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Il fiume grosso, un’arcata del ponte ha ceduto e c’è stato il crollo, parziale, del ponte tra Piacenza alla sponda lombarda (qui la mappa di Google), a San Rocco al Porto (Lodi). Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, si è messo subito in contatto con il prefetto e il presidente della Provincia di Piacenza, per capire la dinamica dell’incidente. Secondo quanto si apprende, il crollo di uno dei piloni di sostegno non sarebbe stato dovuto alla piena provocata dal maltempo di questi giorni, in quanto la parte di struttura che ha ceduto si trova in un’area golenale.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco sommozzatori che hanno soccorso almeno tre feriti, di cui uno apparentemente grave, che si trovavano in tre auto precipitate in acqua.
Il cedimento ha interessato il tratto che sovrasta la golena, non il letto del fiume. Nei paraggi è atterrato un elicottero del 118 e i vigili del fuoco hanno calato un’autoscala per raggiungere il ferito che era aggrappato a uno sportello di una delle tre auto precipitate. Sul ponte che ha ceduto erano in corso lavori di ristrutturazione.
Si lavora sulle due sponde, quella piacentina e quella lombarda, nel Comune di San Rocco al Ponte. Ci sono pesantissime ripercussioni sul traffico.
“Non sappiamo ancora con certezza cosa sia successo: le campate del ponte sono cadute in acqua trascinandosi dietro le auto. I vigili del fuoco stanno verificando la presenza di eventuali dispersi” ha detto Maurizio Mainetti, responsabile del servizio gestione emergenze della Protezione Civile.
Per il cedimento del ponte stradale sulla via Emilia tra Piacenza e la sponda lombarda del Po, Trenitalia fa sapere che non ha ricevuto alcuna disposizione dalla Protezione civile per il blocco del traffico sull’adiacente ponte ferroviario che collega il nord al sud. Quindi - prosegue Trenitalia - il traffico è regolare sia sulla vecchia linea ferroviaria che sulla nuova dell’Alta Velocità.
Ma il “grande fiume” è ancora sotto osservazione: l’ondata di piena è arrivata a Cremona, dove il livello delle acque supera i 4 metri, per la precisione 4,04 secondo le rilevazioni idrometriche. L’ondata, a quanto informa la Sala operativa della Protezione Civile della Lombardia, sta ora cominciando a diminuire, dopo aver toccato il massimo circa mezz’ora fa. Non si segnalano danni particolari, dato che il passaggio della piena era previsto: c’è solo acqua in golena.
Anche nella provincia di Reggio Emilia è scattato lo stato di allarme per la piena del Po che sta passando da Cremona e ha già registrato una portata superiore agli 8mila metri cubi al secondo. A confermarlo è il direttore della Protezione civile dell’Emilia-Romagna, Demetrio Egidi, al lavoro con le squadre di soccorso dei volontari. “Stiamo per attivare lo stato di allarme a Reggio Emilia” spiega Egidi “mentre manteniamo il pre-allarme a Parma e lo estendiamo anche alle province di Modena e Ferrara. Con le squadre di volontari, in accordo con Aipo (Agenzia Interregionale per il fiume Po), stiamo monitorando costantemente l’asta del Po tra Parma e Reggio Emilia”. “Nelle prossime 36 ore” aggiunge il direttore della Protezione civile “la piena è prevista a Boretto e abbiamo già squadre pronte per il monitoraggio a Modena anche se non è lambita particolarmente dal Po e a Ferrara”.
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Il Nord Italia più virtuoso del Sud, anche nel “verde”. Una storia già vista in altre classifiche, come quelle sulla ricchezza, sulla qualità della vita, sulla produttività e sul rendimento scolastico, come ha riportato la scorsa estate il ministro dell’Istruzione Gelmini. Sono queste alcune conclusioni che saltano fuori, leggendo i “125 indicatori di Ecosistema 2009″, l’indagine sulla sostenibilità urbana di Legambiente, il Sole 24 Ore e Ambiente Italia, società di ricerca e consulenza sulla gestione dell’ambiente. Le città più “verdi”, secondo lo studio, sono nel Centro Nord, mentre il Sud annaspa tra cattiva gestione della raccolta dei rifiuti, smog e trasporto pubblico inefficiente. E tra le “big”, lo scorso anno entrambe al 55esimo posto, si segnala lo scatto di reni di Milano, che guadagna dieci posizioni arrivando al 49esimo posto, mentre tracolla la capitale: al 70esimo posto. Roma ha un inquinamento atmosferico leggermente più basso rispetto a quello del capoluogo lombardo, ma per il resto la Capitale mette in fila una serie di risultati negativi: Milano ad esempio batte Roma in raccolta differenziata, isole pedonali e piste ciclabili.
Entrando nel dettaglio della classifica, la città regina d’Italia, per il secondo anno consecutivo, è Belluno, mentre fanalino di coda è la piccola Frosinone. Tra le prime cinque città, anche Siena, Trento, Verbania e Parma.
Pur senza primeggiare in quasi nessuno dei parametri selezionati la città veneta ha buone performance in tutti i settori: una discreta qualità dell’aria (la media annuale delle polveri sottili scende da 26 a 23 microgrammi per metro cubo, ampiamente entro i limiti di legge), un’ottima raccolta differenziata (il 57,4%), una bassissima produzione pro capite di rifiuti, bassi consumi di acqua (136 litri pro-capite, ma perdite eccessive dalla rete idrica: il 36%), un trasporto pubblico sufficiente (76 viaggi a testa ogni anno), una buona dotazione di spazio per le bici (4,6 metri per abitante) e una crescita costante degli spazi interdetti alle auto.
L’altra faccia dell’Italia delle città si chiama Frosinone, che occupa la coda insieme a Ragusa, Catania e Benevento. Nel capoluogo laziale parecchio smog, un trasporto pubblico quasi inesistente, un altissimo tasso di motorizzazione (73 auto ogni 100 abitanti). Ecosistema Urbano 2009 (qui il documento in .Pdf) segnala inoltre la presenza di Cagliari al 35esimo posto nella classifica generale (prima delle città del Sud e Isole) e al quinto posto tra le grandi città, in salita di 17 posizioni rispetto all’edizione 2008.
Al Sud migliora anche Caserta, che si piazza al 37esimo posto (era al 41esimo lo scorso anno). Belluno cinque anni fa navigava poco sopra la metà della classifica dell’ecosostenibile.
Poi in pochi anni la grande rimonta, fino alla vetta per il secondo anno consecutivo. “Il merito è dei nostri cittadini che sono tra i più educati in Italia per senso civico”, spiega a Panorama.it il sindaco Antonio Prade (Pdl): “Sono virtuosi e conducono una vita sobria: abbiamo la minor percentuale di produzione di rifiuti. A questo si aggiunge una buona politica
di differenziazione dei rifiuti, politiche selettive del traffico delle auto, con zone ad accesso vietato o limitato, incentivo al trasporto dei mezzi pubblici e buona politica della depurazione delle acque”. Per il sindaco veneto di centrodestra il fatto che Belluno sia piccola non giustifica il suo primato dovuto a una maggiore facilità nella gestione delle politiche ambientali. “Ultima è Frosinone, che non è certo una metropoli. C’è un’Italia virtuosa e produttiva che manda avanti un paese intero, come il Veneto e la Lombardia, che poi non è presa in considerazione dallo Stato: a Napoli sono stati fatti sette consigli dei Ministri, ma nessun sottosegratario si è degnato di venire da noi una sola volta per vedere con i suoi occhi il nostro modello di gestione delle politiche ambientali”.
Certo, se fosse a Napoli, il sindaco ammette che “sarebbe molto più complicato gestire i problemi rispetto a Belluno”. Ma un consiglio nel cassetto ce l’ha lo stesso: “I napoletani dovrebbero condurre una vita più sobria. È questo il segreto di noi bellunesi: stare attenti alle cose più piccole della vita quotidiana. Solo così si diminuiscono gli sprechi, si inquina di meno e si producono meno rifiuti”.
Piove, piove, piove, ma non basta. Possiamo stentare a crederci, ma nonostante questa bagnatissima primavera italiana la mancanza d’acqua nel nostro Paese si farà comunque sentire. Il problema, infatti, è ormai cronico. Negli ultimi decenni si è registrato un aumento dei consumi di acqua per abitante. La colpa non è solo dei cittadini, ancora poco abituati a evitare gli sprechi. Se invece di una rete colabrodo, gravata per circa il 30% da perdite, avessimo impianti all’altezza delle necessità, il nostro Paese risentirebbe molto meno delle crisi idriche stagionali.
Il nostro ruolo di cittadini è comunque importante, ecco perché occorre risparmiare le risorse idriche e correggere le abitudini sbagliate. A cominciare dai comportamenti in casa. Ecco alcuni consigli di Altroconsumo .
Con lavapiatti e lavatrice, bisogna ricordarsi di scegliere il ciclo “economico” ed evitate i mezzi carichi: aspettando che la macchina sia piena e avviandola solo al massimo carico si possono risparmiare acqua ed energia. Un carico completo di stoviglie lavato a macchina richiede un minor consumo d’acqua rispetto allo stesso lavaggio fatto a mano.
Quando ci laviamo le mani, i denti o ci radiamo, teniamo aperto il rubinetto solo per il tempo realmente necessario: lasciar scorrere l’acqua per alcuni minuti vuol dire sprecare tanti litri. Chi preferisce la doccia al bagno dà un ottimo esempio: per immergerci in vasca sono necessari ben 150 litri di acqua, mentre per una rapida doccia ne basta circa un terzo). Solo questo accorgimento consente a una famiglia media di risparmiare ben 125 metri cubi di acqua all’anno.
Una corretta manutenzione o, se necessario, una riparazione contribuiranno a risparmiare tanta acqua potabile. Una perdita di 90 gocce al minuto corrisponde a circa 4 mila litri l’anno. Un rubinetto che gocciola o un water che perde possono sprecare anche 100 litri al giorno.
Il momento migliore per innaffiare le piante non è il pomeriggio, quando la terra è ancora calda e fa evaporare in fretta l’acqua, ma la sera, quando il sole è già calato.
Per i più raffinati (e motivati) esistono dispositivi che permettono di consumare meno acqua: oltre allo sciacquone con doppio pulsante, ormai diffuso, ci sono piccoli attrezzi da inserire nei rubinetti, come riduttori di flusso o aeratori. Costano poco (7-10 euro un kit per rubinetti e flessibile per doccia), sono semplici da usare ed efficaci. Altroconsumo li ha messi alla prova, misurando il consumo d’acqua con e senza. Purtroppo non sono tutti facili da trovare in commercio né da riconoscere quando si scelgono i rubinetti e gli altri sanitari. Tutte operazioni che costano poco e che fanno risparmiare decine di migliaia di litri ogni anno. Anche se bisogna ricordare che è soprattutto il nostro comportamento a fare la differenza.

In Sicilia l’emergenza idrica e climatica è diventata una questione di devozione. Da mesi una querelle sul tema scuote le coscienze nell’Ennese. E tra la siccità e la Madonna, non poteva non dominare la scena Totò Cuffaro, il presidente della Regione.
In un convegno a Leonforte, il 7 luglio scorso, il direttore dell’Agenzia delle acque e dei rifiuti, Felice Crosta, a proposito di siccità aveva affermato: “Fin quando ci sarà la presidenza Cuffaro, questo problema non lo avremo, perché le preghiere delle zie di Raffadali (il paese di Cuffaro, ndr), oltre che la protezione della Madonna di Pompei, di Siracusa e di Lourdes, ci consentiranno di avere acqua”. Parole sante? Macché. Parole che non passarono inosservate soprattutto a nove sacerdoti della diocesi di Nicosia, che le bollarono come “blasfema bestemmia”.
In una lettera diffusa ai fedeli, come riportato da un quotidiano locale, scrissero: “Se Crosta sostenesse che la sua affermazione è ironica, gli diciamo che la fede cristiana, come qualsiasi realtà di fede, non va ridicolizzata e se sostenesse che la sua affermazione è seria, gli diciamo che ha usato un linguaggio blasfemo, che rasenta la bestemmia”. Ironicamente i sacerdoti si chiedevano: “Le zie di Cuffaro smetteranno di pregare quando il nipote non sarà più presidente? La Madonna andrebbe via… come tutti gli altri dipendenti? Significa che la Madonna si dimetterebbe dal compito (gratuito) di essere Patrona della Sicilia?”.
Oggi una nuova puntata. Chiamato in causa, il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che ha sempre manifestato pubblicamente la sua devozione, affidando ogni anno la Sicilia alla Madonna, e appena ritornato dal cammino di Santiago dove ha chiesto fra l’altro di far ritornare lo scudo crociato – ha scritto una lettera al vescovo di Nicosia, Salvatore Pappalardo e ai nove sacerdoti della diocesi che hanno sollevato il caso.
“Ho inteso rivolgermi alla Madonna nella vicenda dalla carenza idrica degli anni scorsi, spinto dalla mia devozione filiale e consapevole che tale atto in nulla può sostituire il proprio impegno personale ed umano” scrive il presidente. “Non è certo mia intenzione interpretare o stigmatizzare quanto detto dal dottor Crosta nella circostanza, quanto piuttosto cogliere l’occasione per riaffermare in modo diretto e, spero, efficace, il senso della mia devozione mariana – prosegue – che fa parte della mia educazione familiare. Fin da bambino ho invocato la Madonna come madre e a rivolgermi a Lei come un figlio che, chiede soccorso e conforto. Con questo spirito ho inteso rivolgermi a Lei nella ormai nota vicenda della carenza idrica degli anni scorsi. Ciò non ha diminuito – conclude Cuffaro – i necessari sforzi da compiere per porre in essere ogni utile e necessaria azione volta alla risoluzione del problema, come per altro, le cronache possono concretamente testimoniare”.
La mitologia vuole che fra quelle colline in provincia di Enna sia nato il mito di Demetra e Kore. La dea dell’abbondanza e sua figlia. Quando quest’ultima fu rapita dal dio degli inferi, la natura pianse e fu la desolazione. Poi si arrivò a un compromesso per cui Kore trascorreva solo quattro mesi negli inferi e gli altri sulla terra, alternando così il ciclo delle stagioni. Forse a qualcosa di simile pensano i politici siciliani per combattere la siccità.
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Ferragosto, tempo di spiagge. Affollate e spesso teatro di bravate, giochi e gavettoni. Per i forzati del lavoro, per quelli che anche in questa data non staccheranno la spina, ecco una lunga raccolta dei video di YouTube dedicati agli scherzi in riva al mare. Che in qualche caso non vi faranno pentire di essere rimasti a casa.
Furto con scatto
Sveglia!
Topless bagnato, topless ammirato
Camaleonte da spiaggia
Vietato dormire
La cugina che (s)balla
Il Cateraduno
Guerra all’ultimo gavettone
Profondità nascoste
Gara di nuoto? Tiè
Distrazioni alimentari
E dagli al palestrato

In Italia si usano 150.000 tonnellate di pesticidi ogni anno. Residui di questi veleni raggiungono l’acqua. Lo dimostrano i risultati del monitoraggio coordinato dall’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) tra il 2003 e il 2005. Tra gli oltre 3500 punti di raccolta, (2500 superficiali e circa 1000 sotterranei) dove sono stati fatti i prelievi, sono state trovate tracce di vari tipi di pesticidi, soprattutto diserbanti. Panorama.it ha intervistato Roberto Mezzanotte, capo del Dipartimento dell’Apat che ha svolto il monitoraggio.
A che livello di preoccupazione ci dobbiamo assestare?
Non ci dobbiamo assestare a un livello di preoccupazione, ma di occupazione. Ovvero ce ne dobbiamo occupare. Purtroppo non abbiamo un’idea dell’andamento della presenza di queste sostanze nell’acqua. Questa è la prima fotografia disponibile della situazione perché è il risultato del primo piano di monitoraggio su scala nazionale. Sicuramente bisogna continuare a verificarne la presenza anche in futuro.
Esistono molte differenze tra le varie regioni?
Non tutte hanno la stessa rete di monitoraggio. Ci sono regioni come quelle della pianura padana che ci hanno trasmesso molti dati. Altre meno, di altre ancora , specialmente al Sud, non abbiamo ancora dati disponibili. Ma i dati sono tra loro omogenei. Bisogna evitare il pericolo della lettura distorta. Se troviamo infatti una forte concentrazione di prelievi “critici” lungo l’asse del Po e degli affluenti è solo perché qui sono stati fatti più prelievi.
Quanti pesticidi avete trovato?
Dei 2500 punti di prelievo superficiali (laghi, fiumi e corsi d’acqua) quasi la metà dei campioni ha residui di almeno una sostanza. Il 28% presenta una quantità di uno o più pesticidi che supera il livello di potabilità. Questo non significa che beviamo acqua contaminata, perché per l’acqua potabile esiste una rete di controlli e misure specifiche. Ma è un peccato dover constatare che più di un quarto delle acque superficiali sono di fatto inutilizzabili per questo scopo. Anche circa 1/4 dei campioni provenienti dai circa 1000 punti di campionamento dell’acqua sotterranea presenta qualche residuo.
Quali sostanze avete trovato?
Alcune sostanze sono diffuse ovunque, come la terbutilazina (diserbante usato nella coltivazione del mais). Ma il dato interessante è che, a distanza di quasi 20 anni dal divieto che è stato posto sul suo uso, abbiamo trovato ancora tracce di atrazina: nel 20% dei campioni delle acqua superficiali e nel 15% di quelle sotterranee. In qualche caso si supera addirittura ancora il livello di potabilità.
Che riflessione si può fare, per l’ambiente e per la salute?
Sono sostanze che hanno una notevole persistenza nell’ambiente. Questo ci deve far riflettere, dobbiamo pensare nella prospettiva dei decenni a venire. Oggi il rischio di bere acqua inquinata non c’è. La preoccupazione è di tipo ambientale, e deriva dalla limitazione di una risorsa preziosa a causa della presenza di questi veleni. Dobbiamo considerare l’acqua come un unicum e salvaguardarla in tutti i suoi aspetti, non solo sul fronte della potabilità. Inoltre bisogna pensare che, come i farmaci, anche i pesticidi hanno effetti secondari: al di là degli “organismi bersaglio” incidono anche su altri organismi viventi. Dobbiamo ridurre al minimo questi effetti.
Quali sono le contromisure possibili?
Il rapporto che sarà presto disponibile integralmente sul nostro sito (qui, una sintesi in .pdf), è stato già trasmesso ai ministeri dell’Ambiente e della Salute: a loro spetta il bilancio tra la situazione descritta e i benefici che l’uso di queste sostanze comporta. Potranno arrivare alle conclusioni necessarie. Ma vale la pena fare una considerazione di buon senso: spesso, nell’uso di questi prodotti, si eccede nelle dosi, anche perché il loro prezzo è in calo costante. Bisogna invece fare di questi prodotti l’uso strettamente necessario, nella consapevolezza che si tratta di sostanze nocive per l’ambiente.
L’Italia come si colloca nel quadro europeo?
Per i dati a nostra disposizione, il livello di pesticidi nelle acque italiane è paragonabile a quello di altri Paesi simili al nostro. Ma il fatto di non essere il fanalino di coda dell’Europa non è un dato che deve rincuorarci.
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Paura dell’acqua del rubinetto? Non fatevi ingannare, informatevi bene. Chi beve acqua potabile sa cosa beve. Gli acquedotti sono sottoposti a controlli e a norme severe e rigorose. Lo dimostrano i dati resi pubblici ogni giorno dalle Asl, ma potete verificarlo direttamente anche voi dando un’occhiata alle inchieste di Altroconsumo.
Di recente la nostra associazione ha messo alla prova gli impianti di depurazione domestica, ingombranti e costosi macchinari da installare sotto il lavandino, che servono a filtrare l’acqua del rubinetto. Ebbene, l’acqua filtrata ha più batteri di quella di casa. Insomma l’acqua di rete è più pulita di quella che esce dall’impianto e in più non costa nulla. Neanche all’ambiente. Lo sapevate che per produrre un litro di acqua filtrata l’impianto se ne sprecano tre di potabile? Uno spreco enorme, soprattutto in tempi di emergenza idrica.
Diffidare dell’acquedotto costa tanto anche al portafoglio. La pubblicità ci fa credere che sia utile o addirittura indispensabile investire in bottiglie di minerale, in brocche particolari o in filtri toccasana. Fatevi i conti in tasca e capirete perché alle aziende del settore conviene investire così tanti soldi in massicce campagne pubblicitarie su questa indispensabile fonte di vita.
Ipotizziamo una famiglia di tre persone, che a casa consuma in media 3 litri d’acqua al giorno. Se decidono di usare l’impianto di filtrazione spendono ogni anno 40 euro per la manutenzione e una manciata di soldi per i consumi di acquedotto, ma a questo va aggiunto il corposo investimento iniziale da recuperare: in media 2.000 euro. Ci vogliono almeno sei o sette anni per recuperare l’acquisto dell’impianto rispetto al budget di spesa di chi fa uso di minerale. Per chi si attacca alla bottiglia sono comunque dolori. Comprando una minerale “economica” (e non ce ne sono molte), al costo di 50 centesimi per una bottiglia da un litro e mezzo, alla fine dell’anno la nostra famiglia tipo spende 365 euro. Bevendo l’acqua del rubinetto, invece, per dissetare le stesse persone basta poco più di un euro l’anno. Praticamente nulla.
Se avete dei dubbi prima di spendere soldi, fatevi analizzare l’acqua di casa. In caso di problemi chiamate l’acquedotto, che è tenuto a intervenire. E ricordate che i rimedi casalinghi sono una spesa inutile.

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Quanta acqua serve per una tazzina di caffè? In Italia, la bellezza di 80 litri. Ce ne vogliono invece 10 mila per produrre un paio di jeans, 2 mila per una maglietta di cotone, 2.400 per un kg di grano (contro i 600 dell’Olanda).
Le cifre - a cura della Commissione dei cambiamenti climatici della Ue - oltre a mettere i brividi, dicono anche che l’Italia è a rischio serio di siccità: “Gli sprechi sono un lusso che non ci possiamo più permettere” afferma Bruxelles, rilevando che negli ultimi 30 anni la penuria d’acqua è aumentata e che gli effetti del cambiamento climatico peggioreranno la situazione, aumentando le aree e le popolazioni che soffriranno in un futuro molto prossimo di siccità. E l’Italia è tra i paesi più colpiti, ma anche quello che può risparmiare di più, considerando che con 250 litri a testa, siamo uno dei paesi più spreconi al mondo ed il primo nella Ue.
Ogni italiano ha infatti a disposizione, quotidianamente, 378 litri di acqua: 178 dei quali però sono persi a causa delle perdite nella rete idrica. Ne restano solo 200 effettivamente a disposizione. Per cosa? Il 35% va nello sciacquone, il 10 per cento per la lavatrice, il 9% per la lavastoviglie, il 6% per uso alimentare.
A questo vero e propri salasso, l’Ue intende mettere un freno. E non solo da noi, ma in tutta Europa, dove gli sprechi idrici, ogni anno, ammontano a circa il 20% del totale delle risorse con punte fino al 50% nel bacino del Mediterraneo. In questi giorni, il commissario Ue all’ambiente, il greco Stavros Dimas presenterà una strategia contro la siccità e la scarsità idrica che prevede misure drastiche nell’agricoltura e nell’industria, i settori dai consumi più elevati e anche i più spreconi, ma anche interventi per razionalizzare l’uso civile.
La strategia di Bruxelles considera anche un aumento delle tariffe dell’acqua: una risorsa che bisogna cominciare a considerare “preziosa”.
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