Sembra sia maturata nel contesto di una famiglia provata dalla disabilità del figlio la tragedia di Bresso, nel Milanese. La scorsa notte un uomo di 69 anni, R.S., si è svegliato e dopo aver preso un coltello da cucina con una lama da 30 centimetri è entrato nella stanza del figlio 42enne, M.S., affetto da porblemi mentali, e l’ha colpito una ventina di volte. Non è chiaro se dopo l’ennesima lite o se perché il figlio si fosse svegliato e messo a urlare e a battere i pugni sul muro. Cosa che, a quanto raccontano i vicini, succedeva spesso.
La madre del 42enne, A.C. di 71 anni, sentite le sue urla ha cercato di difenderlo ed è stata accoltellata anche lei dal marito. La donna è quindi uscita di casa, urlando e attirando l’attenzione dei vicini che hanno chiamato il 118 e i carabinieri. Nel frattempo l’anziano marito si è gettato dalla finestra del quinto piano ed è morto poco dopo l’arrivo dei soccorsi. Il figlio è stato ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano ed è stato operato. Si trova in gravi condizioni con ferite al torace e all’addome e la prognosi è riservata. La donna ha ferite più superficiali ed è ricoverata all’ospedale Fatebenefratelli.

La protesta, clamorosa, è stata annunciata stamattina e rischia di mettere in ginocchio il sistema del soccorso di emergenza sanitaria in Sardegna. Proprio quando l’assalto dei turisti raddoppia la popolazione dell’isola.
Per capire quanto sia concreto il rischio paralisi delle ambulanze, bisogna fare un passo indietro e capire come è organizzato il servizio. Quando si richiede un intervento, la centrale operativa del 118 allerta il più vicino mezzo di soccorso disponibile. In Sardegna ci sono due centrali operative, una a Cagliari e una a Sassari, che gestiscono rispettivamente solo 14 e 10 ambulanze con medico a bordo, di proprietà delle Asl.
Per fortuna, contano anche sul servizio di 182 associazioni o cooperative (74 per la zona nordest, 108 per la zona sudovest), di cui 26 garantiscono il servizio H24: un’ambulanza pronta a partire in un minuto, ventiquattr’ore su ventiquattro e 365 giorni all’anno, con equipe specializzata in primo soccorso e strumenti di rianimazione a bordo.
Queste associazioni hanno stipulato una convenzione con la Regione, assicurando il servizio per un certo numero di ore al giorno o alla settimana.
Dov’è che il sistema non funziona? Nei rimborsi. La convenzione non viene rivista (se non con gli adeguamenti Istat) dal 2000. L’euro ha fatto lievitare i costi, ma la tabella dei rimborsi non è mai stata aggiornata. Le associazioni che sull’isola garantiscono l’H24 percepiscono poco più di 5mila euro al mese. “A conti fatti, per garantire agli utenti tutti gli standard di efficienza e qualità ne servirebbero il doppio” afferma Monica Pagani, fondatrice di Squadra Emergenza 24 e promotrice della mobilitazione.
Nei giorni scorsi una lettera-ultimatum indirizzata all’assessore Nerina Dirindin ha ribadito il concetto: “a seguito di numerose richieste di trattative per il rinnovo delle convenzioni attualmente in vigore, rimaste disattese o perlomeno da Lei continuamente rimandate, (è impossibile) poter continuare a garantire il servizio 118 alle condizioni attuali”, scrivono 18 associazioni H24 e altre 66 associazioni: senza un “intervento deciso per risolvere le nostre difficoltà , saremo costretti a scindere le convenzioni”.
Dirindin cerca di calmare le acque: “Un gruppo di lavoro valuterà la questione, entro la fine dell’anno arriveremo a un accordo”, spiega a Panorama.it. Ma le associazioni non vogliono aspettare altri quattro mesi, e minacciano di fermare il servizio proprio ad agosto, quando al milione e 700mila di residenti si aggiunge circa 1 milione di turisti (la stima è di Confesercenti Sardegna).

Sul banco degli imputati perché distrae chi è alla guida e può provocare incidenti, il cellulare può diventare anche un salvavita. Ne sono convinti i volontari delle ambulanze (qui l’intervista al capo del 118 di Milano) che hanno notato come i feriti coinvolti in un incidente stradale possiedano un telefonino (siamo i primi in Europa per diffusione, con più di un cellulare a testa). Tuttavia, in occasione di interventi (soprattutto quelli di natura medica che richiedono il consenso dei familiari), non si sa chi contattare, tra la lista interminabile di nomi e numeri presenti nella rubrica. Gli stessi operatori hanno lanciato un’idea che sta facendo il giro d’Italia, grazie a un tam tam di email: inserire nella lista dei propri contatti la persona a cui telefonare in caso di urgenza. Usando, per questioni e di privacy e di immediatezza, uno pseudonimo universale predefinito. Questo: Ice (acronimo di: In Case of Emergency). Una sigla già utilizzata all’estero da anni, nata come incisione su medagliette da portare al collo, come quelle con l’indicazione del gruppo sanguigno. Negli Usa è nato anche un business, con apposite Ice card telefoniche da portare sempre in tasca, abilitate a chiamare solo i numeri predefiniti, che qualsiasi soccorritore, anche un privato, può usare per contattare le persone più utili a chi in quel momento ha bisogno di aiuto. Nell’era dei telefoninini, basta che Ice sia il nome a cui abbinare il numero della persona da contattare. Un modo semplice per facilitare e velocizzare l’intervento dei soccorritori. Qualora si decidesse di permettere il contatto di più persone, nessun problema. Basta utilizzare Ice1, Ice2, Ice3, ecc. Una trovata semplice e banale, se vogliamo. E, come spesso capita, geniale. Altrettanto importante che raccomandare prudenza nella guida o choccare i (giovani) guidatori con immagini crude. “Se pensate che sia una buona idea” conclude il messaggio di posta elettronica “fate circolare il messaggio di modo che questo comportamento rientri nei comportamenti abituali”. O inoltrate questo link.
“Sicuramente una proposta utile, in certi casi determinante per salvare la vita di un ferito”. Giancarlo Fontana, responsabile del 118 di Milano, è favorevole alla diffusione dell’abitudine di salvare sul proprio telefonino un numero da chiamare in caso di incidente sotto l’acronimo Ice (In case of emergency).
“Spesso accade” spiega Fontana “che il cellulare sia l’unico oggetto integro trovato addosso a un ferito grave e non coscente. Per i soccorritori chiamare quel numero diventerebbe il modo più veloce e sicuro non solo per identificarlo, ma anche per trovare informazioni sanitarie importantissime: il gruppo sanguigno, eventuali malattie o allergie ai farmaci”.
Un metodo utile anche alle forze dell’ordine, cui di solito spetta il compito di avvertire i parenti del ferito. “Consiglio a tutti di memorizzare sul telefonino un numero da chiamare in caso di emergenza con la sigla universale” conclude il responsabile del 118 milanese. “E’ una proposta di cui potrebbero farsi promotori, insieme a noi, le istituzioni e gli organi di informazione”.