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Casey Stoner, grande campione del Motomondiale, si ferma dopo molte vittorie e un anno difficile: non corre più, troppo stress. Michael Schumacher nel suo giorno più amaro capisce di essere umano, troppo umano, e dopo essere stato richiamato come salvatore della patria dalla Ferrari è costretto a rifiutare per un dolore al collo e a rimandare il rientro in F1.
Flavia Pennetta, la tennista brindisina, è la prima donna italiana a entrare nella top ten del tennis, ma poi si ritira davanti alla temuta Dinara Safina, come se nel suo cuore sentisse che fino lì non può ancora arrivare.
E Federica Pellegrini, la ragazza d’oro del nuoto italiano, torna a vincere solo dopo avere pensato di morire inghiottita dalle acque della piscina.
Campioni sempre più androidi, come l’uomo più veloce al mondo, il giamaicano Usain Bolt (che invece vince e ride: qui la GALLERY delle sue imprese a Berlino), riescono a battere record impossibili, però poi crollano davanti all’avversario imprevedibile: la loro mente.
Sarà questa la sorte anche dello sprinter statunitense Tyson Gay che dopo aver inutilmente stracciato il record americano si è visto superare da un Bolt mostruoso? Campioni che per vincere devono prima passare dalla stanza dello psicologo. “Negli ultimi 10 anni la parte psicologica di uno sportivo è diventata sempre più importante” spiega Piero Astegiano, vicedirettore dell’Istituto di medicina dello sport di Torino. “Ho riscontrato una fragilità psicologica inaspettata da parte degli sportivi. Ma dobbiamo anche ricordarci che parliamo di ventenni”.
Stoner di anni ne ha 23, tanti quanti Laure Manaudou, la campionessa di nuoto francese che ha mollato tra pianti e foto hard. “Non sono contrario agli atleti che staccano, meglio fermarsi, magari per un periodo, che fare blackout.
“Bisogna saper riconoscere i primi segnali di disagio” avverte Daniele Popolizio, psicologo e psicoterapeuta. È responsabile internazionale del Progetto sport della commissione scientifica dell’Unione Europea e direttore generale del Cenpis (Centro di psicologia specialistica), fondato dal padre, Antonio Popolizio, che ha inventato un metodo “che impedisce di farsi autogol”, una formula che non aiuta solo gli sportivi, ma anche i manager disoccupati o le coppie in crisi sentimentale. “I meccanismi che ti fanno vincere, che ti aiutano a non ripetere gli stessi errori si applicano allo stesso modo nello sport e nella vita di tutti i giorni”.
Da tre stagioni segue Pellegrini, l’ha aiutata a tornare a vincere, anche grazie a una semplice frase, “una piccola pozione magica” che lei si ripete come un mantra: “Non è reale”. Non è reale la paura di perdere o, forse, di perdersi.

“Federica ha vinto perché era molto preparata anche dal punto di vista psicologico. Era pronta ad affrontare qualsiasi imprevisto. Ha vinto perché ha retto le aspettative che crescevano intorno a lei”. Popolizio è il “mental coach”, come preferisce farsi chiamare, che segue i grandi del nuoto italiano come Luca Marin, fidanzato di Pellegrini, Filippo Magnini, Alessia Filippi, Edoardo Giorgetti e, dall’autunno, Carolina Kostner, la campionessa di pattinaggio.
“Oggi il talento non basta più, molti campioni ricorrono all’aiuto psicologico per analizzare e bloccare in anticipo i meccanismi della mente sottoposta a stress”.
La paura del pre gara, di perdere, ma anche, sembra paradossale, la paura di vincere. “È la nikefobia, dal greco nike, vittoria (e non dalla griffe sportiva come pensano certi miei allievi). È la paura di andare oltre i propri limiti, la paura edipica di superare il padre, il senso di colpa per un premio che pare troppo elevato ” chiarisce la psicoterapeuta Sabina Sereno, consulente del Coni alla Regione Piemonte e docente di psicologia dello sport a Torino. “È la fobia che porta molti atleti a restare eterni secondi o a infortunarsi davanti a un evento importante. Un fattore inconscio che si risolve con un lungo lavoro a volte non compatibile con i tempi dello sport”. Perché i tempi dello sport sono brevissimi e intensi. “È un mondo che estremizza lo stress. E se perdi anche solo una volta sembra che tutto sia perduto. L’unica strada appare l’abbandono, ma niente è più sbagliato. Se uno sportivo fin da piccolo è abituato a perdere, è più facile che da grande vinca”.
“Perché, come dice il Dalai Lama, quando perdi, non perdere la lezione” aggiunge Pietro Trabucchi, psicologo, da vent’anni specializzato nel seguire discipline di resistenza, al fianco della squadra nazionale di triathlon e di fondo. Ha seguito Giorgio Di Centa, oro a Torino 2006. “Ha cominciato a sciare a 5 anni, ma ha dovuto aspettarne 27 per vincere una medaglia olimpica”. Una volta a 30 anni eri finito, “oggi non è più così, basta guardare Alessandra Sensini e Josefa Idem (bronzo pochi giorni fa ai Mondiali di Dartmouth, a 44 anni). La differenza la fa la mente”.
Nel suo ultimo libro, Resisto dunque sono (Corbaccio), spiega il concetto di “resilienza”: “La capacità di persistere nel perseguire gli obiettivi di sfida, fronteggiando le difficolta e gli eventi negativi che si incontrano. Il resiliente è un ottimista, ritiene di saper controllare la propria vita, vede i cambiamenti come una sfida e non come una sfiga“. La resilienza non è come il coraggio di Don Abbondio, chi non ce l’ha se la puo dare e potenziare. “Aiuto i miei atleti con tecniche di meditazione, simili a quelle delle filosofie orientali.
Per controllare il pensiero, svuotare la mente. Per non temere la fatica, ma senza rimuovere il dolore e la paura, che devono esserci. I grandi alpinisti hanno tutti paura del vuoto”. E per provare che le sue teorie erano giuste Trabucchi nel 2005 ha scalato l’Everest. Le difficoltà rafforzano la mente, scriveva Seneca, ed è nelle difficolta che si vede un campione. Popolizio ai suoi atleti consiglia di parlare poco con i concorrenti, di non isolarsi con la musica per non avere un impatto energetico troppo forte al momento clou. “Quando si avvicina la gara, bisogna avere una percezione a imbuto. Se a 3 ore dalla prova riesco ancora a ridere, a mezz’ora sto da solo e mi preparo come un proiettile”.
E nella preparazione tra uomini e donne c’e una determinante differenza. “Le donne sembrano piu fragili, tuttavia se perdono la concentrazione la recuperano piu facilmente. Gli uomini non riescono a ritrovarla”. Caso eccezionale è Valentino Rossi, “che non credo sia mai stato seguito da uno psicologo” continua Popolizio “ma è caduto e risorto da solo. Vince perché sa perdere. La sua abilità è riuscire a gestire il rischio. Ricordo un suo incredibile sorpasso a un compagno di squadra, quando ormai aveva la gara in tasca. È come se gareggiasse contro se stesso. Lui rischia sempre. E non tutti gli atleti sono disposti a rischiare”.

La paura del dolore, della fatica e una delle prime cause di blocco. “Per batterla creiamo ai campioni scenari ipotetici, mettendoli davanti alle gare che piu temono” racconta Elena Meccariello, psicologa all’Istituto di medicina dello sport del Coni. Ha seguito la tennista Roberta Vinci, i tuffatori Nicola e Tommaso Marconi, ha valutato tutti gli atleti olimpici, da Valentina Vezzali ad Aldo Montano. “Oggi si vince con la testa, lasciando poco al caso. Lo psicologo ti aiuta a vivere nella mente il momento della gara, con tecniche di immaginazione: se il tuffo dura pochi secondi, l’atleta lo deve immaginare in continuazione e la ripetizione mentale deve essere costante. Se il tuffo sarà perfetto nella mente, il corpo lo eseguira perfettamente anche nella realtà”.
Riferisce che Vinci, molte volte avversaria di Pennetta (anche lei seguita da uno psicologo a Barcellona, lo stesso della collega Conchita Martinez), “aveva un blocco in partenza, non pensava di poter raggiungere quei risultati. Se non credi in te stesso, l’avversario ti battera sempre. Come nella vita“. Racconta la dottoressa Sereno che nell’ambiente circola una battuta: “La differenza tra un campione e un altro e solo di 20 centimetri. La misura del cervello.

La lettera di Federica Pellegrini al campione in cirisi Casey Stoner
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Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.
Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.
Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.


Nicolae Romulus Mailat nell’aula bunker di Rebibbia, stretto tra due donne (l’interprete del tribunale Ileana Baboi e la mediatrice culturale Silvia Moisei che affianca il suo avvocato Piero Piccinini), sembrava annoiarsi, sbadigliava, affermava come una star che lui di solito al mattino a quell’ora dorme.
Eppure, per la seconda udienza del processo che lo vede imputato di avere (nell’ottobre 2007) rapinato, tentato di violentare, ucciso e occultato il corpo di Giovanna Reggiani, 47 anni, valdese, sposata all’ufficiale della Marina Giovanni Gumiero, c’era un discreto pubblico. “Cos’è, una festa?” sussurrava l’ispettore di polizia del commissariato di Ponte Milvio Alessandro Rongoni, il primo a deporre, il primo a tornare sul luogo del delitto il giorno dopo.
“Nella baracca di Mailat” ha detto “il mattino seguente trovammo la borsa, ricordo che era bagnata fuori e perfettamente asciutta dentro, come se non fosse stata aperta sul luogo dell’aggressione, ma in un secondo tempo, all’asciutto”. Un’inchiesta con molti punti oscuri, dove sembra che pioggia e fango si siano portati via tutto: impronte, sangue (e la vittima ha perso davvero tanto sangue), tracce biologiche.
Dubbi che portano a pensare che quella sera il romeno non fosse da solo e che forse non tutti gli assassini di Giovanna Reggiani siano stati presi. Che non abbia agito da solo Mailat lo ha sempre detto (è stato imputato di calunnia, indicando come suo complice proprio il figlio della supertestimone). Ma in un interrogatorio lo ha sostenuto anche un altro teste, Clopotar Nicolaie, che ha raccolto il racconto del suocero di Mailat, Obedei Dorin, l’uomo che in Romania è stato trovato in possesso del telefonino di Reggiani. Obedei gli raccontò che quella notte Romulus era insieme ad altri due ragazzi, con i quali era andato a rubare un tubo di rame. E secondo il suocero c’era anche Emilia, la zingara supertestimone.
La scena delle indagini non era facile. Dopo solo 48 ore dal delitto il Comune di Roma ordinò di abbattere il campo, arrivarono le ruspe e chi forse sapeva qualcosa venne disperso. Lamenta l’avvocato della difesa: “Non è stato fatto il minimo sforzo per verificare quale delle tre versioni, di Emilia, di Clopotar, di Obedei, sia quella vera. Ci si è limitati alla prima versione, l’unica disponibile”.
La versione che circola nella comunità rom è che “lo stupido” sia rimasto lì, pagherà lui anche per gli altri. Non sono state trovate tracce biologiche del presunto assassino sugli indumenti, né sotto le unghie. Né tracce della vittima su Mailat. Dai tamponi nessun segno di violenza sessuale. Quella notte sotto la pioggia qualcuno ha aggredito Giovanna Reggiani, ha cercato di strozzarla con un laccio da scarpe, l’ha colpita più volte con un bastone, le ha tagliato con un coltellino le mutande, recise di netto (lei non ha però ferite da taglio), l’ha trascinata nel fango, ha preso la borsa, è tornato al campo, si è cambiato (ma non si è lavato la faccia). Tutto in 20 minuti. Mailat aspetta il verdetto sbadigliando e senza parlare.

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, si prepara al primo giorno di scuola, ma per lei gli esami sono cominciati già da una settimana.
Con le sue parole sui docenti del Sud ha fatto piangere anche la sua prof siciliana. Il divario è così grave?
Sì, lo dicono i dati internazionali, non io. Mi hanno voluto far passare per antimeridionalista. Una scemenza. Non faccio graduatorie tra docenti più o meno bravi, tra nordisti o sudisti. Però prendo atto che ci sono più problemi in alcune zone d’Italia, anche se non è affatto detto che dipendano dai professori o solo dai professori. Possono dipendere da un contesto, da situazioni oggettive. Certo ci sono e vanno affrontati.
Camicia bianca, niente penna rossa. Sottobraccio un libro del Mulino, La scuola degli italiani dello storico Adolfo Scotto Di Luzio: “Lui dice che la scuola media è nata per sottrazione, senza un progetto per formare lo studente. Anch’io penso che la media sia il nostro punto debole: è scadente, non prepara. Va rivista e penso che si debba partire da lì”.
Da dove, ministro?
Dall’esame: va cambiato. Sto pensando di introdurre i test dell’Ocse che valutano la scuola nei paesi industrializzati (su 57 paesi esaminati l’Italia è al 36esimo posto, ndr), di renderli obbligatori per misurare la qualità dell’apprendimento. In Italia serve una preparazione di base uguale per tutti, oggi i giudizi sono troppo discrezionali. L’educazione fisica può pesare quanto l’italiano?
Da dove si inizia?
A settembre insedio un gruppo di lavoro con insegnanti e presidi per ripensare le medie. Occorrono più ore di matematica e scienze; bisogna puntare molto di più sull’italiano. La conoscenza della nostra lingua è elemento d’integrazione. E la scuola media è la scuola dell’integrazione.
Con settembre inizia il tormentone sugli stranieri in classe…
C’è una proposta del Pd per un numero massimo di immigrati in ogni classe. Ci ragioneremo, però io non credo sia una questione di numeri, bensì di qualità dell’insegnamento. Abbiamo i cosiddetti obiettivi formativi. Non possiamo essere troppo buonisti: se uno raggiunge l’obiettivo va avanti, altrimenti si ferma. Italiano o straniero che sia. Per chi ha difficoltà prevediamo corsi pomeridiani.
È favorevole al maestro unico?
Senz’altro. Ai miei tempi era così. Avevo una maestra bravissima alle elementari: Maria Rosa Mantovani. Autorevole, severa, capace di tenere la classe e trasmettere i saperi. La formula funzionava, il rapporto con un solo insegnante è forte, privilegiato.
Gli insegnanti, sempre meno considerati da allievi e genitori, ora saranno potati come cespugli?
La Finanziaria ci chiede di ridurre il personale della scuola di 85 mila posti in 3 anni. Entro dicembre devo presentare un piano. I sacrifici di oggi servono a liberare risorse per domani.
Traduzione?
Meno insegnanti, meglio pagati. Il 30 per cento di questi tagli sarà reinvestito per premiare il merito.
Darà una pagella anche a loro?
Dobbiamo arrivare alla valutazione degli insegnanti, come accade in altri paesi europei. Con l’Invalsi, l’Istituto nazionale di valutazione, ho in programma di creare un sistema che si basi sul rendimento degli allievi, sulla disponibilità alla formazione. Chi ottiene i migliori risultati sarà premiato.
L’impressione è che troppi siano i poco preparati.
Bisogna rafforzare la formazione iniziale e pretendere che sia continuativa. Dire che sono tutti ignoranti non va bene. Avvocati, medici, ingegneri… ci sono i buoni e i cattivi.
Ma è la scuola italiana a godere di pessima stampa.
Non nego che alcuni problemi esistano. È anche vero che le cattive notizie sono notizie. La scuola assurge agli onori della cronaca per episodi di inefficienza, bullismo, violenza. Questa è l’immagine che suscita l’interesse dei media, mentre le buone pratiche non fanno particolarmente notizia.
La percezione più forte è quella della sfiducia.
Sfiducia da parte degli insegnanti e insoddisfazione da parte delle famiglie.
A cosa si deve?
Non è ben chiaro quello che chiediamo alla scuola, che ormai si trova a svolgere due funzioni. Quella educativa, formativa, e quella sociale, legata al welfare. Non dico che la scuola oggi sia considerata come un parcheggio per i figli, ma certo è vista come un aiuto per le famiglie. Un luogo dove mandare i ragazzi per non lasciarli per strada. Soddisfare entrambe le aspettative non è semplicissimo. Anche per questo la scuola è andata in cortocircuito.
La ricetta contro i cortocircuiti?
Non sono, come qualcuno dice, per un ritorno al passato, ma piuttosto per una semplificazione. Un ritorno alla semplicità e ai compiti fondamentali: il trasmettere il sapere e in qualche modo l’educazione. Se si incrocia una funzione sociale, nulla quaestio, ma prima dev’esserci l’insegnamento dell’italiano e della matematica, della scienza e dell’educazione civica.
Vasto programma.
Nel tempo gli insegnanti hanno perso la loro originaria funzione. Soprattutto hanno pochi stimoli, anche economici, a fare meglio. L’avanzamento è solo per anzianità. L’Italia ha sottovalutato il loro ruolo e dobbiamo recuperarlo. Avere buoni insegnanti appartiene ai paesi civili, a chi non pensa solo al presente e non rinuncia a progettare il futuro.
Priorità?
Ho messo il reclutamento degli insegnanti. Oggi l’esodo di docenti e supplenti è troppo frequente. Ognuno ha il suo metodo e se nel corso dell’anno si avvicendano persone diverse la didattica ne soffre.
Quanto viene lasciato all’autonomia degli istituti?
L’autonomia non esiste. C’è un’organizzazione centralista che fa dipendere tutto dal ministero e deresponsabilizza i livelli decisionali locali. Bisogna rafforzare i poteri dei presidi.
Presidi con superpoteri, allora?
No, ma oggi non hanno nemmeno quelli comuni. Il ministero deve mantenere una funzione di controllo e non di gestione dei singoli processi.
Le sue medie com’erano?
Avevo un’insegnante siciliana, molto brava. Fu proprio lei a spingermi a frequentare il liceo classico. Non ricordo ci fossero i problemi di oggi.
Per esempio le lingue straniere.
Abbiamo problemi sull’insegnamento dell’inglese. Non disponiamo di professori particolarmente preparati.
È vero che a volte l’inglese è lasciato a docenti di altre materie che hanno seguito solo brevi corsi?
Accade. Penso invece a lezioni in inglese alle superiori con il metodo della full immersion.
Le medie sono sinonimo di violenza e bullismo.
I problemi dell’adolescenza sono anticipati. E gli insegnanti non sempre sono preparati ad affrontarli. Quelli della scuola media sono fra i più anziani: per loro è difficile capire questi nuovi adolescenti.
In Texas hanno dato loro le pistole. Lei ha proposto il ritorno del voto in condotta.
Basta un 5 in condotta con il rischio di essere bocciati. Cinque, non più 7. Credo sia un’esigenza e non un ritorno al passato. Uno strumento in più per chi insegna, per pretendere che si rispettino le regole. Alle medie sarà un giudizio, alle superiori un voto.
Se i ragazzi non hanno disciplina è colpa delle famiglie?
Le famiglie che appoggiano sempre i loro figli sbagliano, disorientano. Non so se le tensioni tra famiglia e insegnanti siano dovute allo scadimento dei docenti o al lassismo dei genitori, ma non starei a sindacare su chi deve fare di più. Bisogna ripristinare ordine e ruolo.
Non sarà facile.
Di facile c’è veramente poco nella scuola. Ho incontrato tanti dispensatori di buoni consigli. Come per la Nazionale di calcio, chiunque ha la formazione giusta.
L’hanno chiamata “Nostra signora dei grembiulini”.
Nessuno pensa di risolvere i problemi della scuola con un grembiule. La mia proposta ha avuto un ritorno mediatico superiore alle intenzioni. È una buona pratica, ma saranno i presidi a decidere se adottarla o meno. Il grembiule è un segno di ordine, rigore, uguaglianza. E semplifica la vita alle mamme.
Anche non cambiare i libri ogni anno semplificherebbe la vita alle mamme.
Ho già parlato con gli editori e intendo fare una circolare per evitare riedizioni non necessarie. Comunque, l’82 per cento delle scuole superiori ha mantenuto entro i tetti di spesa fissati dal ministero il prezzo dei libri. E nella Finanziaria abbiamo previsto che certi testi possano essere scaricati da internet.
Pensa di riproporre l’ora di religione per tutti?
Laicità della scuola senz’altro, ma conoscenza delle nostre radici cristiane. Apprendere i principi della nostra religione fa parte della cultura occidentale. In Europa tutti hanno l’ora di religione, eccetto Francia e Slovenia. Ma obbligo no, per carità. Susciterei più polemiche che risultati.
E gli altri culti?
Rispettiamo tutti, ma le altre religioni hanno modalità diverse e diventa difficile organizzare qualcosa per pochi bambini.
Per ridurre gli organici taglierete gli insegnanti di sostegno?
La proporzione sarà di uno a due e non di uno a uno, come è oggi al Sud. Questo non siamo in grado di mantenerlo, anche la sinistra è d’accordo.
Scuola pubblica o scuola privata?
Non mi appassiona la diatriba. Per me la scuola è pubblica comunque, anche se non statale. Inoltre ricordo che le scuole paritarie fanno risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro.
I precari già si agitano.
Abbiamo ereditato un precariato pazzesco che saldiamo in quantità ridotte. Abbiamo messo a ruolo 25 mila precari, tanti quanti si poteva. Una politica seria non illude, ma dichiara l’obiettivo.
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