Leggi tutte le notizie su:
aborto
Il 22 maggio 1978 nasce la legge 194/78. Prezzemolo e ferri da calza vanno in soffitta. Le mammane e i cucchiai d’oro non fanno più paura. Abortire diventa legale.
Le donne scendono in piazza per denunciare il dramma dell’aborto clandestino e impugnano l’arma dell’autodeterminazione in un’Italia che solo nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia, afferma la parità giuridica dei coniugi e la potestà di entrambi i genitori.
Sono passati trent’anni e due referendum, ma la 194 resta ancora la legge più discussa. Se per Papa Benedetto XVI, il testo non ha risolto i problemi delle donne, anzi “ha aperto un ulteriore ferita nelle nostre società”, la legge 194 continua a essere difesa da più fronti.
Il primo dei suoi 22 articoli recita: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”.
In occasione del trentennale, per conoscere la storia della legge 194 a partire dai suoi articoli, il documentario “194/78. La guerra dei trent’anni” dà la parola ai protagonisti di ieri e di oggi. Tra questi l’avvocato penalista Gianpaolo Zancan, il ginecologo Silvio Viale, la sociologa Chiara Saraceno, la cattolica progressista Adriana Zarri, gli esponenti del Movimento per la vita. Non solo testimoni ma anche dati: quelli che il Ministero della salute ha pubblicato nella relazione sull’attuazione della 194 nel 2007 e che registrano un calo delle Ivg (Interruzioni volontarie di gravidanza) del 45,9% rispetto al 1982. L’aumento degli aborti tra le straniere e le minorenni lascia però aperto il dibattito non solo sulla contraccezione ma sulla reale applicazione della legge.
Il lavoro è stato realizzato da Antonietta Demurtas e Alessia Smaniotto, due studentesse del master in giornalismo di Torino.
VIDEO 1: L’articolo 15
VIDEO 2: L’articolo 9
VIDEO 3: L’articolo 5
VIDEO 4: Gli aborti clandestini
Le donne in piazza per la legge sull’aborto
Contro Pannella, contro i radicali, contro “le frange femministe fuori dalla storia”. A urne chiuse e a governo insediato, Famiglia Cristiana continua a far discutere. E dopo aver bacchettato, nei mesi scorsi, tutto l’arco costituzionale, da Veltroni a Berlusconi passando perfino per gli ex diccì Casini e Mastella, ora lancia l’ultimo disperato appello per la modifica della legge 194, ormai divenuta secondo l’editoriale del suo direttore, “un mito intoccabile”.
”Oggi” sostiene il settimanale paolino “non è più sufficiente proporre una migliore applicazione senza toccare nulla dal punto di vista legislativo. Tutti ormai, se si escludono frange femministe fuori dalla storia, Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale (sempre più esigua), hanno abbandonato la vecchia formula che l’aborto è ‘questione di coscienza’, affare privato che non attiene alla sfera del bene comune”. L’obiettivo è quindi immediato e chiaro: cambiare la legge per evitare “l’inverno demografico”.
Di qui, l’appello del settimanale che fa proprio il pensiero di Benedetto XVI: ”La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo”.
Parole che troveranno orecchie sensibili, trasversali a tutto l’emiciclo politico, dalla teodem Paola Binetti al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi. Proprio quest’ultimo, nei giorni scorsi, si era infatti detto contrario alla modifica delle linee guida alla legge voluta dal precedente ministro della Sanità Livia Turco.

Benedetto XVI all’attacco contro la legge sull’aborto: “L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto un’ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze”. Con queste esplicite parole di condanna, il Papa è intervenuto contro la legalizzazione dell’aborto. Lo ha fatto davanti agli 800 delegati del Movimento per la vita riuniti in udienza al Vaticano in occasione dei trent’anni della legge 194. Che, appunto in tre decenni, sostiene il Pontefice, ha creato “una mentalità di progressivo svilimento del valore della vita” e “un minor rispetto per la stessa persona umana”.
“La vostra visita” sottolinea Ratzinger rivolgendosi ai membri del Movimento per la Vita “cade a trent’anni da quando in Italia venne legalizzato l’aborto ed è vostra intenzione suggerire una riflessione approfondita sugli effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo”. “Guardando ai passati tre decenni” successivi alla approvazione in Italia della legge 194 sull’aborto “e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo” ha continuato il Pontefice.
“Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno”. Ha chiesto alla fine il Papa. E le Istituzioni devono “di nuovo porre vita e famiglia al centro. Certamente” ha ricordato Bendetto XVI “molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall’altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”. Ma, ha osservato ancora Benedetto XVI, “diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro”.
![[i]14 febbraio 2008[/i] - Una donna prepara un piccolo striscione per manifestare in difesa della legge 194, in piazza Vanvitelli a Napoli. Sit-in e presidi in diverse città italiane per protestare contro l'irruzione della polizia in un ospedale di Napoli per interrogare una donna reduce da un'interruzione volontaria di gravidanza. Il blitz deciso dopo una denuncia anonima nella quale si sosteneva che l'aborto era stato praticato oltre i termini di legge. Il ministro della Salute Turco aderisce alla manifestazione.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/febbraio08/manifestazioniaborto/normal_aborto2.jpg)
Lo dicono i numeri del ministero della Salute: gli aborti in Italia sono in continua diminuzione. Nel 2007 gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza sono stati 127.038 (dati preliminari), con un calo del 3% rispetto al definitivo del 2006, anno in cui le Ivg sono state 131.018. Rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’aborto con 234.801 casi, il decremento è stato del 45,9%.
È quanto si legge nella relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978, contenente “Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza” trasmessa oggi al Parlamento dal ministro Livia Turco e che contiene i dati preliminari per l’anno 2007 e i dati definitivi per l’anno 2006.
In particolare, è in diminuzione l’interruzione volontaria di gravidanza tra le donne italiane: i dati definitivi relativi all’anno 2006 parlano infatti di 90.587 Ivg, con una riduzione del 3,7% rispetto al 2005 e di oltre il 60% rispetto al 1982. Viceversa, il ricorso all’aborto aumenta tra le donne straniere: in totale 40.431 nel 2006 (+4,5% rispetto al 2005), pari al 31,6% del totale (nel 2005 erano il 29,6%).
Quanto al tasso di abortività, cioè il numero delle Ivg per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni, che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’Ivg, nel 2007 è risultato pari a 9,1 per 1.000, con una diminuzione del 3,1 rispetto al 2006 (9,4 per 1.000) e del 47,1% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000). Permane, ma comunque in diminuzione, il fenomeno degli aborti clandestini: nella relazione di quest’anno viene presentata una nuova stima aggiornata del 2005 che si ferma ad un’ipotesi massima di 15 mila aborti effettuati al di fuori della legge 194, correggendo al ribasso le precedenti stime che indicavano tale soglia attorno ai 20 mila aborti clandestini. Il dato riguarda solo le donne italiane, in quanto non si dispone di stime affidabili degli indici riproduttivi per le donne straniere.
Rispetto all’aborto effettuato dopo i 90 giorni, la situazione è invariata. La percentuale di Ivg dopo tale periodo è stata complessivamente nel 2006 del 2,9%. Di queste, il 2,2% è relativo alle Ivg tra 13 e 20 settimane e lo 0,7% a quelle dopo 21 settimane. Nelle conclusioni alla sua relazione Livia Turco sottolinea che la legge 194/78, con la legalizzazione dell’aborto, «ha favorito la sostanziale riduzione della richiesta di Ivg, grazie alla promozione di un maggiore e più efficace ricorso a metodi di procreazione consapevoli, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge» e che «ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro paese, nonostante la sua applicazione possa essere ulteriormente migliorata».
La legge 194, che nel 2008 compie 30 anni e ancora divide gli schieramenti politici, consente alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza nei primi 90 giorni di gestazione e lascia libertà di coscienza al medico. E infatti è in forte incremento l’obiezione da parte dei ginecologi (dal 58,7% al 69,2%), degli anestesisti (dal 45,7% al 50,4%) e del personale non medico (dal 38,6% al 42,6%), arrivando a raddoppiare in Campania e Sicilia, ma con punte alte anche al Nord, come in Veneto.

Ormai è un classico di stagione. Per lo meno, di quella del voto. Ovunque vada, il candidato Giuliano Ferrara riceve dure contestazioni, a colpi di uova e insulti. Domenica 6 aprile, a Crema, i contestatori si sono spinti anche un po’ più in là: hanno dato alle fiamme una specie di spaventapasseri con l’immagine della sua faccia. Ma non che lui si fermi per questo, ci mancherebbe. Anche perché altrimenti verrebbe meno alla mission che uno tra i più importanti quotidiani internazionali gli ha, indirettamente, riconosciuto.
A incoronare il direttore del Foglio come la “personalità politica più avvincente” della campagna elettorale in corso in Italia è stato il New York Times. Le doti dialettiche e intellettuali del giornalista sono in grado quantomeno di evidenziare, scrive il Nyt, “il vuoto di potere” esistente in questo momento nel Paese, tanto quanto “uno sguardo veloce” del potere. Più dei candidati leader delle due maggiori formazioni politiche, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, liquidati come i “soliti sospetti in uno scenario politico quasi incomprensibile agli osservatori esterni, dove gli stessi politici compaiono e svaniscono in dissolvenza promettendo riforme e producendo stasi se non declino”.
Il lungo articolo che porta la data del sei aprile non appare, in realtà, come un mero applauso incondizionato alla figura del giornalista e polemista, bensì come un amaro riconoscimento che nel desolato panorama politico italiano è la sua figura a staccarsi con maggiore forza. In una corrispondenza da Roma firmata Rachel Donadio, non si esclude una possibile vittoria alle elezioni del “carismatico miliardario leader del centro destra Silvio Berlusconi” che “potrebbe ancora una volta riemergere dalle ceneri”, e questa volta “per sconfiggere Walter Veltroni, un baby boomer amante del rock’n'roll che si è appena dimesso da sindaco di Roma”.
In mezzo a tale poco luminoso contesto (”La vita politica dell’Italia è sempre stata assurda”, afferma Rachel Donadio), Giuliano Ferrara è “un provocatore e un barometro culturale, in sintonia con la disperazione dell’umore nazionale”. Oltre che “un ateo che chiede all’Italia di diventare religiosa” e un “comunista trasformato in conservatore, l’intellettuale provocatore più melodrammatico e mutevole” del Paese.
E così, conclude questo strano endorsement a stelle e strisce: “Più della real politik dei candidati principali, Ferrara, evitando il politichese, con la sua insistenza nelle idee, incide nelle ansie dell’Italia sul futuro dell’Europa, la perdita delle identità nazionale, l’aumento dell’immigrazione, il declino del credo cristiano”.
Tutte considerazioni che i feroci contestatori del leader della lista “Aborto? No grazie”, non condividono. O non le hanno lette…
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_papa_brasile1.jpg)
Il divorzio e l’aborto sono “colpe gravi” che “ledono la dignità della persona umana, implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio stesso, garante del patto coniugale ed autore della vita”. Lo ha affermato oggi Benedetto XVI, invitando però la Chiesa ad “accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna” alle persone che “ne portano le ferite interiori” e cercano “la possibilità di una ripresa”. Il Papa ha pronunciato il suo richiamo ricevendo in udienza i partecipanti al congresso internazionale “L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio”, promosso dal pontificio istituto Giovanni Paolo II, in collaborazione con i Cavalieri di Colombo.
Per il Pontefice le “piaghe” dell’aborto e del divorzio “sono scelte si natura certo differente, talvolta maturate in circostanze difficili e drammatiche, che comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze per chi le compie”, sono però inaccettabili per la Chiesa perché coinvolgono “anche vittime innocenti: il bambino appena concepito e non ancora nato, i figli coinvolti nella rottura di legami familiari. In tutti lasciano ferite che segnano la vita indelebilmente”.
Il Papa però ha avvertito che “la Chiesa ha sempre di fronte le persone concrete”, compresi gli uomini e donne che, avendo compiuto “ingiustizie e peccati, si sono macchiati di colpe e ne portano le ferite interiori, cercando la pace”.
- Tags: aborto, campagna-elettorale-2008, Cus, Dico, emma-bonino, gay, legge-194, Paola-Binetti, Paola-Concia, Pd, radicali, Valdimir-Luxuria, Walter Veltroni
-

L’hanno fatta traslocare dal Senato alla Camera, per il timore (inconfessato) che a Palazzo Madama potesse (in caso di vittoria veltroniana) far “danni” al governo e alla maggioranza, come successe nel dicembre scorso sulle norme antiomofobia: un suo voto contrario e Prodi andò sotto.
Ma i guai al Pd di Walter Veltroni, Paola Binetti è riuscita a crearli. E prima ancora delle elezioni. Tema? Un classico. I Dico (o Pacs o Cus) e i gay: “Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio, esiste una dimensione che io considero più legata alla sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell’amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale. Perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando”. Così ha parlato la senatrice rutelliana, ai microfoni di Ecotv. Lei ha poi cercato di smorzare i toni delle sue dichiarazioni: “Difendo le mie idee”, precisa ma, “le mie parole sono state strumentalizzate. Ho immediatamente diffidato gli autori della trasmissione dal mandarla in onda. Vedo addirittura le anticipazioni di quell’intervista da me non autorizzata e faziosamente presentate senza rivelare né la data né il contesto in cui essa si è svolta”.
Tardi: le sue affermazioni anti coppie gay sono state per tutto il giorno al centro di un’accesa polemica. Nel Partito Democratico ci pensa Paola Concia, paladina dei diritti omosessuali in Parlamento ad invitare la collega ad attenersi al programma: “Chi si è candidato per il Partito Democratico” sottolinea “ha condiviso il programma che su questo punto è chiaro: ci dovrà essere una legge sulle unioni civili”. Stesso richiamo arriva da Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità e promotrice, insieme con Rosy Bindi, di un disegno di legge sulle coppie di fatto mai arrivato in Aula e oggetto di divisioni all’interno dell’Unione.
Insomma, un coro di proteste. Ancor più forti rispetto alle dichiarazioni del Gen. Mauro Delvecchio sugli omosessuali inadatti alla divisa. Anche perché, Paola la pasionaria del cilicio, non è la prima volta che assume toni controcorrente sui gay. Come quella volta che disse, “da dottoressa”, che l’omosessualità “è una devianza”.
Esponente di punta dei teodem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro) - inflessibile sulle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa e molto vicina all’Opus Dei, Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute, sui temi etici. Anche sulla presenza dei radicali nelle liste del suo stesso partito: non pose l’aut aut (o io o loro) ma ammise di “pregare” perché l’accordo tra Veltroni e Bonino&Co non si facesse.
Una donna di ferro, ma dall’animo gentile e dotata di grande umanità, dice chi l’ha conosciuta da vicino. E capace di resistere alle bordate e di esprimere con convinzione le sue opinioni. Anche quando sa di toccare questioni che a sinsitra solleticano nervi scoperti. Perché infatti i colpi le sono spesso venuti più dagli (ex) alleati che dagli oppositori. Da Franco Grillini (candidato sindaco a Roma, per i socialisti), per esempio: “Nel Pd il re è nudo: mai leggi sulle unioni civili. La senatrice del cilicio Paola Binetti ha detto finalmente la verità sulle politiche del Pd sui diritti delle coppie di fatto e i diritti delle famiglie omosessuali”. Stessi toni da Titti de Simone e Vladimir Luxuria, esponenti di Rifondazione in prima linea per il riconoscimento dei diritti per gli omosessuali: “Le affermazioni della rappresentante nel Pd dell’Opus Dei gettano un’ombra inquietante sul futuro del Paese”.
Ma lei va avanti imperterrita, fino alla prossima esternazione, da candidata per un seggio alla Camera in Lombardia. Senza mai uscire (o farsi cacciare), come vorrebbero alcuni, dal Pd.

Urla, fischi, lanci di monetine, pomodori e perfino fette di mortadella e anche le botte. Roba da anni ‘70. E invece siamo nel 2008, in Piazza Maggiore, a Bologna. Dove il comizio organizzato da Giuliano Ferrara e dalla sua lista “Aborto? No grazie” si è trasformato in un pomeriggio di guerriglia urbana. La contestazione annunciata da giorni è però presto degenerata in veri e propri scontri: poco dopo che Ferrara aveva preso la parola, venendo subissato dalle grida (”scemo”, “buffone”, “fascista” e altre non ripetibili) e dai fischi, un gruppo di manifestanti ha tentato di assaltare il palco. “Questa non è democrazia” ha protestato il giornalista-candidato, rilanciando alla piazza uno dei pomodori piovuti accanto a lui “non mi volete far parlare? Allora volete che vi parli di Alitalia?”.
Polizia e carabinieri in tenuta antisommossa, schierati in forze nella piazza, hanno reagito: sono volate manganellate. Ma la pressione della folla era difficile da contenere: alla fine prudenza ha consigliato di sospendere il comizio.
Così il direttore de Il Foglio è stato costretto ad abbandonare il palco ed è stato portato via. L’auto lo aspettava poco più in là, sempre nella piazza. Prima di salire a bordo Ferrara ha ammesso che non si aspettava che sarebbe finita così, con una fuga e l’impossibilità di parlare. Comunque, ha aggiunto, “è andata benissimo”. Allontanatosi Ferrara, in piazza sono rimasti un centinaio di manifestanti a fronteggiare polizia e carabinieri.
“D’ora in poi” il coro di alcune ragazze “decidiamo solo noi”. Un’attivista esultava: “Abbiamo vinto, ci siamo riappropriate di questa piazza”. Qui, insiste, “Ferrara e quelli come lui non ci passano”. E pensare che siamo nella democratica, civile e dotta Bologna…
Il VIDEO di Youtube della contestazione a Ferrara: