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I misteri di Ciancimino e quell’audizione negata

Vito Ciancimino in tribunale a Palermo

Vito Ciancimino in tribunale a Palermo

Nel complesso intrigo politico-giudiziario sulla presunta trattativa fra Stato e mafia nel 1992 (anno delle stragi Falcone e Borsellino), non è ancora chiaro un punto: perché l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino non venne mai ascoltato dalla commissione Antimafia? Continua

L’Aquila, sei mesi dopo: le amnesie di Obama

La chiesa di San Marco: era stata "adottata" da Obama

La chiesa di San Marco: era stata "adottata" da Obama

Cosa posso fare per restaurare questa bellissima chiesa?”. Era l’8 luglio quando il presidente Barack Obama, giunto per il G8, visitò il centro dell’Aquila distrutto dal terremoto e pronunciò quelle parole davanti a San Marco e a molti testimoni (qui le FOTO della visita e il VIDEO da YouTube). In mattinata Michelle Obama voleva adottare la chiesa di S. Maria Paganica. Ma, a oggi, gli Stati Uniti non hanno ancora onorato la promessa. Continua

La cura Brunetta per i giudici: basta sentenze scritte a casa

Renato Brunetta

Basta con i magistrati che scrivono le sentenze a casa. Giustizia e università saranno i prossimi fronti del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Che, pur riponendo la clava nel cassetto e usando toni suadenti, non molla di un centimetro: attraverso la trasparenza assoluta vuole efficienza e organizzazione in tutti i settori dello Stato.
Continua

Maroni studia come spostare i carabinieri dalla Difesa al Viminale

 Maroni e La Russa

Il progetto non è ancora nero su bianco ma sotto traccia gli schieramenti cominciano a prendere posizione. Da qualche mese il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, insiste sulla riforma della pubblica sicurezza, una revisione completa della legge 121 del 1981 che smilitarizzò la Polizia e che tuttora regola il coordinamento delle forze dell’ordine. “Attualizzarla, non stravolgerla” dice Maroni. Il suo sogno, mai espresso apertamente ma neanche smentito, è trasferire in futuro i Carabinieri dalla Difesa al Viminale, da cui già oggi dipendono per le funzioni di ordine pubblico.
L’obiettivo raggiungibile concretamente, per ora, è un coordinamento che eviti sprechi e garantisca più sicurezza alla cittadinanza. Comunque vada, sarà una rivoluzione. E Maroni ha anche indicato i tempi della riforma: due anni, cioè entro il trentennale della legge 121 che ricorrerà nel 2011. Un impegno che non sarà facile realizzare.
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, sta già lavorando a un progetto che rimoduli “le articolazioni territoriali delle forze di polizia a carattere generale”, Ps e Carabinieri, come lo stesso Maroni annunciò il 13 gennaio in Senato. Un lavoro lungo e diplomatico che al momento non prevede lo spostamento dell’Arma sotto il Viminale ma cerca di individuare il modo migliore per razionalizzare quanto esiste.
Certo non fu per caso che in gennaio Maroni inviò in Francia due dirigenti del suo ministero per studiare la “rivoluzione francese” attuata da Nicolas Sarkozy: lo spostamento della Gendarmeria, equivalente all’Arma dei carabinieri, alle dipendenze del ministero dell’Interno. Il gendarme resta militare pur prendendo ordini dal prefetto. Oltralpe, però, le sovrapposizioni italiane non ci sono, perché ai gendarmi sono affidati i centri minori e alla polizia le grandi città: proprio uno degli obiettivi del progetto redatto nel 1997 dall’allora sottosegretario all’Interno Giannicola Sinisi.
Idea irrealizzabile secondo Marco Minniti, responsabile del dipartimento sicurezza del Pd ed ex viceministro dell’Interno: “La divisione territoriale non è praticabile, sconvolgerebbe l’Italia” dice a Panorama. “Invece una rivisitazione profonda della legge 121 è indispensabile. Abbiamo cinque forze di polizia più quelle regionali, provinciali e locali. Così come nella legislatura guidata dal centrosinistra varammo con il centrodestra una riforma che pareva impossibile come quella dei servizi segreti, oggi possiamo arrivare a un risultato condiviso”.
Nell’audizione dinanzi alla commissione Antimafia del 2 aprile Maroni espose con chiarezza le sue preoccupazioni. Nei prossimi cinque anni diverse migliaia di poliziotti e carabinieri andranno in pensione e già oggi tutte le forze dell’ordine lamentano una carenza complessiva di circa 23 mila uomini. Anche se nel 2009 saranno arruolati 2.800 poliziotti e carabinieri, secondo il ministro sarà impossibile assumerne altri 20 mila nei prossimi 4 o 5 anni. E dunque va rivisto “il modello organizzativo che vede una sorta di competizione sul territorio” tra Ps e Arma, spesso causa di “diseconomie che devono essere superate”.
Impresa complicata, se solo si pensa che l’Italia è da tempo sottoposta a una procedura d’infrazione da parte dell’Ue per non avere ancora organizzato il 112 come numero unico per le emergenze: resta uno dei cinque centralini esistenti, mentre da anni è il numero unico d’emergenza in tutta Europa. E sembra altrettanto difficile unificare le sale operative, nonostante gli esperimenti positivi di centrali interconnesse come quelle di Trieste (dove una richiesta d’aiuto viene girata a chi è più vicino, compresi i vigili urbani) e di Rovigo.
Maroni sa che dovrà scontrarsi con interessi e abitudini consolidati, tuttavia non nasconde di avere studiato i modelli organizzativi di tutti i paesi europei che “vanno nel senso di una concentrazione delle forze di polizia, di un coordinamento stretto, dell’eliminazione di corpi esistenti per prevedere un sistema omogeneo e che funzioni”. Lo disse in maggio al forum delle polizie locali a Riva del Garda. Proprio la riforma delle polizie locali è considerata dal governo il passo successivo al decreto sicurezza già approvato, e su di essa concordano tutti, dal Pd al Pdl.
Nella maggioranza l’anima di An, storicamente vicina ai carabinieri, alza le antenne quando teme qualcosa di simile a un ridimensionamento dei loro poteri. A cominciare dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che nel difendere i “suoi” carabinieri insiste anche lui sull’abbattimento dei costi e sul migliore coordinamento. “Le funzioni dell’Arma, che compirà 200 anni nel 2014, non si toccano” premette Filippo Ascierto, deputato di lungo corso, membro della commissione Difesa e maresciallo dei carabinieri, però “razionalizzare ed eliminare le sovrapposizioni è indispensabile”.
Recupero di efficienza e risparmi sono possibili perché secondo il ministro dell’Interno “non è più possibile avere presidi sul territorio che alle 8 di sera chiudono per carenza di personale”. Non è casuale il riferimento alle stazioni dei carabinieri, struttura decisiva nel controllo del territorio che va rafforzata anche secondo Filippo Saltamartini (Pdl), vicequestore aggiunto della Polizia e oggi senatore membro dell’Antimafia.
Raggiungere un migliore coordinamento significa anche definire un punto di mediazione. Ci sono zone con Polizia, Carabinieri e Finanza e altre prive di controllo: in molte aree toccherà probabilmente all’Arma riorganizzarsi, quasi come una doverosa disponibilità dopo avere ottenuto l’autonomia dall’Esercito diventando la quarta forza armata.
Nello stesso tempo gli ufficiali dei Carabinieri potrebbero essere destinati agli stessi incarichi dei prefetti senza per questo rinunciare alla carriera militare. “Un loro maggiore coinvolgimento ai vertici dell’ordine pubblico potrebbe essere un giusto riconoscimento” riflette ancora Minniti. “Perché non pensare in futuro a un carabiniere capo della Criminalpol?”.
Ipotesi, naturalmente. Certo che dal centrosinistra arrivano messaggi che incoraggiano Maroni ad andare avanti, tanto da far proporre a Minniti “un piano straordinario di controllo del territorio anche per decreto legge”. Come ha detto Maroni, ci sono tante idee e proposte diverse. Tra non molto arriverà il momento della sintesi.

Abruzzo: a che punto è la ricostruzione

casanuova

Ormai è allarme. Le polemiche tra il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e il sindaco, Massimo Cialente (Pd), hanno sancito ciò che gli aquilani sapevano. Nonostante l’encomiabile impegno della Protezione civile sono ancora da risolvere giganteschi problemi. Perché, a quattro mesi dal terremoto del 6 aprile che ha distrutto L’Aquila e il suo circondario, il nodo non sono le casette antisismiche in costruzione che, fra settembre e dicembre, ospiteranno circa 14 mila persone. Il punto è la sistemazione degli altri aquilani.
L’emergenza è tale che per trovare analogie bisogna risalire ai terremoti del Settecento o a quelli di Messina e della Marsica di un secolo fa.

I numeri
Sono ancora 47.208 gli sfollati assistiti dalla Protezione civile, di cui 19.973 in 137 tendopoli e 27.235 in alberghi e case sulla costa. A essi vanno sommate le migliaia di aquilani che si sono sistemati autonomamente altrove. Le casette antisismiche, pronte per i primi 3 mila cittadini entro settembre, non saranno sufficienti per le famiglie con abitazione inagibile che secondo il sindaco Cialente sono 12.547.
In realtà, le effettive esigenze si conosceranno intorno a Ferragosto, visto che il censimento è durato fino al 10 di questo mese. Le abitazioni potrebbero essere assegnate applicando la graduatoria a punti approvata dal consiglio comunale. Durante il censimento gli aquilani hanno potuto scegliere fra trasferirsi nelle casette in costruzione, farsi ospitare da parenti o amici, andare in affitto a spese della Protezione civile. Titti Postiglione, capo della sala operativa della Protezione civile, comunque garantisce: “Daremo un tetto a tutti quelli che hanno una casa inagibile e stiamo valutando la requisizione di appartamenti e alberghi anche nei comuni circostanti, oppure la concessione di un contributo per l’autonoma sistemazione”. Di requisizioni si parla nell’ordinanza del 30 luglio e non si esclude l’uso della caserma della Finanza a Coppito. Molti appartamenti sfitti, però, sono danneggiati.
L’Associazione costruttori ne ha promessi 500 in tempi rapidi e agli imprenditori vengono concessi 30 mila euro per miglioramenti antisismici sugli edifici quasi ultimati e, forse, su quelli pronti e invenduti. Gli altri comuni del cratere sismico avranno invece casette in legno a un piano: in 18 dei 49 comuni interessati fra agosto e settembre saranno montate le prime 1.300 (su un totale di 2.300), mentre in quattro località attorno all’Aquila si stanno costruendo 298 case in legno donate da vari enti.

Ricostruzione in ritardo
Tuttavia, per le abitazioni poco danneggiate è tutto fermo. Bertolaso si è lamentato dell’immobilismo dopo le ordinanze di giugno, nonostante la possibilità per i cittadini di incaricare un’impresa. “Non si può pretendere che faccia tutto la Protezione civile” si è sfogato. In realtà incertezza prima e contraddizioni normative poi hanno frenato i terremotati. Il nuovo prezziario della regione è ufficiale dall’8 luglio e le linee guida per applicare le ordinanze sono state pubblicate sulla Gazzetta ufficiale il 27 luglio. Postiglione ammette: “Ci sono stati ritardi vari ed è comprensibile perfino l’inerzia di chi ha subito un terremoto del genere. Però si potevano avere progetti pronti da presentare appena emanate le linee guida”. Peccato che queste contraddicano l’ordinanza chiedendo al cittadino di presentare “documenti attestanti l’avvenuto pagamento delle fatture”. Un equivoco chiarito soltanto con una nota del 2 agosto. Anche la gran parte delle case più o meno agibili (il 68,4 per cento) richiede lavori, quasi tutte della durata di alcuni mesi. È il nucleo decisivo per la ripresa della vita in città, ma i ritardi rendono improbo l’impegno delle famiglie in vista della riapertura delle scuole il 21 settembre e dell’università. Nell’ateneo, su 14 mila studenti fuori sede, 1.700 hanno risposto a un questionario dell’Unione degli universitari. Il risultato: il 4 per cento non tornerà e il 43 per cento lo farà solo se ci saranno alloggi disponibili. A molti pare indispensabile, dunque, che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenga in prima persona. Se non si accelerano fondi, pratiche e lavori l’inverno troverà un capoluogo di regione semideserto. Gli appelli si moltiplicano: il presidente della provincia, Stefania Pezzopane (Pd), sollecita un incontro fra tutte le autorità interessate perché “la ricostruzione vera è un argomento purtroppo non ancora affrontato”; e lo stesso fa il presidente dell’Ordine provinciale degli ingegneri, Paolo De Santis, “perché in questa situazione la ricostruzione non partirà neppure a Natale”.

I costi
La sola ricostruzione leggera dovrebbe costare tra 250 e 300 milioni. “Finora L’Aquila ha ricevuto dalla Protezione civile 20 milioni, più altri 10 per i puntellamenti” dice Cialente. Postiglione ribatte che gli altri soldi arriveranno con gli stati di avanzamento dei lavori. Il sindaco si farà prestare tecnici da altri comuni e assicura che saranno smaltite “fino a 400 pratiche al giorno su circa 10 mila relative alla ricostruzione leggera”.
Per questa vale il silenzio-assenso dopo 30 giorni. Sull’effettiva disponibilità dei fondi, però, circolano dubbi. Il decreto Abruzzo del 28 aprile assegna 700 milioni tra 2009 e 2010 al progetto case, le abitazioni antisismiche. Come mai, allora, la Protezione civile annuncia che sui 74,6 milioni raccolti finora con le donazioni 40 saranno destinati proprio a quel progetto?

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Il centro storico
Il cuore della città è inagibile al 78 per cento. Il piano di ricostruzione, di competenza del sindaco, è agli inizi mentre le scosse di assestamento sbriciolano le case e un patrimonio di 1.900 edifici vincolati. Secondo il segretario della Uil beni culturali, Gianfranco Cerasoli, il direttore regionale ai beni culturali, Anna Maria Reggiani, e il vicecommissario delegato, Luciano Marchetti, “operano a proprio rischio perché mettono in sicurezza senza avere i fondi e le imprese reclamano i pagamenti”.
Il danno ai beni culturali è calcolato in 3 miliardi, ma dei 50 milioni annunciati dal ministro Sandro Bondi stanno cominciando ad arrivare poche gocce. Marchetti: “Hanno deliberato i primi 2 milioni, a breve arriverà qualcos’altro. Siamo a 3 milioni di debiti e, tra noi e il comune, abbiamo messo in sicurezza il 20 per cento degli immobili“.
Per ricostruire il centro storico si prevedono almeno cinque anni. Inoltre, sono ancora pochissime le adozioni di monumenti da parte degli stati intervenuti al G8.

Strani furti
A dispetto di un’eccellente attività di soccorso, all’Aquila si sono verificati furti nella zona rossa alla quale si può accedere solo se scortati. Il titolare di un’enoteca a pochi passi dalla prefettura ha trovato vuoto il suo deposito di vini: 20 mila euro di danni. Il questore, Filippo Piritore, non esclude qualche “mela marcia: è inevitabile che i primi sospetti siano diretti verso alcuni soccorritori” ammette con Panorama. “La squadra mobile ha avviato controlli sui mezzi che sono entrati o che entrano nella zona rossa, pur con imbarazzo. E su quei furti qualche traccia c’è”.

Sfida dell’Aquila per il governo: una corsa contro il (mal)tempo

Corsa contro il (mal) tempo

I tempi sono strettissimi. Dopo la pioggia primaverile incombe il caldo estivo e il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha un solo obiettivo: garantire un tetto prima del freddo autunnale alle migliaia di aquilani costretti a vivere nelle tende dopo il terremoto del 6 aprile.

Gli edifici prefabbricati Alle 8 di giovedì 14 maggio i tecnici hanno preso possesso delle 20 aree individuate per la costruzione delle abitazioni provvisorie (vedere il riquadro a pagina 59) ed è così cominciato il conto alla rovescia. Una corsa contro il tempo che dovrebbe avere le seguenti tappe finali: entro la fine di settembre saranno pronte le prime abitazioni per circa 2.500 persone e altrettante di seguito ogni 15 giorni, per arrivare a circa 12.500. È ancora difficile stimare il numero esatto di persone che ne avranno bisogno, visto che i sopralluoghi per verificare l’agibilità o meno delle abitazioni si concluderanno all’inizio di giugno. E in quel momento, sperando che lo sciame sismico si attenui, chi può dovrebbe avere la forza di rientrare nella propria casa. Su 64.391 sfollati assistiti dalla Protezione civile, 31.422 sono ospitati nelle 170 tendopoli e gli altri in alberghi e case sulla costa adriatica.
Bertolaso per ora ha calcolato in circa 15 mila le persone da ospitare nei prefabbricati aggiungendo che “una parte della popolazione verrà sistemata negli appartamenti liberi presenti in città che verranno affittati dallo Stato, mentre chi troverà una sistemazione autonoma godrà di un contributo mensile”. Gian Michele Calvi, docente alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pavia, è il referente della Protezione civile per il Progetto c.a.s.e. (complessi antisismici, sostenibili ed ecocompatibili) in qualità di presidente dell’Eucentre, il centro europeo di formazione e ricerca in ingegneria sismica. “Non conoscendo il numero di nuclei familiari da ospitare saremo molto flessibili” spiega a Panorama.
“Avremo appartamenti da 36, 55, 72 metri quadrati, ma anche più ampi utilizzando moduli di 4 mq. In 72 mq possono stare quattro persone in due camere da letto, due bagni e una zona giorno con cucina”. Calvi conosce bene le mille difficoltà e va dritto al cuore del problema: “I due elementi che non si possono discutere sono la sicurezza sismica e il tempo”. Sul primo punto le aree sono state scelte dopo indagini macrosismiche, di velocità di propagazione delle onde per vedere se ci fossero faglie, analisi idrogeologiche e facilità di connessione con viabilità, sistemi di fognature e condotte idriche. Riguardo alla realizzazione, prosegue l’ingegnere, “abbiamo bisogno di costruttori che siano in grado di consegnarci gli edifici chiavi in mano in 4 mesi, lavorando 2 mesi nei loro stabilimenti e altrettanti in loco”. Bertolaso ha parlato di prefabbricati in legno lamellare e calcestruzzo compresso su una piattaforma antisismica e l’individuazione delle aziende dipenderà dalla garanzia di rispetto dei tempi. Spiega infatti Calvi: “Se prendessimo tutti i produttori di case in legno del Trentino-Alto Adige, nei tempi che indichiamo ci fornirebbero 300 abitazioni, mentre ce ne servono 4.500.
Perciò entro pochissimi giorni emaneremo un bando aperto nel quale non indicheremo un determinato numero di abitazioni bensì quante abitazioni dovranno essere costruite in 4 mesi chiavi in mano”. Come riuscirci? La soluzione potrebbe essere un’associazione di imprese, perché quasi tutte le aziende specializzate in tecnologie per il montaggio veloce non sono abituate a fornire anche serramenti, impianti elettrici e altro, lavori che possono invece compiere semplici imprese edili. “Le offerte dovranno arrivarci entro la fine di maggio, così mentre procederemo all’aggiudicazione cominceremo con gli scavi”. Il primo mese è quello che preoccupa di più Calvi: “Una volta partiti non ci fermeremo più”. Vediamo un po’ di numeri e la tabella di marcia.
Per ora si ipotizzano 150 blocchi di edifici per altrettante piastre su cui costruire. Per ogni piastra si calcolano 80 abitanti, pari a 25-30 alloggi, per un totale di 12 mila persone. Dall’inizio di giugno in 15 giorni Calvi prevede di realizzare gli scavi sulle prime 30 piastre. Subito dopo verrà posta l’armatura delle fondazioni mentre cominceranno gli scavi su altre 30 piastre, e così via. Entro luglio (2 mesi) saranno pronti i primi 30 blocchi su cui potranno essere montate le abitazioni da consegnare entro settembre. Considerando la flessibilità nelle dimensioni, si arriverebbe a dare un tetto a 12.500 persone entro la fine di novembre, alla media di circa 2.500 ogni 2 settimane da fine settembre. In questo caso, sembra inevitabile che una parte di quei cittadini dovrà essere ospitata temporaneamente altrove in attesa del completamento degli edifici.
Già a metà ottobre la temperatura notturna cala sensibilmente e non si può restare in tenda.

Costi e finanziamenti Per la costruzione dei moduli abitativi il decreto legge sulla ricostruzione del 28 aprile stanzia 700 milioni di euro. Calvi stima un costo di 40 mila euro per abitante, al netto dell’iva. “Riuscire in quest’opera con i costi che stiamo prevedendo sarà un vero miracolo” commenta ancora l’ingegnere, che sottolinea il risparmio di una somma di oltre 100 milioni non facendo ricorso a general contractor e società di progettazione. Bertolaso emanerà un’ordinanza sulla costruzione di questi edifici provvisori dopo che il decreto legge sul terremoto sarà approvato dal Senato, mentre quella sulla ricostruzione vera e propria arriverà a fine giugno. La vera svolta è attesa per la prossima settimana. Dopo gli emendamenti presentati dal governo nella commissione Ambiente del Senato, martedì 19 l’aula vota la nuova versione del decreto legge che porta al 100 per cento il contributo pubblico per chi ricostruisce o ristruttura la propria casa danneggiata.
Altri provvedimenti riguarderanno i poteri del sindaco e del presidente della regione sulla ricostruzione del centro storico dell’Aquila e il ruolo della Fintecna. Il senatore Antonio D’Alì (Pdl), relatore e presidente della commissione, aveva già presentato propri emendamenti, che prevedono tra l’altro 10 milioni dal fondo Infrastrutture per consentire ai residenti nelle aree terremotate l’esenzione dal pedaggio autostradale per tutto il 2009 e 5 milioni per la messa in sicurezza degli immobili storico-artistici.

L’economia La ricostruzione passa anche attraverso la ripresa delle attività industriali, commerciali e agricole. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, e quello degli industriali abruzzesi, Calogero Marrollo, insistono nel chiedere che L’Aquila e il suo circondario siano dichiarati zona franca almeno per cinque anni. Ne deriverebbero vantaggi fiscali e incentivi finanziari tali da incoraggiare gli investimenti. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha avviato i contatti con l’Ue. Nel frattempo la Cia, confederazione degli agricoltori, sta promuovendo i prodotti tipici aquilani e abruzzesi: fino al 2 giugno saranno in 50 mercati in tutta Italia.
Lo stesso farà la Confcommercio aquilana grazie alla Federdistribuzione, che copre quasi tutte le catene di supermercati, e alla disponibilità dei mercati ambulanti della Penisola. Un’analoga iniziativa è programmata a Madrid per il 30 maggio. L’Aquila, solo nel centro storico, ospitava oltre 900 commercianti.
Nella popolazione l’angoscia si mescola alla voglia di ricominciare. Un esempio? Nella tendopoli di Pizzoli, comune a 15 chilometri dall’Aquila, è attiva da giorni la raccolta differenziata porta a porta. Anzi, purtroppo, tenda a tenda.

LEGGI ANCHE: Vittime in passato, alleati per il futuro: Onna ricostruita dai Tedeschi - Berlusconi: “Case per 13mila persone, pronte a novembre” - Lo SPECIALE di Panorama.it. Guarda nei GRAFICI: il piano di ricostruzione

Risorgere dal terremoto: l’Aquila tornerà a volare col commercio

La Prefettura de L'Aquila

“L’Aquila non deve avere paura di volare”. E per dare segnali di vita si pensa a percorsi pedonali protetti e obbligati per consentire la ripresa di un po’ di commercio nel centro storico. Il progetto (e lo slogan) non arriva da un aquilano purosangue, ma da un torinese, l’architetto Maurizio Galletti, soprintendente ai beni architettonici dell’Abruzzo. “Entro l’estate” spiega “dobbiamo ultimare con Protezione civile e vigili del fuoco la messa in sicurezza di un centro storico di fatto inagibile, poi il commercio deve ripartire”.
Idea condivisa dal sindaco, Massimo Cialente (Pd), che aggiunge: “Il mio impegno è di restaurare subito con regole antisismiche alcuni edifici strategici centrali e simbolici, a cominciare dalla scuola elementare De Amicis, oltre a Palazzo Margherita, sede del comune”.
E mentre non cala la protesta perché i finanziamenti stanziati sarebbero insufficienti, Antonio D’Alì (del Pdl), presidente della commissione Ambiente del Senato che sta esaminando il decreto legge sul sisma, predica cautela: “Solo a sopralluoghi ultimati sapremo quanti edifici saranno da ricostruire o restaurare. Certo però dovremo finanziare il 100 per cento dei costi di ricostruzione delle abitazioni, con la garanzia di perizie certe”. Finora sono stati effettuati circa 25 mila sopralluoghi e il 53,1 per cento delle abitazioni è risultato agibile.

Il VIDEO servizio:

Accordi bilaterali sull’immigrazione: noi paghiamo, loro sbarcano

Un barcone di immigrati irregolari

Un fiume di denaro che solo in parte ha consentito all’Italia di frenare l’enorme flusso di immigrati dalle coste africane. Un fiume di denaro che il ministero degli Esteri da anni gestisce in base agli accordi bilaterali firmati dai governi succedutisi dalla metà degli anni Novanta. Centinaia di milioni di euro finalizzate allo sviluppo di paesi come Tunisia, Marocco o Egitto alle quali vanno aggiunti i 5 miliardi di dollari in 20 anni (pari a 250 milioni l’anno) compresi nel trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato da Italia e Libia nei mesi scorsi.
Un tema delicato quello degli accordi bilaterali e della lotta all’immigrazione clandestina, che sarà al centro del G8 dei ministri dell’Interno e della Giustizia, in programma a Roma alla fine di maggio, e della conferenza dei paesi mediterranei che sempre l’Italia ospiterà entro la fine dell’anno.
Fra i tanti accordi degli ultimi anni quello con la Libia è certamente il più importante. Da anni, infatti, è noto che sulle coste libiche i trafficanti di esseri umani concentrano la moltitudine di disperati provenienti da tutta l’Africa e il 15 maggio è la data in cui finalmente cominceranno i pattugliamenti congiunti nelle acque libiche, un elemento che potrebbe rivelarsi decisivo.
Nell’agenda della Farnesina contatti con quei paesi sono all’ordine del giorno. Il ministro Franco Frattini è atteso il 12 maggio al vertice italo-egiziano a Sharm el-Sheikh e nei due giorni successivi, il 13 e il 14, visiterà Tunisia e Marocco.
Pur nella complessità dei rapporti bilaterali, spesso in atto da anni, che rende difficile avere un quadro esatto del costo sopportato dall’Italia, vediamo alcuni punti fermi. Sul fronte immigrazione va ricordato anzitutto che l’Italia è membro dell’Organizzazione internazionale migrazioni (Oim) dal 1952 e che ogni anno, in base a una legge del 1968, versa un contributo: nel 2007 è stato pari a 1,250 milioni di euro, l’anno scorso a 1,296 milioni e nel 2009 è prevista una quota di 1,315 milioni di euro, anche se l’erogazione non è stata ultimata. Ecco invece la situazione nei singoli paesi.
Marocco. La Cooperazione italiana ha in piedi oltre 20 iniziative che nel 2008 sono costate 50 milioni di euro. Riguardo ai cosiddetti progetti a dono, nel 2007 il contributo è stato di 6,9 milioni, destinati tra l’altro alla valorizzazione delle risorse umane, alla tutela del patrimonio culturale, al miglioramento dell’accesso all’acqua potabile e al tema della migrazione. Nel triennio 2008-2010 l’Italia aumenterà l’impegno nella lotta alla povertà, nello sviluppo del microcredito e nei servizi essenziali come l’accesso all’acqua potabile e i servizi sanitari. In particolare, un progetto dal costo di quasi 1,2 milioni di euro intende valorizzare il potenziale rappresentato dalla migrazione qualificata verso l’Italia. Tra le iniziative concluse, è costata 15,5 milioni di euro una linea di credito per le piccole e medie imprese per l’acquisto di beni in Italia.
Egitto. L’accordo sottoscritto al Cairo nel febbraio 2002 costa all’Italia 247,8 milioni di euro, cifra che però comprende la conversione del debito nei confronti del nostro Paese. Debito che all’epoca era pari a 149 milioni di dollari. La strategia della Cooperazione italiana punta a sostenere le piccole e medie imprese e i privati, oltre a interventi mirati in settori chiave per lo sviluppo sociale. In dettaglio, circa 1,2 milioni di euro vengono impiegati per guidare il Dipartimento per l’impiego all’estero a gestire i flussi migratori regolari, attraverso un sistema informatizzato.
Tunisia. Le principali iniziative in corso finanziate dal ministero degli Esteri costano quasi 88,5 milioni di euro. Le più importanti riguardano una linea di credito alle piccole e medie inprese che operano nei settori industria, agricoltura, pesca e servizi, pari a 36,9 milioni, e un programma integrato per la valorizzazione delle regioni del Sahara e del sud della Tunisia. Costo: 44 milioni. Tra gli aiuti avviati dal 1988 e oggi conclusi, spiccano sei linee di credito alle pmi che costarono 190 milioni di euro per 450 progetti imprenditoriali, in particolare nel settore agroalimentare e per materiali da costruzione.
Ghana e Senegal. Il programma Migration for development in Africa è un progetto pilota promosso dall’Oim e sostenuto dal governo italiano: punta a rilevare l’interesse e le potenzialità degli immigrati dell’Africa subsahariana in Italia che intendono contribuire allo sviluppo socioeconomico dei loro paesi di origine. Le comunità ghanesi in Italia si sono mobilitate e ciò ha permesso lo sviluppo di cooperative di emigrati. Nel caso del Senegal, invece, il progetto punta a canalizzare le rimesse verso le piccole e medie imprese, favorendo i contatti tra le comunità di origine e le associazioni di senegalesi in Italia. Il costo è stato di 600 mila euro per ciascuno dei due paesi.
Nel complesso, cifre impegnative e lavoro che dura molti anni a fronte di una situazione di quasi costante emergenza. Non a caso nei giorni scorsi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha rilanciato il tema di un maggiore impegno da parte dell’Unione Europea. «Le intese bilaterali sono fondamentali e rappresentano la strada maestra per governare l’immigrazione, tanto che l’Italia ne ha sottoscritte 30 ottenendo risultati positivi» ha commentato Maroni. Il punto è che questa strategia «va superata e migliorata» perché rischia di essere insufficiente. E dunque, secondo il titolare del Viminale, le intese bilaterali vanno sostituite con «accordi che vedano la Commissione europea come protagonista».
Restano le aride cifre della lotta all’immigrazione clandestina. Dal 1° gennaio al 27 aprile scorso sono transitati nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) 4.474 clandestini dei quali sono stati rimpatriati solo 1.640 per la difficoltà di identificarli. Resta infatti irrisolta la questione della permanenza nei Cie che per dissensi politici rimane di 2 mesi invece dei 6 voluti dal Viminale e dei 18 autorizzati dall’Europa. E sebbene il capo della polizia, Antonio Manganelli, abbia più volte sottolineato l’impossibilità di identificare tutti i clandestini in due mesi.

LEGGI ANCHE: La Chiesa contro il rimpatrio dei migranti: “Lesi i diritti umani” Ue, perché non funziona la lotta all’immigrazione clandestina - Clandestini riportati in Libia, la levata di scudi delle Ong - Osservatorio sulle politiche dell’immigrazione

Terremoti: quel rapporto (di dieci anni fa) che fa tremare l’Italia

Una casa all'Aquila crollata

L’Aquila e il suo tragico terremoto faranno finalmente partire la prevenzione? Gli esperti vivono con frustrazione questi momenti, uguali a quelli seguiti a ogni sisma senza che nessuno abbia ascoltato le loro indicazioni. Anche perché mezza Italia rischia di essere distrutta come il capoluogo abruzzese, se non si interviene.
Non si tratta di spicciolo allarmismo perché sono dati forniti da Franco Barberi, docente al Dipartimento di scienze geologiche dell’Università Roma Tre e presidente vicario della commissione grandi rischi della Protezione civile: “Le zone sismiche più pericolose coprono il 45 per cento del territorio e solo il 14 per cento degli edifici presenti in queste zone è stato costruito con criteri antisismici” spiega l’ex sottosegretario alla Protezione civile. Perciò “l’unico modo per difendersi dai terremoti è realizzare interventi antisismici di prevenzione sugli edifici vecchi, cioè costruiti prima della classificazione antisismica”, che risale al 1984.

Solo allora, 4 anni dopo il disastro dell’Irpinia, si cominciò a parlare di prevenzione. L’Italia venne divisa in tre zone a pericolosità decrescente, salite a quattro con l’aggiornamento della classificazione del 2003. Dopo la prima indagine di vulnerabilità sismica all’indomani delle scosse registrate in Garfagnana nel 1985, un punto fermo resta il corposo lavoro coordinato dall’allora sottosegretario Barberi e concluso nel 1999, che dice tutto nell’altrettanto corposo titolo: Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia. Il Gruppo nazionale difesa terremoti censì quasi 41.300 edifici nella parte d’Italia più a rischio. In Puglia venne valutata solo la provincia di Foggia e in Sicilia la parte orientale dell’isola. Nel 2000 seguì un censimento a campione dell’edilizia privata e nel 2001 quello sugli edifici monumentali. Il migliaio di pagine del 1999 fu inviato a tutti gli enti locali. Quanti amministratori l’hanno letto? Quanti si sono rimboccati le maniche?
Dallo studio si scopre che mediamente gli edifici pubblici in cemento armato sono più a rischio di quelli in muratura. “E più passa il tempo più si aggrava la situazione” spiega Barberi a Panorama. “Sugli edifici degli anni Cinquanta il problema riguarda la vita del cemento armato, a prescindere dalla qualità che spesso lascia a desiderare. Se ne stanno occupando tecnici a livello europeo. Le vecchie case in muratura reagiscono a un terremoto meglio dei primi edifici in cemento armato”.
Facciamo qualche esempio portando come paragone L’Aquila, la cui prefettura, ora distrutta, era in muratura e classificata a rischio medio-alto. A Napoli sono a rischio medio di vulnerabilità il Palazzo Reale in piazza del Plebiscito, il teatro San Carlo, due padiglioni dell’ospedale Cardarelli, la sede della divisione Ogaden dei carabinieri. Tutti in muratura. Tra quelli in cemento armato, sono a rischio alto la prefettura di via De Gasperi e decine di scuole, a rischio medio-alto gli ospedali Loreto Mare e Nuovo Pellegrini, le poste di via Matteotti e l’intendenza di finanza.
A Potenza sono a rischio alto o medio-alto quasi tutti i palazzi in cemento armato: scuole, questura, poste, carcere (costruito dopo il 1981), municipio, ospedale.
Solo nelle zone sismiche più pericolose classificate nel 1984 ci sono 7 milioni di abitazioni pari ad almeno 600 milioni di metri quadrati costruiti prima della classificazione sismica. Migliorare le strutture di abitazioni, edifici pubblici e monumenti in queste zone costerebbe circa 200 miliardi di euro. Una cifra solo apparentemente enorme visto che, aggiunge Barberi, “è appena il doppio del costo delle ricostruzioni post terremoto negli ultimi 40 anni”.
Interventi per la riduzione del rischio cominciarono con una legge toscana nel 1986 dopo il sisma in Garfagnana e con un accordo regione-Protezione civile. Quindi la Finanziaria 1998 stabilì il parziale recupero dell’iva e la detrazione fiscale del costo degli interventi, mentre un’ordinanza del ministro dell’Interno Giorgio Napolitano elencava i comuni a rischio. C’era anche San Giuliano di Puglia, in Molise, dove nel 2002 morirono 27 bambini nel crollo della loro scuola. Nella Sicilia orientale fra il 2000 e il 2001 la Protezione civile e la regione vararono il primo intervento sull’edilizia privata utilizzando 129 milioni di euro avanzati da una legge del 1991. Si arriva così, dopo il sisma in Molise, alla Finanziaria 2003 che stanziò 500 milioni per interventi sulle scuole e all’ordinanza del 2004 del capo della Protezione civile Guido Bertolaso: 200 milioni per indagini di vulnerabilità e messa a norma di edifici di importanza strategica da realizzarsi a cura di regioni e amministrazioni dello Stato.
Gocce nel mare, vista la situazione. A Reggio Calabria, mentre gli edifici in muratura censiti sono tutti a vulnerabilità medio-bassa o bassa (come il rettorato dell’università, molte scuole e alcuni plessi ospedalieri), sono invece a rischio alto o medio-alto quelli in cemento armato: facoltà di architettura, caserma della polizia stradale, ospedali, sedi dei vigili del fuoco e dell’Inps. A Crotone sono a rischio alto decine di scuole, il comando dei carabinieri, l’ospedale S. Giovanni di Dio, la questura, la capitaneria di porto, la nuova sede dei vigili del fuoco, costruita dopo il 1981. Tutti in cemento armato.
Né si può insistere sulla prevedibilità dei terremoti, pur se gli studi continuano. In un documento del 18 aprile, Warner Marzocchi dell’Istituto di geofisica e vulcanologia ha considerato gli elementi disponibili prima del sisma aquilano di magnitudo 5,8 della scala Richter del 6 aprile. La conclusione è che “la probabilità di un terremoto di magnitudo 5,5 o maggiore per il 6 aprile in tutta l’area era pari allo 0,01 per cento”.
A questo punto è bene distinguere le responsabilità private da quelle pubbliche. Dice Barberi: “Qualunque famiglia prima o poi decide di migliorare la propria abitazione: basterebbe spendere un po’ meno sulle maioliche e di più sulla struttura. Si impedirebbe il crollo in caso di sisma”.
Interventi raffinati costerebbero troppo. Per questo, nella riunione della commissione Grandi rischi del 22 aprile, Barberi ha proposto di fare subito “le cose più elementari e a basso costo, come le catene ai muri delle strutture in muratura o le tamponature in quelle in cemento armato”. Si dovrebbe cominciare dall’Abruzzo “estendendo i lavori alle zone dove gli studi ci dicono che è più probabile un forte terremoto nei prossimi 15 anni”.

I dati di Barberi

Il VIDEO servizio:

Dopo il terremoto, le strategie per la ricostruzione dell’Abruzzo

Una ruspa dei vigili del fuoco al lavoro

“Il coraggio è tanto, ma manca tutto“. Foulard sul capo e coperta addosso, l’anziana ospite della casa di riposo di Barisciano al Tg1 dell’8 aprile disegnava in due battute la drammatica situazione mentre veniva trasferita altrove. È come se questa nonna Coraggio, a poche ore dal disastroso terremoto del 6 aprile che ha colpito L’Aquila e il suo circondario, avesse indicato la strada. Ci vorranno coraggio e tanta forza per ricominciare e ricostruire.
L’insieme di interventi per l’Abruzzo sarà inserito nel decreto all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri che si riunirà all’Aquila il 23 aprile, come anticipato dal premier Silvio Berlusconi. È prevista inoltre la modifica del piano casa, che dopo un ritorno al tavolo della conferenza Stato-regioni sarà varato con l’inserimento delle disposizioni antisismiche per i nuovi edifici e per il consolidamento dei vecchi.
A questo proposito, è certa la revoca dell’ultima proroga delle norme tecniche per le costruzioni, volute dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia in Molise nel 2002 (27 bambini morti) e inserite in un decreto del ministero delle Infrastrutture del 14 settembre 2005. Dopo tre proroghe, due del governo Prodi e una del governo Berlusconi, l’entrata in vigore delle cosiddette regole antisisma era stata spostata al 30 giugno 2010, mentre ora la scadenza resterà al 30 giugno prossimo. Magari con l’attribuzione all’Aquilano del massimo rischio sismico e non di uno minore, che comporta meno vincoli nelle costruzioni, come decise la Regione Abruzzo e come ha rilevato Il Sole 24 ore.
In ballo c’è la ricostruzione di una città e del suo comprensorio che piangono 294 morti e 1.500 feriti: Bertolaso parla di un territorio danneggiato di 1.500 chilometri quadrati e di un’area interessata pari a 2 mila chilometri quadrati nella quale la Protezione civile ha allestito 106 campi con 5 mila tende che accolgono 34 mila persone. Altri 23.581 sfollati sono ospitati in 414 alberghi e 741 abitazioni private sulla costa abruzzese e nell’Ascolano.
Si aprono così dibattiti urbanistici, a cominciare da quello sulla “new town” indicata da Berlusconi, anche se il premier sa che gli aquilani vogliono ricostruire tutto ciò che c’era e dov’era.
“Quella delle new town è una proposta stimolante, che però va riportata in ogni singola realtà” commenta Franco Karrer, docente di urbanistica all’Università La Sapienza di Roma e coordinatore del gruppo che preparò il progetto per un nuovo piano regolatore aquilano. Dopo un primo passaggio in consiglio comunale nel 2004, il Prg non fu approvato definitivamente per mancanza del numero legale, a causa della spaccatura nell’allora maggioranza di centrodestra in prossimità delle elezioni del 2007. Né l’attuale maggioranza, con il sindaco Massimo Cialente (Pd), ha ripreso quel documento.
Spiega Karrer a Panorama: “Il Prg oggi in vigore risale al 1974: da un lato si decise una grande espansione verso ovest nella zona di Pettino, dall’altro vennero disseminate aree da edificare in molte direzioni, ipotizzando una città di 140 mila abitanti”. Oggi L’Aquila ha circa 73 mila residenti, che salgono a quasi 87 mila con gli studenti fuori sede. Considerando anche chi si reca in città per lavoro, il comune calcola che sull’area gravitino quotidianamente circa 100 mila persone.
“Il piano del 2004″ aggiunge Karrer “puntava ad aggregare gli insediamenti attorno al nucleo storico, evitando dispersioni anche per valorizzare le infrastrutture nel frattempo realizzate. Veniva così riequilibrato il rapporto domanda-offerta di servizi in una realtà molto aperta verso il Lazio o la Piana di Navelli. L’Aquila ha tutti i connotati della piccola metropoli”. E oggi, secondo il professore, quel piano “è l’intelaiatura sulla quale applicare qualunque idea”.
Il modello Friuli-Venezia Giulia, cioè la ricostruzione avvenuta dopo il sisma del 1976, viene considerato l’esempio da seguire anche per L’Aquila: un passaggio diretto dei fondi ai comuni e anche alle singole famiglie per accelerare i cantieri e garantire la qualità.
Per i siti artistici e i palazzi di pregio significa recuperare e riutilizzare le pietre originali. Lo stesso Bertolaso ha confermato che ogni fase della ricostruzione sarà condivisa con i comuni.
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha stimato in 12 miliardi di euro la cifra necessaria. Al momento il Tesoro ha calcolato uno stanziamento di circa 4,4 miliardi dal 2009 al 2011, di cui 100 milioni già messi a disposizione e 150 disponibili. A questi si aggiungeranno forse 500 milioni dell’Unione Europea. Si studiano dunque diverse ipotesi per recuperare altri fondi: da una lotteria specifica per l’Abruzzo allo scudo fiscale, facilitando il rientro dei capitali all’estero. Ipotesi questa che non piace all’opposizione, come non convince tutti l’idea del ministro Giulio Tremonti di destinare il 5 per mille della denuncia dei redditi alla ricostruzione. Tremonti ha però spiegato che nessuno verrebbe penalizzato perché ci saranno fondi in più nella distribuzione del 5 per mille e dunque si tratta solo di un’ulteriore, anche se simbolica, opportunità di aiuto.
Le spese da sostenere crescono con il proseguire dei sopralluoghi. I 70 tecnici dei provveditorati alle opere pubbliche abruzzesi ipotizzano in media da 2 a 9 mesi di lavoro per rendere nuovamente agibili i principali edifici pubblici e le sedi istituzionali aquilani. Fra l’altro, per la sede della prefettura, distrutta, ci vorranno 25 milioni; per la Basilica di San Bernardino occorreranno 3,8 milioni spalmati su 2 anni, mentre per rimettere in uso la questura e il comando provinciale dei carabinieri ci vorranno almeno 6 mesi di lavoro.
Un enorme problema che emerge con il passare del tempo è il rilevare danni anche in aree che sembravano non essere interessate dal sisma. Il ministero delle Infrastrutture sta facendo controllare, per esempio, tutti gli edifici scolastici dell’intera provincia aquilana, e non sono escluse brutte sorprese.
Così come anche dalle altre province abruzzesi si lamentano danni che forse, qualche volta, erano preesistenti. I controlli e l’assegnazione degli appalti dovranno seguire dunque un doppio binario: da un lato evitare infiltrazioni mafiose, che preoccupano il procuratore antimafia Pietro Grasso e contro le quali Maroni ha annunciato la creazione di una struttura di controllo specifica; dall’altro, un severo monitoraggio per evitare che si approfitti del fiume di denaro in arrivo ristrutturando edifici non danneggiati dal terremoto.
Karrer è convinto che “una new town creerebbe una contrapposizione vecchio-nuovo senza una base economica nuova. L’Aquila ha perso l’industrializzazione e non può permettersi di perdere anche la dimensione urbana, che è essa stessa fonte di economia”.
Guardando dall’alto o su una mappa la città compresa all’interno delle storiche mura, L’Aquila assomiglia a un cuore. Quello che certamente non mancherà ai suoi abitanti insieme con il coraggio di cui parlava quella nonna di Barisciano.

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