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Traffico, processo alle quattro ruote. Imputata auto, cos’ha da obiettare?

Traffico, processo alle quattro ruote. Imputata auto, cos’ha da obiettare?

Maledetta auto: da simbolo della rinascita, con il clacson assordante che usava Vittorio Gassman nel Sorpasso, il film cult di Dino Risi sul boom degli anni Sessanta, a incubo quotidiano. Viaggiamo in media un’ora al giorno maledicendo un traffico devastante, ma non possiamo farne a meno. Come si è visto a Milano, dove l’area C è stata inaugurata tra gli insulti di una parte dei residenti che si troveranno a pagare il pedaggio per tornare a casa. O a Roma, dove si è tornati alle targhe alterne e dove i lenti e strapieni mezzi pubblici hanno convinto chi si sposta ogni giorno che è meglio morire di traffico che sul 64. Continua

Il giallo di Avetrana: tradita dal cellulare


Il giallo di Avetrana: tradita dal cellulare

Il cerchio si stringe intorno a Cosima Misseri. La madre, la sfinge dal sonno pesante, la donna che in camicetta a fiori solo domenica scorsa in televisione dichiarava «Sabrina non ha fatto nulla», è stata raggiunta da un avviso di garanzia per concorso in omicidio, sequestro di persona e occultamento di cadavere. Ma la novità potrebbe essere un’altra: se Cosima, il colosso della famiglia Misseri, crollasse, sarebbe più difficile dimostrare che Sabrina non è colpevole. Continua

Paola Cortellesi: mi arricchisco, dunque sono (brava)


Paola Cortellesi: mi arricchisco, dunque sono (brava)

Quello che ha se l’è guadagnato tutto, dice Paola Cortellesi, «partendo dalla gavetta». E un po’ assomiglia al suo personaggio cult, Daniela Santanchè, che professava: «Sono una donna che si è fatta da sola, che lavora del proprio lavoro, che mangia del proprio mangio…». Continua

Gran cinema Avetrana: tutti in fila nella villetta degli orrori


Sarah Scazzi: Gran cinema Avetrana

Ora che Ivano, il ragazzo più grande per cui Sarah si era presa una cotta, il primo sospettato, è stato richiesto per un provino del Grande fratello, lui stesso dice: «Mi sono accorto di quanto è forte il potere mediatico. Ma poi ci ha travolti come un treno in corsa. Con una mano la televisione e i giornali ci davano, con due ci prendevano».

Davanti al palazzetto dello sport, su un muro grigio, è scritto: «Qui non è Hollywood…». Continua

Divorzio, 40 anni dopo la legge


Divorzio, 40 anni dopo la legge

Fu una corsa in tribunale per lasciarsi. L’avvocato Cesare Rimini ricorda così la stagione dei primi divorzi, quando la legge Fortuna-Baslini il 9 ottobre 1970 passò al Senato, per entrare poi in vigore il 1º dicembre. Continua

I tormenti regali del giovane Filiberto: Sono principe anti Corona

Emanuele Filiberto di Savoia a Brescia | (Spada/Lapresse)

Emanuele Filiberto di Savoia a Brescia | (Spada/Lapresse)

Emanuele Filiberto di Savoia spegne il telegiornale: “Tanto non c’è granché”. E, mentre il mondo gira, il principe si concentra su se stesso. Una cosa che gli riesce benissimo è la promozione della sua immagine: tra un sottaceto, un valzer e una felpa con gli stemmi reali, è il Savoia che ha visto più lontano. E, tuttavia, non sempre lo hanno compreso. Leggi l’intervista

Per vincere la paura di vincere, i campioni si allenano sul lettino

ostacoli

Casey Stoner, grande campione del Motomondiale, si ferma dopo molte vittorie e un anno difficile: non corre più, troppo stress. Michael Schumacher nel suo giorno più amaro capisce di essere umano, troppo umano, e dopo essere stato richiamato come salvatore della patria dalla Ferrari è costretto a rifiutare per un dolore al collo e a rimandare il rientro in F1.
Flavia Pennetta, la tennista brindisina, è la prima donna italiana a entrare nella top ten del tennis, ma poi si ritira davanti alla temuta Dinara Safina, come se nel suo cuore sentisse che fino lì non può ancora arrivare.
E Federica Pellegrini, la ragazza d’oro del nuoto italiano, torna a vincere solo dopo avere pensato di morire inghiottita dalle acque della piscina.
Campioni sempre più androidi, come l’uomo più veloce al mondo, il giamaicano Usain Bolt (che invece vince e ride: qui la GALLERY delle sue imprese a Berlino), riescono a battere record impossibili, però poi crollano davanti all’avversario imprevedibile: la loro mente.
Sarà questa la sorte anche dello sprinter statunitense Tyson Gay che dopo aver inutilmente stracciato il record americano si è visto superare da un Bolt mostruoso? Campioni che per vincere devono prima passare dalla stanza dello psicologo. “Negli ultimi 10 anni la parte psicologica di uno sportivo è diventata sempre più importante” spiega Piero Astegiano, vicedirettore dell’Istituto di medicina dello sport di Torino. “Ho riscontrato una fragilità psicologica inaspettata da parte degli sportivi. Ma dobbiamo anche ricordarci che parliamo di ventenni”.
Stoner di anni ne ha 23, tanti quanti Laure Manaudou, la campionessa di nuoto francese che ha mollato tra pianti e foto hard. “Non sono contrario agli atleti che staccano, meglio fermarsi, magari per un periodo, che fare blackout.

“Bisogna saper riconoscere i primi segnali di disagio” avverte Daniele Popolizio, psicologo e psicoterapeuta. È responsabile internazionale del Progetto sport della commissione scientifica dell’Unione Europea e direttore generale del Cenpis (Centro di psicologia specialistica), fondato dal padre, Antonio Popolizio, che ha inventato un metodo “che impedisce di farsi autogol”, una formula che non aiuta solo gli sportivi, ma anche i manager disoccupati o le coppie in crisi sentimentale. “I meccanismi che ti fanno vincere, che ti aiutano a non ripetere gli stessi errori si applicano allo stesso modo nello sport e nella vita di tutti i giorni”.
Da tre stagioni segue Pellegrini, l’ha aiutata a tornare a vincere, anche grazie a una semplice frase, “una piccola pozione magica” che lei si ripete come un mantra: “Non è reale”. Non è reale la paura di perdere o, forse, di perdersi.
Laure Manaudou

“Federica ha vinto perché era molto preparata anche dal punto di vista psicologico. Era pronta ad affrontare qualsiasi imprevisto. Ha vinto perché ha retto le aspettative che crescevano intorno a lei”. Popolizio è il “mental coach”, come preferisce farsi chiamare, che segue i grandi del nuoto italiano come Luca Marin, fidanzato di Pellegrini, Filippo Magnini, Alessia Filippi, Edoardo Giorgetti e, dall’autunno, Carolina Kostner, la campionessa di pattinaggio.
“Oggi il talento non basta più, molti campioni ricorrono all’aiuto psicologico per analizzare e bloccare in anticipo i meccanismi della mente sottoposta a stress”.

La paura del pre gara, di perdere, ma anche, sembra paradossale, la paura di vincere. “È la nikefobia, dal greco nike, vittoria (e non dalla griffe sportiva come pensano certi miei allievi). È la paura di andare oltre i propri limiti, la paura edipica di superare il padre, il senso di colpa per un premio che pare troppo elevato ” chiarisce la psicoterapeuta Sabina Sereno, consulente del Coni alla Regione Piemonte e docente di psicologia dello sport a Torino. “È la fobia che porta molti atleti a restare eterni secondi o a infortunarsi davanti a un evento importante. Un fattore inconscio che si risolve con un lungo lavoro a volte non compatibile con i tempi dello sport”. Perché i tempi dello sport sono brevissimi e intensi. “È un mondo che estremizza lo stress. E se perdi anche solo una volta sembra che tutto sia perduto. L’unica strada appare l’abbandono, ma niente è più sbagliato. Se uno sportivo fin da piccolo è abituato a perdere, è più facile che da grande vinca”.
“Perché, come dice il Dalai Lama, quando perdi, non perdere la lezione” aggiunge Pietro Trabucchi, psicologo, da vent’anni specializzato nel seguire discipline di resistenza, al fianco della squadra nazionale di triathlon e di fondo. Ha seguito Giorgio Di Centa, oro a Torino 2006. “Ha cominciato a sciare a 5 anni, ma ha dovuto aspettarne 27 per vincere una medaglia olimpica”. Una volta a 30 anni eri finito, “oggi non è più così, basta guardare Alessandra Sensini e Josefa Idem (bronzo pochi giorni fa ai Mondiali di Dartmouth, a 44 anni). La differenza la fa la mente”.
Nel suo ultimo libro, Resisto dunque sono (Corbaccio), spiega il concetto di “resilienza”: “La capacità di persistere nel perseguire gli obiettivi di sfida, fronteggiando le difficolta e gli eventi negativi che si incontrano. Il resiliente è un ottimista, ritiene di saper controllare la propria vita, vede i cambiamenti come una sfida e non come una sfiga“. La resilienza non è come il coraggio di Don Abbondio, chi non ce l’ha se la puo dare e potenziare. “Aiuto i miei atleti con tecniche di meditazione, simili a quelle delle filosofie orientali.
Per controllare il pensiero, svuotare la mente. Per non temere la fatica, ma senza rimuovere il dolore e la paura, che devono esserci. I grandi alpinisti hanno tutti paura del vuoto”. E per provare che le sue teorie erano giuste Trabucchi nel 2005 ha scalato l’Everest. Le difficoltà rafforzano la mente, scriveva Seneca, ed è nelle difficolta che si vede un campione. Popolizio ai suoi atleti consiglia di parlare poco con i concorrenti, di non isolarsi con la musica per non avere un impatto energetico troppo forte al momento clou. “Quando si avvicina la gara, bisogna avere una percezione a imbuto. Se a 3 ore dalla prova riesco ancora a ridere, a mezz’ora sto da solo e mi preparo come un proiettile”.

E nella preparazione tra uomini e donne c’e una determinante differenza. “Le donne sembrano piu fragili, tuttavia se perdono la concentrazione la recuperano piu facilmente. Gli uomini non riescono a ritrovarla”. Caso eccezionale è Valentino Rossi, “che non credo sia mai stato seguito da uno psicologo” continua Popolizio “ma è caduto e risorto da solo. Vince perché sa perdere. La sua abilità è riuscire a gestire il rischio. Ricordo un suo incredibile sorpasso a un compagno di squadra, quando ormai aveva la gara in tasca. È come se gareggiasse contro se stesso. Lui rischia sempre. E non tutti gli atleti sono disposti a rischiare”.

Schumacher

La paura del dolore, della fatica e una delle prime cause di blocco. “Per batterla creiamo ai campioni scenari ipotetici, mettendoli davanti alle gare che piu temono” racconta Elena Meccariello, psicologa all’Istituto di medicina dello sport del Coni. Ha seguito la tennista Roberta Vinci, i tuffatori Nicola e Tommaso Marconi, ha valutato tutti gli atleti olimpici, da Valentina Vezzali ad Aldo Montano. “Oggi si vince con la testa, lasciando poco al caso. Lo psicologo ti aiuta a vivere nella mente il momento della gara, con tecniche di immaginazione: se il tuffo dura pochi secondi, l’atleta lo deve immaginare in continuazione e la ripetizione mentale deve essere costante. Se il tuffo sarà perfetto nella mente, il corpo lo eseguira perfettamente anche nella realtà”.
Riferisce che Vinci, molte volte avversaria di Pennetta (anche lei seguita da uno psicologo a Barcellona, lo stesso della collega Conchita Martinez), “aveva un blocco in partenza, non pensava di poter raggiungere quei risultati. Se non credi in te stesso, l’avversario ti battera sempre. Come nella vita“. Racconta la dottoressa Sereno che nell’ambiente circola una battuta: “La differenza tra un campione e un altro e solo di 20 centimetri. La misura del cervello.

La lettera di Federica a Casey

Scuola, quei professori con la valigia

Maestra elementare in aula

Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.

Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

I traferimenti dei professori italiani

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.

Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.

Dove insegnano i maestri

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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