro le 36 promesse dal concorrente. FORUM

Renato Brunetta: “Vorrei fare il fannullone, ma non ci riesco”

brunetta

Il suo idolo è un macellaio. Detta così sembra irriverente o stridente rispetto alla serietà del personaggio: ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, nonché professore di economia del lavoro, autore di decine di saggi. E invece Renato Brunetta, veneziano, 58 anni, adora Fabrizio Nonis, macellaio verace, prestato alla tv (In punta di coltello). Quando, casualmente, i due si incontrarono, Brunetta esplose: “Ma lei è il mio mito”, e l’altro: “No, lo è lei per me”.
Lo sa che è il ministro più popolare del nuovo governo?
Non posso più camminare per strada: la gente mi ferma, mi dice: “Abbiamo fiducia in lei”, “Vada avanti”. Quelli che lavorano sono tutti dalla mia parte. È un consenso bipartisan. Molti di loro sono pubblici dipendenti. Nelle prime settimane di governo ricevevo telefonate di colleghi, del seguente tenore: “Sei proprio sicuro?”, “non stai esagerando, non è pericoloso?”. Finite.
Perché le sue norme antifannulloni sono popolari. E un po’ populiste, sinceramente…
La gente non ne può più. È questo il clima culturale e io lo sto cogliendo.
Quando comincia a fare il fannullone lei? Parliamo delle sue vacanze.
Seconda settimana d’agosto. Dovrei cominciarle intorno a quella data, se tutto va bene.
Meta?
Ravello e Todi, dove ho casa. Non ho più voglia di girare. Per 9 anni ho fatto il pendolare fra Roma, Bruxelles, Venezia. Adoro stare a casa.
E ora si gode le sue case, sparse per l’Italia. Una anche a Venezia, un’altra a Roma. Da ragazzo vivevate in nove in 90 metri quadrati.
Ho tanti mutui. Le case sono anche il mio riscatto rispetto al passato. E mi danno sicurezza.
La giornata tipo di Brunetta in versione fannullone?
Mi sveglio comunque presto, proprio non ce la faccio a non far nulla. Alle 7 sono in piedi, lettura dei giornali la mattina, pomeriggio lavoro o studio.
E la chiama vacanza?
Non so nuotare, non so guidare, sciare, andare in barca. Non so fare niente. Nella mia giovinezza ho solo studiato e lavorato. È un po’ da libro Cuore, ma è così. La mia era una famiglia piccolo piccolo borghese, se non proletaria. «Chi non lavora non mangia» mi ripeteva mia madre. Da ragazzo ti arrabbi a vedere i tuoi amici che vanno in vacanza mentre tu vai a vendere gondolette con tuo padre, ambulante. Lui apriva il banchetto 2 ore prima degli altri, alle 6 di mattina, per beccare le coppiette di sposi meridionali in partenza, che facevano gli ultimi acquisti di souvenir. «Ho già fatto la giornata» mi diceva orgoglioso mentre i suoi colleghi arrivavano.
Si capisce di più la sua crociata antifannulloni.
Vede, la mia prima vacanza seria l’ho fatta a Todi, nell’83, avevo 33 anni. E mi ha salvato la vita, perché ero finito nel mirino delle Brigate rosse. È da allora che vivo sotto scorta.
Parliamo delle prossime vacanze. Se Silvio Berlusconi la invitasse in Sardegna, accetterebbe?
Non sono mai stato invitato dal presidente, ma se succedesse ci andrei ben volentieri.
E con il meno amato Giulio Tremonti passerebbe giorni insieme?
Va a Lorenzago di Cadore, nel mio Veneto. Se c’è bisogno di lavorare insieme, perché no?
E con un sindacalista andrebbe in vacanza?
Forse con Renata Polverini, primo perché è donna e dunque più piacevole, poi perché è da scoprire, la conosco poco. Con gli altri ho già dato, Epifani, Baroni, Bonanni. Sarebbe una noia mortale. Ho colleghi che lo fanno. Forse sono più perversi di me o masochisti.
Un politico da vacanza?
Fausto Bertinotti, sa prendersi in giro, è piacevole. Aspetto un suo invito.
Berlusconi, Bertinotti… Il terzo invito da chi lo vuole?
Da Andrea Pamparana, mi piacciono i suoi libri su santi e filosofi, è curioso, intelligente.
Non nuota, non dorme fino a tardi. Insomma cosa fa nelle tre settimane di stacco?
Mi piace mangiare bene, stare con gli amici, leggere. Unica concessione: il riposino. Sono fatto così, il primo giorno di vacanza me lo godo, il secondo mi sento già in colpa.
Letture?
Saggistica. Non amo i romanzi e purtroppo non mi piace la poesia. Vorrei, ma proprio non mi piace.
Ha mai pensato di scrivere qualcosa che non sia un trattato di economia?
L’ho in testa da molti anni, c’è già anche il titolo, Lista di Spagna. È un romanzo, non ci crederà. Ma non riesco a scriverlo.
Perché?
Lista di Spagna è il nome della strada dove avevamo la bancarella, dai miei 13 anni fino alla laurea sono stato lì quando non ero a scuola o a studiare. Quel vicolo è il luogo della mia formazione: 10 anni in cui sono successe cose dentro di me, e fuori. Ma sono ancora troppo emotivamente coinvolto per metterle sulla carta.
Lei ama stare ai fornelli, vero?
Ho imparato a cucinare da ragazzino, quando le giornate di studio erano lunghe. Così, ogni ora, mi alzavo dai libri per andare in cucina ad aiutare mia madre. Quei momenti sono il ricordo più dolce che ho di lei. Pulivo il pollo, preparavo un soffrittino, aggiungevo il brodo. Ho imparato i fondamentali.
I piatti forti dello chef antilavativi?
Pasta e fagioli, ragù, sugo. Bene arrosti e pesce. Benissimo il brodo e la pasta, fatta in casa da me medesimo. Amo i lessi da morire. Se arrivano 15 amici all’improvviso, svuoto il frigo e li metto a tavola in poco tempo. Sono debole sui dolci.
Ha un altro punto debole, se permette: la privacy. Non vuol far sapere chi è la sua fidanzata, donna chic, Titti di nome, arredatrice di professione. Dica dell’altro…
La privacy è per me un valore assoluto. Una dimensione invidiabile. Non saprà nulla.
Confessi almeno se si è offeso quando l’hanno definita “miniministro”.
Sono abituato alle battute, è 58 anni che me le fanno. Ho metabolizzato. Però stavolta ho provato pena per chi ha usato questo misero giochino, Eugenio Scalfari e Furio Colombo. Mi dispiace di avere avuto per loro tanta stima, sono stati due punti di riferimento. Se questa è la sinistra, noi governeremo per i prossimi 200 anni. Spero che la sinistra, quella vera di Walter Veltroni, sia un’altra cosa.
Perché si è dato un anno di tempo per cambiare le cose?
O si dà il colpo subito o non si fa più. Ci sarà un monitoraggio presso la clientela, che poi è il cittadino.
Finora non ha perso tempo: crociata antifannulloni, denuncia delle consulenze d’oro, trasparenza… I 3 milioni e 650 mila dipendenti pubblici faranno un’estate da thriller immaginandola sulla terrazza di Ravello a inventarsene una al giorno. Altro che vacanze.
La maggioranza dei lavoratori se ne infischia. Spero di non essere l’ossessione di nessuno. E comunque i dipendenti pubblici sono i primi a voler essere percepiti in un modo diverso. La colpa non è loro, ma del datore di lavoro, che è l’uomo politico: non si può essere dei manager del settore pubblico cercando il consenso anziché profitto ed efficienza.
Suona come un discorso anticasta, molto in voga anche questo…
Io sono un pezzo della casta. E comunque guadagno la metà di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, autori del libro.
Bastone e carota: punizioni a chi ruba lo stipendio, premi a chi lavora bene. L’ha chiamata “Rivoluzione”.
In questo paese pazzo i rivoluzionari sono dei riformisti. Ma le cose si possono cambiare. Pensi a Napoleone: quando lui entra in scena sembrava tutto perduto e invece quel piccoletto corso cambia la storia e il mondo.
Più di una volta amici e nemici hanno detto: «Brunetta si crede Napoleone». È il nostro Bonaparte? Vuole cambiare la pubblica amministrazione dopo decenni di clientelismo e immobilismo?
Non solo.
Cos’altro?
La storia di questo Paese.
Allora è davvero Napoleone…
L’Italia deve ritornare bella, felice, generosa, solidale, è un paese benedetto da Dio, maledetto dagli uomini.
Pensi a cosa sta succedendo a Napoli.
Io ce l’ho con la borghesia napoletana che non fa, non dice. Nulla è perduto. Bisogna darsi da fare.
Ottimista. E se alla fine la esiliassero, se Ravello diventasse la sua Sant’Elena?
Napoleone era in esilio, io sarei agli arresti domiciliari.

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