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Affari ‘ndrangheta-politica. Manette in Calabria per il “Re dei videopoker”

Video-poker

In manette il “Re dei videopoker”. Arrestato dalla guardia di finanza l’imprenditore Gioacchino Campolo, di 70 anni, soprannominato il “Re dei videopoker”, con l’accusa di trasferimento fraudolento di valori. A Campolo sono anche stati sequestrati beni immobili per un valore di oltre 35 milioni di euro. Si tratta di oltre 40 tra appartamenti e terreni ubicati a Reggio Calabria. Altri due appartamenti di lusso, sempre di proprietà di Campolo o a lui riconducibili, sono stati sequestrati a Roma e a Parigi. Insieme a Campolo sono stati arrestati la moglie e il figlio dell’imprenditore, Renata Gatto, di 60 anni, e Demetrio Campolo, di 27 anni. Il “Re del videopoker” è stato portato in carcere, mentre la moglie ed il figlio sono stati posti agli arresti domiciliari. L’operazione che ha condotto ai tre arresti è stata coordinata dal procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.
Avrebbe avuto rapporti anche con ambienti politici e istituzionali di Reggio Calabria, oltre che con settori della criminalità, Gioacchino Campolo. Nei suoi confronti, nel luglio scorso, erano stati sequestrati beni per un valore di 25 milioni di euro. Dalle indagini era emerso, tra l’altro, che uno degli immobili sequestrati, l’ex Teatro Margherita, era stato utilizzato come segreteria politica nel corso delle campagna per le elezioni amministrative dall’attuale sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti. In un altro immobile di Campolo, inoltre, è ospitata la sede del tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria.

L’ipotesi che viene fatta dagli investigatori, inoltre, è che Campolo abbia utilizzato la sua attività imprenditoriale, con decine di milioni di euro movimentati ogni anno, per mettere in atto operazioni di riciclaggio in favore di alcune cosche della ’ndrangheta.
“L’imprenditore ha accumulato un grosso patrimonio, in gran parte con la gestione monopolistica dei videogiochi, che è tra l’altro uno dei canali privilegiati dalla criminalità organizzata per l’accumulo di capitali illeciti” spiega il procuratore Giuseppe Pignatone. “Campolo ha reinvestito i proventi dell’attività dei videogiochi e altre somme di denaro in immobili di grande valore acquistati a Reggio Calabria, Roma e Parigi. Si tratta di un momento importante” aggiunge il capo della Dda di Reggio “nell’aggressione dei patrimoni illeciti costituiti da imprenditori, che come Campolo dichiaravano al fisco molto meno delle somme che ha investito”. Sui contatti con le cosche della ’ndranqheta Pignatone afferma: “Ci sono dichiarazioni di collaboratori di giustizia che affermano una contiguità di Campolo alla cosca De Stefano, ma su questo vi sono altre indagini in corso”.

Il j’accuse di Francesco Barbato: Ora nell’Idv bisogna fare pulizia

“Non ho nulla di cui pentirmi, vado avanti anche a costo di esser bruciato vivo come Giordano Bruno. L’Italia dei valori in Campania non deve trasformarsi nell’Idv della camorra, le minacce dei miei compagni di partito non mi fermeranno”. Se non frantumasse la “diversità etica” ostentata dall’Idv, l’uscita di Francesco Barbato, fino a oggi proconsole di Antonio Di Pietro in Campania, assomiglierebbe a una sceneggiata, un altro colpo nella gara fratricida in corso a Napoli. Invece questo deputato, figlio delle liste civiche, muove nuove accuse contro l’intera gerarchia, i collaboratori più fidati del leader, in una guerriglia senza quartiere. La slavina delle raccomandazioni di Cristiano Di Pietro si trasforma in valanga. La questione morale sfianca il partito.

Barbato, la settimana scorsa aveva anticipato a Panorama l’autosospensione da tutte le cariche del partito in regione per protesta. Americo Porfidia, deputato dell’Idv indagato per camorra, e Cristiano Di Pietro hanno fatto un passo indietro. È soddisfatto?
Macché, premesso che Cristiano è stato fin troppo onesto e che Porfidia invece avrebbe dovuto lasciare la carica, come fece proprio Di Pietro da ministro, la situazione dell’Italia dei valori in Campania è sempre più insostenibile. Dopo le infiltrazioni della camorra arrivano le minacce. L’assistente del segretario regionale, Nello Formisano, quello delle telefonate con Mauro Mautone (qui l’intervista all’ex provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise) per intenderci, ha appena minacciato una nostra collega di partito di starsene zitta e di cambiare versione su fatti gravi.
Che cosa è accaduto?
Avevo ricevuto un’email da Emma Tedesco, consigliere di Giffoni Vallepiana, che segnalava all’Idv come non riuscisse a contattare più Porfidia dalle elezioni, in barba alla disponibilità che Di Pietro consiglia ai nostri parlamentari di assicurare ai cittadini 24 ore al giorno. Ebbene, la cosa si è venuta a sapere, adesso la segretaria di Formisano ha intimato chiaramente a questa amica di cambiare versione, di non far arrivare questi fatti alla direzione del partito. Sono questi i metodi dell’Italia dei valori, minacce e intimidazioni?
Assomigliano a beghe di cortile, magari è per la tensione…
Non credo, visto che le frasi sono state alquanto arroganti e intimidatorie. E non è la prima volta: la minaccia sembra ormai consuetudine. Nicola Giordano, il segretario dell’Idv di Crispano, un giovane ingegnere, ha informato via email Di Pietro che alle ultime politiche il nostro consigliere regionale Nicola Marrazzo aveva contattato lui e altri dirigenti invitandoli a non votare Idv perché non era stato candidato. Di Pietro ha chiesto ragione al partito in Campania sull’accaduto e subito dopo Marrazzo ha convocato questo ingegnere in regione per minacciarlo: “Non devi far arrivare al Nord, a Di Pietro, le cose che succedono giù da noi”. Queste minacce stroncano le aspirazioni politiche di giovani dirigenti e il profilo di trasparenza dell’Idv. Testimoniano pure che l’azione della magistratura e le mie denunce sulle collusioni tra affari, politica e camorra sono vere.
In realtà Formisano accusa lei di essere andato sottobraccio con Giuseppe Gambale, ex assessore finito in carcere nell’inchiesta Magnanapoli.
Vorrei ricordare che proprio Formisano, quando nel 2001 tradì Di Pietro candidandosi contro l’Idv, ebbe con Gambale lo stesso percorso politico nella Margherita. Oggi i nomi di Formisano e Gambale compaiono nelle intercettazioni di Magnanapoli con il segretario regionale che parla di amici e appalti. Non è vero che qui bisogna sporcarsi per forza le mani e fare “una certa politica”. Io ne sono l’esempio vivente come sindaco e come consigliere comunale dalle mani pulite. Ci sono tanti modi per sostenere la camorra.
A cosa si riferisce?
La Margherita presentò nella passata legislatura un’interrogazione parlamentare contro lo scioglimento del Comune di Pozzuoli per infiltrazioni camorristiche, sostenendo che la commissione d’indagine perseguitava quell’amministrazione. Ebbene, uno dei quattro motivi indicati nell’istruttoria per azzerarla era proprio la scarsa trasparenza nell’appalto alle aziende di Alfredo Romeo per gestire il patrimonio della città. Di Pietro queste cose dovrebbe valutarle. Anzi, proprio a lui mi appello come deputato antimafia affinché faccia pulizia, anche perché Formisano mica rappresenta la base dell’Idv.
Ma se è il vostro segretario regionale…
Offro solo due dati: in Campania abbiamo preso 160 mila voti, però al brindisi di fine anno organizzato proprio da Formisano all’hotel Terminus erano in 47, autisti e portaborse compresi. Formisano rappresenta un modo superato di far politica. Questo ex assessore regionale di Antonio Bassolino è una palla al piede per l’Idv. Rappresenta una classe politica che da 15 anni governa la Campania e che ha fallito. Ma anche nell’Idv abbiamo dei problemi.
A chi pensa?
Prenda Nicola Marrazzo: è immorale che vada a fare il nostro capogruppo in regione dopo aver remato contro l’Idv.
Perché il fratello Angelo è stato “coinvolto in procedimenti penali a carico del clan dei Casalesi”, come ha detto alla Camera l’ex prefetto Carlo Ferrigno?
Non faccio il carabiniere. Bastano le minacce, basta far parte dello stesso blocco di potere.
E chi altri ne fa parte?
Quando alla Camera attaccai Mario Landolfi di An per le inchieste che lo coinvolgono, Porfidia andò a esprimergli solidarietà contro la mia posizione. E già questo dovrebbe essere inconcepibile nell’Idv. Poi si è scoperto che anche Porfidia è indagato per camorra e questo significa solo una cosa: non può più essere mio collega di partito. Formisano afferma che Porfidia è uomo della nostra terra: certo non della mia. La mia è l’altra Campania: gente per bene, la maggioranza. Per questo su di me da giorni si è scatenato un fuoco concentrico con trasversalità tra Porfidia, Formisano e Landolfi. Forse do fastidio perché combatto il sistema affari-politica-camorra?
Infatti Landofi l’accusa di aver frequentazioni con Gaetano Manna, già segnalato dai carabinieri.
Manna è un testimone contro la camorra, per questo ho sollecitato per lui una scorta. In realtà Landolfi non attacca me, manda un messaggio a Manna, cerca di delegittimarlo, di impaurirlo.
E perché mai?
Il 9 gennaio Manna, che tra l’altro è stato scelto dai giudici per amministrare terreni confiscati ai Nuvoletta a Pignataro Maggiore, deve testimoniare proprio in un processo contro questo clan. L’ho sentito disorientato. Non comprende questo attacco. Ora non so se questo prezioso teste andrà in aula.
Barbato, si mette contro tutti?
Se l’Italia dei valori strappa la bandiera della legalità, io, costi quel che costi, rimarrò sempre a fianco dei cittadini per l’altra Campania.

Aosta: la città dove si vive meglio. Caltanissetta all’ultimo posto

il palzzo del comune

Per il 2008, vince Aosta: è la città dove si vive meglio in Italia.
Almeno stando alla classifica annuale sulla Qualità della vita realizzata dal Sole 24 Ore, che premia le piccole realtà cittadine come Trento, Belluno, Bolzano, declassa le metropoli (sia Roma sia Milano perdono quota) e boccia molte località del Meridione. Fanalino di coda risulta quest’anno Caltanissetta.
Ma a vincere in questa classifica sono soprattutto Nord e Centro Italia, che battono alla grande le città del Sud. Soltanto Oristano compare nella parte alta, al 19esimo posto. Per il resto a prevalere sono le località del Nord che occupano i primi posti in graduatoria. Dopo le tre “medaglie” Aosta, Belluno, Bolzano, tutte quante località montane, al quarto posto compare Trento, seguita da Sondrio, Trieste, Siena, Gorizia, Piacenza e Parma, che chiude la top ten.
L’indagine del Sole sulle province italiane prende in considerazione sei macro-aree (tenore di vita; affari e lavoro; servizi, ambiente e salute; ordine pubblico; popolazione; tempo libero). Per ogni macro-area sono individuati sei indicatori specifici (per un totale, quindi, di 36 indicatori), quali, ad esempio, il Pil pro capite, la disoccupazione; le infrastrutture; i reati denunciati; gli acquisti di libri; il numero di associazioni di volontariato rispetto alla popolazione.

Un paese spaccato in due
La prima città del Sud è intorno a metà classifica, dove troviamo, alla posizione numero 55, L’Aquila, a pari merito con Isernia e Como. Mentre la città “nordica” peggio piazzata è Alessandria, che si classifica 69esima.
Se passiamo invece alle gare “di settore”, il Sud ottiene solo due vittorie: Oristano è la provincia meno colpita dai reati, L’Aquila è la migliore sul fronte demografico. Milano è prima per tenore di vita, Cuneo per affari e lavoro, Trieste per servizi-ambiente-salute, Aosta per il tempo libero.
Quanto all’ultima classificata, Caltanissetta, perde sette posizioni rispetto a un anno fa. Aosta vince la sfida grazie agli ottimi risultati nel tempo libero, nel tenore di vita e nella popolazione. Mentre Caltanissetta è alle ultime posizioni soprattutto nel tempo libero, nella popolazione, negli affari e lavoro. Per non parlare dell’abisso che separa prima e ultima classificata per il Pil medio pro capite: 34mila euro ad Aosta, 16mila nella provincia siciliana. La disoccupazione è al 3,2% nella città del Nord e del 16% in quella meridionale, le rapine meno di 17 ogni 100mila abitanti nella provincia di montagna, oltre 48 nell’altra, le organizzazione di volontariato 1,24 ogni mille abitanti contro 0,34.

Le città che hanno più delle altre migliorato la loro qualità della vita risultano Oristano (+53 posizioni), Asti (+38), mentre le flessioni più marcate sono di Prato (50) e di Bergamo (40).
Milano scivola dal sesto al ventesimo posto, Roma dall’ottavo al 28esimo, mentre Napoli perde undici posizioni scivolando a quota 79, Torino 13 piazzandosi quest’anno al 66esimo posto della classifica.
Lo scorso anno, nella top ten figuravano Trento, Bolzano, Aosta, Belluno e Sondrio. Ad occupare le ultime dieci posizioni, tutte le città del sud: in ordine Bari (ex aequo con Caserta e Palermo), Vibo Valentia, Caltanissetta, Reggio Calabria, Taranto, Catanzaro, Catania, Foggia, Benevento ed, ultima, Agrigento.

Affari e politica: in Italia è una lobby continua

Roma, Piazza del Campidoglio

Resa dei conti rimandata, molte parole, pochi fatti e nessuna soluzione concreta alla cosiddetta questione morale. Al centro del ciclone giudiziario (e politico), la direzione del Partito democratico avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per fare luce sulla “zona grigia” (lobby e appalti) sulla quale la magistratura conduce le sue indagini e il Parlamento da vent’anni non interviene con una legge. Ma niente è uscito dalle labbra di Walter Veltroni. Forse perché l’ombra di Alfredo Romeo incombe sui suoi sette anni al Campidoglio?

Oh Romeo, Romeo, ma perché sei Romeo?
C’è poco di scespiriano nelle intercettazioni tra i politici e l’imprenditore che gestiva gli appalti per la manutenzione stradale a Napoli e a Roma. Dal telefono galeotto emerge uno scenario tutto prosa e niente poesia, ma dai contorni poco chiari. Un imprenditore chiama i politici (Renzo Lusetti e Italo Bocchino) e avanza richieste sugli appalti a Roma e Napoli. Per ora siamo fermi a questo, non c’è traccia di denaro. Domanda: è reato? Se il lobbismo in Italia è senza regole e confini, è chiaro che tutto è affidato a una elastica interpretazione del Codice penale.
Claudio Velardi è forse il miglior testimone di questa situazione: è proprietario della Reti, società di relazioni pubbliche che fa anche lobbying, tra i suoi clienti c’è l’imprenditore Romeo ed è assessore al Turismo al Comune di Napoli. Un uomo, tre ruoli. “Da quando sono assessore non c’è alcun intervento della Reti su Napoli” dice Velardi a Panorama. “Nella vicenda napoletana vedo proprio chiara l’assenza di un’azione di lobbying regolata, trasparente”. Secondo Velardi il lobbying è una garanzia: “Quando si svolgono queste attività, come le svolge la Reti, le cose vanno diversamente. Si cerca di proporre e immaginare le soluzioni più adeguate alle amministrazioni pubbliche che, ovviamente, sono libere di scegliere.
Quando tutto avviene in maniera trasparente e professionale, non c’è possibilità di entrare in questa zona grigia. Da tempo c’è un’azione in corso per legiferare e la stessa Reti ha presentato diverse proposte”.
Mentre al Parlamento europeo l’attività delle lobby è regolata e le aziende italiane sono presenti, in Italia tutto è affidato al caso e alla praticaccia quotidiana. Trasparenti a Bruxelles, opachi a Roma. Per Velardi è un buco legislativo: “Il Parlamento finora non è intervenuto perché (diciamocela tutta) c’è chi pensa sia più conveniente lasciare il vuoto: l’esistenza della zona grigia consente di fare azioni eticamente, e in qualche caso penalmente, molto discutibili”.
I lobbisti in Italia sono riuniti in un’associazione che si chiama Il Chiostro: per uno dei fondatori, Alberto Cattaneo, della Cattaneo Zanetto & C, una delle più importanti aziende del settore, il nero napoletano è la prova che occorre un intervento. “Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica” spiega Cattaneo. Modelli replicabili? “Sia la legislazione americana sia quella usata a Bruxelles sono replicabili in Italia. Servono registri pubblici e pubblicità degli incontri tra lobbisti e politici, per il politico deve essere impossibile fare lobbying mentre è in carica e nei due, tre anni successivi alla cessazione del suo mandato”.

Camere con lobby
Dovrebbero essere i partiti (e il Pd in testa in questo drammatico momento) e le istituzioni a cogliere la palla al balzo. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, pensa sia ora di rompere gli indugi: “Bisogna regolamentare l’attività di lobby, in accordo con le società di categoria, Confindustria, Confcommercio e altri che, di fatto, svolgono un’azione di difesa dei propri interessi. Rendiamo trasparente tutto questo, altrimenti anche una lecita conversazione diventa un argomento da intercettazione”.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, fa un’analisi politica e la proietta sugli enti locali: “In Parlamento l’attività di lobby è palese perché c’è una collettività politica che controlla. Ogni frase che viene approvata su un disegno di legge o un decreto è vista da tanti occhi. L’operazione deve essere per forza trasparente. Le cose sono più complicate per gli enti locali. Il potere è concentrato in un triangolo di ferro: sindaci, assessori nominati dai sindaci, burocrazia. Poi ci sono le imprese che vanno a caccia. Tutto questo però avviene nella totale debolezza dei partiti”.
La lettura che dà Cicchitto vede nell’Italia dei Valori il beneficiario finale “proprio perché si è sbriciolato il meccanismo difensivo e offensivo della cordata che copriva a sinistra”. Ora che il partito è veltronianamente “liquido” ecco all’orizzonte Tonino da Montenero di Bisaccia. Per Cicchitto “bisogna sottrarre alla politica questa sfera, perché si è visto che non è bastata Tangentopoli e la magistratura altrimenti colpisce sistemi di potere di per sé ambigui, anche quando il reato non c’è”.

Lavori in corso
Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, è concreto come deve essere un costruttore: “La vicenda di Napoli è istruttiva: l’appalto di manutenzione stradale a Romeo non funzionava fin dall’inizio, perché si è tolto il lavoro alle imprese che fanno manutenzione per trasferirlo a una società di servizi che in seconda battuta mette in campo le imprese. Un doppio esproprio: all’amministrazione locale sul controllo e alle imprese di costruzione che intervenivano dopo. Basta vedere anche la situazione romana per rendersene conto”.
Buzzetti non pensa che levare alla politica la decisione sugli appalti sia per forza la soluzione del problema: “Negli appalti ordinari c’è un metodo di gara che comunque l’Ance considera sufficiente, la riforma è partita dopo Tangentopoli e poi si è perfezionata. Gli assessori in questo caso hanno una funzione automatica. Non si inventano un percorso. Non esproprierei gli assessori di questo ruolo, faccio fatica a vedere una rivoluzione. Alcune funzioni non possono essere che svolte dalle istituzioni”.
Il controcanto è di Velardi, stavolta nei panni dell’assessore: “Non sono convinto che il sistema delle gare e degli appalti sia il più efficace. L’attuale sistema favorisce i ribassi e non aiuta la qualità”. Levare la competenza agli assessori? “Quando un politico è in grado di prendere tranquillamente le decisioni, non vedo ostacoli. Molto spesso questa bardatura di norme serve a coprire chi ha la coscienza sporca”.

Serve una cura, altrimenti sarà… lobby continua.

Cinema: a Roma è un’industria che funziona

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Era dato come il “primo cadavere” dell’amministrazione Alemanno, e già si recitavano pianti greci per la sua precoce dipartita. A dare retta a certe cronache, la Festa del Cinema di Roma - ribattezzata Festival dal suo nuovo presidente, Gian Luigi Rondi - avrebbe dovuto durare qualche anno o poco più, e d’ora in avanti le sue performance sarebbero state tutte in discesa.

Vero: i dati presentati ieri dal CNA di Roma segnano un’inversione netta di tendenza. Ma la sorpresa è che lo fanno in positivo e, considerati gli allarmi di recessione economica internazionale, soprendono un settore che a Roma si sta attrezzando per diventare una vera industria.
Con audiovisivo e spettacoli la Capitale mantiene infatti una leadership saldissima a livello nazionale (30 mila gli addetti, tre volte quelli di Milano). Il volume d’affari sfiora quota 550 milioni di euro e - Rai a parte - a farla da padrone sono proprio le imprese che hanno a che fare con le pellicole del grande schermo, con un reddito complessivo di 314 milioni di euro.

Ma il Festival del Cinema è anche l’occasione per solcare la “Business Street”, e cioè il mercato nascosto sotto il red carpet dove sfilano divi e star del cinema. È lì che si fanno i veri affari ed è lì che arriva l’altra buona notizia per l’economia romana. Quest’anno gli accreditati sono infatti ulteriormente aumentati: da 600 a 650. Tra loro, anche 60 società di venditori disposte a fare man bassa di contratti e pellicole di ogni sorta. E persino il pubblico sembra gradire: i biglietti finora acquistati registrano anche qui una nota positiva, + 27%.

Per un Festival dato per spacciato, non c’è male. Adesso resta solo da aspettare l’inizio, programmato per domani alle 20 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. È li che Al Pacino ritirerà il Marc’Aurelio d’oro alla carriera, attribuito quest’anno all’Actor Studio, di cui l’oriundo italiano è uno dei presidenti.
LEGGI ANCHE: Il Festival del cinema di Roma riapre con Al Pacino e Monica Bellucci

San Marino, la Vaduz d’Italia

Repubblica di San Marino

di Marco Cobianchi e Nadia Francalacci

Andare a San Marino conviene. Ci sono molti motivi per varcare il confine di Stato: shopping, paesaggio, gastronomia, filatelia e numismatica, musei e luoghi d’arte. Peccato che a questo elenco, che compare sul portale ufficiale Sanmarinosite.com, manchi la voce affari. Questo sì che è un buon motivo per varcare il confine. Oltre alle bellezze del Monte Titano e a tutte le attività culturali a esso legate, si può godere delle agevolazioni per aprire nuove aziende e depositi bancari.

Proprio seguendo l’odore dei soldi depositati sui conti delle 15 banche del Titano il magistrato forlivese Fabio Di Vizio ha aperto un’inchiesta (che ipotizza reati come riciclaggio, evasione fiscale, ostacolo agli organi di vigilanza, associazione a delinquere) dai risultati clamorosi, che ha messo in grave difficoltà il governo sammarinese (di centrosinistra), possibile anticamera delle elezioni anticipate.

Ma il business determinante della piccolissima repubblica è il commercio internazionale. I numeri sono sbalorditivi. Intanto, negli ultimi 3 anni l’import da paesi terzi è più che raddoppiato: da 7.605 operazioni doganali nel 2005 a 15.800 nel 2007. La maggior parte delle merci arriva dalla Cina (24,5 milioni di oggetti per un valore di 119 milioni di euro), seguita da Stati Uniti, Taiwan e Italia (che ha esportato sul Titano beni per 3,1 milioni). Stupisce il fatto che San Marino importa soprattutto abiti: giacche e pantaloni per uomo e tailleur per donna. Solo nel 2007 ne sono stati importati per un valore che supera i 18 milioni di euro. Niente comunque rispetto all’anno precedente, quando sono state acquistate camicie da uomo per un valore di 36 milioni.

Al secondo posto ci sono i giocattoli; ne sono stati importati talmente tanti che ne toccherebbero circa 197 tonnellate per ciascun sammarinese. Seguono l’alluminio grezzo, i tessuti in cotone e le borse in pelle o cuoio. Beni che poi finiscono soprattutto nei paesi dell’Est: Romania, Russia, Ucraina anzitutto.

Come mai San Marino ha bisogno di importare, nel 2007, 18,5 milioni di euro di abiti? Considerando che ne ha esportati per 4 milioni, significa che i 30 mila sammarinesi dovrebbero avere i guardaroba più forniti del mondo. “Di fronte a uno scarto così elevato tra oggetti importati ed esportati è legittimo il sospetto che tale risultato possa essere determinato da operazioni di vendita al dettaglio effettuata in nero da commercianti italiani che acquistano la merce dalle aziende sammarinesi” avverte Giuseppe Marini, docente di diritto tributario all’Università di Bergamo. “Si tratterebbe di un fenomeno evasivo che coinvolgerebbe in negativo il mercato e l’economia italiana penalizzando seriamente gli operatori onesti”.

A spiegare questo viavai di merci è la disciplina fiscale, molto meno rigida di quella italiana. “L’imposta indiretta sugli scambi adottata da San Marino è una monofase, ovvero si applica una sola volta sul valore dei beni importati” spiega Marini. “In questo modo il commerciante viene tassato solamente al momento dell’importazione con un’aliquota pari al 17 per cento”.

Nonostante i milioni di tonnellate di vestiti, alluminio e giocattoli, è sorprendente che i settori trainanti dell’economia della repubblica non siano i commerci, bensì l’industria e le banche. Secondo la Relazione economica al bilancio di previsione dello Stato 2007, nel 2006 l’industria ha contribuito al prodotto interno lordo per il 41,1 per cento (489,23 milioni di euro), mentre banche e assicurazioni hanno contribuito per il 17,4 per cento (207,3 milioni). Sul gradino più basso del podio c’è il settore pubblico, che produce ricchezza per 159 milioni di euro.

Il sistema fiscale sammarinese spiega anche il fiorire di nuove aziende e perciò di posti di lavoro. I disoccupati sono appena il 2 per cento della popolazione, un dato ancora più straordinario se si pensa che ogni giorno 6 mila italiani “scalano” il Titano per lavorare.

Le imprese sono piccole o piccolissime: alla fine del 2006 3.292 aziende su 5.600 avevano un numero di dipendenti uguale a zero (vi lavora solo il titolare). Tra queste la maggior parte sono immobiliari, aziende di informatica, imprese commerciali, di costruzioni e impianti (454 imprese di cui 204 senza dipendenti). Anche molte imprese manifatturiere risultano senza personale, eppure una parte di questo settore, quello dell’edilizia e delle costruzioni, sarà sovvenzionata con 40 milioni di euro quest’anno e 29 il prossimo. Lo stato, infatti, si accollerà parte degli interessi concordati con gli istituti di credito. Un paradiso.

Ma se le importazioni aumentano, cresce anche l’evasione fiscale nei confronti dello Stato italiano accertate dalla Guardia di finanza sulle aziende sammarinesi. Nel 2003 le verifiche dei finanzieri su 398 aziende accertarono un’evasione totale ai fini Irpef di 12,647 milioni di euro e dell’Iva pari a quasi 20 milioni di euro.

Non migliorò la situazione nel 2004, quando a una diminuzione dei controlli (377) corrispose un aumento dell’evasione del 130 per cento. Percentuale destinata ancora a salire nel biennio 2005-06, quando la Finanza intensificò la lotta all’evasione e con poco più di 1.000 verifiche accertò oltre 1miliardo di euro di tasse evase. Lo scorso anno le aziende sammarinesi controllate sono state 557 e l’Irpef evasa accertata pari a oltre 338 milioni; 156 milioni l’evasione dell’Iva.

A dare il colpo di grazia al governo sammarinese è stata l’inchiesta forlivese del pm Di Vizio. Il magistrato sembrava avesse toccato i nervi scoperti mettendo sotto inchiesta 47 tra italiani e sammarinesi con accuse dal riciclaggio alla costituzione di fondi neri, all’evasione fiscale. L’inchiesta, battezzata Re Nero, e alla quale lavora la squadra mobile di Forlì, è partita proprio seguendo persone normali che incappavano nella rete dei controlli della Finanza mentre trasportavano contanti nelle banche di San Marino. A volte nascondendo le banconote nelle mutande.

Un terremoto? Sì, ma ancora niente rispetto a un altro filone dell’inchiesta Re Nero che è partito da una verifica dei rapporti tra la sammarinese Asset Banca e la controllata italiana Banca di credito e risparmio di Romagna, nata nel 2006. Di Vizio scopre che uno dei conti correnti della sede forlivese della Banca di credito e risparmio è intestato a una finanziaria, la Smam, controllata sempre dalla Asset, sul quale giaceva 1 milione di euro versati con assegni di 1.000 euro ciascuno. Quel conto era però stato catalogato dai bancari italiani come appartenente a un soggetto italiano. L’Asset poteva fare qualsiasi operazione su quel conto senza che il sistema informatico segnalasse agli organi di vigilanza, cioè la Banca d’Italia, che dei soldi passavano dall’Italia a un soggetto di paese extracomunitario.

Parte il controllo su larga scala. Ben 52 banche della provincia di Forlì vengono invitate a fornire i dettagli dei conti correnti aperti in nome e per conto di soggetti sammarinesi. Si scopre che nell’80 per cento dei casi i conti erano stati iscritti come appartenenti a soggetti italiani. Suona l’allarme e si va ancora più a fondo. Ad attirare l’attenzione degli inquirenti è soprattutto un conto, quello che la Cassa di risparmio di San Marino ha aperto presso il Monte dei Paschi di Siena di Forlì.

Di Vizio accerta che in 4 anni la Cassa di risparmio di San Marino ha versato 800 milioni di euro in banconote di piccolo taglio, mentre ha prelevato 1,2 miliardi in banconote da 500 euro. Una fetta di questi soldi proveniva addirittura dalla sede forlivese della Banca d’Italia che, allarmata, ha inviato nel capoluogo romagnolo Giovanni Castaldi e Renato Righetti, i massimi responsabili nell’istituto centrale per la lotta al riciclaggio.

Il sopralluogo deve essere stato molto interessante visto che il pm Di Vizio, all’inizio di giugno, è volato a Roma in via Nazionale per riferire sullo stato delle indagini. Quello del riciclaggio è più di un sospetto. E il fango schizzato sulle grisaglie dei compassati banchieri sammarinesi potrebbe far dimettere il governo.

Importazioni ed export di San Marino nel 2007

Scalate & politica: indignazione bipartisan, danni solo a sinistra

Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, a Roma
Prima Unipol, Consorte ed i “furbetti del Botteghino”. Poi Antonveneta e Rcs, con l’arrivo alla ribalta (straripante, com’è nel suo stile) di Stefano Ricucci. Imbarazzi che dai ds si propagano al centrodestra, visto che vengono tirati in ballo personaggi come Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Pier Ferdinando Casini. Segue indignazione bipartisan: un po’ il mutuo soccorso evocato alcuni giorni fa.
C’è da dire che alle intercettazioni si sono aggiunti i verbali degli interrogatori (di Ricucci), e ai verbali le interviste, le precisazioni, le marce indietro, sempre dello stesso immobiliarista romano. Insomma, sinceramente il quadro non è chiaro, i politici - sinistra e destra - sospettano che dietro l’ondata di rivelazioni ci sia una strategia mediatica, ovviamente ordita da quelli che dovevano essere i bersagli delle scalate di due estati fa: poteri forti industriali ed editoriali.
Ma queste sono interpretazioni, anche legittime, che solo la conclusione delle indagini potrà confermare o smentire. Nel frattempo nel campo politico si fanno i conti di chi esce ammaccato, chi indenne, chi addirittura rafforzato. Perché in realtà, dietro la compatta levata scudi dei partiti, c’è anche un bel po’ di cinismo.
Cominciamo dall’Unione. L’epicentro restano i Ds, dove i sospetti di Massimo D’Alema e dei suoi sono sempre più puntati su Walter Veltroni. Il sindaco di Roma non nasconde più di voler scendere in campo, intanto per la leadership del Partito democratico, dopo per l’investitura a candidato premier. Ma se si tenessero le primarie a tempi brevi, Veltroni non potrebbe parteciparvi perché dovrebbe lasciare il suo super-panoramico ufficio al Campidoglio. In questo caso il favorito resterebbe, nonostante tutto, Romano Prodi. Terzo nome, Francesco Rutelli. Non ha chances di guidare il Pd (gli mancano i voti e il potere), potrebbe però costituire un tandem con Veltroni. E dunque: Veltroni e Rutelli su, D’Alema e Fassino giù, Prodi stazionario.
Ma in subbuglio c’è tutta la sinistra massimalista. Da lì vengono parole gravi contro la commistione tra politica e finanza che emerge dal gossip giudiziario di questi giorni. Siccome questo gossip non risparmia Prodi ed il suo stretto collaboratore Angelo Rovati (finito nell’occhio del ciclone per lo scontro con Tronchetti Provera sul dossier Telecom), Rifondazione e dintorni ne approfittano per prendere le distanze pure dal premier. Può essere un motivo in più per sganciarsi dal governo, una tentazione sempre più forte nella sinistra radicale.
Ed il centrodestra? Silvio Berlusconi e Gianni Letta vengono tirati in ballo da Ricucci, che prima dice poi smentisce. Il coinvolgimento per la verità è minimo: solo qualche generico incoraggiamento ad andare avanti nella scalata alla Rcs. Il Cavaliere e il suo fedele braccio destro negano tutto, Ricucci fa marcia indietro, su loro come su Casini. Evidentemente i sospetti restano. Se i ds danno la sensazione di aver fiancheggiato attivamente l’assalto di Unipol alla Bnl, il centrodestra pare solo interessato ad avere al Corriere della Sera azionisti più malleabili, mentre le due scalate appaiono collegate. Così come interesse verrebbe manifestato da Prodi e Rovati.
Gli effetti collaterali sono minori. Per quanto riguarda Prodi, c’è il dato inoppugnabile che un anno fa, a scalata sventata, il Corriere si schierò con Prodi, una decisione che fece molto discutere ma solo sul piano politico-editoriale. Quanto al Cavaliere e ai suoi, l’elettorato di centrodestra non si è mai mostrato particolarmente sensibile alle eventuali commistioni tra politica e affari. Se Berlusconi ad un certo punto ha dato a Ricucci una pacca sulle spalle, rispetto al conflitto d’interessi si tratta pur sempre di un bruscolino.
Dunque, per ora e salvo sorprese future, i problemi restano quasi tutti nel campo della sinistra. Anche se per D’Alema, Berlusconi continua ad avere un occhio di riguardo.

Ecco il VIDEO servizio:

Nei porti italiani si entra col giallo

Il porto di Gioia Tauro
Ou Xin Qian arriverà a Roma il 5 giugno. In rappresentanza della commissione nazionale Riforme e sviluppo cinese, incontrerà il premier Romano Prodi non per discutere della rivolta nella Chinatown milanese, ma di affari. Pechino ha grandi liquidità da impiegare (si parla, per il mercato europeo, di 900 miliardi di dollari in riserve valutarie). E tutti i paesi corrono per accaparrarsi questi capitali.
Il piano del governo affidato al ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, vuole fare della Penisola la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa e attirare investimenti di Pechino. “Vogliamo trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per la distribuzione” spiega Santagata. “Valutiamo se e a quali condizioni il Paese può diventare l’attracco per il mercato Europa-Cina e viceversa”.
Il traffico commerciale fra le due aree cresce del 13 per cento annuo, ma occorre battere la concorrenza di greci, spagnoli e francesi. La rosa dei porti, per ora, comprende: Gioia Tauro, Taranto, Trieste, Genova, Ravenna e Napoli (dove la cinese Cosco controlla già il 70 per cento dello smercio). I cinesi decideranno se e dove mettere risorse. Quanto agli aeroporti, l’Enac ha condotto uno studio per individuare i più appetibili: Fiumicino, Malpensa e Brescia.
La seconda fase punta al sistema produttivo. “Non possiamo diventare solo un terreno di transito” prosegue Santagata. “Dobbiamo cogliere la possibilità di portare qui alcune fasi di lavorazione dei prodotti”. Fra le aziende interessate a partnership con i cinesi: Eni, Fiat, Candy, De’ Longhi, Zegna, Venchi, Poste italiane, Finmeccanica, Costa, Fata, Snaidero, Alitalia, AirCargo e Livingstone (gruppo Ventaglio).

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