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Marco Pannella presidente dell'associazione Nessuno Tocchi Caino
Una delle sostanziali differenze tra i due sfidanti principali alla segreteria del Pd, Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini, è quella sulle alleanze. Continua

Il Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta in conferenza stampa
Il Consiglio dei ministri di venerdì 9 ottobre ha dato il via libera definitivo alla riforma Brunetta della pubblica amministrazione. La riforma vede al primo posto uno dei must del ministro con il gradimento più alto tra gli italiani: la lotta ai fannulloni. Continua
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La domanda, come diceva il sig. Mi manda Raitre, Antonio Lubrano, nasce spontanea: può entrare a far parte della schiera Democrats uno (cioè Grillo) che considera il Pd uguale (se non fosse per una elle) al Pdl, a sottolineare che al governo e all’opposizione i “chierichetti che cantano la stessa messa”?
Può uno (sempre Grillo) mettersi alla guida di compagni che con elevata vis polemica dipinge (sul blog, nelle piazze, nei suoi spettacoli e, come si suol dire, “in tempi non sospetti”, cioè molto tempo prima di annunciare l’Opa sul Pd) come macchiette da avanspettacolo?
Ripercorriamo le definizioni. Tipo: Walter Veltroni, alias “Walterloo: è stato il migliore alleato del Pdl. Se fossi Berlusconi lo farei vicepresidente del Consiglio”. E ancora: “Topo Gigio dice che vuole ritornare allo spirito del Lingotto. È come se Napoleone volesse ritornare a Waterloo”. Ma ce n’è per tutti: per Romano Valium Prodi, per Carlo De Benedetti “il termodistruttore dell’Olivetti, il più grande squalo della finanza italiana del dopoguerra”, per Napolitano “Morfeo”, Massimo Volpe-nel-deserto D’Alema “servo del padrone di Arcore”, e poi Dario Boccon-del-prete Franceschini, senza contare il temibile Bersanetor, lo sterminatore dei tassisti. Qaulcuno si salva dalla furia grillina? Neanche tra i volti nuovi? Macché: il nuovo sindaco di Firenze è “l’ebetino Rienzi, paladino degli inceneritori”.
Si dira: ma Grillo è un blogger, un comico. E, si sa, la satira è per antonomasia contro i potenti (di destra e di sinistra, di maggioranza e opposizione). Giusto. Tanto è vero che, in modo saggio e discreto, l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi su La Stampa commentava così la scelta di Grillo: ha “una professionalità nel campo della satira, ma non credo possa svolgere una funzione positiva e utile sul terreno squisitamente politico”. Di non essere “adatto”, anzi di non esere pazzo (a mettersi a fare politica), lo aveva ammesso lui stesson un’intervista alla Stampa: “Obama corre, corra anche lei. Altrimenti è troppo facile”, chiede il giornalista. Risposta: “Ma non saprei come gestirmi! Io non sono un politico… lo potrei fare solo se - ride - facessi una piccola dittatura, se mi dessero la possibilità di usare uno stadio per metterci dentro le 80-100mila persone che stanno facendo del male all’Italia”. Era il 26 gennaio 2009. Concetto ribadito sul blog, il 17 febbraio 2009: “Essere candidati dal PDmenoelle equivale a un suicidio politico, a un bacio della morte”.
E invece… alcuni mesi dopo, domenica 12 luglio il comico genovese ha deciso di candidarsi alle primarie del Pd. E quei giudizi mica li ha ritrattati. Anzi, ha costellato il suo annuncio di parole tutte contro il partito e la sua dirigenza. E così politici, e non solo quelli del centrodestra, e commentatori del Transatlantico sono in buona parte concordi su una battuta per sintetizzare l’affaire Beppe Grillo vs Partito Democratico: per tutti il Pd conferma a pieno la legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.
A inquietare la truppa democratica c’è poi il programma che Grillo verga sul suo blog il 12 luglio: “Sarà quello dei Comuni a Cinque Stelle a livello nazionale la restituzione della dignità alla Repubblica con l’applicazione delle leggi popolari di Parlamento Pulito e un’informazione libera con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a partire da Silvio Berlusconi. Temi troppo duri per le delicate orecchie di un Rutelli e di un Chiamparino. Ci sono milioni di elettori del PDmenoelle che vorrebbero avere un PDcinquestelle. Con questo apparato affaristico e venduto non hanno alcuna speranza. Il PDmenoelle” conclude “è l’assicurazione sulla vita di Berlusconi, è arrivato il momento di non rinnovare più la polizza”.
Il giorno dopo, lunedì 13, Grillo annuncia di aver pagato la quota nella sezione di Arzachena. E che se “troveranno un comma per non farmi iscrivere ne pagheranno le conseguenze”. Il comma arriva. Disco rosso. Grillo non viene iscritto al partito. E lui, difeso dal leader Idv, Antonio Di Pietro – che il Pd vede come il mandante della candidatura del comico genovese – spara l’ennesima dichiarazione anti-pd sul suo blog: “La commissione di Garanzia del PD mi ha lanciato una fatwa: “Non è possibile la registrazione di Beppe Grillo nell’anagrafe del Pd poiché egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al PD. La delibera verrà resa nota sul sito nei prossimi giorni”.
In una sola frase hanno ammesso che: 1. esiste un movimento politico popolare; 2. tale movimento è “ostile” al PD; 3. se un cittadino può iscriversi o meno al PD (dove D sta per Democratico) lo decide una fantomatica commissione di Garanzia, non lo Statuto. Il “Movimento Politico Ostile” è ostile forse perché il suo programma è alternativo a quello del PDL? Mentre quello del PD è invece uguale a quello del PDL?
È il 16 luglio quando, intervistato da Gian Antonio Stella, su Il Corriere della Sera ha detto del partito che vuole guidare. “Non ho mai votato il Pd, ho votato per Di Pietro” e si candida perché “il Pd è il secondo partito del Paese. Ma è guidato da fossili che non danno risposte su niente. Vogliono l’acqua pubblica o quella privatizzata? La raccolta differenziata o gli inceneritori? Il nucleare o l’energia rinnovabile? Rispondano. Io mi rivolgo ai giovani che sono dentro il Pd. Sono loro che devono impossessarsi del partito”.
In realtà qualcuno che non ha messo il veto alla corsa di Grillo, tra i democratici, c’è stato: Ignazio Marino e Mario Adinolfi. Il cardiochiururgo non gli ha chiuso la porta: “Non conosco personalmente Beppe Grillo ma credo che in un Pd che sia un partito aperto, qualunque persona può con serietà prendere la tessera, raccogliere firme, scrivere un programma non su facce o correnti, ma sulle idee e se ha serie intenzioni di dare un contributo chiaro al dibattito sull’identità del partito, non può essere escluso a priori”.
Mentre per il blogger Adinolfi “Grillo è stato inurbano, ma la decisione di negargli la tessera è sbagliata”. E sulle motivazioni del no dice: “Si nega a Grillo la tessera perché ha presentato delle liste civiche. Una cosa che fa sorridere: visto che autorevolissimi esponenti come Marco Follini facevano i vicepresidenti del Consiglio di Berlusconi e non abbiamo avuto difficoltà ad accoglierli ai massimi livelli della dirigenza. Il paradosso è che in un partito normale la richiesta di un comico avrebbe preoccupato gli outsider, quelli come me, destinati a essere oscurati da un outsider più forte di loro. Nel Pd invece preoccupa i candidati potenzialmente più forti. Evidentemente hanno i piedi d’argilla”.
Questa è la storia di Grillo e della sua tentata conqista del Pd, nell’ultima settimana. Quindi, ritorna il quesito iniziale: invitereste a casa vostra un tale che di voi e della vostra famiglia ha detto peste e corna? Accetereste di buon grado che lo stesso tale, accusandovi di non avere un metodo educativo dei vostri figli, decida lui per voi come crescerli? Tradotto, fuor di metafora: date queste condizioni, è giusto o sbagliato che i democrats abbiano negato iscrizione e partecipazione alle primarie a Beppe Grillo?
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Tre giorni fitti di colloqui, accordi pieni e qualche distinguo. Sorrisi e pacche sulle spalle in pubblico e qualche rancore in privato. Il vertice dell’Aquila si è chiuso con sette dichiarazioni congiunte e molti impegni che solo il tempo dirà se e quanto saranno mantenuti. O se dovrano essere ribaditi nel prossimo summit che si terrà nel 2010 a Muskoka in Canada.
Anche se, commenta il padrone di casa e presidente del vertice Silvio Berlusconi nella conferenza stampa finale: “Il G14 potrà diventare un punto fondamentale per la governance del pianeta. Tutti i format sono validi e resteranno in piedi a partire da quello del G8, costituito da paesi che fondano la loro politica su valori condivisi come la libertà e la democrazia e quindi credo che il discorso tra i leader del G8 deve essere portato avanti, ma io sono per mantenere tutte le formule G8, G14, G20. Tuttavia penso che in futuro le decisioni più importanti si prenderanno all’interno del G14″.
Questo l’alfabeto del vertice abruzzese.
A come Aquila. “La capitale del dolore” scelta da Silvio Berlusconi per ospitare il vertice e commuovere i grandi della Terra. Spostare il G8 dalla Maddalena all’Aquila si è rivelata una mossa di successo e il Cavaliere può rispolverare la sua citazione preferita: “Come diceva Erasmo da Rotterdam le decisioni più rappresentative sono spesso frutto di una lungimirante follia”. Archiviata anche l’ultima foto di gruppo che nel terzo e conclusivo giorno del summit ha visto insieme i Grandi e i rappresentanti dei Paesi africani, il presidente del Consiglio traccia il suo bilancio: un summit “riuscito” dall’esito “assolutamente positivo. A parere di tutti è stato il migliore da quando è stato istituito”.
B come Berlusconi. Il presidente di turno del G8 che si veste da cicerone per accompagnare gli ospiti tra mostre e macerie, da chef per scegliere e dettare il menù, da nottambulo che passeggia per la caserma fino a notte fonda. E che imperversa, giorno e notte, sui maxi schermi del media village, sui cui scorrono di continuo le sue conferenze stampa.
C come Carla Bruni. La “première dame” che diserta il tour romano offerto alle altre consorti, raggiunge Coppito per passeggiare e cenare fuori col marito. E poi si commuove tra le macerie dell’Aquila: “È terribile” (qui la GALLERY).
D come Documenti. Innumerevoli: quelli che producono gli Otto, a raffica, sotto forma di bozze, dichiarazioni, risoluzioni, dossier e raccomandazioni: una valanga di carta senza soluzione di continuità. Sette i documenti finali approvati dal G8.
E come Economia in crisi. La protagonista di questo summit. Licenziata con un mantra da ripetere a tutte le latitudini del mondo: “People first, people first, people first, people first…”.
F come First lady. Le mogli dei potenti (ribattezzate da Sarah Brown: “Noi, le Wag’s del G8″ che si sono concesse una visita a Roma e un passeggiata tra le macerie e le tendopoli dell’aquilano. Tutte in fila, ma senza Carla e senza il professor Joachim Sauer, il “first husband”, marito di Angela Merkel rimasto in Germania.
G come Gheddafi. Arrivato al G8 di Coppito… al solito, in ritardo. Dove monta l’immancabile tenda e stringe la mano al “nemico americano” Barack Obama
H come Hotel. Le strutture alberghiere lontane decine di chilometri da Coppito e che ospitano i giornalisti di tutto il mondo. E che costringono la stampa a sobbarcarsi ogni giorno quasi quattro ore di viaggio tra andata e ritorno.
I come Iran. Finito all’indice per la repressione dei sostenitori di Moussavi oggi si è preso la soddisfazione di convocare l’ambasciatore italiano per protestare per l’uso della forza contro i no-global anti G8.
J come J8. Il summit parallelo dei giovani tra i 14 e i 17 anni organizzato dall’Unicef. E che ha lanciato alla ribalta mondiale la sedicenne brasiliana Mayara Tavares, di cui – come appare nella foto ripresa da tutti i siti del mondo – Barack Obama e Nicolas Sarkozy hanno apprezzato il lato b…
K come Kilogrammi. I 24 che segna sulla bilancia il sobrio libro su Canova con copertina in marmo di Carrara che Berlusconi ha regalato a Obama. Elegante e minimale.
L come Lula. Il presidente brailiano pare viaggi con le maglie dei giocatori della formaztione verde oro. Ne ha portate due in dono a Berlusconi e Obama, autografate dai campioni brasiliani. E per il presidente Usa è stata pure una beffa vista le recente sconfitta nella finale di Confederations Cup in Sudafrica.
M come Michelle. La più ammirata, la più fotografata, la più invidiata tra le mogli presidenziali. Che ha ceduto alle tentazioni di gola: pasta all’amatriciana, carbonara e bolognese in un sol boccone e in una sola sera.
N come Navette. Centinaia di bus con la scritta G8 che ogni giorno scorrazzano in lungo e largo i giornalisti accreditati. Un viaggio della speranza che comincia al mattino presto e che per molti si conclude a notte inoltrata. Qualcuno ci ha passato oggi quasi tre ore fermo in attesa della partenza dei leader da Coppito.
O come Obama. E non solo lui, Barack (che al suo primo vertice del G8 ha mostrato la sicurezza e il disinvolto sorriso di chi si sente padrone di casa ovunque: “L’Aquila sarà ricostruita. La coraggiosa gente di questa città sarà sempre nel nostro cuore”, ha dichiarato il presidente Usa in conferenza stampa), ma tutta la famiglia. Che rilancia l’America ai tempi “cool” di Jfk e Jacqueline. Il capofamiglia fa lo statista. Lei, Michelle, la buongustaia. E le figlie, Sasha e Malia, le gelataie. I complimenti di chi li incontra e li conosce si sprecano.
P come piazza. Quella d’Armi della caserma di Coppito da oggi “piazza 6 aprile 2009″ in memoria delle vittime del sisma.
Q come Quattro. I gradi della scala Richter. La soglia oltre la quale sarebbe scattato il fantomatico piano di evacuazione per capi di Stato e di governo presenti a Coppito. La terra, però, in questi tre giorni ha avuto pietà dei suoi “grandi”.
R come Risultati Raggiunti. Berlusconi lo ha definito un vertice “riuscito benissimo”. In effetti è stato un vertice molto produttivo e concreto: ha intrapreso la lotta al riscaldamento del pianeta, ha iniziato la riscrittura delle regole economiche anti-crisi (”Il nuovo codice di regole economiche si baserà su tre principi e cioè la sacralità del diritto di proprietà, il valore dell’etica di mercato e la necessità di trasparenza” riassume Berlusconi “a parte di tutti c’è stata unanimità nell’appoggiare questi principi e abbiamo così dato il via per approntare queste regole”), ha stanziato 20 mld di dollari per lottare contro la fame nel mondo (secondo il presidente del Consiglio, la sicurezza alimentare è stata tenuta “come ultimo tema del summit perché è il più importante di questo G8. Un elemento cruciale per il futuro perché tutti gli studi dell’Onu mostrano che nei prossimi 20 anni aumenterà di due miliardi di persone”). Ecco perché Silvio Berlusconi può dirsi soddisfatto: “Il risultato più importante venuto dal vertice è proprio il messaggio di fiducia e speranza” per uscire dalla crisi. Un messaggio che i Grandi (qui i documenti finali) hanno voluto dare ai cittadini di tutto il mondo per tornare a guardare al futuro senza paura.
S come Sarkozy. Il presidente francese scarica la tensione facendo jogging fuori dalla caserma di Coppito e attende per un giorno la bella Carla e poi per difenderla in conferenza stampa sfiora la gaffe con le first ladies: “Lei ha preferito le tendopoli agli hotel di lusso…”.
T come Tendopoli. Gli accampamenti dove ancora vivono migliaia di terremotati. E che un giorno “entro settembre” e un giorno “entro novembre”, prima o poi si svuoteranno, lasciando tornare gli aquilani ad abitare sotto un tetto.
U come “ultime signore”. Le dimostranti aquilane che al passaggio delle consorti dei leader hanno mostrato all’Aquila il cartello “last ladies” (qui le IMMAGINI).
V come vacanze. Quelle che Berlusconi, nella conferenza stampa finale del vertice, ha promesso di passare a L’Aquila per seguire la ricostruzione: “Sto cercando casa qui per agosto…”.
W come Wc. I bagni del media village durati appena una mattinata. Poi, tra scarichi intasati, ritirate divelte e black-out di acqua corrente, abbelliti dai cartelli ‘Fuori servizio’ per il resto del vertice.
X come Xinjiang Uygur. La provincia autonoma cinese dove sono scoppiati i disordini tra uiguri e governo locale che hanno costretto il presidente Hu Jintao a un precipitoso ritorno a Pechino. Il G8 è proseguito senza di lui.
Y come Yes we camp!. L‘ironico slogan disegnato sul fianco di una collina dai contestatori del vertice. Un’opera d’arte visibile a chilometri di distanza.
Z come Zainetto. L’ambitissimo gadget del G8 contenente una maglietta, un orologio, un asciugamano e una decina di chili di libri fotografici sull’Abruzzo. Tanto bramato da scatenare una rissa tra giornalisti e obbligare la Guardia di finanza ad intervenire per scongiurare disordini.
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Gianfranco Fini da tempo studia da leader del centrodestra.
Nei palazzi della politica, ma anche nel Paese, la voce gira ormai da molto. E da quando è presidente della Camera, poco più di un anno, è anche riuscito a ritagliarsi uno spazio da uomo politico che guarda più alla strategia che alla tattica, più al ragionamento di lungo respiro che alla politica della dichiarazione quotidiana.
Certo quella dell’ex leader di Alleanza Nazionale è stata una lunga marcia. Che dalla militanza missina lo ha portato fino alla segreteria… del Partito Democratico (almeno così ironizza il popolo di sinistra, ormai orfano di grandi condottieri).
Ma la marcia finiana comincia da lontano. Con la prima “svolta”, quella del congresso di Fiuggi (si era nel gennaio ‘95) che trasforma il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Del Msi Fini aveva raccolto il testimone, direttamente da Giorgio Almirante, a soli 35 anni. Per la prima volta gli eredi dei repubblichini - o per lo meno la maggior parte di essi - rinnegano le radici fasciste. Un passaggio “storico”, da completare con l’abbandono di quel passato che ricorda la destra razzista e antisemita, che ancora pesa troppo sulle spalle di Fini.
Il 19 febbraio del 1999 Fini va nel luogo simbolo della tragedia dell’Olocausto: Auschwitz. Quindi con il secondo governo Berlusconi, nel 2001, Fini comincia ad accreditarsi anche sullo scenario internazionale, prima con la nomina alla Convenzione europea, l’organo straordinario dell’Ue che dà vita alla Costituzione europea, poi approdando alla Farnesina. Il cammino prende velocità e diventa una corsa nel 2002, quando l’attuale presidente della Camera partecipa a sorpresa alla Giornata della Memoria, dove davanti al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, afferma: “Siamo qui, perché la storia non si ripeta, perché mai più si possano compiere simili mostruosità”. E nello stesso anno, a settembre, in una intervista al quotidiano israeliano Haaretz va oltre: “Come italiano è mio dovere assumermi ogni responsabilità. E a nome degli italiani è mio dovere farlo. Gli italiani portano sulle proprie spalle la responsabilità di ciò che è accaduto dal 1938, ovvero da quando furono varate le leggi razziali. Si tratta di una responsabilità storica: quella di riconoscere i dolori causati e di chiedere perdono”. La visita a Gerusalemme il 24 novembre del 2003 è il momento certamente più significativo del cammino politico di Fini: le immagini dell’ex delfino di Almirante, con la kippà in testa che depone fiori allo Yad Vashem sanciscono lo strappo con il passato.
Ecco una “gallery” (e qualche video) di alcuni suoi pensieri negli anni. Prima e dopo. Perché come ebbe a dire lo stesso Fini alcuni anni fa “solo i paracarri restano fermi”.
Su Mussolini
Il 25 marzo di quest’anno, cioè nei giorni in cui era appena calato il sipario su Alleanza Nazionale e si andava verso la creazione del Pdl, Fini è ospite alla sede romana della Stampa estera e la domanda clou, ancora una volta, è sul suo pensiero su Mussolini. Al giornalista che gli ricorda come 15 anni ebbe a definire il dittatore il più grande statista del secolo, replica: “Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni e di cui mi ha dato atto anche lei”. Oggi, aggiunge, Fini, “la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…”.
Sugli omosessuali (maestri e non)
Nell’aprile del 1998 disse che “un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro”. Motivando il suo pensiero poi spiegava: “Un conto è affermare che non è giusto discriminare la gente per motivi religiosi, razziali, etnici o sessuali, ma cosa diversa è stabilire per legge che una coppia di gay deve avere gli stessi diritti di una coppia normale. Perché l’omosessualità non si può considerare una cosa normale”. Tornando all’esempio del maestro elementare, il leader dell’allora An era netto: “Secondo me, compiti delicati come quello dell’educatore, soprattutto dell’educatore dei più piccoli, occorre che vengano affidati a chi trasmette determinati valori e determinati principi”.
Di recente, a metà maggio 2009, il presidente della Camera ha ricevuto a Montecitorio alcune associazioni degli omosessuali. I rappresentanti di Arci Gay-Arcilesbica, Agedo e Famiglia Arcobaleno, gli hanno consegnato un dossier sulle violenze e gli omicidi a sfondo omofobico e gli hanno chiesto un impegno per calendarizzare al più presto la legge contro l’omofobia. Fini, dal canto suo, ha sottolineato il dovere del legislatore di mettere al centro della sua azione la lotta a ogni genere di pregiudizio: “Nel momento in cui si discute della dignità della persona umana, bisogna combattere tutte le tendenze al pregiudizio, alla discriminazione e alla violenza. Ma questa cosa il legislatore la deve avere al centro della sua azione legislativa”.
Legge Bossi-Fini e la questione degli immigrati
Durante la legislatura 2001-06 Fini fu, con il leader della Lega, Umberto Bossi il “padre” della legge per contrastare l’immigrazione (datata 30 luglio 2002) , che infatti porta il loro nome: la Bossi-Fini. Un provvedimento duro, che prevede l’impossibilità per i clandestini senza un permesso di lavoro in Italia di arrivare nel nostro Paese. In questo anno la terza carica dello Stato ha più volte parlato di immigrazione e rispetto dei diritti “a prescindere dal colore della pelle”. E proprio la settimana scorsa – nel discorso non pronunciato per via dell’annullamento della visita a Montecitorio a seguito del ritardo del Colonnello Gheddafi – ha chiesto alla Libia di ospitare una delegazione di parlamentari perché si possa verificare il rispetto dei diritti umani sulle coste vicine al nostro paese. E sulla Bossi-Fini nei mesi scorsi ha chiosato: “Continua ad essere valido l’impianto generale della legge Bossi-Fini, ma alla luce di alcune questioni relative all’applicazione della legge, dei correttivi si rendono necessari. In particolare” ha aggiunto “andrebbe modificato l’aspetto che chiede all’immigrato che per rinnovare il contratto di lavoro deve tornare nel paese di origine e poi rientrare in Italia”.
Le dissonanze di un “uomo solo al comando”
E quante sono, invece, le dichiarazioni in cui Fini, pur non evolvendo il suo pensiero, si è detto in dissonanza dallo schieramento di centrodestra. O almeno da buona parte di esso…
Alcuni anni fa Fini aveva appoggiato il referendum abrogativo della legge 40 e, più di recente, ha detto che alla Camera sarebbe opportuno rivedere la legge sul testamento biologico, approvata dalla maggioranza al Senato con il plauso della Chiesa e fortemente criticata dal centrosinistra. Dopo che la Consulta ha dichiarato incostituzionali due passaggi della legge sulla fecondazione assistita l’inquilino di Montecitorio ha detto, in maniera netta: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei”.
Referendum elettorale
Dal palco del congresso fondativi del Pdl alla Fiera di Roma Fini aveva riportato l’attenzione sul referendum elettorale ricordando che An aveva raccolto le firme. Una consultazione che crea evidenti problemi alla coalizione e in particolare al rapporto con la Lega. Tanto che il Cavaliere solo la settimana scorsa ha detto che non avrebbe appoggiato i quesiti referendari. Subito Fini ha invece dichiarato di voler andare a votare “convintamente. E spero che gli italiani facciano altrettanto”.
Le stoccate a Berlusconi
E che dire della sua condotta politica, che negli ultimi mesi ha preso traiettorie ben diverse (e solitarie) da quelle della maggioranza, del governo e del premier Silvio Berlusconi? Beh, al Fini di questi ultimi tempi calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione.
Fino a bacchettare più volte, a colpi di disringuo, le uscite del premier. L’ultima critica, ma solo in senso cronologico, sull’inchiesta di Bari. “Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C’è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia”, ha risposto il presidente della Camera, venerdì 19 giugno, a chi gli chiedeva dei rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni. Fini, che parlava a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, ha aggiunto: “Una democrazia impotente e inefficace alla lunga genera disillusione, scontento, alimenta la critica e il ripudio e finisce per alimentare progetti bonapartisti o cesaristi, con una delegittimazione del Parlamento inteso come luogo che rallenta le decisioni”.
Che fine persegue Fini?
A proposito di stabilità e crisi, sono tanti ad aver pensato a lui, e a Tremonti, per un eventuale governo istituzionale che avrebbe potuto sostituire un Berlusconi in difficoltà. La “scossa’ evocata da Massimo D’Alema è stata rigettata in toto dalla maggioranza, ma certamente l’inquilino di Montecitorio, che pure aspira (legittimamente) alla successione del Cavaliere (ma guai a chiamarlo “delfino”), non avrebbe accettato di salire sul gradino più alto della politica italiana senza una legittimazione popolare. La sua è una strategia lungimirante. Che per ora prevede lo “sfruttamento” della Camera dei Deputati. Attraverso la composizione di una rete di contatti bipartisan e di eventi politico-culturali che si dispiegheranno nei prossimi mesi. Se non anni. Una rete politico-culturale avrà nella fondazione Farefuturo e in Alessandro Campi il centro di una nuova politica della destra. Lo stesso Campi ha più volte spiegato: “C’è un’ambizione politica forte. Vogliamo pensare e immaginare di ‘rifare l’Italia’. Frenando le spinte disgregatrici. Inglobando i nuovi italiani. Immaginando una nuova architettura istituzionale capace di decidere”.
Probabilmente Fini (isolato nel Pdl, sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi, ai ferri corti con la Lega, ai margini con buona parte di An) non farà il leader del Pd, e – come ha recentemente scritto Giuliano Ferrara: “Fini non avrà mai lo charme demotico di Berlusconi e non potrà mai sfidarlo direttamente” ma un giorno “magari non ravvicinato la stella del presidente della Camera brillerà in una costellazione in cui a pochi astri sarà dato di emettere luce in proprio”.
I VIDEO su Youtube con protagonista Gianfranco Fini:
Gianfranco Fini - MSI appello agli elettori 1992
Fini eletto Presidente della Camera dei Deputati
Messaggio del Presidente Fini sul canalae YouTube della Camera
Fini e quel tiro di marijuana
Scherzi a parte: Fini e la lotta al fumo
Le Iene su Mussolini
L’intervento di Fini alla seconda giornata del cogresso fondativo del Pdl
Fini contro il governo: “Offesa dignità del parlamento”
Fini nuovo leader della sinistra?
MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd
La direzione convocata per il 26 giugno dovrà decidere ufficialmente sul congresso del Pd, ma la strada sembra ormai tracciata: a ottobre, dal 9 all’11 (probabilmente a Roma) ci sarà il congresso. Due settimane dopo, domenica 25, gli iscritti verranno chiamati nelle sezioni e nei gazebo per eleggere direttamente il nuovo segretario dei Democratici.
Franceschini Vs Bersani Vs Marino Vs Binetti Vs Realacci
I candidati i campo per ora sono Pierluigi Bersani, Dario Franceschini (che però non ha ancora sciolto la riserva e lo farà dopo i ballottaggi del 21 e 22 giugno) e Mario Adinolfi (che ci riprova dopo la sconfitta dell’ottobre 2007 quando fu eletto, plebiscitariamente, Walter Veltroni). Ma si è anche parlato di candidature possibili: dal chirurgo laico Ignazio Marino alla teodem Paola Binetti, fino all’anima verde Ermete Realacci.
“Uòlter is back”
Sulla scena del dibattito precongressuale irrompe anche Veltroni – Uòlter is back scrivevano alcuni blogger e piddini su Facebook – che sulla sua pagina Fb ha chiamato tutti a raccolta per un evento il 2 luglio (ribattezzato dal popolo della rete Lingotto 2.0) evidenziando la necessità “di una nuova generazione di dirigenti” e che torni lo spirito del Lingotto (qui il VIDEO del discorso con la discesa in campo di Veltroni)
L’ex segretario ha messo subito le mani avanti: “Non sarà la nascita di una corrente”, ma al Nazareno in molti sono convinti che ci sarà per ottobre una lista di Veltroni che appoggerà Franceschini per la segreteria.
Già tempo di alleanze
A tenere banco, negli incontri al Nazareno da tempo (e non siamo ancora in estate) sono distinguo e paletti (leggi candidati e alleanze) in vista dell’appuntamento d’autunno. Per il quale, Piero Fassino ha chiaramente fatto capire che si schiera con Franceschini, pur frenando la chiave con cui Veltroni aveva convocato il Lingotto 2 a sostegno del segretario: “Non c’è nessuno nel Pd che pensa di tornare indietro, questa è l’unica cosa assodata”. La sensazione che gira tra parlamentari e dirigenti è che ormai, come spiega uno di loro, “non si sceglie solo il candidato ma anche i compagni di strada”.
Eterno derby Veltroni-D’Alema
Compagni che, come nel caso di Veltroni e D’Alema, possono influenzare con il loro peso l’appoggio ad un candidato rispetto ad un altro, soprattutto in assenza ancora di una piattaforma congressuale. “No ad un nuovo derby tra Veltroni e D’Alema”, dice Giorgio Merlo, esprimendo la preoccupazione di molti. Ed è proprio per questo che l’ex premier Romano Prodi, che ha un’idea fissa in testa (l’Ulivo) ha preferito non schierarsi ufficialmente per ora: “Il congresso va fatto al più presto ma deve essere un trasparente confronto tra linee politiche e non un conflitto tra personalismi”.
E la questione dell’eterna contesa D’Alema-Veltroni è sintetizzata inoricamente per Panorama.it da Mario Adinolfi, che ripresenterà la sua candidatura il 25 giugno e che ha convocato i suoi fan in un circolo della Capitale: “Sono quarant’anni che dura questa partita a bigliardino tra i dirigenti della Fgci, Walter e Massimo. Ora, dopo quarant’anni, il popolo del centrosinistra non li sopporta più. È come con i nonni: si vuole loro bene, ma le loro prediche non le ascolta più nessuno. E loro, a sessant’anni, soffrono della sindrome del vuoto di fronte al pulpito. E poi, almeno si fossero scontrati in prima persona Veltroni e D’Alema: come gli highlander, per farne restare in piedi uno solo. Invece no, si sfidano con le figurine di Bersani e Franceschini”.
Chi sta con chi
Bersani, dal canto suo, continua il suo lavoro di tessitura, concentrato in questi giorni soprattutto su Rosy Bindi, infastidita per l’endorsement annunciato domenica scorsa da Enrico Letta (che nel 2007 aveva puntato sul piacentino Bersani per un ticket, poi saltato). La Bindi, però, dovrebbe subito dopo i ballottaggi schierarsi per l’ex ministro dello Sviluppo economico. Bersani, poi, starebbe intensificando i suoi contatti con il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti, che ha ribadito la sua intenzione di non scendere in campo, nonostante le pressioni dei “quarantenni”.
Due visioni politiche contrapposte
Ma al di là delle questioni personali, che pure esistono, nel Pd si fronteggiano due visioni politiche contrapposte. I veltroniani pensano ad uno schema tendenzialmente bipartitico, in cui i poteri del Parlamento sulla formazione dei governi siano ridotti al minimo – e su questo l’ex segretario del Pd ebbe larghe convergenze con Berlusconi – e ad un Pd che esalti la vocazione maggioritaria crescendo a scapito dei piccoli per provare a vincere le elezioni con il massimo della compattezza programmatica. Dall’altra parte i dalemani, oppositori di questa linea già ai tempi della segreteria di Veltroni, che vedono come modello istituzionale preferito il rilancio del governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco. E di conseguenza una coalizione che vada dalla sinistra radicale all’Udc. Insomma una sorta di Ulivo bis dove, qualora predominasse questa linea, D’Alema chiederebbe a Pier Ferdinando Casini di fare il “novello Prodi” e guidare la coalizione anti berlusconiana.
Pd nell’Asde
Intanto un risultato il caminetto democrats di martedì 16 giugno l’ha ottenuto sulla questione dello schieramento all’Europarlamento: i 21 eurodeputati del Pd si iscriveranno a Strasburgo all’Asde, il nuovo gruppo che nasce dall’alleanza dei socialisti e dei democratici. Ma Rutelli ha giurato di “non voler morire socialista”, dicendo no all’accordo con il Pse: “Non sono d’accordo e, democraticamente, voterò contro in direzione”, ha scritto sulla sua pagina Fb. Ma se per l’ex leader della Margherita, oggi presidente del Copasir, “far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale, significa buttare a mare tutta la novità e la singolarità del Pd”, nessun altro ex popolare è venuto in suo aiuto. Perché? Facile, non si può mettere in difficoltà l’ex margheritino Franceschini proprio ora che sta andando a duello con l’ex diessino Bersani.
MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd
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Per Silvio Berlusconi il voto del 6 e 7 giugno (sabato e domenica: qui quando, come e per cosa si vota) da una parte “non cambierà nulla perché noi governeremo altri 4 anni”, dall’altra bisogna “votare Pdl perché il nostro gruppo all’Europarlamento sarà l’unico in grado di difendere gli interessi italiani in Europa, visto che il Pd con meno di una ventina di deputati conterà zero”.
Invece per Dario Franceschini “il voto alle europee al Pd sarà fondamentale per avere un’opposizione forte e non consegnare il Paese ad un padrone assoluto” e determinante sarà “la distanza che gli italiani decideranno nelle urne tra Pd e Pdl”.
Campagna elettorale dura
Insomma, lo scontro tra le due formazioni maggiori e i due leader è duro. E d’altra parte è stata dura - come ha rilevato, definendola “incarognita”, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - e senza sconti la campagna elettorale. Che si è giocata più sulle vicende personali di Berlusconi e della ragazza di Casoria, che analizzando i programmi. Anzi, di programmi per il Parlamento di Strasburgo gli elettori italiani non ne hanno visti proprio.
Partiti in corsa
Ma ecco le formazioni maggiori che troveremo sulla scheda sabato dalle ore 15 alle 22 di sabato e dalle ore 7 alle 22 di domenica. Nel fine settimana su tutto il territorio italiano si voterà per le elezioni europee e per il primo turno di elezioni amministrative (per 62 province, per 4281 sindaci e consigli comunali, di cui 30 capoluoghi di provincia). Secondo i dati forniti dal Viminale le elezioni dei 72 membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia interesseranno un corpo elettorale al momento quantificabile in 50.664.596 unità, di cui 24.432.720 elettori e 26.231.876 elettrici. Le sezioni elettorali complessive saranno 61.225. Le elezioni in sessantadue province interesseranno 29.940.151 elettori, 14.442.636 maschi e 15.497.515 femmine; 36.451, le sezioni. Le elezioni in 4.281 comuni interesseranno 18.419.204 elettori, 8.918.298 maschi e 9.500.906 femmine; 22.965, le sezioni. Considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, il numero complessivo di elettori sarà di 34.673.113, di cui 16.741.282 maschi e 17.931.831 femmine, e di sezioni sarà di 42.257.
Popolo della Libertà: la neonata (dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale ) formazione politica è guidata indiscutibilmente da Silvio Berlusconi. Alle precedenti elezioni si è attestata al 37,4. Stando agli ultimi sondaggi – di prima che scattasse la violazione a diffonderli – il Cavaliere ha detto che potrebbe approdare sopra quota 40%. Sarebbe un successo netto per il partito e per il governo del Cavaliere.

Partito Democratico: dopo le dimissioni di Walter Veltroni nel febbraio scorso il nuovo segretario, Dario Franceschini, si propone di limitare i danni (rispetto al 33,2% del 2008) e provare a guidare l’opposizione, guardando soprattutto a non perdere voti sul versante sinistro. Il Pd rischia infatti di venire rosicchiato dall’Idv di Di Pietro e dalle due liste di sinistra.

Lega Nord: arriva al voto sulla scorta dei successi elettorali del 2008 e dell’approvazione del federalismo fiscale. Il Carroccio di Umberto Bossi sembra essere il partito con più vento in poppa. Nelle mire proveranno a superare il Pdl al Nord.

Italia dei Valori: se la Lega gongola anche Tonino se la ride. In questo anno ha vellicato gli elettori anti-berlusconiani e nelle varie consultazioni ha strappato molti voti agli ex alleati del Pd. Conscio che avrà un buon successo e una discreta messe di voti Di Pietro è pronto a mettere in discussione il nome sul suo simbolo e la sua leadership. Per vederla probabilmente confermata più forte di prima.
Udc: lo slogan di campagna elettorale che campeggia sui muri è fin troppo chiaro. “Tra sinistra e destra – dicono i 6×3 appesi per strada di Pier Ferdinando Casini – scegli l’Italia e vota Udc”. Il centrista che Dagospia chiama Pierfurby insiste ancora sulla terza via.

Lista Bonino-Pannella: il partito del “vecchio” Marco Pannella arriva affamato e assetato alle urne. Emma Bonino e lo storico leader radicale accusano il “regime partitocratico” di farli fuori e per questo nelle ultime settimane hanno inscenato numerose proteste (loro le chiamano lotte non violente) e scioperi della fame e della sete per avere maggiore visibilità sui media. Obiettivo 4%.

Lista Comunista: la lista in verità si chiama Lista comunista e anticapitalista. Che solo per scriverla uno rischia di non capire per chi vota. In realtà comprende il Pdci di Oliviero Diliberto, Rifondazione Comunista (manco tutta perché una parte si è scissa) di Paolo Ferrero, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori Uniti di Bruno De Vita. Lottano per superare il 4%. E secondo le previsioni dovrebbero andare meglio dei ‘cugini’ di Sinistra e Libertà.

Sinistra e Libertà: nati dalla scissione con Rifondazione Comunista portata avanti da Nichi Vendola e appoggiata da Fausto Bertinotti. Hanno imbarcato anche i Verdi di Grazia Francescato, il Partito Socialista di Riccardo Nencini e Sinistra Democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava.

L’Autonomia: è la lista più composita di questa tornata elettorale. Comprende il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati. Tutti centristi meno Storace che guardano all’Europa delle regioni e delle autonomie. Sommando quanto preso da queste sigle nelle passate consultazioni politiche dovrebbero superare lo sbarramento del 4%, ma in politica 2 più 2 non fa sempre 4…
Queste dunque le formazioni “maggiori”. Ma i simboli che si contenderanno il voto europeo sono tantissimi: ben 79. Dalle liste Civiche di Beppe Grillo ai Liberaldemocratici dell’ex sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi, Daniela Melchiorre, dall’Alleanza alpina del Galletto alla lista Recupero Maltolto, passando per il movimento delle Pari Opportunità Maschili e il Movimento Autonomo degli Autotrasportatori.
Quanto alle liste locali per le amministrative c’è solo da aprire la fantasia e andare a vedere.

Cristiano Ronaldo è arrivato in conferenza stampa all’Olimpico in pantaloncini, maglietta blu e le scarpette color arancio in mano. Gli stessi scarpini con cui mezzora dopo, nella sgambatura, prova uno dei suoi celebri tiri dalla tre quarti campo: posiziona il pallone con le mani cercando la valvola, tre passi indietro, gambe allargate ed esplode una saetta che si infila all’incrocio. Il portiere non c’è, ma se ci fosse stato difficilmente l’avrebbe presa. Dice “domani voglio segnare. Voglio vincere”.
E basta aspettare ancora qualche ora (fischio d’inizio ore 20.45, diretta Tv su RaiUno) per vedere se riuscirà a piazzare la stessa palla nel sette. Intanto i flash sono tutti per lui. Lo sa, ma dice di essere “concentrato al 100%”. Poi il fenomeno portoghese, alla domanda se la finale sarà decisiva anche per il pallone d’oro, risponde di no. Ma è ovvio che in un anno senza mondiali ed europei chi domani sera vincerà la coppa dalle grandi orecchie si prenderà una bella fetta del premio che France Football recapita sotto l’albero di Natale.
E nonostante la sua proverbiale sfacciataggine – quella con cui irride gli avversari saltandoli come birilli – il giovane Ronaldo appare molto emozionato: scherza con Ferdinand che in conferenza stampa gli siede accanto. Ma accanto a Rio il ‘duro’ e al viso saggio ed esperto Sir Alex Ferguson, la sua faccina da sbarbato fa ancora più impressione. Poi in campo si trasforma. Durante la sgambatura è il più attivo: è tra i primi ad entrare sul manto perfetto dell’Olimpico. Si mette le scarpette colorate che prima aveva in mano e palleggia con Schools, Ferdinand e Giggs. Sul tappeto verde non ce la fa a stare fermo: ha l’argento vivo addosso. Corre, fa quei giochetti col pallone che lo rendono famoso nel pianeta. Ha una voglia di giocare incredibile. Pure nel torello iniziale con i compagni è il più attivo. Gli levano il suo giocattolo preferito, il pallone, solo perché deve rientrare negli spogliatoi a fine allenamento. Domani sera farà esplodere la sua velocità da fulmine, c’è da giurarci.
Lionel Messi non scende in conferenza stampa. Mister Guardiola viene nel catino con i giornalisti da solo. Mentre i blaugrana sono già a fare il riscaldamento sul campo. Il giovane Pep dice che non cambierà nulla per la finale: “Non cambio idea su Ronaldo e Messi per una partita”, ma domani conta su di lui. Sulla “pulce” per vincere la Champions: “Noi puntiamo sul bel gioco e Messi è fondamentale”. E la ‘pulce’ nella sgambatura – scarpette blu ai piedi - mostra ai circa 500 giornalisti sugli spalti pezzi di classe pura.
Non è Ronaldo: è più tranquillo, ma palla al piede non ha eguali. Meno velocità, più palleggi e più possesso palla: ecco quello che mostra ai media il Barca di Messi. E in conferenza stampa il giovane allenatore spagnolo non ne fa mistero: “Vogliamo prendere la palla e usarla”. Intanto Messi la sfera la usa con Iniesta e Etò. Con loro palleggia, si diverte e dribbla. Parla molto con Guardiola che se lo coccola come un figlio, poi improvvisamente, quasi da fermo, esplode quattro tiri con quel sinistro magico che ricorda tanto Diego Maradona: due vanno in rete, una traversa e una parata.
La fantasia dell’argentino contro l’esplosività del portoghese. Tra poche ore sapremo chi vince ed entrerà nella storia.
Il VIDEO Youtube sulle prodezze di Cristiano Ronaldo:
Il VIDEO Youtube sulle magie di Lionel Messi: