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Nell’anno della crisi, dei sacrifici, dei tagli, gli italiani hanno dovuto fare i conti anche con l’aumento delle tariffe di acqua, trasporti, poste e ingressi ai musei. A fornire i dati è il ministero dell’Economia che nella sua Relazione per il 2009 registra tra gli aumenti più consistenti quelli di acqua potabile (+5,9%), tassa sui rifiuti rifiuti (+4,5%), traghetti (+7,3%), treni (+4,6), servizi postali (+5,6) e ingresso nei musei (+4,4%). Continua

Una fonte di acqua a Somma Vesuviana (Napoli)
L’acqua in mano ai privati? Ormai è contro solo l’Idv, mentre sui social network è battaglia. Il decreto legge sugli obblighi comunitari, che contiene anche l’articolo 15 sulla privatizzazione della gestione idrica, è sbarcato lunedì 16 novembre a Montecitorio per la discussione generale. Stando al testo, il metodo ordinario di conferimento dei servizi pubblici locali, come appunto quelli idrici, è la gara o la società mista, dove il partner privato, che sarà individuato mediante procedura ad evidenza pubblica, deterrà una quota di partecipazione non inferiore al 40%. Continua
Una differenza di costi non da poco, quella fra acqua di rubinetto e di minerale in bottiglia: i servizi idrici che arrivano in casa hanno un prezzo da 60 a 80 centesimi per mille litri. La spesa, invece, è di 250 euro ogni mille litri con le confezioni acquistate nei supermercati.
Ma il confronto non è affatto semplice: cosa c’è in questi numeri?
I costi. “È un paragone che non ha senso scientifico: sono diverse per composizione e proprietà” osserva Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua (l’associazione che raccoglie i produttori di acque minerali).
Che cifra versano le aziende per imbottigliarla? Dipende dalle Regioni in cui è situata la fonte: se il Veneto fa pagare tre euro al metro cubo (cioè mille litri), in Toscana ogni Comune dice la sua, con un canone di concessione da 0,50 a 2,50 euro al metro cubo. In alcune Regioni, poi, è prevista una tassa di superficie a seconda dell’area occupata dalla fonte: in Emilia Romagna è di 18,69 euro all’ettaro (ed esclude il canone di concessione).
Secondo Legambiente e Altraeconomia, tirando le somme, la media nazionale dei costi per imbottigliare l’acqua è di 0,5 centesimi a litro.
Altro discorso per l’acqua domestica, pagata con la bolletta: le tariffe medie al metro cubo (quindi per mille litri) sono comprese tra 0,92 centesimi in Lombardia e 1,73 euro in Toscana.
Consumi. Gli italiani sono amanti della minerale, si sa. Ne bevono poco più di mezzo litro al giorno. Quanto spende una famiglia all’anno? Secondo Mineracqua 67 euro, calcolando che ogni persona del nucleo familiare abbia bisogno in media 0,6 litri al giorno e il costo di primo prezzo per una confezione sia di 0,17 centesimi. Eppure per la prima volta, come ha scoperto Panorama, nel 2008 i consumi della minerale sono diminuiti dell’1,5 per cento sull’anno precedente.
La bolletta dell’acqua di rubinetto (utilizzata anche per altri scopi, dalla cucina ai servizi igienici), invece, è la meno cara d’Europa, sottolinea il rapporto Blue Book pubblicato da Federutility (l’organizzazione che unisce le aziende municipalizzate fornitrici di servizi energetici e idrici): 20 euro al mese, con un’incidenza sulla spesa mensile delle famiglie dello 0,7 per cento. In particolare, la richiesta locale è destinata a crescere entro il 2011 soprattutto in Puglia, Campania, Sicilia e Piemonte.
Trasporti e distribuzione. Bottiglie di plastica in pet e marketing sono due delle principali voci dei costi per le minerali. Servono due chili di petrolio per fabbricare un chilo di pet. Senza contare il carburante per trasportarle su strada. Spesso, poi, è criticato dalle associazioni di consumatori anche lo stoccaggio delle confezioni che potrebbe alterare la qualità del contenuto.
“Eppure il tempo medio tra la produzione e la vendita nella grande distribuzione organizzata (come i supermercati, ndr), che copre il 60 per cento degli acquisti, è di 15 giorni” osserva Fortuna.
Le aziende idriche locali devono affrontare, invece, due nodi che riguardano la loro rete di infrastrutture: secondo Federutility, in Italia il 30 per cento del territorio nazionale non è servito da depuratori e il 15 per cento della penisola è priva di fognature, con picchi di disagio in Sardegna, Liguria, Umbria, Veneto e Sicilia. Nei prossimi trent’anni gli ammodernamenti dei servizi idrici (acquedotti, depuratori, fognature) costeranno 60 miliardi di euro. Lo Stato è disposto a sborsare l’11 per cento degli investimenti necessari.
Guarda la MAPPA delle tariffe medie dei servizi idrici nelle Regioni nel 2009 e delle previsioni per il 2015
Visualizza Sviluppo della tariffa media 2009 - 2015 in una mappa di dimensioni maggiori
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I clienti dei ristoranti non sembrano entusiasti dell’acqua microfiltrata servita a tavola. Spesso senza alternative. A leggere le recensioni su internet è un coro di proteste: “Un’altra pecca: vengono portate bottiglie di acqua microfiltrata che sono addebitate come acqua minerale”. Oppure: “Abbiamo una sete folle così ordiniamo subito dell’acqua minerale che ahimè, come ormai in molti ristoranti, è naturalizzata”.
Il prezzo va da uno a tre euro per una singola caraffa che non sempre arriva a un litro. Una tendenza oormai diffusa nella maggior parte delle Regioni italiane, con punte nei locali di Milano e Roma.
Ma quali sono i benefici? “I filtri vanno inseriti in una rete di acqua già potabile e fermano eventuali solidi sospesi” dice Massimo Ottaviani dell’Istituto superiore della sanità. È, insomma, una questione di gusto, ma non di salute.
Vengono trattenuti, per esempio, il cloro e altri sali. Responsabili del sapore talvolta amarognolo. “Eppure il leggero odore di cloro nell’acqua del rubinetto è una garanzia igienica” ricorda Ottaviani. A Roma sono decine le analisi chimico-fisiche giornaliere della rete idrica.
E per chi al ristorante preferisce l’acqua veduta in bottiglia? Le etichette delle minerali rivelano alcuni elementi da tenere in considerazione nella scelta. Come il residuo fisso, il contenuto di sali dopo l’evaporazione: deve essere basso per chi ha patologie renali.
Quella dei filtri installati sui rubinetti delle abitazioni, invece, è un’altra storia. Cos’è quel materiale che bloccano? “In genere si tratta di residui delle tubazioni e piccole incrostazioni” sottolinea Ottaviani. Sono in commercio due tipi di impianti: a osmosi inversa (dai 1500 ai 3mila euro) e compositi (da 250 a 500) con filtro a carboni attivi.
Secondo Altroconsumo, impiegando un sistema a osmosi inversa sono necessari tre litri d’acqua potabile per ottenerne uno. Come per ristoranti e bar, inoltre, diventa fondamentale la pulizia e il controllo di chi li usa: altrimenti è possibile l’accumulo nel tempo di microrganismi.
Etichetta dell’acqua minerale: cosa guardare
Fluoruri. Quantità di fluoro disciolto in acqua.
Nitrati. Sono sostanze diffuse nei terreni in genere attraverso fertilizzanti chimici che arrivano nelle acque. Meglio un valore molto basso.
Durezza. Indica la quantità di sali di calcio e magnesio. Può modificare il gusto dell’acqua, ma non implica problemi di salute.
Residuo fisso. Si tratta del contenuto di sali dopo l’evaporazione. Sotto i 500 milligrammi al litro l’acqua è classificata come oligominerale. Per chi ha patologie renali, per esempio, sono consigliate acque con un residuo fisso basso.
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Foto Pezzodisevo su Flickr
In un piccolo edificio colorato di Assago alcune persone in fila aspettano, pazientemente, il loro turno.
Con bottiglie di plastica o di vetro sotto il braccio, nelle buste e nei carrellini. Attendono i loro 12 litri di acqua fresca. Liscia o frizzante. Soprattutto, gratuita.
Nella provincia di Milano e in alcuni Comuni limitrofi sono state costruite ventidue “Case dell’acqua” in due anni. L’evoluzione delle vecchie “fontanelle” di paese. Un successo immediato: a Cesano Boscone, un Comune a poche centinaia di metri dal confine del capoluogo lombardo, ogni giorno vengono erogati 5400 litri (il dettaglio dei consumi).
Diventa inutile utilizzare nuove bottiglie di plastica: secondo una stima dell’Università di Pisa la produzione di un recipiente da 1,5 litri in pet equivale all’emissione di 82 grammi di anidride carbonica. Senza conteggiare la CO2 risparmiata durante i trasporti.
“Volevamo valorizzare l’acqua pubblica: così siamo partiti dai comuni a sud di Milano con una rete di piccoli edifici, evitando anche il passaggio nei tubi dei condomini, dove possono trovarsi impurità” racconta Tiziano Butturini, presidente di Amiaque, un’azienda che gestisce i servizi idrici per 160 Comuni lombardi.
Nel 2007 esistevano già alcune “Case dell’acqua” (la prima è stata costruita ad Abbiategrasso nel 1998): mancava, però, un progetto unitario.
“L’obiettivo era di convincere le persone sulla qualità dell’acqua pubblica” ha detto Butturini. Tanto che l’acqua erogata ha una sua etichetta, come le confezioni vendute nei supermercati. Il costo delle strutture è stato incluso nella quota fissa (e non modificata) delle bollette. Ma era soltanto il primo passo.
A Cesano Boscone e a Cinisello Balsamo sono partiti progetti pilota per la costruzione di “Case dell’acqua” nel giardino condominiale, allacciate direttamente alla rete di distribuzione.
Si tratta di grandi palazzi con 150-200 famiglie. Ogni persona ha a disposizione un badge per ottenere una quantità illimitata di acqua. Il costo? Due euro al mese. Le “fontanelle” aperte finora, inoltre, richiamano un pubblico di persone ogni giorno. Perché non affiancare una “Casa del latte”? Ne è stata inaugurata una a Cesano Boscone lo scorso novembre e la prossima sarà aperta a Trezzano sul Naviglio.
L’idea è piaciuta anche all’estero: Amiaque ha un accordo con Eau de Paris, gestore della rete idrica nella capitale francese, per la costruzione di due “Case dell’acqua”. Sono attive collaborazioni per l’installazione di un potabilizzatore a L’Avana e con la Cina. Un “saper fare” italiano che viene esportato all’estero.
Le case dell’acqua propongono un modello economico originale. Nel mondo di internet si parlerebbe di “freemium“, l’unione tra gratuito (free) e premium (a pagamento).
Le fontanelle edificate nei giardini pubblici sono gratuite e hanno riconquistato la fiducia dei cittadini per l’acqua distribuita dai servizi idrici. Un punto di partenza per sviluppare offerte a pagamento che, però, riducono le spese di chi, invece, compra l’acqua nei supermercati.
La MAPPA delle Case dell’Acqua
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È grave lo stato di salute dell’ambiente in Italia. Nessuna regione si salva e non esistono neanche grandi differenze tra Nord e Sud, tanto è vero che la regione più “virtuosa” è la Basilicata, seguita da Friuli, Val d’Aosta e Trentino, mentre la maglia nera per la qualità ambientale va al Lazio
È questa la fotografia della situazione ambientale delle regioni italiane scattata dal rapporto Osservasalute Ambiente 2008, un’approfondita analisi dello stato di salute dell’ambiente e dei suoi riflessi sulla salute della popolazione italiana realizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma.
Il rapporto (stilato da Antonio Azara, dell’istituto di igiene dell’università di Sassari, da Umberto Moscato, dell’istituto di igiene dell’università Cattolica di Roma e da
Walter Ricciardi, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulla Salute) assegna un punteggio da 1 a 20 alle singole regioni per diversi indicatori di “salute ambientale”: dalla disponibilità di acqua potabile alla conncentrazione di radon nell’aria, dai rifiuti, dalla qualità dell’aria all’inquinamento acustico.
In questa speciale classifica, la Basilicata è quella che si comporta meglio: ha il dato migliore per l’inquinamento da benzene, e una bassa produzione di rifiuti solidi urbani. Bene anche il Friuli, la regione in cui è cresciuta meno la produzione di rifiuti mentre è aumentata la raccolta differenziata, e la Valle d’Aosta (la regione con la maggiore disponibilità d’acqua potabile: 369 litri/abitante al giorno, contro un valore medio italiano di 254 litri).
Maglia nera al Lazio, per colpa soprattutto di una preoccupante concentrazione di radon nelle abitazioni, pari a 119 Bq al metro cubo contro una media italiana di 70. Che a sua volta, spiega il ricercatore Antonio Azara, tra gli autori dello studio: “è superiore alla media europea e mondiale”.
In fondo alla classifica le regioni del sud: condizioni critiche soprattutto per la gestione e la disponibilità di acqua potabile (un cittadino su tre nel meridione non ha rapido accesso all’acqua). Infatti, se in ambito nazionale l’82,3% della popolazione dispone di acqua in quantità sufficiente, nell’Italia insulare tale percentuale viene quasi dimezzata (42,7%) e nell’Italia meridionale la percentuale di popolazione soddisfatta del fabbisogno idrico sale a un modesto 69,9%, rispetto all’87,6% dell’Italia centrale e al 97% circa dell’Italia Nord occidentale e Nord orientale.
Sul fronte rifiuti da segnalare un aumento della produzione. I rifiuti urbani sono cresciuti di oltre 4 milioni di tonnellate (+15%), passando da 28,3 milioni di tonnellate nel 1999, a 32,5 nel 2006. Si diffonde però l’abitudine alla raccolta differenziata. Dividendo per zone, il tasso di crescita dei rifiuti risulta più marcato nel Centro (+21%) e Nord (+13,6%) rispetto al Sud (+12%). In particolare, nel Settentrione risiede il 45% della popolazione italiana che risulta produrre (nel 2006) il 45% dei rifiuti urbani del territorio nazionale; al Centro, il 19,5% della popolazione produce il 22,6% di rifiuti urbani; al Sud, al 35% della popolazione corrisponde il 32,5% dei rifiuti.
Ecco la MAPPA con le luci e le ombre delle regioni d’Italia.
Visualizza Osservasalute 2008: l’Italia è malata in una mappa di dimensioni maggiori

L’Italia perde letteralmente acqua da tutte le parti e i nostri portafogli si svuotano. Non è un modo di dire: i buchi negli acquedotti e le condotte fognarie che non funzionano ci costano circa 5 miliardi di euro l’anno. È quanto denuncia l’onorevole Catia Polidori (Pdl), membro della commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera ed ex Presidente Giovani Imprenditori Confapi, in una risoluzione votata nei giorni scorsi all’unanimità alle commissioni Ambiente e Attività Produttive della Camera.
Le infrastrutture idriche italiane, insomma, sono in ginocchio, tanto che circa la metà delle tubature e un terzo delle attuali fognature presenti in Italia devono essere sostituite entro i prossimi dieci anni. “Le reti idriche e fognarie del nostro paese presentano le maggiori carenze infrastrutturali rispetto ai principali Paesi europei”, spiega l’onorevole Polidori. “Infatti, il tasso di perdita negli acquedotti italiani è di circa il 40% contro il 10% circa della Germania ed il 15% della Gran Bretagna, nonostante la densità per area geografica e pro-capite di quei paesi sia inferiore rispetto all’Italia”.
L’Italia che perde …acqua
In base alle stime di affidabilità di tenuta delle tubature, circa il 50 % degli attuali acquedotti, almeno 125.000 chilometri di rete idrica, e oltre il 30% delle attuali fognature, corrispondente a 46.000 chilometri di rete fognaria, devono essere sostituite entro il prossimo decennio, tanto più che sussiste una significativa presenza di reti contenenti amianto. E in base alla tariffa nazionale media per l’acqua potabile, il controvalore economico delle perdite annue della rete idrica italiana è di circa 5 miliardi di euro, senza contare i danni ambientali generati, in particolare, dalle perdite della rete fognaria. “I maggiori costi imputabili alle inefficiente della rete nazionale”, prosegue l’onorevole Polidori, “ vengono ad oggi sostenuti direttamente dai cittadini attraverso il pagamento dei costi di fruizione dei servizi idrici e fognari, con evidente sottrazione di risorse alla capacità di spesa delle famiglie. La ricerca e l’innovazione nelle infrastrutture idriche costituirebbe una modalità efficace per adeguare la rete nazionale agli standard europei, anche se il quadro normativo non agevola oggi gli operatori del settore”.

Le regioni e le città sprecone
In Italia la situazione degli acquedotti e delle fognature cambia da regione a regione: in generale il Nord, con 2,4 chilometri di reti idriche per chilometro quadrato e 1,4 chilometri di fognature per chilometro quadrato, risulta meglio equipaggiato rispetto al Centro e al Sud, entrambi sotto la media nazionale (1,8 chilometri per chilometro quadrato per gli acquedotti e 1 chilometro per chilometro quadrato per le fognature).
Ma oltre alla copertura del territorio, c’è anche il problema degli sprechi. Secondo le stime di Legambiente (dossier 2007) il 42% in media del volume d’acqua erogato in Italia viene disperso: si tratta di 10.550 metri cubi al chilometro, corrispondente a un valore medio di circa un terzo di litro al secondo per chilometro, con punte minime nel Torinese in Piemonte 22%, fino a un massimo del 73% nel Lazio Meridionale e in Abruzzo. Le regioni più virtuose, con perdite inferiori al 30%, sono il Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Marche e Basilicata.
Le perdite più elevate, superiori al 50%, invece, si riscontrano nelle reti di Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria. Secondo i dati di Ecosistema urbano 2007 di Legambiente, a Cosenza va il primato dell’acqua persa con una percentuale del 70% rispetto a quella immessa in rete, seguita da Latina con il 66% e da Campobasso con il 65%.
Il 43% delle 88 città capoluogo in classifica perde più del 30% dell’acqua che immette in rete. Sono 13 le città che perdono più della metà dell’acqua immessa in rete (8 del sud, 3 del centro e 2 del nord): Cosenza, Latina, Campobasso, Pescara, Vibo Valentia, Rieti, Bari, Siracusa, Nuoro, Agrigento, Sassari, Belluno e Gorizia. Le più virtuose di questa classifica sono Viterbo (con perdite pari al 4%), Bergamo (5%) e Vercelli (6%).
La proposta: prendere a modello l’Europa
”Per le caratteristiche proprie della rete idrica, questo settore può essere considerato tra quelli potenzialmente più idonei a sostenere una ripresa economica di lungo periodo”, conclude l’onorevole Polidori. “Per questo ho chiesto al Governo di verificare tutti i possibili benefici derivanti da un programma di adeguamento e ammodernamento delle reti idrica e fognaria, di definire strumenti capaci di migliorare nel breve, nel medio e nel lungo periodo lo stato della rete idrica nazionale al fine di adeguarla agli standard europei con gli obiettivi del risparmio di risorse e della tutela dell’ambiente e della salute e di incentivare iniziative per elevare da subito il livello qualitativo dell’infrastruttura di rete idrica nazionale, anche attraverso l’individuazione di modelli locali efficienti già esistenti a cui ispirarsi per l’adeguamento dell’intera rete nazionale”.

È un’Italia ancora con molte carenze quella che esce da una disamina ad hoc sui servizi idrici, messi questa volta sotto la lente del “Blue Book 2009″: se da una parte i costi affrontati ogni mese da una famiglia media arrivano a sfiorare appena i 20 euro, molto meno delle spese affrontate ad esempio per bollette telefoniche e combustibili, dall’altra emerge un Paese ancora alle prese con una rete fognaria tuttora non all’altezza, con picchi negativi, dal punto di vista della copertura, in Sicilia, Toscana e Campania.
Sul fronte delle tariffe, si registrano differenze tra città e città: gli estremi sono compresi tra Agrigento e Milano, e gli abitanti della città isolana devono pagare assai di più per un’utenza standard di quelli del capoluogo lombardo, che guida la graduatoria dei comuni con i costi più contenuti.
La spesa media mensile di una famiglia italiana di tre persone per i servizi idrici - racconta il Blue Book, presentato oggi a Bari nell’ambito della 16/ma Conferenza europea ‘H2Obiettivo2000′, i cui dati sono stati elaborati da Utilitatis, l’Istituto di ricerca sui servizi pubblici locali - si è attestata nel 2008 a 19,7 euro. Cifra ben al di sotto, viene sottolineato, dei costi sostenuti dalle famiglie per affrontare spese per bollette telefoniche e gas, servizi postali, riscaldamento autonomo e anche giornali, riviste, cd e libri non scolastici.
A livello territoriale, informa il Rapporto, nel 2008 il record per il costo più alto per i servizi idrici se l’è aggiudicata Agrigento (con una spesa annua di 440 euro), seguita da Arezzo (410) e Pesaro e Urbino (409); diversamente i costi più contenuti sono stati quelli sopportati da Milano (103 euro), Treviso e Isernia (108 e 109 euro).
Altro capitolo dolente analizzato dal Blue Book è quello, purtroppo annoso, degli impianti di fognatura e di depurazione, di cui sarebbe privo rispettivamente il 15 e il 30% del Paese. A fronte infatti di una rete totale di 337.452 chilometri di acquedotti, il servizio di fognature, con una rete complessiva di poco meno di 165 mila chilometri, coprirebbe soltanto l’84,7% dei cittadini, quota che scende al 70% per quanto riguarda i sistemi di depurazione. A livello regionale, quest’ultimo capitolo vede la Sicilia maglia nera per gli impianti di depurazione, con una copertura del 53,9%, seguita da Toscana (62,7%), Campania (67%) e Sardegna (68%). Quanto alla rete fognaria, le situazioni più critiche riguardano Sardegna e Liguria (entrambe 75%), Umbria (77,1%) e Veneto (78,1%).