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Afghanistan

Soldati italiani in ricognizione in Afghanistan
IED, acronimo di Improvised Explosive Device. Sono le bombe artigianali che seminano morte tra i soldati degli eserciti occidentali in Afghanistan. L’ultima vittima, Roberto Marchini, 28 anni, guastatore della Folgore, ucciso nel distretto di Bakwa, nella regione ovest, proprio mentre cercava di disinnescare un ordigno. Continua


Un momento del saluto degli alpini dell' 8/o Reggimento prima della partenza per l'Afgahanistan. ANSA/ STEFANO LANCIA
L’uccisione di Osama Bin Laden certo non mette la parola fine alla guerra contro Al Qaeda, ma come ha ricordato il ministro della Difesa La Russa rappresenta «un atto simbolico che vuole fare giustizia» e, soprattutto, «far comprendere che lotta al terrorismo non è inutile, non è vana». Quasi un trofeo che l’Occidente (gli Usa e i suoi alleati, tra cui l’Italia), ferito al cuore dieci anni fa con l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, ora vuole mostrare al mondo e anzitutto ai propri cittadini. Continua


«La libertà è il segreto della felicità »: il sergente maggiore Rinaldo Logli, in missione a Herat in Afghanistan, scrive a suo figlio Matteo, ancora piccolo. E gli spiega perché ha scelto di prendere parte a una missione di pace. Il sergente Logli è uno dei numerosi soldati italiani che prestano servizio sui fronti caldi del mondo e spediscono le loro lettere a Panorama. Raccontano il perché della loro scelta di vita e chiedono di non essere dimenticati. Le altre lettere dal fronte si possono leggere su www.panorama.it. Continua


Non dimentichiamoli. I militari italiani scrivono dai fronti caldi della guerra al terrorismo e delle missioni di pace. Questa settimana il maresciallo Demis Farina ricorda il tenente degli alpini Massimo Ranzani, suo ex compagno di corso, rimasto ucciso nell’attentato del 28 febbraio a Shindand, in Afghanistan, dove sono stati feriti anche quattro suoi compagni. Le altre lettere e le risposte dei lettori si possono leggere sul sito www.panorama.it. Continua


Si era sposato con Daniela alla fine dell’estate, un mese prima di partire per il fronte. «Amore, aspetta fino a marzo, il viaggio di nozze lo faremo appena torno dall’Afghanistan e ti giuro che sarà bellissimo». È tornato invece in una bara avvolta nel tricolore Luca Sanna, 33 anni, il caporal maggiore alpino della brigata Julia ucciso in un agguato da un terrorista travestito con la divisa della polizia afghana. Continua

Il caporal maggiore Franco DeAngelis, 26 anni, alpino del 9° reggimento L'Aquila
Per un anno, giorno dopo giorno, un fotografo e un inviato di Panorama hanno vissuto con uno dei nostri soldati impegnati in Afghanistan. Tra imboscate, speranze di pace e voglia di casa, uno straordinario reportage fotografico sui dodici mesi del caporalmaggiore Franco De Angelis. Le fotografie sono di Mauro Galligani, i testi di Fabrizio Paladini.
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Franco ha appena saputo che andrà in Afghanistan
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Il caporal maggiore Franco DeAngelis, 26 anni, alpino del 9° reggimento L’Aquila
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Comincia l’addestramento al poligono di Monteromano
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A lezione di Ied. Ied vuol dire improvised explosive device: si tratta di ordigni artigianali fabbricati dai talebani e nascosti sotto la sabbia, ai margini della strada e azionati con telecomando o con la pressione del peso degli automezzi. Purtroppo, quando si devono contare delle vittime fra i soldati, la colpa è sempre degli Ied. Qui Franco è al corso Ied counter che si svolge a Moncalieri prima di ogni missione.
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Domenica a casa, davanti alla chiesa di Gioia dei Marsi
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L’addio tra Franco ed Eleonora avviene la sera prima della partenza a Ladispoli, dove vive la famiglia di lei. Non saranno le uniche lacrime. Franco e la sua fidanzata si sono conosciuti su internet durante la prima missione del soldato a Kabul. Lei aveva scritto una cosa su un blog che riguardava i caduti italiani, lui l’ha letta e ha cominciato a scriverle. Si sono messi insieme senza essersi mai visti.
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La vita del soldato non è solo tensione, pericolo e fatica. Ovviamente ci sono le ore da passare alla base, quando non sei in servizio. Qui la squadra gioca, ride, scherza, racconta. Qui si commenta l’ultima telefonata, la piccola crisi con la ragazza, ci si sostiene a vicenda. In alto (aprile), il rito di «barba e capelli» rigorosamente tagliati a zero con la macchinetta. In alto a destra (maggio), si prova un nuovo mirino per il fucile in dotazione.
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Scendi da un aereo normale ad Abatin, la base italiana negli Emirati Arabi, e aspetti. Ti danno una brandina e ti butti nella prima notte calda fino a che non arriva l’alba del giorno dopo. I soldati diretti in Afghanistan passano tutti di qui. Chi dorme, chi fuma, chi beve caffè, chi naviga su internet grazie alla connessione wireless. Alle 6 ci si imbarca sul C-130 Hercules alla volta di Herat. Sarebbe un viaggio breve, se si potesse sorvolare l’Iran, ma il governo di Teheran non dà il permesso e così bisogna scendere in Pakistan per poi risalire in Afghanistan. Quattro ore nel più famoso aereo da trasporto truppe del mondo. I previdenti hanno i tappi per le orecchie e dormono pure. Franco (secondo da sinistra) ha letto quasi sempre «La falange armata» di Carlo Lucarelli.
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Al bar di Gioia dei Marsi si festeggia la partenza per Herat di Fabio Berardini, il miglior amico di Franco. Sempre insieme: elementari, medie, istituto agrario e adesso anche la stessa compagnia, la 143ª detta «La Scassata», del 9° alpini. Franco partirà un po’ dopo e i due si ritroveranno nella base di Bala Baluk. Sullo sfondo Franco applaude allo spumante ed Eleonora se la ride.
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Cosa portare? Una missione di sei mesi richiede un bagaglio grande e pesante. Ma si finisce sempre per lasciare cose necessarie e portare cose totalmente inutili. L’esperienza ti aiuta e la seconda volta va meglio della prima. Lo zaino di Franco, per quanto capiente, non potrà mai contenere tutti i vestiti che ha disposto sul lettone della vecchia casa di Montereale dove viveva con Eleonora. Ora ne hanno una nuova.
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Domani parte l’amico del cuore: si festeggia al biliardo
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8 maggio, oggi siamo a Todnak per il MedCap. Significa che il convoglio di Lince si muove con un piccolo centro medico al seguito. Si va nel villaggio, si pianta le tenda con la croce rossa e si aspetta la popolazione che viene a farsi visitare. Il tenente Giuseppe Ferro è un medico di Mazara del Vallo, ha 26 anni ed è alla sua prima missione in Afghanistan. Ha anfibi e camice bianco mentre tutto intorno Franco e gli altri alpini controllano il territorio. Tutti coloro i quali vanno a farsi visitare vengono perquisiti, anche se hanno un bambino in braccio: non si sa mai. Tanti uomini, molti anziani, tantissimi bambini, quasi mai una donna. Gastriti, sciatalgie, allergie, reumatismi, funghi: per tutti una iniezione, una pomata, un antibiotico.
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È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità .
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È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità .
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È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità .
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È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità .
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Di solito si vive la sera. Dopo cena, fatta la doccia che toglie lo sporco e i brutti pensieri. La sera è il momento dei saluti a casa e dei «ti amo». Tutti su internet, tutti in chat con mogli o fidanzate, tutti con webcam al seguito, tutti con cuffie e microfono per avere un po’ di privacy, anche se poi i compagni di tenda sanno tutto di tutti. A sinistra c’è Max, al centro Franco, a destra Roberto.
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Franco è arrivato a Bala Baluk, la sua prima pattuglia
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Non è comoda la vita a bordo del Lince. Ma la comodità è l’ultimo dei pensieri, quello che conta è che la blindatura regga in caso di attacco o, peggio, di esplosione. A volte i Lince hanno retto bene, altre volte, quando le cariche erano più potenti, sono saltati in aria e non hanno protetto i nostri soldati. Franco è quello in piedi, quello che sta «in ralla», con la vista migliore e l’arma più pesante. Al suo fianco Massimo.
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Il rito della grattachecca con i compagni di squadra
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Qui accanto (luglio), nella mensa, il momento della consegna dell’encomio solenne ad alcuni soldati particolarmente bravi: la truppa applaude divertita.
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Ecco cosa si vede dal sedile posteriore di un Lince. Lo squarcio di luce cattura una colonna di mezzi in pattugliamento fra le colline di Qal Kal Em, tra Herat e Farah. Ovunque polvere e vento. Ovunque il gracchiare della radio di bordo. Ovunque armi pronte all’uso. Di solito con i mezzi italiani ci sono anche i veicoli dell’esercito afghano: addestrare i soldati locali renderà più facile terminare la missione.
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Un Chinook Ch47 atterra davanti alla base
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Franco è appena atterrato a Fiumicino e nel bar dell’aeroporto romano tiene fra le braccia la sua Eleonora, che non incontrava da più di quattro mesi. Questi 15 giorni a casa spezzano la tensione di tanti giorni vissuti in mezzo a difficoltà ambientali e pericoli, ma non tutti chiedono di andare in licenza. Secondo molti, infatti, lo stress del dovere un’altra volta salutare tutti e ritornare in missione è troppo grande.
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E’ il compleanno di Franco. Il suo compagno Fabio Tufo tiene una candelina accesa con la molletta dei panni, Franco soffia sui suoi 26 anni, una bottiglia di spumante gentilmente offerta dal tenente Luigi Carrera, comandante del 1° plotone, una rudimentale sangria e il coro di «Happy birthday to you»
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Di pattuglia in un villaggio dove si fa assistenza sanitaria
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Sono le 5 di mattina e gli alpini della 143ª compagnia stanno bonificando il villaggio di Nowabao. Come se niente fosse, donne e bambini sono già alla fontana a fare provviste d’acqua per il giorno.
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In questa foto Franco è a Shewan durante la distribuzione di generi alimentari. Al passaggio dei blindati capita spesso di vedere questa scena: i soldati dalle torrette dei Lince lanciano bottiglie di acqua minerale ai bambini e quelli rispondono tirando sassi. Più che un gesto aggressivo o di rifiuto degli aiuti è quasi diventato un gioco, ma che comunque non fa piacere.
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Settembre Tra le missioni operative con le armi in pugno e i momenti di relax passati a ridere o a riposare c’è di mezzo la famigerata corvée. Quando tocca, tocca: e allora bisogna pulire le pentole, servire colazione, pranzo e cena, sbucciare quintali di patate (eccoli qui), pulire i gabinetti. Un lavoro oscuro e poco gratificante che qualcuno deve pur fare e che può diventare anche un’occasione per scherzare un po’.
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Il rapporto con la popolazione viene prima di tutto. Questo ripetono sempre i soldati che vanno in Afghanistan: dal primo generale all’ultimo caporale. Tutti hanno capito infatti che solo costruendo con gli abitanti una relazione salda si può fare in modo che la parte militare venga ridotta solo allo scontro con i ribelli, gli «insurgents» o talebani che dir si voglia. E che si affretti la exit strategy.
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Distribuzione dei viveri nel villaggio di Shewan
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Ospedale militare spagnolo di Herat, c’è un collega ferito.
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Sempre il 19 ottobre, poche ore dopo, mamma Teresa si gode il sospirato premio del rientro. Una carezza sul volto di Franco mentre lui tocca la mano di Eleonora. Le donne di casa De Angelis sono tutte e due molto forti e molto ironiche. La madre si sveglia tutte le mattine alle 4 e va a lavorare in una azienda che produce carote. Eleonora studia con profitto scienza dell’investigazione all’Aquila.
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È il 17 ottobre, siamo sul C-130 Hercules in volo da Herat ad Abu Dhabi. L’Afghanistan è ormai alle spalle. Il soldato che dorme senza elmetto è il colonnello Franco Federici, comandante del 9° reggimento alpini che ha coordinato dalla base di Farah tutte le operazioni dei suoi uomini. Da poco Federici ha lasciato il reggimento e ha preso servizio al Coi, il Comando operativo di vertice interforze.
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19 ottobre, sono le 8 del mattino: dopo il lungo viaggio di ritorno, le poche ore di riposo in branda, le analisi del sangue, finalmente Franco è tutto per i suoi cari. Qui è davanti alla caserma dell’Aquila e incontra papà Giustino. Per Franco i suoi genitori sono la luce più grande. «A loro e a mio fratello Federico devo tutto, mi hanno insegnato la dignità e l’onestà e questi valori li porto sempre con me».
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Domenica 17 ottobre ore 13: Franco si incammina lungo la pista dell’aeroporto di Farah. Da qui andrà a Herat dove resterà altri due giorni prima del rientro in Italia. Davanti a Franco c’è un soldato con uno strano involucro: lui è l’alfiere e quello è il contenitore della bandiera di guerra del 9°reggimento alpini. Quando la bandiera torna a casa, la missione è finita.
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L’uccisione del maiale è sempre una data fondamentale. Una volta era proprio una festa, con i parenti e i vicini che venivano e tenevano fermo l’animale mentre il capofamiglia lo sgozzava. Dopo, tutti a tavola per ringraziare. Oggi è tutto diverso: a uccidere il maiale pensa il macellaio e al posto del coltello c’è una speciale pistola. Ma è sempre un evento: salsicce, prosciutti, bistecche, braciole, filetto, cotiche, nervetti… non si butta niente, come dice il proverbio, e si fanno provviste per l’inverno grazie a un bel freezer. Per Franco, dopo la parentesi afghana, significa il ritorno a casa, alla sua campagna, alla vita contadina che ha nel sangue e di cui va orgoglioso. Tra poco tocca a un altro maiale: è femmina e bisogna aspettare la luna calante. L’evento è fissato per il 21 gennaio.
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Con l’uccisione del maiale Franco torna alla vita di sempre
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Con il fratello e la fidanzata: l’8 dicembre si fa l’albero
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Natale 2010 in casa De Angelis. Tutti insieme nel salotto di casa. Franco è tornato da poco dalla sua seconda missione in Afghanistan e mamma Teresa se lo gode un po’ dopo sei mesi di apprensione. Da sinistra: il padre Giustino, il fratello Federico in divisa da carabiniere e, a destra, la fidanzata Eleonora.
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Ciampino: gli alpini portano il feretro del caporalmaggiore ucciso in Afghanistan
In una gremita basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma, l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, ha celebrato questa mattina i funerali del caporal maggiore ucciso venerdì in Afghanistan, parlando di Matteo Miotto come di un «discepolo dell’Agnello, chiamato a partecipare all’umana solidarietà nel dolore, diventando un agnello che purifica e redime, secondo l’amorosa legge di Cristo, un sacrificio offerto per il dono della pace». Continua


«Prima della missione avevo fatto loro una promessa: il vostro capomacchina vi riporterà a casetta sani e salvi. Invece loro sono morti tutti e io sono vivo. La promessa non sono riuscito a mantenerla». Panorama incontra il caporalmaggiore scelto Luca Cornacchia, 31 anni, quando è ancora ricoverato nell’ospedale spagnolo a Herat. Continua