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Tutti i contorsionismi di Bersani per fare la corte a Casini

Pierluigi Bersani in cerca dell'intesa con Pierferdinando Casini| (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Pierluigi Bersani in cerca dell'intesa con Pierferdinando Casini| (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Ha voglia il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, a dire che il Cavaliere ha fatto un “giravolta irresponsabile” sulla questione tasse, prima annunciando di ridurle e poi spiegando, invece, che farlo adesso non sarebbe proprio possibile. Il terzo segretario democratico è alle prese con la spinosa questione della conta per le prossime regionali di fine marzo. E in meno di due settimane ha detto tutto e il suo contrario pur di far la corte a Pier Ferdinando Casini e tenersi buone le diverse anime del partito. Continua

Pd e Pdl, prove d’intesa tra voglia di dialogo e paura dell’inciucio

Un'immagine d'archivio di Massimo D'Alema (Ansa)

Un'immagine d'archivio di Massimo D'Alema (Ansa)

D’Alema ci riprova. A dodici anni dal flop della Bicamerale che avrebbe dovuto, oltre alla forma dello Stato, riformare anche il Csm e regolamentare la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, fioccano i tentativi di apertura di una nuova stagione di dialogo tra maggioranza e opposizione. Ci si è giunti dopo mesi di battaglie a colpi mediatici, fino allo scontro frontale di questo autunno e l’aggressione al premier in piazza Duomo. Continua

Referendum, guida al voto: quesiti, quorum, le ragioni del sì, del no e dell’astensione

Le urne per i referendum

Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.

Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.

Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota

Referendum: sì, no, forse. Il quesito sui quesiti e le risposte del web

Un banco di raccolta firme per il referendum

La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.

Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.

Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…

“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”

Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio

Una scelta controproducente per il PDL

Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”

Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999

Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria

“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”

FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega

Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…

“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”

Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme

Referendum, l’allarme del Comitato è sullo spoglio

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007

di Stefano Brusadelli

Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.

LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Referendum, accordo tra maggioranza e opposizione: si vota il 21 giugno

refedata

L’intesa, alla fine, è arrivata. Maggioranza e opposizione hanno trovato l’accordo sulla data del referendum eletorale: si voterà il 21 giugno. Esattamente come aveva auspicato il presidente Berlusconi.
Per questo, si va verso un disegno di legge che permetta di spostare la data della consultazione oltre il limite di legge del 15 giugno. È quanto emerso dalla Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama.
Il presidente dei Senatori del Pdl, Maurizio Gasparri al termine della Conferenza dei capigruppo dice che si è trovata un’intesa politica sostanziale con l’opposizione. “La decisone è che si vada” spiega “verso una legge di iniziativa parlamentare che possa spostare al 21 giugno la data di svolgimento dei referendum elettorali, che probabilmente partirà dalla Camera. Probabile anche che si proceda in via deliberante”.
Indicazione confermata anche dalla presidente dei Senatori del Pd Anna Finocchiaro, che però precisa: “la data del 21 giugno non ci soddisfa. Noi avevano chiesto l’accorpamento al 6 giugno, ma ormai è tardi essendo scaduto il termine per procedere in questo senso. Si va al 21 ma è bene che questa data resti certa”. Il Pd è comunque disponibile a “un esame rapido di un testo che si preannuncia di poche righe”. Confermata anche l’ipotesi “che si vada in deliberante”.

Netta, a tal proposito, la contrarietà dell’Italia dei valori. Il capogruppo Felice Belisario spiega che “l’Idv è contraria a qualsiasi spostamento della data del referendum”, così come “siamo contrari alla deliberante. Continueremo la nostra battaglia perché è pericoloso non far votare i cittadini quando lo stabilisce la legge”.
L’approvazione di un ddl per spostare il referendum, in modo che coincida con i ballottaggi per le amministrative, era stata sollecitata dallo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nelle settimane scorse, l’opposizione aveva duramente attaccato la maggioranza, affermando che il mancato accorpamento del referendum (qui l’abc) alle elezioni europee ed amministrative del 6 giugno (un’ipotesi duramente osteggiata dalla Lega, che secondo Berlusconi era pronta a una “crisi di governo”) provocherà una perdita di 400 milioni di euro. Numeri smentiti dal premier Silvio Berlusconi che da L’Aquila ha parlato di “cifre assolutamente inferiori”.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: L’abc del referendum elettorale - Il promotore Guzzetta: “Il referendum divide innovatori e conservatori”

Europee: la grande corsa. I partiti a caccia degli acchiappavoti

Alle elezioni

Il sogno? Roberto Saviano all’Europarlamento sotto le insegne della Lega. Un sogno balenato in mente al sindaco di Treviso, e segretario veneto del Carroccio Giampaolo Gobbo, che - dice - lancerà la proposta di candidare l’autore di Gomorra con il Carroccio il 6/7 giugno, in Campania o anche in un’altra circoscrizione: “è un’idea mia e di qualcuno di noi, ma devo ancora dirlo a Bossi. Vedremo” spiega Gobbo sulle pagine del Gazzettino. “In un Paese in cui dopo 60 anni ancora si parla di camorra e di mafia, in cui in tanti hanno pagato con la vita, Saviano ha lanciato un messaggio importante”.
In attesa dello scrittore, in campo ci sono comunque filosofi, hostess, ex pm, calciatori in pensione e volti noti. Tutti con un incarico preciso: rastrellare voti e vincere la sfida per Strasburgo. È già in moto la macchina organizzativa dei partiti che devono mettere a punto le liste per l’appuntamento del 6-7 giugno. La “caccia” agli acchiappavoti è già cominciata e a dare il là è stato lo stesso premier Silvio Berlusconi che, rispondendo all’altolà di Dario Franceschini, ha già fatto sapere che si candiderà come capolista in tutte le circoscrizioni utilizzando il proprio nome e la propria storia politica e personale come “bandiera”.
Fanno resistenza, invece, secondo quanto si è appreso, diversi ministri di provenienza azzurra che nicchiano di fronte allo sprone del Cavaliere che vorrebbe candidarli tutti nelle rispettive regioni di origine per capitalizzare al massimo il voto europeo. Ma non tutti - si dice nel Pdl - hanno la potenza organizzativa di un Claudio Scajola che è prontissimo alla “prova”, così come, tra gli altri, Raffaelle Fitto, Angelino Alfano, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Ben felici di collocarsi in vetrina, invece, gran parte dei ministri di An, a cominciare da Ignazio La Russa (in lista nel Nord-Ovest), titolare della Difesa e coordinatore del Pdl.
Delle strategie elettorali bipartisan fanno anche parte la popolarità e la notorietà , ed è per questo che nelle liste che i partiti stanno presentando in questi giorni, spiccano diversi personaggi: mentre Emilio Fede ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di candidarsi, così come scrivevano alcuni giornali, nel Pdl circola insistente la voce di un posto in lista per Emanuele Filiberto che potrebbe così continuare “a ballare sotto le stelle” europee. L’interessato ha fatto sapere che scioglierà la riserva entro il 10 aprile, ma nel Pdl dicono che il “principe” terrebbe molto a essere della partita. Punta a Strasburgo anche Clemente Mastella che ha trovato ospitalità proprio nelle liste del Pdl.
Sulla sponda avversa, il Pd è alle prese con il caso di Sergio Cofferati (capolista nella circoscrizione Nord Ovest, in una sfida serrata con Ignazio La Russa) la cui candidatura in Europa è molto contrastata nell’area emiliana del partito ma è molto ben considerata da Dario Franceschini che ritiene l’ex sindaco di Bologna “una risorsa”. In lista dovrebbero entrare, per il centro, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e l’ex braccio destro di Veltroni, Gianfranco Bettini (spedendo in Europa il consigliere di Uòlter, Franceschini darebbeun altro colpo all’impianto del suo predecessore). Comunque, i due sindaci di Firenze e Bologna sono a fine mandato e solo per questo il motivo risultano candidabili per Strasburgo, visto che un documento di qalche giorno fa della Direzione Pd sbarra la porta dell’Europarlamento agli amministratori locali. Comunque, la definizione delle candidature è ancora in alto mare a Largo del Nazareno, dove si lavora per individuare delle candidature forti da inserire nelle teste di lista. La linea di Franceschini, infatti, opposta a quella di Berlusconi, è di collocare nelle liste non candidature di bandiera ma “reali”, persone cioè che raccolti i voti non cedano poi il posto ad altri per incompatibilità. Nel collegio Nord Est il capolista sarà l’europarlamentare uscente Vittorio Prodi. Al Sud in lista probabilmente Umberto Ranieri e Sergio D’Antoni. Nella circoscrizione isole il capolista del Pd dovrebbe essere Enzo Bianco, ex ministro, ex sindaco e oggi senatore. Secondo alcune indiscrezioni, Franceschini starebbe cercando di convincere Rita Borsellino, che potrebbe essere candidata in Sicilia.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris; il filosofo del pensiero debole Gianni Vattimo (che è già stato europarlamentare per i Ds e ha una storia tutta a sinistra); l’esperto di droga e mafia Pino Arlacchi (sociologo con tanto di incarico all’Onu); Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso dalla mafia; l’ex hostess Alitalia Maruska Piredda, nota per la sua battaglia contro Cai (Maruska esultava felice nelle foto di tutti i giornali, mentre Daniela Martani mostrava il famoso cappio), saranno tra i candidati dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Che schiera anche Maurizio Zipponi, già esponente della Fiom e di Prc, l’ala dura e prua “di sinistra” della Cgil e Giovanni Pesce, avvocato e membro del collegio difensivo di Clementina Forleo.
Il Governatore della Sicilia e leader del Mpa Raffaele Lombardo, dopo aver stretto la “strana” alleanza con La Destra di Francesco Storace, dovrebbe essere capolista in tutte le circoscrizioni.
A buon punto anche le candidature dell’Udc: i fiori all’occhiello del partito di Pier Ferdinando Casini sono: l’ex Golden boy Gianni Rivera (ex Margherita), nel centro Italia; l’ex vice direttore del Corriere della Sera, convertitosi di recente al cristianesimo, Magdi Cristiano Allam fondatore del Ppec, Protagonisti per l’Europa Cristiana (capolista nella circoscrizione Nord-ovest).
Chi ancora non è uscito allo scoperto, a parte il “sogno” di Gobbo, è la Lega. Le prime decisioni sui nomi in lista dovrebbero essere adottate dal Consiglio federale che si riunirà nei prossimi giorni, dice alle agenzie l’europarlamentare del Carroccio Mario Borghezio. L’unica cosa certa, al momento, è la riconferma degli uscenti: oltre allo stesso Borghezio Francesco Speroni e il gigantesco Erminio Boso, a suo tempo ribattezzato Obelix proprio in ragione della sua mole.
Nella corsa ad un seggio ci sarà anche la sinistra. Ma così divisa. Da una parte, la lista della neonata Sinistra e libertà, che riunisce Verdi, socialisti, Sinistra democratica e il Movimento per la sinistra del Governatore della Puglia Nichi Vendola. Dall’altra, la lista Pdci-Prc, insieme all’Associazione Socialismo 2000 di Cesare Salvi e a Consumatori uniti, potrebbe far scendere in campo i leader Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero, insieme con lo stesso Salvi, l’europarlamentare uscente Vittorio Agnoletto e l’astrofisica Margherita Hack.

Rai, il Pd insiste su Petruccioli. Il Pdl: “Più nomi”

Cavallo Rai

Il Partito Democratico ha proposto la candidatura di Claudio Petruccioli a presidente Rai ma il governo, tramite il sottosegretario Gianni Letta, gli ha detto no.
Questa, a fine serata, la nota diramata dal Pd: “Il contrasto è stridente con le parole del presidente del Consiglio, che poche ore fa aveva detto di attendere dall’opposizione l’indicazione di un nome. Il no a Petruccioli e le parole di Berlusconi rendono ancora più difficile l’individuazione di un nome condiviso, previsto dalla legge”.
E il capogruppo del Pd alla Vigilanza Rai, Fabrizio Morri, insiste: “Vogliamo Petruccioli. Il veto del governo è inaccettabile. Noi diamo un giudizio buono della presidenza Petruccioli, equilibrata e piena di passione e competenza. Non è in alcun modo accettabile che il Partito Democratico possa digerire questo come se nulla fosse. Chiediamo quindi che il veto venga rimosso e per quanto ci riguarda non ci sono assolutamente altri nomi”.
Diversa la ricostruzione dei fatti della maggioranza. Al Teatro Capranica sono riuniti i gruppi parlamentari del Pdl per un incontro in vista del congresso fondativo del nuovo soggetto politico e, prima dell’inizio degli interventi c’è l’occasione per una battuta sulla vicenda Rai. Il presidente dei deputati Fabrizio Cicchitto chiede “una rosa di nomi”. “Ci aspettiamo una rosa di nomi per chiudere il più rapidamente possibile la vicenda”. Un nome, sottolinea, che sia espressione dell’opposizione ma che sia gradito alla maggioranza. In sintonia il presidente dei senatori Maurizio Gasparri il quale auspica che “la partita si chiuda presto” ricordando inoltre che “la norma dei due terzi per l’elezione del presidente fu concepita a garanzia delle minoranze”. Infine, anche il vicepresidente dei deputati Pdl Italo Bocchino ribadisce quella che è l’aspettativa del centrodestra: “Ora” dice “ci attendiamo un nome all’interno di una rosa di nomi presentata dalle opposizioni”.
Questo l’epilogo di una giornata di colloqui, protagonisti Franceschini e Letta, seguiti alla rinuncia di Ferruccio De Bortoli alla poltrona di presidente della Rai. Un ripensamento che ha riportato in alto mare una trattativa che, dopo sei mesi, sembrava essere arrivata in porto con un’intesa bipartisan. “Ora il nome del nuovo candidato ce lo devono dare i signori della sinistra”, tagliava corto il premier Silvio Berlusconi lanciando la palla in campo avversario, ma lasciando a Gianni Letta il mandato di trattare con il segretario del Pd Dario Franceschini, che ora, prima di tirare fuori dal cilindro nomi nuovi (girano quelli del giurista Francesco Paolo Casavola, del giornalista Fabiano Fabiani, di Andrea Manzella, Paolo Ruffini, dell’editorialista del Sole Stefano Folli e di Marcello Sorgi, ex direttore del Tg1 e della Stampa), puntava sulla riconferma dell’attuale presidente Claudio Petruccioli.
Ed invece la giornata è stata per Franceschini un susseguirsi di contatti e di incontri in una sorta di corsa contro il tempo per cercare di indicare il candidato per l’assemblea degli azionisti Rai, convocata per domani pomeriggio, e per la commissione di Vigilanza di mercoledì sera. Anche il clima di dialogo che si era riaperto nei giorni scorsi tra maggioranza e opposizione su De Bortoli è sembrato svanire con la sua candidatura. “La legge impone la ricerca faticosa di un nome condiviso, ma se Berlusconi intende dire che accetterà qualsiasi nome dall’opposizione, ho molte idee in proposito”, replica al premier il leader del Pd, lasciando intendere che è ora che Berlusconi dica con chiarezza se su Petruccioli c’è un veto oppure no.

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