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Il referendum secondo Romano: “Un’istituzione malata, regole da cambiare”

Un elettore al voto

Referendum, la GALLERY: chi piange e chi esulta

I dati del Viminale non lasciano dubbi: si tratta di un minimo storico nell’affluenza a un referendum abrogativo in Italia. Nel 1974 l’87% degli aventi diritto votò sul divorzio. Adesso alle urne è andato solo un italiano su cinque. Il perché lo abbiamo chiesto all’ambasciatore Sergio Romano, storico ed editorialista di Panorama e del Corriere della Sera.

Visti i risultati, si può parlare di fine del referendum?
Sì, credo si possa dire che è un’istituzione malata. Le cause sono molte: se ne è fatto un uso troppo esteso in passato, i temi sono complicati e si fatica a capire quale sarà l’effetto del voto. Si tratta di una sorta di microchirurgia applicata alle leggi che sconcerta gli elettori che non si trovano davanti a una scelta ben definita. Finché si trattava di scegliere sul divorzio o sull’aborto era più semplice decidere e mobilitare. Poi ci sono delle cause che rientrano nella natura stessa del referendum abrogativo.

Il quorum, ad esempio. Perché non è più stato raggiunto dal 1995?
Il quorum al 50% è motivato da una considerazione dei costituenti: per abrogare una legge approvata dal Parlamento ci vuole una chiara manifestazione di volontà degli elettori. Però la Costituzione è del 1948 e si riferisce a un contesto in cui alle urne andava il 90% degli italiani, adesso la situazione è cambiata. C’è una crescita dell’area degli “agnostici” o semplicemente dei disinteressati che si avvicina ad altri paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.

Secondo lei è corretto fare campagna per l’astensione?
No, non è giusto: chi fa campagna per l’astensione somma il numero dei disinteressati a quello di chi riesce a convincere, con il deliberato scopo di fare fallire la consultazione.

Può essere una soluzione la proposta di abbassare il quorum e aumentare il numero di firme necessario?
Bisognerebbe abbassare il quorum perché aumenta l’area di chi non va a votare. Ma dall’altro lato è giusto aumentare il numero di firme da raccogliere perché la popolazione dell’Italia è aumentata dal 1948. Un’altra ipotesi è quella del referendum abrogativo il cui risultato è condizionato dal raggiungimento di una maggioranza ponderata di favorevoli, maggiore del 50%, ma senza un quorum di votanti.
L'ambasciatore Sergio Romano

Perché nel ‘93 si registrò ancora un’affluenza molto alta (il 77%) pur su temi abbastanza complicati e poi è andata calando in modo così netto?
Nel ‘93 così come nel ‘95 c’era ancora una forte partecipazione alla politica. Dalla seconda metà dei ‘90 è aumentato lo scetticismo, non escludo che tra le cause ci sia anche il bipolarismo, perché riduce le opzioni. Ma io non escludo che se si votasse domani su un tema molto sentito non tornerebbe ad avere successo. Certo, 15 anni di fila senza ottenere risultati sono un problema, rischiamo di giocarci uno strumento importante di democrazia diretta.

Tra le cause dello scetticismo c’è anche il fatto che in alcuni casi le indicazioni date dagli elettori sono state disattese…
Sì, ma questo è dovuto anche alla natura del referendum, che non può proporre una legge ma solo abrogarla. Spesso i quesiti sono scritti per passare il vaglio della Corte Costituzionale, che non approverebbe un referendum che bloccasse il funzionamento di un’istituzione. Per questo si agisce con una sorta di “microchirurgia”: ad esempio i quesiti del 1987 sul nucleare non erano così netti: non si chiedeva ai cittadini “volete abolire il nucleare?” Ma si agiva su delle disposizioni normative che facilitavano l’energia atomica. E se adesso, come accade, il governo vuole tornare al nucleare non ci si può opporre ricordando quel voto.

Nel caso di oggi del referendum sulla legge elettorale secondo lei cosa non ha funzionato?
La formulazione era poco chiara e non si poteva formulare un’alternativa al sistema attuale. C’era molta insoddisfazione per il “porcellum”, ma ad esempio molti lettori che scrivono alla mia rubrica sul “Corriere” erano interessati a reintrodurre le preferenze e una volta che hanno capito che non era questo lo scopo della consultazione hanno detto “non è ciò che mi interessa”.

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Il vero risultato delle elezioni: l’Europa non piace agli italiani

Un gruppo di manifestanti bruciano la bandiera dell'Unione Europea
Il 65,1%: è questa la quota di italiani che lo scorso week-end si è presentata alle urne. Più del 7 percento in meno rispetto alle elezioni europee del 2004 (con un’affluenza del 72,8%), e oltre il 15% in meno rispetto a quelle politiche del 2008 (80,5%). E con picchi negativi come quelli della Sicilia (49,17%) ma soprattutto della Sardegna, che non raggiunge neanche il 41% dei votanti alle urne (quasi il 35% in meno rispetto al 2004).

Qual è insomma il vero risultato di questa tornata elettorale? Agli italiani l’Europa non interessa. Anche secondo molti blogger: vediamo perché.

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I cittadini non guardano all’Europa…

“Di Europa non c’è stato veramente nulla in queste elezioni. [...] Tutti hanno votato sulla base di tormentoni ben definiti: in Germania sul dilemma Opel, in Gran Bretagna sulle spese pazze dei ministri di Brown, in Spagna sulle sfide alla morale cattolica troppo rischiose di Zapatero (l’ultima quella della pillola per le sedicenni)”.

il Paroliere » L’Europa dei tormentoni vota per i “coraggiosi” cavalcatori di paura

…e neanche i politici lo fanno

“Non si è trattato di un’elezione europea ma di ventisette elezioni nazionali, una per paese. Innanzitutto la posta in gioco non era né chiara né europea. O meglio, la crisi economica [...] ha certo dominato la scena. Ma mai con una prospettiva europea. Sempre trattandola come se fosse un problema nazionale e non continentale, per non dire globale. Non solo. Il confronto tra leader europei non è avvenuto. Ma cosa c’entrano Sarkozy e Aubry, Zapatero e Rajoy, Berlusconi e Franceschini in una campagna elettorale europea?”

Cafebabel » Astensione record alle europee? Nessuno (o quasi) le ha europeizzate

I soldi chi li mette?

“Forse gli elettori si stanno rendendo conto che quello di Bruxelles è un baraccone buono solo per ospitare (e purtroppo STIPENDIARE) gli elementi trombati nelle elezioni politiche dei vari stati?”

Pollice opponibile » Mi è calata l’affluenza

Colpa dell’allargamento a nuovi stati

“Ma un’astensione così alta deve imporre una riflessione seria sui gravi deficit accumulati nel percorso di integrazione ed in particolare nella fase frettolosa e scarsamente meditata dell’allargamento.”

Pourparler » L’Europa è fatta, gli europei no

Ma resterà sempre un parlamento con la p minuscola…

“Sono sicuro che questa Europa straziata e spezzettata non fosse assolutamente nelle menti dei padri fondatori. Sognavano una potenza saggia in grado di stare tra i cuginastri e i demoni sovietici (ora demoni cinesi poco importa) e invece ecco l’armata brancaleone di cui la gente non si fida, un Parlamento con la p maiuscola che agisce con la p minuscola e che conta pure poco con le sue solite beghe pseudopolitiche e pseudoreligiose [...] come se l’obiettivo fosse solo quello di infinocchiare i cittadini che hanno votato dei [...] turisti della democrazia”.

Podcastoro » Hanno vinto tutti, ha perso Lei

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La Sardegna al voto: affluenza bassa, scrutinio a rilento

Ugo Cappellacci, Pdl

Urne chiuse: fino all 15 in Sardegna si votava. Gli elettori (circa 1 milione e mezzo) sono chiamati a scegliere il nuovo presidente della Regione e il Consiglio regionale. Ma non ci sono andati in tanti: solo il 67,58% ha votato fra ieri e questo pomeriggio alle 15 per l’elezione del presidente e del Consiglio regionale. Nelle precedenti consultazioni del 2004 l’affluenza alle urne era stata del 71,2%.
Il dato 2009 nelle 1.812 sezioni allestite nei 377 comuni della Sardegna registra quindi un calo del 3,62%, Secondo i dati diffusi dalla Regione, la provincia dove si è votato di più è Sassari con il 69,19 %. Quella con l’affluenza più bassa è stata Carbonia-Iglesias con il 64,50%. Nel Cagliaritano la percentuale è stata del 67,58%. Nel Medio Campidano ha votato il 64,96%, nel Nuorese il 69,54%, in Ogliastra il 67,14%, in Gallura il 68,85%, nell’Oristanese il 65,72%.
Nel 2004 le consultazioni isolane si svolsero in concomitanza con le europee e una tornata di amministrative, con i seggi aperti dalle 15 alle 22 di sabato 12 giugno e dalle 7 alle 22 di domenica 13. Lo scrutinio cominciò lunedì mattina con le europee e alle 14 per le regionali. Nel 2004 a chiusura dei seggi l’affluenza alla urne fu del 71,2%.

L’afflusso dei dati elettorali nel centro elaborazione dati della Regione Autonoma della Sardegna però sta procedendo con lentezza maggiore del previsto a causa di contestazioni nelle sezioni elettorali soprattutto per il voto disgiunto sul quale si sono avute accese discussioni e richieste di consultazioni “in diretta” con gli uffici elettorali dei comuni. In pratica stanno emergendo dubbi interpretativi, nonostante la Regione abbia distribuito in tutti i seggi un apposito vademecum con le varie ipotesi. Soprattutto quando - come prevede la legge - vi è un voto di preferenza per un candidato in una circorscrizione provinciale e un voto diverso per il presidente, cioè non allo stesso candidato governatore a cui è collegata la lista.
La sfida (con risvolti nazionali) è, notoriamente, tra il presidente uscente Renato Soru (”Lista Soru presidente” appoggiata da Pd, Prc, Pdci, Idv, La sinistra e Rossomori) e il candidato del Pdl, Ugo Cappellacci (Il popolo delle libertà sostenuto da Pdl, Udc, Mpa, Riformatori, Uds-Nuovo Psi e Psd’Az). Ma in corsa ci sono anche tre altri nomi: Peppino Balia (Partito Socialista); Gavino Sale (Irs Indipendentzia Repubrica de Sardigna); Gianfranco Sollai (Unidade indipendentista).
Per i votanti, la scheda di colore verde divisa in ogni metà da due colonne verticali: in una sono stampati i simboli delle coalizioni e i nomi dei candidati alla Presidenza, nell’altra i simboli delle liste presentate nelle 8 Circoscrizioni provinciali e disposte in maniera tale da evidenziare il loro collegamento al candidato presidente. L’elettore può esprimere una sola preferenza scrivendo il cognome del candidato consigliere e può indicare un solo candidato presidente. È ammesso il voto disgiunto, ossia non è necessario che fra le due indicazioni sia rispettato il collegamento tra la lista e la coalizione di riferimento.

Diventa presidente della Regione il candidato che in ambito regionale ottiene più voti, il candidato presidente del listino regionale che arriva secondo diventa consigliere regionale. Per l’attribuzione dei seggi il sistema è uguale a quello adottato per le Regioni a statuto ordinario, ma con diverse variabili (a cominciare dalla possibilità di esprimere un voto disgiunto) e con l’attribuzione di un eventuale premio di maggioranza che viene assegnato al presidente eletto per permettergli di governare.

Ballottaggi: il Pd perde Roma ma strappa Udine, Vicenza e Sondrio al Pdl

Gli scrutinatori durante l'apertura delle schede elettorali | Ansa

Il centrodestra strappa i comuni di Roma e Brescia. Il centrosinistra quelli di Vicenza e Sondrio. Complessivamente le comunali 2008 si concludono 6-4 per il centrosinistra, ma i comuni di Roma e Brescia sono molto più popolosi rispetto a quelli di Vicenza e Sondrio. Il centrodestra si aggiudica i comuni di Treviso, Brescia, Viterbo, oltre che il Campidoglio. Il centrosinistra i comuni di Pescara, Udine, Pisa, Massa, Vicenza e Sondrio.   A conclusione della tornata elettorale iniziata il 13-14 aprile i rapporti di forza risultano quindi cambiati 5 a 4 a favore del centrodestra.

Udine
Furio Honsell è il nuovo sindaco di Udine. L’ex rettore dell’Università del capoluogo friulano, sostenuto da Pd, Innovare con Honsell. Sinistra Arcobaleno, Italia dei Valori e Cittadini per il sindaco, con il 52,76 per cento ha battuto lo sfidante Enzo Cainero, sostenuto da Lista Cainero, Pdl, Lega Nord, Udc e Udine Cainero sindaco, che ha raccolto il 47,24 dei consensi.
Vicenza
Si consola così il Pd: strappando, per un’incollatura, con Achille Variati, il ballottaggio alle elezioni comunali di Vicenza (tradizionalmente legata al centrodestra). Secondo il conteggio definitivo pubblicato sul sito del Viminale, si è aggiudicato 27.645 voti pari al 50,48%, contro i 27.118 voti pari al 49,52% della sua avversaria, Lia Sartori, rappresentante dell’alleanza Pdl-Lega nord.
Sondrio
Alla fine ce l’ha fatta: Alcide Molteni ha conquistato Palazzo Pretorio stabilendo a Sondrio la “roccaforte lombarda” del Pd. Passato il primo turno di amministrative, con un centrodestra capace di espugnare anche la “rossa” Brescia, e lasciate alle spalle le politiche, che hanno visto i candidati nelle fila di Lega e Pdl dilagare in Lombardia, il candidato ha vinto il turno di ballottaggio con il 54,158% dei voti. Mentre Pdl e Lega hanno visto fermarsi il proprio candidato, Aldo Faggi, al 45,841% delle preferenze. Un risultato già anticipato dalla precedente tornata elettorale quando, a urne chiuse, il nome di Molteni veniva associato al 49% delle schede scrutinate, mentre quello di Faggi al 33%.
Massa
Il nuovo sindaco di Massa è Roberto Pucci, candidato della Sinistra arcobaleno e delle liste civiche, che ha ottenuto il 54,2% dei voti. Il comune di Massa era governato dal centrosinistra. Pucci ha battuto al ballottaggio il candidato Pd, Ps, Idv Fabrizio Neri. Pucci, criticando le modalità di scelta della candidatura, e si è presentato da indipendente, sostenuto da due liste civiche e dalla Sinistra Arcobaleno: staccato di circa dieci punti da Neri (28,88% contro 38,78%) al primo turno, ha però superato il candidato del Pdl Corrado Amorese, fermatosi al 16,1%, guadagnando l’accesso al secondo turno, nel quale ha beneficiato dell’apparentamento con la lista civica centrista “Massa al Centro”.
Pisa
Marco Filippeschi è il nuovo sindaco di Pisa: il candidato del Pd, appoggiato anche da Italia dei valori, Partito socialista e da una lista civica, secondo i dati diffusi dall’ufficio elettorale del Comune ha ottenuto il 53,09% dei consensi nel turno di ballottaggio, contro la sfidante Patrizia Paoletti Tangheroni, candidata del Pdl, che ha avuto il 46,91%.
Viterbo
Vittoria schiacciante a Viterbo per il candidato a sindaco del Pdl Giulio Marini (62,1%) sul suo avversario democratico Ugo Sposetti (37,9%).

Per quanto riguarda l’elezione dei presidenti di cinque Province (Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma) l’unico ribaltone è quello di Foggia dove il centrodestra strappa la presidenza della provincia al centrosinistra, mantenendo invece la presidenza ad Asti e a Catanzaro. Nella provincia pugliese, quando restano da scrutinare 4 sezioni su 693, Antonio Pepe, candidato di Pdl, Udc, Rosa bianca, Destra, As, Pensionati, I socialisti, liste civiche, ha ottenuto il 54,4% dei voti al ballottaggio. Battuto il candidato del Pd Francesco Palo Campo. Ad Asti , quando restano da scrutinare 9 sezioni su 266, Maria Teresa Armosino (candidata di Pdl e Lega) è al 58,1% dei voti. Battuto Roberto Peretti, candidato del Pd. Anche a Catanzaro, il centrodestra conferma la presidenza della provincia. Quando restano da scrutinare 42 sezioni su 422, Wanda Ferro, candidata di Pdl, Mpa, Destra, Pri, Npsi e Liste civiche, ha ottenuto il 59,7% dei voti, in netto vantaggio dunque su Pietro Amato, candidato di centrosinistra. A Massa Carrara Osvaldo Angeli, Presidente della Provincia uscente e candidato per il Partito democratico, vince il difficile confronto con Sandro Bondi, conquistando il 57,49% degli elettori. Per Bondi solo un 42,51%. Un voto che tiene ben salda nelle mani del centro sinistra la Provincia apuana, mai conquistata dal centro destra e che sembrava, dopo la candidatura del numero due di Forza Italia, in discussione.
Affluenza ai seggi
L’affluenza ai seggi degli elettori nei comuni capoluogo per i ballottaggi relativi alle elezioni dei sindaci è in netta crescita. A Sondrio si passa dal 67,4% del primo turno al 79,8% del ballottaggio; a Vicenza dal 63,7 all’81,1%; a Udine dal 59,5 al 77,3%; a Massa Carrara dal 62,7 all’82,5%; a Pisa dal 56,2 al 79,8% e Viterbo dal 69,1 al 85,7%.

Ballottaggi, occhi puntati su Roma. Ma l’affluenza crolla

 L'entrata di alcuni seggi elettorali questa mattina a Roma | Ansa
Affluenza in netto calo secondo i dati del ministero dell’Interno, relativi alle ore 22 di domenica 27 aprile: alle provinciali ha votato il 39,8% degli aventi diritto (contro il 56,5% del primo turno); alle comunali il 46,2% (contro il 58,7%). A Roma, al ballottaggio per il sindaco, ha votato il 47,0% per cento. Al primo turno la percentuale era stata del 57,1%. C’è da dire, però, che il primo turno delle amministrative era coinciso con le elezioni politiche.
Fin dal primo mattino è cominciato il via vai alle urne. Ma senza quel traffico che invece ha caratterizzato il lungo ponte primaverile. Si dirà infatti che l’occasione del 25 aprile non ha aiutato a portare alle urne i quasi sei milioni di cittadini interessati al secondo turno. Si dirà anche il bel tempo ha influito sulla loro scelta. Di fatto, ed è questa la cosa certa, nella giornata di domenica 27 aprile si è registrata una vera e propria disaffezione verso il voto per la scelta di sindaci e presidenti di Province.

Con i ballottaggi, si devono infatti eleggere i governi provinciali di Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma e i sindaci di 44 comuni, tra cui sette capoluoghi di provincia (Roma, Massa Carrara, Pisa, Sondrio, Udine, Vicenza e Viterbo). I seggi riaprono oggi dalle 7 alle 15. Gli scrutini avranno inizio al termine delle operazioni di voto. Tra i primi a votare, a Roma, è stato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che si è recato con la moglie, la signora Clio, alla scuola Margherita di Savoia in via Panisperna, nel seggio elettorale di residenza in cui i coniugi votano da molti anni. In un clima familiare, Napolitano e la moglie hanno scambiato saluti con i numerosi elettori presenti al seggio. Poi prima di rientrare al Quirinale hanno preso un caffè nel bar del quartiere in cui abitavano.

È soprattutto il voto per eleggere il primo cittadino della capitale a tenere tutti con il fiato sospeso: da una parte il candidato del Centrosinistra, Francesco Rutelli, che parte dal 45,8% dei consensi, e dall’altra il rivale di Centrodestra Gianni Alemanno, che al primo turno ha raggiunto il 40,7%. Quello per il Campidoglio non è però l’unico voto che conta: si vota infatti anche per scegliere il presidente della Provincia di Roma. Si sfidano il candidato del Centrosinistra Nicola Zingaretti (46,9% dei voti al primo turno) e quello del Centrodestra Alfredo Antoniozzi (37,1% al primo turno). Stando alle indiscrezioni che circolano nei due quartier generali, quello di Rutelli e quello di Alemanno, la sfida potrebbe essere decisa all’ultimo voto. Sarà dunque uno scrutinio al cardiopalma. Il candidato di Centrosinistra è fiducioso di tornare a essere sindaco della capitale. Ma l’esponente di An-Pdl è convinto di aver recuperato il gap iniziale e di poter conquistare il Campidoglio.
Gli equilibri nazionali, tanto nel Popolo della Libertà tanto nel Partito Democratico, sono appesi al risultato della capitale. Sul fronte del Centrodestra, Gianni Alemanno potrebbe avere un ministero (si vocifera sia quello del Welfare, al quale, oltre al Lavoro, si aggiungeranno la Solidarietà Sociale e la Famiglia). Grande attesa anche nel Pd. Il segretario, Walter Veltroni, spera nel successo di Rutelli anche per evitare scossoni nel partito. Una vittoria dei Democratici, infatti, metterebbe a tacere i dissensi interni.

Napolitano alle urne per il ballottaggio
Esclusa la provincia di Roma, sarà battaglia anche in quelle di Asti, Massa Carrara, Foggia e Catanzaro. Ad Asti Maria Teresa Armosino, candidata per il Pdl, ha avuto il maggior numero di preferenze (44,1%), ma non è riuscita ad ottenere la maggioranza assoluta, inseguita da Roberto Peretti candidato del Pd e dell’Ivd (26,4%). A Catanzaro, invece, si andrà al ballottaggio tra Wanda Ferro (Pdl-Destra) che è arrivata al 45,9% e Pietro Amato (Pd-IdV) giunto al 35,7%. Anche a Foggia si deciderà il presidente della Provincia in questo secondo turno: il Centrosinistra ha chiuso in testa con Francesco Paolo Campo (42,8%) seguito dal candidato della Pdl Antonio Pepe (37,4%). Infine, a Massa Carrara il presidente uscente, Osvaldo Angeli, sostenuto da Pd, Socialisti ed Italia dei Valori, ha chiuso in testa con il 41,5% ma senza conquistare la Provincia al primo turno: dovrà vedersela con Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, che il Pdl ha messo in campo per tentare di strappare la Provincia alla sinistra e che il 13 e 14 aprile ha raggiunto il 32,3%.
Partita apertissima anche per gli altri comuni, dove quello che pesa, sulla bilancia politica, è l’esito del voto nei capoluoghi di provincia. Il 13 e 14 aprile, infatti, la partita si è chiusa 2 a 1 per il Pdl, che ha strappato Brescia al Centrosinistra e confermato il sindaco di Treviso. Il Centrosinistra, invece, ha conquistato al primo turno la sola Pescara, ma si trova avanti in molti dei restanti 7 comuni interessati dai ballottaggi. A Massa, ad esempio, la sfida è tutta interna al Centrosinistra: Fabrizio Neri (Pd-Idv) si è infatti fermato al 38,8%, Roberto Pucci (Sa) al 27,9%. A Pisa Marco Filippeschi (Pd-IdV) tornerà a sfidare Patrizia Paoletti Tangheroni (Pdl-Lega): il primo è arrivato al 47,4%, l’altra al 32,4%. Ballottaggio anche a Sondrio, dove Alcide Molteni (Pd-Sa) è arrivato al 49% e Aldo Faggi (Pdl-Lega) al 32,5%; a Udine, Furio Honsell (Pd-Sa-IdV) al 43,7%, Enzo Cainero (Pdl-Lega-Udc) al 39,6%; a Vicenza, Amalia detta Lia Sartori (Pdl-Lega) al 39,3%, Achille Variati (Pd) al 31,3%; a Viterbo, Giulio Marini (Pdl) è 49,1%, Ugo Sposetti (Pd) 33,5%.

Terremoto a sinistra: nessun uomo in Parlamento. E Fausto lascia

Il candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti | Ansa
Un vero e proprio terremoto. E un addio: quello di Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e candidato premier della Sinistra Arcobaleno. Di fronte alla prospettiva, sempre più reale e concreta, di non avere rappresentanti in Parlamento, il Subcomandante Fausto lascia: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta. Proseguirò da militante, ma la mia stagione da dirigente politico è finita”. Quella della sinistra radicale è, stando ai dati, una “sconfitta netta”, dalle proporzioni “impreviste”, che rende necessaria una “riflessione approfondita” ma che comunque non deve mettere in dubbio la necessità di proseguire con il progetto politico della Sinistra Arcobaleno, anzi: “il risultato negativo rende più urgente l’avvio di una fase costituente già da domani”. Secondo Bertinotti, anche il Pd sarà chiamato ad una riflessione, perché le scelte di Walter Veltroni “hanno contribuito allo svuotamento della sinistra senza riuscire a vincere, ma andando incontro ad una sconfitta visto che Pdl e Lega si apprestano a Governare il Paese”. Fausto Bertinotti chiama direttamente in causa la strategia dei Democratici per il suo primo commento dei risultati elettorali.
Il cartello elettorale composto da Rifondazione, Sinistra Democratica, Comunisti italiani e Verdi, insomma frana davanti all’evidenza dei numeri. E i numeri dicono che nella prossima legislatura a Palazzo Madama e a Montecitorio non ci sia alcun rappresentante della sinistra. Un evento storico. E non certo nel senso buono della parola.
Dati particolarmente negativi giungono dalle regioni “rosse”, quelle dove era atteso il raggiungimento della soglia di sbarramento del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato. Per esempio, in una città come Pistoia la Sinistra Arcobaleno raccoglie soltanto un terzo dei voti rispetto a quelli che nelle elezioni passate ebbe la sola Rifondazione Comunista. Discorso analogo anche per altre realtà da cui ci si attendeva un buon risultato, come la Liguria. Naturalmente ogni valutazione definitiva è ancora prematura, ma la tendenza mette in ansia i quattro leader della Sinistra Arcobaleno. Tanto basta per fare dire a caldo a Giovanni Russo Spena - che del Prc è capogruppo uscente al Senato - che si è trattato di una pesante “sconfitta”: si è votato in una fase di “torsione bipartitica violenta imposta anche dai mass media. Sembrava che vi fossero solo due contendenti e tutti gli altri di contorno e questo ha fatto percerpire all’opinone pubblica che si trattasse di una questione tra Berlusconi e Veltroni”. Per Paolo Cento si tratta invece di “anno zero della sinistra: è prevalso il voto utile e forse la costruzione della sinistra arcobaleno è arrivata tardi. Dovevamo farla già nel 2006. Ora dobbiamo fare i conti con i nostri insediamenti sociali in cui c’è crisi di fiducia”. Secondo il verde Angelo Bonelli, si apre “una riflessione”: “Non si può far finta di niente, bisogna avviare una discussione tra di noi e con gli amici della Sinistra arcobaleno”.
Per Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica, uno dei “ribelli” che per primi si sono sfilati dalla coalizione che sosteneva Romano Prodi, la sconfitta di SA ha un responsabile: “Si chiama Fausto Bertinotti”. Per Turigliatto “la Sinistra Arcobaleno si è dissanguata per Prodi a tutto vantaggio di Veltroni”. E adesso? “Vedo uno spazio ancora a sinistra” risponde Turigliatto “c’è un grandissimo lavoro da fare per ricostruire una sinistra davvero anticapitalistica”. Anche
Salvatore Cannavò esulta: “Siamo noi la vera sorpresa”. Il deputato uscente di Sinistra critica, non riesce a trattenere l’entusiasmo per il dato delle proiezioni del Senato, che danno a Sc l’1,2 per cento, un risultato più che confortante in vista del vero obiettivo: le elezioni europee del prossimo anno. Cannavò è caustico sul risultato della Sinistra arcobaleno: “Dove ieri non era riuscito a distruggere Occhetto, ci riesce oggi Bertinotti”.

Astensionismo a sinistra: Bertinotti a casa, ma a Veltroni non c’è alternativa

[i](Credits: Ansa)[/i]
Tra proiezioni ormai abbastanza attendibili ed exit pool sui quali è doveroso (come nel 2006) stendere un velo, c’è un dato che non si presta a discussioni: quello dell’affluenza alle urne, che si è attestata poco al di sopra dell’80%, registrando un calo di tre punti e mezzo rispetto a due anni fa. Calo quasi generalizzato, tra regioni bianco-azzurre e regioni rosse; e se queste ultime hanno fatto notizia è perché eravamo abituati ad una loro maggiore disciplina.

L’Italia resta comunque un Paese nel quale, anche in tempi di antipolitica, si vota molto: l’80% è una soglia ben al di sopra della media dei paesi occidentali. Ma è il colore politico di chi si è astenuto che spiega in gran parte due fenomeni. Il primo, e più vistoso, è la sconfitta della Sinistra Arcobaleno. La coalizione tra comunisti, verdi e socialisti che aveva puntato su Fausto Bertinotti ha visto ridurre il proprio consenso da oltre il 12 a poco più del 4%, probabilmente non riuscirà ad eleggere nessun senatore e rischia perfino di non farcela alla Camera. Una débàcle che fa supporre che gran parte degli astenuti venga proprio dalla sinistra radicale. Che dire?

Troppi salotti, televisivi e non, per Bertinotti e compagnia, e poco o zero collegamento con la base sociale che si doveva rappresentare. In realtà non è solo questo. Neppure il Partito Democratico di Walter Veltroni può realmente vantare quella sconfitta “buona” che era in fondo il suo vero obiettivo. La coalizione con Antonio Di Pietro è rimasta ben staccata rispetto a quella di centrodestra: la rimonta miracolosa esisteva più negli auspici degli ultimi giorni che nella realtà. Ed anche il Pd da solo, almeno nei dati di queste ore, si attesta intorno al 35%: cioè quella che era considerata la barriera tra successo e insuccesso. Insomma, si direbbe che Veltroni abbia convinto ma non fino in fondo, che abbia sollevato interesse e speranze, ma non sia riuscito a scaldare i cuori, né a trascinare alle urne scontenti e indecisi.

Se forse c’è stato un po’ di travaso dall’estrema sinistra al Pd, è anche vero che Veltroni non ha conquistato voti moderati e al centro (anzi li ha persi), che il suo messaggio non ha fatto breccia al Nord, perdendo aree cruciali del Sud e perfino a Roma e dintorni, che Veltroni ha governato fino a ieri.

Eppure, se nell’area dell’estrema sinistra gli sconfitti ed i colpevoli sono facili da individuare, ed è giusto che un’intera generazione di dirigenti prenda atto e ceda il passo, sarebbe probabilmente un errore - anzi un suicidio - se qualcuno nella sinistra riformista , in particolare tra gli ex Ds, volesse presentare il conto a Veltroni. Un esame spassionato della situazione è logico, un’autocritica pure, ma il metodo non può essere rimesso in discussione. Per almeno due motivi: gli italiani hanno mostrato di voler scegliere quel bipartitismo e quella semplificazione che era stata l’intuizione di Veltroni; e, secondo e più importante motivo, ora come ora (e probabilmente per un bel po’) all’ex sindaco di Roma non c’è alternativa. Il barile è stato ampiamente raschiato, un’altra guerra fratricida rischia di sfondarlo definitivamente.

Italiani al voto. Affluenza in calo: poco sopra l’80 per cento

Urne elettorali | Ansa
Mentre i numeri e le percentuali stanno affluendo dai seggi di tutta Italia al Viminale, un dato già certo è il calo della partecipazione a questa tornata elettorale. L’affluenza alle urne del 13 14 aprile 2008, per il rinnovo della Camera e del Senato, è stata infatti in media dell’8o,4%, come ha detto, come ha detto il titolare del Ministero degli Interni, Giuliano Amato, ricordando che si tratta di una flessione di 3,5% rispetto alle precedenti elezioni.

Ma non c’è stata l’astensione di massa che in molti paventavano alla vigilia del voto. La giornata di domenica, tendenzialmente bella in tutta Italia, non ha dunque favorito le fughe al mare o, in ogni caso, non ha fatto desistere gli elettori che in molti casi hanno votato o prima della partenza o questa mattina, quando ancora si registrava un discreto afflusso ai seggi. I molti appelli a non disertare le urne sembrano dunque aver funzionato.
In netta crescita, al contrario, il dato delle amministrative, grazie anche alla concomitanza con le politiche. Per le provinciali ha votato il 74,4% degli aventi diritto, contro il 64,2 della tornata precedente; per quanto riguarda le comunali, invece, il dato è dell’80,1%, contro il 76,7 della volta precedente.
Le regioni nelle quali si è registrata l’affluenza più bassa, ha comunicato ancora il Ministro, sono state Liguria e Sardegna. Napoli ha segnato un dato più basso rispetto ad altri Comuni della Campania. Il Ministro ha indicato fra le possibili cause della minore affluenza anche il fato che le precedenti elezioni politiche si sono svolte solo due anni fa. Già, perché gli italiani, secondo il titolare del Viminale, gli italiani “si aspettano di essere chiamati a votare ogni 5 anni. Li abbiamo invece costretti ad andare a votare dopo neppure 2 anni. Questa può essere una ragione per la loro minore partecipazione al pure essenziale momento democratico”.

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