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Flavio Delbono, 51 anni, si è dimesso da sindaco di Bologna | (Ansa)
“L’inferno non è mai tanto scatenato quanto una donna offesa”. Così scriveva William Shakespeare, più di quattro secoli fa, ma oggi la frase ben s’attaglia al crepuscolo politico di Flavio Delbono, ex sindaco di Bologna. Costretto lunedì 25 gennaio alle dimissioni dall’ira funesta della sua compagna e segretaria, Cinzia Cracchi: prima lasciata, poi spedita a fare la centralinista. Insopportabile, specie per una donna abituata a costosi tailleur e alle borse di Louis Vuitton. Continua

Scampia, il quartiere napoletano con circa 80.000 abitanti
Nei rioni degradati alla periferia nord di Napoli la chiamano “giornata del ricevimento”. È l’appuntamento settimanale che i capi della malavita concedono a vedove di camorra e parenti di affiliati detenuti, alla ricerca di un lavoro come “vedetta” o spacciatore per figli e nipoti. Continua

Il supermercato del centro commerciale romeno a Roma
Davanti alla Stazione Tiburtina di Roma, dove oltre ai treni e alle metropolitane partono anche i pullman diretti verso la Romania, è sorto un centro commerciale un po’ diverso da quelli che siamo abituati a frequentare: si chiama La Strada ed è uno spazio interamente made in Romania, il primo in Italia. Continua
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La ‘ndrangheta non va in vacanza, i magistrati anticosche neppure. Lunedì 17 agosto a Reggio Calabria l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile.
Ma il caldo non ha impedito agli inquirenti, fra cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il suo vice Nicola Gratteri, di riunirsi presso la Direzione distrettuale antimafia per discutere una questione assai delicata: la fuga di notizie riguardante le indagini sui lavori per l’Expo 2015.
Da mesi gli uomini del pool anti ’ndrangheta sorto sull’asse Milano-Reggio Calabria tengono sotto controllo decine, se non centinaia, di presunti mafiosi impegnati nel settore edile e in particolare nel movimento terra, cioè il trasporto di ghiaia e il lavoro di scavo che fanno da indispensabile apripista a tutte le grandi opere. Peccato che in Italia anche i muri delle procure abbiano orecchi.
E che alcuni indagati, saputo dell’inchiesta, abbiano provveduto a bonificare case e uffici dove gli investigatori avevano piazzato le loro microspie. I personaggi in questione, tutti calabresi, sono riconducibili a due società di movimento terra attive in Lombardia. Per quanto risulta a Panorama sarebbero impegnate come subappaltatrici nei lavori di sbancamento necessari alla costruzione di un’importante arteria stradale, inserita tra le opere pubbliche collegate all’Expo 2015.
Della vicenda si sta occupando Ilda Boccassini, coadiuvata dai carabinieri del Ros di Milano e da colleghi calabresi. Il monitoraggio dei magistrati milanesi e reggini sui cantieri dell’Expo non è iniziato oggi, così come non rappresenta una sorpresa lo strapotere esibito dalle ’ndrine nel settore del movimento terra. A essere cambiato, e molto, è il modus operandi degli investigatori. Da qualche mese, invece di indagare sulle ditte o di perdersi a dipanare il groviglio di schermi societari messi a punto dai clan, il pool ha deciso di giocare d’anticipo. Gli inquirenti marcano a vista gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta, studiano le loro mosse (come l’ingresso in aziende settentrionali pulite ma in crisi di liquidita, attraverso le quali partecipare alle gare), spiano le loro conversazioni per mesi. Per poterli intercettare hanno iscritto nel registro degli indagati decine di persone. Eppure qualcuno, come dimostra la riunione riservata di lunedi scorso, ha scoperto il gioco e ha messo in atto le contromosse. Bisogna vedere se bastera.
Che le mire calabresi sugli appalti dell’Expo siano robuste lo dimostra un’altra istruttoria condotta dai pm della Dda milanese Mario Venditti e Alessandra Dolci, secondo molti addetti ai lavori la madre di tutte le inchieste sulla ‘ndrangheta lombarda, quella che potrebbe “disarticolare” la cupola malavitoso-affaristica che prospera a Milano. Dall’indagine si evince infatti che recentemente le cosche trapiantate al Nord hanno siglato una pace duratura, dandosi un assetto collegiale come mai erano riuscite a fare nella regione di origine e seppellendo le faide in corso, per dedicarsi agli affari d’oro targati Expo 2015. Piu che una federazione di ‘ndrine, quasi un consorzio di aziende. Un piano di espansione cosi ambizioso da non limitarsi alla spartizione di camion e betoniere o alla promozione dell’imprenditoria criminale “made in Calabria”, ma che ha messo nel mirino l’intera economia lombarda.
Come mostra la recente disavventura della società Lucchini Artoni di Segrate il cui patron, Giancarlo Bianchi, si è aggiudicato l’Ambrogino d’oro. La società , impegnata nella costruzione della linea 5 della metropolitana (uno dei tanti gioielli da inaugurare prima del 2015), ha ricevuto a giugno dalla prefettura l’interdittiva antimafia. Il motivo? Secondo la Dia, 17 delle 22 ditte a cui la Lucchini aveva subappaltato il trasporto di materiale inerte erano collegate, direttamente o indirettamente, a uomini delle cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone).
“I nostri 40 camion erano tutti occupati e ci siamo rivolti a dei padroncini: non e colpa mia se l’80 per cento sono calabresi e, comunque, avevano tutti la certificazione antimafia” ribatte Vincenzo Bianchi, amministratore delegato e figlio del titolare. Nelle scorse settimane l’azienda ha comunque chiuso i rapporti con tutti i collaboratori sospetti e il 4 agosto ha riottenuto la certificazione antimafia. Gli accertamenti della Dia, tuttavia, proseguono per capire come sia stato possibile che un tale afflusso di calabresi di Isola Capo Rizzuto alla Lucchini non destasse sospetti.
Un compito arduo, visto che ormai in Lombardia i calabresi sono monopolisti nel movimento terra, assunzioni comprese. E un settore a bassa specializzazione e poco visibile, ma che per le ‘ndrine “vale più dell’oro”, come spiegava al telefono gia nel maggio 2008 il boss di Platì Domenico Barbaro, fermato due mesi piu tardi dal gip Piero Gamacchio con l’accusa di avere diretto per un lustro abbondante il racket dei cantieri dell’hinterland milanese. Lo schema dei calabresi è ben spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Tutti gli imprenditori edili sapevano che, a prescindere da prezzo praticato e qualità del servizio, il trasporto della terra era affare dei calabresi. Che poi raddoppiavano i ricavi stipando gli stessi mezzi e le stesse buche stradali di rifiuti tossici e infine creavano consenso e contaminazione assumendo a chiamata solo manodopera calabrese“.
Il sistema applicato da Barbaro a sud di Milano era stato replicato anche in Brianza (dal clan reggino degli Stellitano) e a Cologno Monzese, dove a marzo il pm Venditti ha fermato il crotonese Marcello Paparo, ritenuto il terminale locale delle cosche Arena e Bubbo: era riuscito a mettere il naso pure nei lucrosi subappalti della Tav ferroviaria e dell’autostrada A4.
C’e un ultimo elemento che accomuna le indagini di ieri e di oggi: in almeno un paio di casi le inchieste hanno rischiato di essere compromesse da fughe di notizie molto sospette, che hanno costretto gli inquirenti ad accelerare i tempi. O a convocare vertici riservati, come e appena accaduto, rinunciando ai bagni ferragostani.
(ha collaborato Gianluca Ferraris)
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Dopo gli acquisti di Kakà (67 milioni) e Cristiano Ronaldo (94 milioni per il giocatore con lo stipendio più alto di tutti) pensavamo di averle viste tutte.
E invece la telenovela dell’estate doveva ancora arrivare: lo scambio tra Ibrahimovic ed Eto’o, praticamente ufficiale da ieri (mancano solo alcuni dettagli: cioè le firme), non batte record di spesa milionari ma sconvolge gli attacchi di due delle più forti squadre d’Europa, dopo una trattativa estenuante.
Così la domanda principale è “chi ci guadagna?” La prima risposta, più facile, è “Eto’o”. Chiaro, il camerunense passa da uno stipendio di 6,5 milioni l’anno a 10 (che possono pareggiare i 12 di Ibra, con i premi). Ma passa anche da una squadra che ha incantato il mondo a un’altra che non riesce a imporsi, per ora, oltre le Alpi. Vediamo quindi di analizzare lo scambio da differenti punti di vista.
Le cifre in gioco
Ibrahimovic raggiunge il Barça per Eto’o più il prestito gratuito di Hleb (sempre che il giocatore bielorusso accetti) più 46-47 milioni (le cifre ufficiali non sono ancora state confermate). La valutazione complessiva dello svedese è quindi di 80 milioni, perché Eto’o viene valutato intorno ai 30 e Hleb in prestito. Massimo Moratti e Joan Laporta hanno sottolineato che si tratta di valutazioni di mercato e non di valore assoluto. Vediamo quindi perché Eto’o vale tanto meno di Ibra:
1) il camerunense ha un contratto in scadenza nel 2010 e potrebbe liberarsi a costo zero.
2) ha sempre giocato la Coppa d’Africa (in programma a gennaio) e si impegna molto per la nazionale. Fatto sta che per l’età (28 anni) e i gol segnati (30 nella Liga) una differenza così alta appare esagerata e si spiega solo nella volontà del Barcellona di accontentare Guardiola. Bene ha fatto l’Inter a non abbassare le pretese.
Contratti e buste paga
In termini di salario netto Ibrahimovic guadagnerà meno, Eto’o di più. Lo svedese all’Inter prendeva 12 milioni (era il meglio pagato della Serie A con un milione di euro al mese: cioè, volendo fare i “moralisti”, circa 33 mila e 300 euro al giorno, più o meno quanto incassa un operaio in due anni), al Barcellona non potrà superare l’ingaggio di Leo Messi, che è di 8,5 milioni. Ma tra il regime fiscale più favorevole (in Italia le società di calcio pagano circa il 50% di trattenute; in Spagna l’aliquota fiscale non supera il 24%) e la maggiore visibilità del club catalano rispetto all’Inter per gli sponsor la cifra finale sarà più o meno sullo stesso livello.
Eto’o invece incrementa il suo salario, come già detto, e sarà lui adesso il più pagato in Serie A (ma non nell’Inter: se lo metta in testa da subito, anche qui comanda lo Special One coi suoi 11 milioni l’anno).
L’affaire mediatico
Uno dei motivi dell’affare è sicuramente la necessità che aveva il Barcellona di rispondere dal punto di vista mediatico all’offensiva monstre di Florentino Perez, con le sue presentazioni hollywoodiane e gli acquisti più cari della storia. Ibra è l’uomo giusto: sponsorizzato Nike, come la squadra, e più spettacolare di Eto’o in quanto a giocate. Le sue magliette andranno a ruba e lo si vedrà spesso in tv. I siti sportivi catalani stanno rilanciando da giorni le giocate dello svedese e la sfida con il “galactico” Ronaldo.
Anche il camerunense comunque è un bel personaggio: la sua storia personale di sogno africano, il suo carattere orgoglioso, lo stile di vita stravagante, le dichiarazioni mai banali lo hanno reso un mito in Africa e a Barcellona.
Questioni di tattica
Qui il discorso si fa più difficile: Ibra permette al giovane allenatore del Barça Pep Guardiola una varietà di schemi che Eto’o non garantiva (come ha ammesso pochi giorni fa: “Non c’è feeling tra noi”, invitando il camerunense a cambiare aria). Può usarlo come centravanti puro oppure come “boa” per lanciare le fughe di Messi o ancora per fraseggiare con Henry e Iniesta. Anche se, forse, non garantirà una media gol come quella dell’africano (in nerazzurro lo svedese ha fatto 66 gol, in tre anni, tra Campionato e coppe).
Eto’o infatti è una macchina da gol: 138 in cinque anni di Barça (con due infortuni che l’hanno tenuto parecchio lontano dal campo).
Rispetto allo svedese è meno potente, più veloce, più killer sottoporta e disposto a sacrificarsi in copertura. Non si sa come lo schiererà Mourinho e come conviverà con Milito e Balotelli, ma non avrà problemi davanti a nessuna difesa. Dettaglio non da poco: l’africano ha da poco preso il passaporto spagnolo e quindi non conta come extracomunitario. Altro dettaglio non trascurabile: alla corte di Mourinho potrebbe arrivare anche Alex Hleb: il bielorusso non ha convinto Guardiola ma potrebbe adattarsi bene al gioco di Mourinho. Nell’Arsenal aveva fatto bene come centrocampista offensivo, molto tecnico e mobile ma poco incline al gol. Se migliorasse questo dettaglio potrebbe essere un buon rincalzo per Thiago Motta o Stankovic.
Bella forza
Il calcio è anche e soprattutto questione di gusti, quindi è difficile rispondere alla domanda: “Chi è più forte?”. Sono due giocatori diversi come caratteristiche, ma con lo stesso mestiere: fare gol. E in questo le cifre di Eto’o sono superiori a quelle di Ibra, soprattutto in Champions League, dove lo svedese non è mai riuscito a mettere in luce la sua classe. Ma Zlatan è anche molto bravo a mandare in rete i compagni e buona parte delle realizzazioni di Eto’o dipendono dal fatto di aver giocato in una squadra molto offensiva come il Barça. In definitiva, Ibra è più spettacolare, più tecnico e più potente, Eto’o è più veloce, più determinato e più efficace sotto rete.
Notizie da spogliatoio
Capitolo da non dimenticare: Eto’o se ne va dal Barça proprio perché non c’è feeling con l’allenatore. Con Mourinho, uno che parla chiaro e ha sempre avuto un buon rapporto con i propri campioni, potrebbe trovarsi meglio. Ma non è che Ibrahimovic sia uno facile da gestire. Chissà se arriverà con la sua aria sbruffona davanti ai campioni d’Europa a dire, come fece quando arrivò all’Ajax, “ciao io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?“
E allora, torna la domanda iniziale: “Chi ci guadagna”? Assodato che i due giocatori hanno ottenuto quello che volevano (Ibra una squadra più forte, Eto’o più soldi e un ruolo da leader) e che i procuratori hanno fatto un altro affarone, per quanto riguarda le squadre è facile dire che la risposta “verrà dal campo”. Ma la sensazione è che tra i due giocatori non ci siano quei quasi 50 milioni di differenza. E quindi, per il semplice fatto di vedere un’Inter con il bilancio in attivo (ma per quanto?), diciamo Moratti. Chi rischia di più? Guardiola. All’inizio della carriera da allenatore ha vinto tutto, ora si mette in gioco in prima persona, per ripetersi. Vedremo se Ibracadabra saprà dargli una mano.
Il VIDEO di addio a Zlatan di un tifoso interista:
Il VIDEO di tributo a Eto’o da Barcellona:
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La conferma? L’indagine che venerdì 24 aprile ha portato all’arresto di due boss di Gela che, oltre ad architettare un attentato contro il sindaco gelese Crocetta, imponevano il pizzo alle aziende siciliane con lavori nel nord Italia (qui l’intervista all’imprenditore che ha denunciato i due boss). Conferma di che?
Di un dato impressionante. E cioè che in Lombardia Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta si sono “spartite” città e comuni e hanno siglato accordi di “non belligeranza” con le altre mafie etniche: romene, albanesi, nigeriane e cinesi.
Secondo l’analisi effettuata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, la presenza più massiccia nel capoluogo lombardo è senza dubbio quella della ‘ndrangheta: le cosche calabresi si sono insediate nei comuni dell’hinterland di Milano e poi successivamente negli affari del capoluogo lombardo: dalla movimentazione della terra, al narcotraffico, dalla gestione delle imprese edili e agli appalti pubblici. “Sono piccoli gruppi omogenei, propaggini delle ‘ndrine calabresi al Nord dove spesso trovano protezione anche i boss in fuga dai territori d’origine ” specifica il tenente colonnello Roberto Pugnetti, comandante Reparto Analisi del Ros dei Carabinieri “è una struttura sociale utilizzata anche i clan camorristi”
Nei comuni di Buccinasco e Cernusco sul Naviglio si sono insediate le cosche storiche calabresi: i Talia, Bruzzaniti, Barbaro e Papalia.
A Lecco, la potente cosca dei Coco Trovato mentre a Monza spiccano i clan Mancuso e Arena. Le indagini e le operazioni della Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza hanno evidenziato a Varese il dominio delle cosche catanzaresi e quella dei Farao Marincola mentre a Brescia e Bergamo quella dei Bellocco di Reggio Calabria.
Differente è metodo utilizzato da Cosa nostra per impossessarsi di un territorio: “La mafia siciliana utilizza singoli uomini d’onore attraverso i quali reinveste capitali e ricicla denaro sporco nel territorio da conquistare. In questo modo è più difficile, per gli investigatori, localizzare il mafioso” continua il colonnello Pugnetti. Fanno eccezione, in Lombardia i comuni di San Donato Milanese, dove quasi i due terzi degli abitanti sono originari di Gela e quello di Busto Arsizio, in provincia di Varese. In questi territori vivono affiliati ai clan Emanuello, di cui facevano parte anche i boss La Rosa e Trupia e i Rinzirillo.
“Anche in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana le organizzazioni criminali sono riuscite ad infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico gestendo il narcotraffico, piccole imprese edili e appalti pubblici” spiega Raffaele Grassi, Direttore della I° Divisione dello Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato “una presenza che è aumentata per la crisi economica che stiamo attraversando in questo periodo; Le organizzazioni criminali, infatti, dispongono di denaro contante che in questo periodo necessita alle aziende in crisi”.
La Regione al nord con la maggiore presenza di organizzazioni criminali dopo la Lombardia è l’Emilia Romagna;
A Modena è stata registrata la presenza di esponenti legati ai clan dei Casalesi così come a Reggio Emilia e a Parma. In queste ultime due città , assieme a quella di Piacenza, ci sono anche potenti ‘ndrine calabresi. “La Liguria, invece è considerata sia dalla camorra (clan Ascione) che dalla ‘ndrangheta uno snodo fondamentale per il traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal sud America” spiega Grassi “i corrieri dalla Spagna attraversano la Francia e entrano in Italia .
In modo marginale anche la Toscana è nel mirino delle organizzazioni criminali: cosche di Reggio Calabria (i Condello) si sono insediate sia lungo la costa tra Viareggio, Lucca e Livorno che a Firenze (Farao Marincola). Pur essendo Regione economicamente appetibile sembra rimanere al di fuori degli interesse delle organizzazioni criminali, il Veneto. Nonostante molte aziende campane abbiano trasferito le loro attività nel Nord Est, come spiega il comandante Pugnetti, non sono stati registrati o denunciati casi di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. ” Il Veneto a differenza delle altre realtà del Nord Italia, ha aziende importanti ma per la maggior parte ancora a conduzione familiare” puntualizza Raffaele Grassi “quindi molto più difficili da controllare e da gestire da parte delle organizzazioni criminali in trasferta”.
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A Milano come a Gela: se vuoi lavorare devi pagare il pizzo a Cosa nostra.
I boss Maurizio La Rosa e Maurizio Trupia, legati al clan Emanuello, arrestati venerdì scorso dalla Squadra mobile di Caltanissetta, imponevano il pagamento del pizzo agli imprenditori siciliani che si aggiudicavano appalti pubblici nelle città del Nord Italia. Ed in particolare nel capoluogo lombardo.
“A niente serviva lasciare la terra d’origine e cercare lavoro altrove perché a Cosa Nostra le ditte siciliane erano costrette a pagare comunque il 2 o il 3 per cento di ogni appalto pubblico vinto’fuori’ dall’isola”, puntualizza il questore di Caltanissetta, Guido Marino.
Cesare (nome di fantasia), originario di Gela, due anni fa si è aggiudicato un appalto da 3 milioni e 300 mila euro per la manutenzione dell’acquedotto di Milano e di alcuni comuni confinanti. Lui come altre decine di imprenditori, per mesi, ha dovuto subire i ricatti e le intimidazioni dei boss gelesi La Rosa e Trupia. Ma ha avuto il coraggio di reagire, di denunciare i suoi estorsori e di collaborare con gli investigatori.
A Panorama.it ha parlato delle richieste dei boss e ha spiegato come è riuscito a farli arrestare “lavorando” fianco a fianco con la Polizia di Stato.
Quando sono iniziate le prime richieste di pizzo?
Dopo pochi mesi che avevo vinto l’appalto. Mi sono aggiudicato la gara a fine luglio 2007 e a gennaio del 2008 per la prima volta è venuto a trovarmi Trupia. Mi ha chiesto un “regalo”. Non ha parlato di cifre ma era chiaro che voleva un anticipo sulla percentuale che Cosa nostra pretende dagli imprenditori come me. Ha saputo del mio nuovo lavoro a Milano e voleva il tre per cento dei tre milioni e 300 mila euro, il valore dell’intero appalto.
Lo ha denunciato subito?
No, ho aspettato alcuni mesi. Poi, ho parlato con i miei familiari e abbiamo deciso che dovevamo mettere la parola fine a questi ricatti. Ogni volta che io tornavo a casa, a Gela, lui o l’altro (Trupia, ndr) suonavano alla porta di casa. Sono venuti circa cinque o sei volte e in ogni occasione mi ripetevano che mi avrebbero aiutato nel mio lavoro, mi avrebbero agevolato con le ditte per i subappalti e mi avrebbero ‘protetto’ i mezzi . Sono vent’anni che faccio questo lavoro e per vent’anni sono stato costretto a pagare percentuali a questo o quel clan se volevo lavorare tranquillo.
Quando si è rivolto alla polizia?
A marzo 2008. Adesso è più di un anno che collaboro con le Forze dell’ordine. Mi sono presentato in Questura a Caltanissetta e al dirigente della Squadra mobile ho raccontato tutto: nomi, fatti, luoghi.
È stato minacciato con una pistola?
No, mai. Loro non vengono mai con le pistole. Tutti gli imprenditori siciliani lo sanno che i boss, quelli veri, non vengono mai armati. Se tu non paghi con i soldi, paghi con la casa, con le proprietà , con gli affetti o con la vita.
Quando sono venuti l’ultima volta a chiederle i soldi?
A Pasqua. Questa volta è venuto Trupia. “Vedi di metterti a posto per le festività pasquali” mi ha detto, visto che per Natale non ero venuto a Gela e lui non aveva avuto modo di chiedermi la tangente. Ero rimasto volutamente a Milano.
Quanti soldi le ha chiesto?
Mi ha chiesto quindici mila euro. Io ho preso tempo. Riesco a far trascorrere alcuni giorni. Intanto parlo con la polizia e il magistrato. Poi lui ritorna all’attacco: alle 4 di un venerdì pomeriggio, ci incontriamo con La Rosa e mi dice di portare i soldi, in contanti, in un bar del centro di Gela per le ore 20.
E lei?
Ho detto che non potevo trovare tutti quei soldi a quell’ora del pomeriggio: le banche sono chiuse. La Rosa, di risposta, mi ha anticipato l’orario alle 19. E poi è scattata l’operazione della polizia. Ho registrato tutti gli incontri che ho avuto con La Rosa e Trupia, e poi li ho consegnati agli investigatori.
Lei ha appalti milionari anche a Torino e Gorizia. Adesso non ha paura?
Tranquillo non sono ma ho piena fiducia negli investigatori e nello Stato. Mi seguono in ogni mio spostamento e mi proteggono. Certo, non escludo, che qualcun altro suoni alla mia porta a chiedermi nuovamente il pizzo.
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Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.
Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.
Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.
“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività ) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.
Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.
“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.
Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città ”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità .
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.
Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.
I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.
“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.
Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.
