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Haiti/ Adottarli? Meglio aspettare

Occhioni neri, sperduti, intensi, di bimbi rimasti soli. Fra le tante immagini di disperazione, morte, fame, malattia e sconquasso arrivate al mondo dopo il terremoto di Haiti, sono quegli sguardi a colpire di più le coscienze di chi, da lontano, assiste al disastro. Due milioni (su una popolazione complessiva di 9,6) i bambini coinvolti, 50 mila, secondo le prime stime, i piccoli cui il sisma ha portato via i genitori. Prima del 13 gennaio i figli senza una mamma né un papà erano già 380 mila. I piccoli di Haiti hanno bisogno di aiuto e il mondo risponde. Continua

“Le Cesarone”, vita quotidiana di una famiglia con due mamme

La piazza del Gay Pride di Roma nel 2005

Di Katia Acquafredda, di listalesbica.it

Antonella ha meno di quarant’anni, da sei vive con la sua compagna in una grande città italiana. Una coppia come tante, se non fosse che nella loro casa ci sono anche tre figli adolescenti: immagino la musica che esce dalle finestre, scarpe da ginnastica abbandonate in sala, la fatica di farli studiare fino al momento di caricare tutti in auto per le meritate vacanze. Al Bologna Pride loro non ci saranno, la vita è complicata quando devi combinare le esigenze di una famiglia numerosa come oggi non si vedono quasi più. Un po’ come nella fortunata serie tv I Cesaroni, famiglie che si formano quando due genitori separati provano a tenere insieme il bisogno di rifarsi una vita e la responsabilità, l’amore verso i figli.

Nell’ospedale dove lavorano le mie nuove amiche i colleghi non hanno fatto storie, anzi mi dicono che tutti vogliono loro un gran bene e la loro rumorosa famiglia è stata assimilata in fretta a tutte le altre, di cui condivide pregi e difettti. È l’Italia di sempre, quella che sa stringersi e creare legami, e anche capire le cose che contano grattando un po’ sotto la crosta dei pregiudizi, che fa in fretta a saltare quando ci si conosce e ci si vuole bene. Le mie amiche mi mancheranno un bel po’ in mezzo al variopinto corteo del Pride, mi è rimasto il dubbio che non si siano sentite coinvolte in quella che è diventata la principale battaglia del movimento glbt italiano, e cioè il riconoscimento delle unioni civili, perché la questione dei figli e delle adozioni per le coppie è stata un po’ accantonata per ragioni di realismo politico. Vista come politicamente impraticabile, forse controproducente, si è preferito lottare per una legge, quale che fosse, capace di sancire l’unione tra due persone dello stesso sesso, e pazienza se i ragazzi a casa già scorrazzano con in un mano un secchio d’acqua per farsi un gavettone.

Le Cesarone (chissà cosa diranno se le chiamo così!) sono talmente belle, giovani e solari che proprio non ti passa per la testa che se per disgrazia una delle due dovesse improvvisamente mancare, la famiglia d’origine o magari i servizi sociali potrebbero pensare di non far loro mai più rivedere la compagna della madre che per anni li ha accompagnati a scuola, aiutati a fare i compiti, insegnato ad andare in bicicletta.
Mi viene in mente un distinto Lord inglese chiamato Robert Baden Powell, fondatore cento anni fa di uno straordinario movimento educativo chiamato Scautismo e ormai diffuso in tutto il mondo il quale, messo alle strette da chi gli chiedeva conto del suo metodo educativo rispondeva semplicemente: “Ask the boys!”, letteralmente: “Chiedetelo ai ragazzi!”.
Se qualcuno oggi chiedesse la mia opinione su quelle proposte di legge tanto poco generose sul versante del riconoscimento dei diritti dei minori nelle coppie omosessuali, credo che anch’io risponderei così: chiedetelo ai ragazzi, di cosa avrebbero bisogno loro!
Riconoscimento dei figli e adozioni per le coppie omosessuali: siete d’accordo? Partecipa al FORUM

Adozioni: a maggio il Consiglio d’Europa darà via libera ai single

I single potranno avere il diritto di adottare un bambino e tutti gli Stati europei dovranno modificare le loro leggi nazionali per adattarle a questo principio. Tutto questo accadrà a maggio, quando il Consiglio d’Europa approverà il nuovo testo della Convenzione europea sull’adozione di minori. È quanto Maud de Boer-Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d’Europa, ha anticipato alla testata Vita.it Magazine. “La Convenzione attualmente in vigore” dice il testo del Consiglio “risale al 1967, dopo quarant’anni bisognava tener conto dei cambiamenti che si sono verificati all’interno della società. Per questo la nuova Convenzione estende la possibilità di adottare anche ai single e alle coppie eterosessuali non sposate”.
Il vice segretario parla in modo esplicito anche dell’obbligatorietà per gli Stati nazionali di recepire questa indicazione: “Quello dei single è un diritto pieno, e gli Stati saranno obbligati a modificare le loro leggi”.
L’Italia stessa sarà coinvolta da questo processo, visto che la legge che regola le adozioni, la 149 del 2001, consente l’adozione solo ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni.
Tra le novità in arrivo, anche l’apertura dell’adozione alle coppie di fatto e a quelle dello stesso sesso, che siano registrate o semplicemente conviventi. Su questo però la Convenzione non sarà prescrittiva: “La Convenzione apre questa possibilità, ma la lascia a discrezione del singolo Stato”, spiega la de Boer-Buquicchio. “D’altronde nelle scorse settimane c’è stata una importante sentenza della Corte europea per i diritti umani, che ha condannato la Francia per aver discriminato una donna per il suo orientamento sessuale. Non potevamo non tenerne conto”.

Cani e gatti di razza, occhio alle fregature


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La gioia di un cucciolo che entra in casa, magari pagato a caro prezzo e scelto dopo aver comparato le caratteristiche delle razze. E dopo pochi mesi, la sgradita sorpresa di una patologia congenita che costringe l’animale e la sua famiglia adottiva a cure lunghe, difficili, dispendiose. Sempre che le condizioni di salute non siano talmente gravi da veder morire l’animale a cui ci si è appena affezionati. Succede più spesso di quanto non s’immagini, e non solo nel caso di veri e propri crimini, come l’importazione illegale di cani dall’Est scoperta dalla Guardia di Finanza di Bologna.
Capita a causa di incroci fra consanguinei, screening poco accurati o mai eseguiti, ma anche sfortuna, visto che molte patologie non sono riscontrabili prima dell’anno di età, o alcuni cuccioli le sviluppano pur provenendo da genitori sani. Ettore Degli Esposti, portavoce dell’Enpa di Milano, ha la sua teoria: “Noi partiamo ovviamente da una posizione diversa; gli animali non si comprano, si adottano. E solo dopo aver pensato a lungo all’impegno e le cure che un cucciolo in casa richiede, magari dando un’occhiata alla nostra documentazione”.

“Se però una famiglia preferisce un cane o un gatto di razza” continua “deve procedere all’acquisto senza leggerezza o imprudenza. Quando compriamo un televisore, ad esempio, controlliamo offerta e garanzie decine di volte. Nel caso di un animale, invece, ci facciamo trasportare dall’entusiasmo. E dimentichiamo che l’allevatore è un commerciante; ci sta vendendo un bene”. Per cui i consigli di Degli Esposti sono di rivolgersi sempre all’allevatore, possibilmente attivo da anni e ben conosciuto, e mai a un negozio; di visitare l’allevamento per rendersi conto delle condizioni degli animali; di informarsi da un veterinario sull’esistenza e l’incidenza, per quella razza, di patologie genetiche e pretendere pedigree, certificati di vaccinazione e ricevuta del pagamento. “Cardiopatie, displasia dell’anca, cimurro, parvovirosi per i cani; panleucopenia, rinotracheite, rene policistico per i gatti e cardiopatie per entrambi. Sono tra le più comuni affezioni, genetiche e non, che un nuovo padrone potrebbe affrontare. Il problema è che molti di loro non ne sanno nulla; acquistano l’animale ammaliati dalla bellezza e sono impreparati davanti a un’eventualità del genere”, spiega Salvatore Avenia, veterinario Enpa.

E a quel punto, cosa si può fare? “Bisogna inviare una raccomandata all’allevatore per comunicare il problema, entro 8 giorni dalla sua scoperta. Purtroppo il codice civile tutela l’acquirente solo entro l’anno di acquisto. E in ogni caso, non stiamo parlando di un elettrodomestico; sostituire un animale o offrire ad esempio uno sconto su un nuovo esemplare non lenisce certo il dolore per la brutta esperienza. Noi offriamo un servizio di consulenza e assistenza legale, ma non possiamo rifondere il danno morale “, spiega Degli Esposti.

Inoltre, conviene verificare che l’allevatore sia affiliato all’Enci, Ente nazionale della cinofilia italiana per i cani e all’Anfi, Associazione nazionale felina italiana per i gatti. Eventualmente si possono chiedere informazioni proprio a queste due associazioni. “Consiglio anche di non avere fretta; il mio Cavalier l’ho aspettato un anno per avere il pedigree giusto. E ricordo che le parentele si possono anche controllare online sul nostro sito“, spiega Fabrizio Crivellari, Direttore generale dell’Enci.

“Entro tre, cinque giorni al massimo portare il cucciolo dal veterinario per un controllo completo; farsi consegnare istruzioni dettagliate per la dieta e la cura e diffidare da chi non lo fa” suggerisce Cristina Kowalczuk, presidente Anfi. “E per tutelarsi in futuro, visto che molte patologie si notano solo dopo parecchi mesi di vita, stabilire un accordo scritto con l’allevatore che preveda un rimborso delle spese o un altro animale gratis in caso di problemi genetici riconducibili all’allevamento. Certo, dovrebbe stare alla coscienza dell’allevatore venire incontro a chi ha acquistato sfortunatamente un esemplare malato”. Ma siccome non tutti sono uguali, conviene stabilirlo a priori al momento del pagamento.

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Gli animali di razza? Spesso si trovano anche al canile, abbandonati dai padroni.

Caso Chiara onlus: 600 famiglie e il dramma dell’adozione

Leonid by Flickr
Quattro anni in attesa di un figlio. Trascorsi tra corsi di preparazione, esami psicologici e false speranze aspettando una telefonata. È il calvario che spesso devono affrontare gli aspiranti genitori adottivi in Italia. E può anche succedere che, all’improvviso, tutto si blocchi. Perché il Paese scelto ha chiuso o contingentato le adozioni. O perché l’associazione certificata alla quale la coppia si è rivolta ha avuto dei problemi durante l’iter. Come nel caso di Dario Di Lorenzo, palermitano, che scrive a Panorama.it segnalando la sua storia: “Dopo aver ottenuto il decreto internazionale da parte del Tribunale dei minori abbiamo dato il mandato all’associazione Chiara onlus di Roma. Dopo quattro anni di attesa mi viene riferito che la Cai Commissione Adozioni Internazionali, ha revocato il mandato all’associazione lasciandoci al punto di prima. E non sono il solo: ci sono 600 coppie sparse in tutta Italia ad avere subito questa ingiustizia”. La Cai ha revocato il mandato per precedenti problemi insorti con la Federazione Russa e anche perché l’associazione aveva preso in carico un numero di coppie decisamente superiore a quello che poteva gestire (si parla di più di 700), condannandole di fatto ad attese eterne. “Non sono d’accordo” aggiunge Dario Di Lorenzo – “Chiara onlus è stata a torto accusata di accettare troppe coppie anche per soldi; ma io grazie a loro ho già adottato una bimba, Olga, che oggi ha 10 anni. Se non li avessi giudicati più che corretti, non credo che sarei tornato da loro per una seconda adozione”. Molte famiglie si sono riunite in un comitato, Le coppie di Chiara. Paolo Bertoletti, uno dei suoi portavoce, spiega: “Quelle della Cai sono motivazioni sensate, ma non risolvono la nostra situazione. Alcune coppie, quelle per cui l’abbinamento con il bambino era già avvenuto, sono state seguite dalla Commissione stessa, che si sta occupando delle pratiche. Le altre verranno reindirizzate verso associazioni diverse, ma ciò significa finire in coda a tutte le liste e allungare ancora lo stillicidio dell’attesa. Intanto, mentre parliamo, i bambini restano in istituto. Perché, e a dimenticarselo spesso sono anche le coppie in attesa, l’adozione sancisce i diritto del bambino ad avere una famiglia e non viceversa”. Chiara Onlus si è rivolta al Tar del Lazio che proprio in questi giorni ha emesso una sentenza favorevole: cancellata la revoca, l’associazione potrà continuare a operare nel campo delle adozioni internazionali. Ma ciò non risolverà i problemi delle famiglie, secondo il gabinetto del Ministero per le politiche della famiglia, che con il recente decreto oggi sovrintende alla Cai.
“Chiariamo una cosa: la vicenda di Chiara Onlus non si limita al parere negativo della Cai. Precedentemente era già stata revocata l’autorizzazione a procedere da parte della Federazione Russa, a causa adozioni considerate irregolari. Anche alla luce della sentenza del Tar, ricordiamo che l’onlus ha una lista d’attesa praticamente impossibile da smaltire, visto che ogni associazione che opera in Ucraina ha oggi può trattare meno di 30 pratiche all’anno”. Il consiglio istituzionale è di rivolgersi presso altre associazioni. Magari cambiando il Paese di provenienza del figlio adottivo, come spiega Salvatore Bianca, dell’ufficio stampa Cai: “Capiamo perfettamente la frustrazione delle famiglie, che sono i vasi di coccio della situazione, ma evitare di concentrarsi solo sull’Ucraina al momento sarebbe la scelta migliore: molti Paesi hanno liste d’attesa decisamente inferiori. Certo, da parte degli aspiranti genitori c’è anche la preoccupazione per le spese sostenute finora”. Già, le spese: l’intero iter per adottare si aggira tra i 10 e i 15 mila euro. Prezzi che hanno fatto dell’adozione internazionale un vero business, sulla pelle dei genitori e soprattutto dei bambini che aspettano una famiglia.

L’iter per l’adozione internazionale

L’adozione internazionale è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi 20 anni. Nel 1982 infatti, secondo i dati Istat, riguardava meno di 300 minori. Oggi si parla di circa 3.000 ingressi all’anno. Con la legge 476/1998 l’Italia ha aderito alla convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993 sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale. I principi base indicano l’adozione come ultima strada percorribile (si privilegia la possibilità di far crescere il bambino nel suo Paese di origine), sconfiggere le adozioni fai da te e il traffico di minori. Con la nuova legge non si fa più domanda di adozione, ma si dichiara la disponibilità ad accogliere un bambino, presso la cancelleria del Tribunale per i minorenni competente per la loro residenza. Il modello è fornito dalla stessa cancelleria, così come l’elenco dei certificati necessari. Per molti di questi documenti è accettata l’autocertificazione: su Moduli.it si scaricano gratuitamente. Per presentare domanda è necessario essere sposati da almeno tre anni (o dimostrare la convivenza continuativa), non avere in corso alcun procedimento di separazione ed essere idonei a educare, istruire e mantenere i minori che si intendono accogliere. Ma esistono anche requisiti anagrafici: la differenza minima di età fra genitore e figlio è di 18 anni, quella massima è di 45 anni per uno dei coniugi e di 55 per l’altro. Il Tribunale esamina la dichiarazione di disponibilità all’adozione e i certificati ricevuti. Entro 15 giorni (sulla carta: nella realtà a causa del sovraccarico di lavoro degli uffici, i tempi si dilatano) incarica i servizi socio-assistenziali del Centro Adozioni della zona di residenza di effettuare un’indagine psico-sociale sulla coppia e scrivere una relazione per valutare le risorse e le potenzialità della stessa a educare un figlio. Terminata la fase delle indagini la relazione viene inviata al Tribunale. I giudici hanno due mesi per valutare la domanda e decidere se concedere il decreto di idoneità. Chi non è considerato idoneo può presentare ricorso entro 10 giorni presso la Sezione per i minorenni della Corte d’Appello: il 5,3% delle coppie ha ottenuto l’idoneità mediante ricorso. Dopo il decreto di idoneità si sceglie un’associazione autorizzata (l’elenco si trova nell’albo della Cai, anche online) che si occuperà di individuare il bambino da abbinare alla coppia e sbrigare la burocrazia. C’è un anno di tempo per sceglierla: si può dare l’incarico a un solo ente per volta, ma entro l’anno di validità del decreto di idoneità è possibile comunque revocare il mandato all’ente e incaricare un altro. Conviene comunque scegliere enti che trattano con più paesi, per evitare di trovarsi spiazzati in caso un Paese chiudesse improvvisamente le adozioni. Dal momento della scelte dell’ente, inizia un nuovo periodo di attesa da uno fino a quattro anni (e oltre).

Risorse online
Ass.ne Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie
Adozione Minori
Adozione Internazionale

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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